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lunedì 29 aprile 2024

Ludwig

Titolo originale: Ludwig
Nazione: ITA+FRA+GER(BRD)
Anno: 1973
Genere: Storico, Drammatico, Biografico
Durata: 230'
Regia: Luchino Visconti
Cast: Helmut Berger, Trevor Howard, Romy Schneider, Silvana Mangano, Adriana Asti

Trama:
Incoronato re a soli 18 anni, l'ingenuo e sognatore Ludwig von Wittelsbach sale al trono di Baviera carico di romantiche passioni: quella, non ricambiata, per la cugina e imperatrice d’Austria Elisabeth, quella per la musica di Wagner, artista che sovvenziona, e quella per i castelli, per cui spende una fortuna. Il suo Consiglio dei Ministri apre un’inchiesta per destituirlo e...

Commenti e recensione light:
Comunemente indicato come ultimo film della cosiddetta "trilogia tedesca", Ludwig è, a mio avviso, solo un altro e splendido capitolo di quella fase cinematografica in cui Visconti rappresenta, con immenso rimpianto, il crepuscolo di un mondo vecchio e dai valori sfioriti. Per mostrarci al meglio lo splendido affresco di una Mitteleuropa decadente, all'indomani del processo di quell'unificazione tedesca così simile, nei suoi effetti sulla nobiltà, a quella dell'unità di casa nostra, il regista distilla quasi all'eccesso il suo già raffinatissimo gusto estetico toccando vertici mai più raggiunti dal cinema italiano e regalandoci una ricostruzione sontuosa ed elegante di quel profondissimo (melo)dramma umano e sociale.
Visconti, come tanti altri registi, ha cercato più volte di creare un suo alter ego di celluloide ma nessuna delle sue splendide copie è mai stata più vicina al suo ideale quanto il magnifico Helmut Berger che qui, con grazia singolare, dona all'infelice sovrano una consistenza intensissima. Grazie a lui tutti i temi cardine di Visconti, l'amore-passione, la seduzione mortuaria, le ossessioni del potere, l'omosessualità, il rapporto tra arte e vita, assumono significati nuovi, trascendentali eppure profondamente umani, nella più pura contraddizione decadentista.
Impossibile (ed imperdonabile) sarebbe non citare anche l'ormai adulta Romy Schneider che magistralmente rappresenta, e non soltanto interpreta, quell'Elisabetta d'Austria che è molto più che semplice spettatrice d'eccezione dell'affresco dei castelli di Ludwig, ne è musa e tormento insieme. Le sue due notti col sovrano, insieme all'incontro con l'attore shakespeariano ed il suo azzeccatissimo riferimento ai figli della Luna di Platone, sono certamente i punti più alti di questo capolavoro.
Ludwig è un film da vedere e rivedere (evitando però accuratamente la mutilata versione di solo tre ore circolata fino al 1980) perché è un concentrato della poetica viscontiana, suo vero e proprio testamento artistico - coltissimo, ambiguo, decadente ed autodistruttivo - ma anche e soprattutto perché è una straziante lettera d'amore (e d'addio!) per una civiltà di cui il regista si sente profondamente orfano e che, con struggente affetto, vuole immortalare per noi, piccoli e miseri posteri.

domenica 1 ottobre 2023

Samurai Marathon - I sicari dello Shogun

Titolo originale: Samurai Marathon 1855
Nazione: JAP
Anno: 2019
Genere: Azione, Avventura, Storico, Chambara
Durata: 103'
Regia: Bernard Rose
Cast: Takeru Sato, Nana Komatsu, Mirai Moriyama, Sometani Shôta, Munetaka Aoki

Trama:
Nel 1855 la flotta americana si sta avvicinando alle coste del paese. Per preparare i suoi guerrieri al potenziale attacco dell’invasore straniero, Katsuakira Itakura, signore di Annaka, organizza una corsa di 58 chilometri attraverso coste, foreste e montagne. Il sospettoso governo centrale di Edo, fraintendendo lo scopo della gara, la interpreta come un atto ostile se non addirittura l'inizio di un colpo di stato, e...

Commenti e recensione:
Per diversi motivi, geografici, sociologici o semplicemente casuali, la storia del Giappone è caratterizzata da cambiamenti traumatici.
Il primo pensiero va alle bombe di Nakasaki ed Hiroshima, ovviamente, ma ci furono anche la fine del potere imperiale dell'undicesimo secolo, la fallita invasione dalla Cina ai tempi di Marco Polo (grazie al "vento divino" o kamikaze, il terribile tifone che affondò le due gigantesche flotte nemiche) o ancora la grande battaglia del 1600 di Sekigahara, che cancellò per sempre il medioevo nipponico.
Ognuno di questi traumi ha lasciato tracce profonde nella cultura nipponica, cicatrici che si ritrovano nella letteratura, nel cinema, nell'urbanistica ma anche nel comportamento, nei modi di dire ed in tante piccole e grandi sfumature della vita quotidiana giapponese.
Uno dei più grandi shock fu l'arrivo delle terribili "navi nere", le kuro fune, che al comando del commodoro Perry attraccarono nella baia di Tokyo e, con la forza, scardinarono il sakoku, la secolare politica di isolamento del paese. L'effetto fu talmente devastante da risultare fatale per lo shogunato, permettendo l'ascesa dell'imperatore con l'inizio dell'era Meiji, la fine del potere dei samurai, l'ingresso delle mercanzie occidentali e l'abitudine, tutt'ora in vigore, di assorbire qualsiasi parola, moda e ricetta forestiere senza alcuna vergogna. ^_^
Samurai Marathon, tratto dal bel romanzo di Akihiro Dobashi (che purtroppo non sono riuscito a trovarvi), ci descrive proprio la tensione che si stava accumulando negli istanti precedenti a quel travagliato momento.
Bernard Rose, che forse ricorderete per Amata Immortale e Candyman, coglie inaspettatamente bene lo spirito nipponico o, perlomeno, riesce a darne un'immagine ben comprensibile per noi occidentali. A differenza di me, non ha provato a dare una lezione di storia e si è (giustamente!) limitato a creare un gran bel Eastern, un cappa e sciabola in due atti, con un lungo ma davvero ben fatto preambolo ed una seconda parte ricca di ottime scene di combattimento, ben coreografate ed in cui la letalità delle lame è palpabile. Non posso garantire che i gustosi siparietti dei due samurai fuori forma siano una citazione dei contadini de La fortezza nascosta (quelli copiati da Lucas per i "dialoghi" tra C-3PO e R2-D2) ma lo è quasi certamente quella del giapponese cattivo che si impossessa di una Colt 45 che, sin dai tempi di Kurosawa, è l’arma dei vigliacchi. ; )
Un ulteriore plus è il ritorno delle musiche di Philip Glass in un film di Rose; ai miei occhi, poco amanti dell'horror, fu responsabile di buona parte della bellezza del primo Candyman!
Rose è molto britannico e si deve essere presto reso conto della necessità di un valido supporto giapponese per rendere al meglio il racconto di Dobashi: chiamare Takuro Ishizaka è stato l'ultimo tassello per la realizzazione di un bellissimo film. La splendida fotografia di Ishizaka è una vera festa per gli occhi. Le accattivanti visioni di campi pieni di fiori e dei verdissimi boschi creano un’inquietante simbiosi con i momenti violenti, esaltati dagli splendidi scenari, mentre le riprese in interno eccellono per un uso magistrale dell'illuminazione, specialmente nelle sequenze notturne in cui il calore della luce crea atmosfere accattivanti e luminose.
Gli attori fanno bene la loro parte ma, per la scelta di creare un'opera corale invece che di solisti, non ve n'è uno che spicchi. Il fatto che siano (perdonatemi! XD) tutti uguali non aiuta. Ma non importa perché, come viene ben spiegato con l'ultima immagine, è proprio il gruppo che conta e quella che poteva essere una pecca si dimostra, alla fine, un tocco da vero maestro.
Samurai Marathon ha, più per sua intrinseca necessità che per difetto, qualche piccola pecca ma è un film ben fatto, ottimamente diretto, visivamente coinvolgente e capace di affascinare lo spettatore fino alla fine; cosa si può chiedere di più? :D



Dedico questo post allo splendido blog di
Frau Blücher
che non solo rispecchia perfettamente la nostra filosofia di file sharing
ma ha anche la mia stessa opinione in merito
ai doppiaggi Ghibli di Cannarsi. ^_^

BENVENUTA!!!

giovedì 15 giugno 2023

L'uomo venuto dal Kremlino

Titolo originale: The Shoes of the Fisherman
Nazione: USA
Anno: 1968
Genere: Drammatico, Fantapolica, Thriller
Durata: 157'
Regia: Michael Anderson
Cast: Anthony Quinn, Laurence Olivier, Oskar Werner, Alfred Thomas, Vittorio De Sica, Leo McKern, John Gielgud, Barbara Jefford

Trama:
Giunto a Roma dopo vent'anni di prigionia in Unione Sovietica, il vescovo Kiril Lakota è eletto cardinale, e, poco tempo dopo, acclamato Papa. Sul trono di Pietro si trova a dover affrontare la spinosa questione della terribile carestia in Cina, il cui leader minaccia guerra ai vicini. L'attuale premier sovietico, suo ex carceriere, lo prega di intervenire e...

Commenti e recensione light:
Molti di voi ricorderanno ancora quei giorni ma, per tutti quelli venuti dopo gli anni '70, un minimo di spiegazione mi sembra necessaria.
Dai tempi della caduta dell'Unione Sovietica non ci sono mai stati (ultimo anno escluso, ovviamente!) attriti significativi tra superpotenze atomiche ed una tensione di confine tale da rischiare una terza guerra mondiale oggi sembra molto poco realistica; negli anni '60 invece era una situazione di grande attualità.
La Sānnián dà jīhuāng, la terribile carestia causata dal Grande Balzo in avanti di Mao, stava mietendo vittime in tutta la Cina; oggi si parla di un numero che oscilla tra i 15 ed i 55 milioni di morti ma già allora, malgrado le poche informazioni, si capiva che era in corso il più grande disastro mai provocato dall'uomo. In una situazione simile, che Mao prendesse in considerazione l'idea di occupare, e razziare, i paesi confinanti non era affatto da escludere.
Per quanto riguarda la Russia, mentre veniva scritto il libro Chruščëv non aveva ancora scatenato, con l'invio di missili a Cuba, la "crisi di ottobre" ma la guerra fredda era al suo apice e le tensioni erano palpabili.
Unendo questi elementi di geopolitica alla spettacolare, e prima realmente "televisiva", elezione  di Giovanni XXIII (che pare contese il soglio pontifico proprio al georgiano Ghazaros Agagianian, patriarca di Cilicia degli armeni) di pochi anni prima, Morris West ha creato un pregevole racconto di fantapolitica che, per un fortunatissimo caso del destino, uscì nelle librerie di tutto il mondo proprio il giorno della morte di Papa Roncalli; fu il libro più venduto quell'anno!
Tutto questo, ed anche le ambientazioni sia esotiche che mistiche che trionfali, non poteva non stuzzicare un regista come Michael Anderson, già autore di un en plein da cinque Oscar come Il giro del mondo in 80 giorni e fermamente deciso a ripetersi. Tuttavia, malgrado un cast che dire stellare è davvero poco (rileggete bene la lista in alto O_O), una fotografia da pubblicità turistica e delle ambientazioni assolutamente eccezionali (anche se, girando in Vaticano ed a Caprarola, il compito era abbastanza facile ^_^) il film non fu particolarmente considerato ed i critici, soprattutto nostrani, lo sottovalutarono ingiustamente.
Ammetto che la sottotrama del giornalista RAI che tradisce la moglie poteva essere tagliata ma il resto è composto da un'incredibile quantità di scene indimenticabili, prime tra tutte quelle del Conclave in cappella Sistina che sono da antologia del Cinema! In realtà credo che un certo gruppo di critici sia stato disturbato dalle immagini delle repressioni in URSS, il fanatismo del leader cinese e, nel complesso, della pessima figura che faceva il mondo comunista. Gli altri, invece, scommetto abbiano trovato offensive le scene all'interno delle mura vaticane, la critica al conservatorismo dei teologi ed il ben poco velato attacco alla ricchezza della Chiesa. Insomma, per evidenti motivi politici non piacque né a destra né a sinistra. Quando si dice sfortuna! ^__^
Credo che abbiano passato L'uomo venuto dal Kremlino in televisione poco dopo l'elezione di Giovanni Paolo II. Qualche genio dei palinsesti avrà pensato che fosse l'occasione giusta per riproporlo ed, in effetti c'è, un che di profetico nella storia di questo papa slavo che, vendendo tutte le ricchezze della chiesa, risolve i problemi sul fronte orientale... Anche se nella realtà vennero invece sottratti immensi capitali dalle banche collegate allo IOR, caddero non poche teste ed il fronte non venne salvato ma sbriciolato. Quisquiglie comunque. XD XD
Se però si sorvolano i pregiudizi di bottega anni '60 dei critici, il film è intelligente (pur nei limiti del romanzesco americano da "pizza e mandolino"), estremamente scenografico, di grande intrattenimento, con attori di cui nemmeno mi metto a commentare la formidabile caratura e, nel complesso, assolutamente da vedere! :D


DEDICO QUESTO POST A
GIAMmux
che di questo film ha realizzato per noi
un mux di altissimo livello 
di cui troverete il link in calce.
GRAZIE!!! 

venerdì 21 febbraio 2020

In nome del Papa Re


Titolo originale: In nome del Papa Re
Nazione: ITA
Anno: 1977
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 105'
Regia: Luigi Magni
Cast: Nino Manfredi, Carmen Scarpitta, Carlo Bagno, Danilo Mattei, Rosalino Cellamare, Giovannella Grifeo, Salvo Randone

Trama:
Fra tre anni, a Roma entreranno i bersaglieri da Porta Pia. Donna Flaminia, madre del rivoluzionario Cesare, pur di salvare il figlio dal boia rivela a monsignor Colombo, giudice della Sacra Consulta, che è padre del ragazzo e...

Commenti e recensione:
Secondo capitolo della trilogia dedicata al potere temporale della Chiesa di Roma, In nome del Papa Re è, a mio modesto avviso, il grande capolavoro di Magni. Ispirandosi liberamente (ma con molta attenzione ai particolari) al romanzo ottocentesco "I misteri del processo Monti e Tognetti" di G. Sanvittore, Magni stesso scrisse una sceneggiatura raffinata, intelligente e fluida, da degno allievo di Age & Scarpelli. Poteva essere il classico "filmetto", rigurgito sessantottino e risorgimentale al tempo stesso con cui mammaRai ci riempie da anni le serate e, invece, è venuto un gioiello dalla vicenda drammatica ed avvincente, racchiusa in una cornice di sagace ironia, critica intelligente ed umorismo, magnificamente alternati sia nell'eccezionale interpretazione, sia nei ritmi perfettamente calibrati della narrazione. Preso come raccordo tra situazioni che si ripetono a distanza di un secolo (collegamento non abusivo come lettura in quanto le allusioni sono molteplici), il film sul piano politico magari forza un po' le analogie, forse non rendendosi conto di abbracciare posizioni assai pericolose (come quella delle rivoluzioni portate avanti con le bombe, per cui fu ferocemente criticato) ma, nell'insieme, è coerente con l'ideologia del regista e lo spirito dei tempi e, a decenni di distanza, ritengo ne possiamo apprezzare molto meglio il valore.
Questo film ha rischiato tantissimo a causa del suo personaggio principale, un bellissimo monsignor Colombo che, con la sua ricchezza, poteva facilmente egemonizzare la pellicola. Nino Manfredi è così bravo e perfettamente convincente nel ruolo di clerico dalla fede genuina e pieno di buon senso, nonché membro della Sacra Consulta, da sembrare, se non ne conoscessimo la storia personale e lavorativa, nato proprio per questa parte! È così eccezionale da mettere persino in ombra la bravura, peraltro davvero notevole, di Bagno, il fantastico perpetuo Serafino, a metà fra grillo parlante e coscienza dell'umanità semplice, che qui dimostra di essere molto di più del caratterista che credavamo. Se Magni non avesse saputo gestire al meglio la sua arte, oggi parleremo di un One-Man-Show ma, per nostra grande fortuna, con l'aiuto di Trovajoli alle musiche, un uso fantastico dei tempi e con inquadrature talvolta degne di Sergio Leone, è riuscito ad adattarsi all'eccezionale livello involontariamente imposto dal suo primo attore, con gran beneficio di tutta l'opera.
Poco importa che In nome del Papa Re abbia vinto solo qualche David e Nastro d'argento invece dei prestigiosi premi internazioniali che meritava, perché un'opera di valore si distingue a prescindere dai riconoscimenti "ufficiali".
Da rivedere assolutamente! :D


martedì 14 gennaio 2020

Enrico V


Titolo originale: Henry V
Nazione: UK
Anno: 1989
Genere: Drammatico, Guerra, Storico
Durata: 138'
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Kenneth Branagh, Paul Scofield, Ian Holm, Brian Blessed, Derek Jacobi, Emma Thompson

Trama:
Salito sul trono d'Inghilterra nel 1413, dopo una giovinezza trascorsa insieme ad amici scapestrati, Enrico V si dimostra subito un re saggio e moralmente rigoroso. Due anni dopo la sua ascesa al trono dichiara guerra a Carlo VI re di Francia e...

Commenti e recensione:
Nell'89 un praticamente sconosciuto ventottene mise in scena, al suo esordio e con un budget risibile, uno dei più celebri drammi storici del Bardo, cavallo di battaglia dei più acclamati attori e registi shakespeariani. Spocchia? Alla resa dei conti no, stavamo solo assistendo alla nascita di Kenneth Branagh che, con questo film, si è meritato tutti gli onori possibili.
È un'opera prima, e si vede, perché è un adattamento grezzo, sporco, talvolta incosciente e discontinuo ma, al contempo temerario, audace, disinvolto e devoto al personaggio di Enrico, trattato in tutta la sua complessità e stratificazioni, un'opera gloriosamente imprecisa, che della sua anomalia fa mirabile forma e sostanza. L'interpretazione di Branagh, ruvida, collerica, ardimentosa, completamente antitetica rispetto alla posatezza di quella di Olivier (che mi stupisco di non avervi ancora postato), si incastra con una direzione scenica degna di Welles, virtuosa e spettacolare; tale connubio rende il film una delle trasposizioni shakespeariane più originali e riuscite di sempre. Certo, poter contare su un cast di primissimo livello e grandissima professionalità (anche se la giovane Emma Thompson era, all'epoca, sua moglie), un direttore della fotografia così sensibile e Patrick Doyle a curare la colonna sonora ha senz'altro aiutato ma, per tutti, questo è e rimarrà l'Enrico di Branagh. Avrebbe avuto più successo con un budged adeguato? Magari sarebbe riuscito a salvare quel coro che, purtroppo, ha dovuto tagliare (sostituendolo però con un bravissimo Derek Jacobi nel ruolo di narratore esterno; colpo di genio registico, poi copiato nel Riccardo III di Al Pacino... che mi srupisco di non avervi ancora postato) e, forse, avrebbe potuto dedicare maggiore impegno nello "sradicare il teatro dalla pellicola" ma, nell'insieme, il suo Enrico cupo, sporco e, a tratti, ironico ma sempre intenso e vibrante l'ha portato su quell'Olimpo da cui non è (quasi) mai più ricaduto. È un film acerbo eppure, già così, è davvero ricco di momenti di grande cinema, anzi, di cinema che sostituisce il teatro: dall’irrinunciabile monologo di San Crispino alla bellissima panoramica che succede al mesto conteggio delle vittime sulle note del Non nobis, Domine; dall'impressionante e verosimile rappresentazione della guerra (fango, pioggia, stanchezza, massacro) descritta con cattiva lucidità, alla profonda introspezione del condottiero nella nebbia...
Pur con un successo di critica e di pubblico incredibili, l'Enrico V vinse "solo" l'Oscar ai costumi ma non dimentichiamo che a Branagh spettò una doppia nomina allo stesso premio, sia come miglior attore che come miglior regista. Al suo primo film! :O
Da vedere? Sicuramente. Da rivedere ed ammirare? Senza alcun dubbio! :D


martedì 15 ottobre 2019

La banda Baader Meinhof


Titolo originale: Der Baader Meinhof Komplex
Nazione: GER
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 149'
Regia: Uli Edel
Cast: Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Johanna Wokalek

Trama:
Negli anni Settanta Ulrike Meinhof, giornalista borghese e progressista, si unisce al gruppo armato guidato da Andreas Baader per protestare contro la guerra in Vietnam e l'imperialismo, sostenuto dalle istituzioni tedesche nelle quali ancora agiscono uomini dal passato nazista. L'uomo che più li comprese fu anche il loro più irriducibile cacciatore: Horst Herald il capo delle forze di polizia, che...

Commenti e recensione:
È stato definito dalla critica "un lavoro imperfetto" ma La banda Baader Meinhof è un film di grande complessità. Riesce a tenere un buon ritmo per tutta la sua lunga durata (quasi due ore e mezza), coinvolge nel modo giusto e fa riflettere sul rapporto tra i personaggi in scena ed il contesto storico di riferimento. Concitato e profondo, nonostante qualche ridondanza, il film ha dalla sua, oltre ad una colonna sonora notevole e scene d’azione da cardiopalma, una confezione davvero accurata. Il cast stellare teutonico (e dintorni), in notevole forma, propone gli attori più sulla ribalta al momento, scelti e ritoccati così bene da somigliare veramente ai personaggi originali. In particolare meritano una menzione i due protagonisti, Moritz Bleibtreu, che interpreta il carismatico, folle Andreas Baader e, soprattutto, la grandissima Martina Gedeck (Ulrike Meinhof) in evidente stato di grazia.
Il film non vuole instillare morali e, pur nella sua complessità di cronistoria, spesso offre ricche introspezioni nelle ragioni, sogni e frustrazioni di una generazione. La ricostruzione storica, ma soprattutto l’attenzione alla ricostruzione delle azioni della banda, risuonano di un realismo oculato e mai palesemente di parte. Il regista la chiama Drammaturgia a pezzi, un racconto che non esalta gli eroi ma descrive le azioni, dei terroristi quanto dello Stato. Ci riesce anche evitando esaltazioni stilistiche, quali dolly o particolari movimenti di macchina, è infatti la macchina a mano a regnare sovrana, quella "camera-stylo" che trascrive il fatto, la cronaca, e fa rivivere allo spettatore la violenza di una manifestazione bagnata di sangue dalla polizia, una fuga ad un posto di blocco o la vita quotidiana della clandestinità.
La banda Baader Meinhof osa raccontare, col maggior rigore possibile, una storia in Germania scomoda ancora oggi, dopo tanti anni, ed è stato infatti accolto da mille polemiche. Perché in qualche modo, ne escono tutti male: dai membri della Raf, che sembrano quasi farneticanti e confusi ideologicamente, ai militari, al sistema giudiziario ed ai politici. L’unico che si salva è, forse, il superpoliziotto interpretato da Bruno Ganz, evidentemente troppo vecchio per fare il terrorista e, qui, perfettamente nella parte. Ne uscirebbe male anche l'ex DDR, per il suo coninvolgimento in tutti quei fatti, ma il suo ruolo non viene quasi mai accennato. Peccato.
Tuttavia, a parte queste omissioni, il film di Edel resta un’opera onesta che ha il merito di offrire una contestualizzazione storica alla formazione della Raf, mostrando, tra l’altro, come l’organizzazione armata godesse di un ampissimo strato di simpatizzanti, soprattutto tra i giovani. La banda, infatti, raggiunse picchi tali di popolarità che fecero tremare i vertici di tutte le polizie segrete occidentali perché, secondo le stime, un tedesco (dell'Ovest, ovviamente) su quattro sotto i 30 anni tifava per i terroristi! Certo, il fatto che al governo ci fosse il Cancelliere Kurt Kiesinger, che fino al 1945 era stato membro del partito nazista (dove rappresentava il collegamento tra il ministero della Propaganda e quello degli Esteri, mica cotiche) non aiutava per niente. Inoltre, molti giovani non avevano mai perdonato ai propri genitori di essere rimasti indifferenti, quando non addirittura di avere contribuito materialmente, all’ascesa di Hitler. E non dimentichiamo che i regimi di Salazar in Portogallo, Franco in Spagna ed i colonnelli in Grecia continuavano a mietere vittime e non c'erano certezze che il fenomeno non si estendesse nel resto dell'Europa. Che in tanti, nella Bundesrepublik Deutschland, fossero sensibili alle idee della Raf non deve proprio stupire ma, evidentemente, ancora oggi per tanti è difficile parlarne. Un applauso quindi a Uli Edel, il regista caparbio che ha osato addirittura "invadere" il campo che, fino ad allora, era tutto di proprietà della von Trotta!
Meritatamente candidato al premio Oscar come miglior film straniero, va visto con molta attenzione ed assolutamente mostrato (e spiegato!) alle nuove generazioni che, di quel periodo, o non sanno nulla o, ed è pure peggio, ne hanno un'idea totalmente imprecisa.

sabato 27 luglio 2019

Rollerball


Titolo originale: Rollerball
Nazione: USA
Anno: 1975
Genere: Fantascienza
Durata: 128'
Regia: Norman Jewison
Cast: James Caan, Maud Adams, John Houseman, John Beck, Moses Gunn, Pamela Hensley

Trama:
Nel mondo del futuro (2018!) lo sport più popolare è il violentissimo rollerball. In realtà è molto più di uno sport, è una forma di consenso, una maniera per controllare la popolazione. Campione per un decennio è stato Jonathan, ma i capi hanno deciso che ormai deve perdere e....

Commenti e recensione:
Caratterizzato da scene estremamente spettacolari, che per la prima volta hanno fatto guadagnare agli stuntman il diritto di apparire nei titoli di coda, Rollerball di Norman Jewison è l'archetipo dei film di fantascienza sociologica. È basato sull'ennesima rappresentazione di una società distopica, completamente pacificata ma anche dittatoriale, che usa uno sport violentissimo, il rollerball appunto, come unica valvola di sfogo delle pulsioni aggressive dei propri cittadini. Lo spunto, come sappiamo, era abusato già nel 1975 e, benché la trama offra una riflessione sempre valida ed un inedito finale positivo, non è per questo che il film è diventato un classico. Con il suo ritmo sincopato, calmo e riflessivo nel mondo quanto indiavolato nell'arena, Rollerball trascina gli spettatori in un’emozionante ed agghiacciante visione di un futuro in cui l’aggressività umana si scatena tutta su una pista estremamente violenta, senza esclusione di colpi. Il gioco in crescendo, in cui la posta è sempre più alta ed il rispetto per la vita umana sempre più basso, è spettacolare.
Alla sua uscita il pubblico si precipitò a vedere questa impressionante interpretazione del domani, lasciandosi appassionare dalla lotta del grande Jonathan e dalla più creativa e tecnologica visione del futuro dopo Kubrick. Il film ha un ritmo perfettamente bilanciato: europeo, quasi francese nei momenti di vita quotidiana (ricorda molto i tempi di Fahrenheit 451), mentre è molto americano nel giallo e nell'azione. D'altronde Jewison non è un regista qualsiasi ed ha al suo attivo capolavori come Jesus Christ Superstar, La Calda Notte dell'Ispettore Tibbs, Il violinista sul tetto, solo per citarni alcuni.
Mentre il grosso dei critici è rimasto impressionato dalla visione che il regista dà di un destino controllato dalla corporazione e della sua manipolazione dell’aggressività umana, altri invece hanno accusato la pellicola di aver oltrepassato la sottile linea che divide la retorica anti-violenza dal tipo di pericoloso divertimento che dice di condannare. Secondo Jewison, invece, non c’è neppure una scena gratuita, anzi ha ribadito che "è impossibile parlare di violenza senza mostrarla". Ed invero, il Rollerball che ne è venuto fuori è un film singolare e stimolante, abilmente congegnato, esaltato dall’avvincente regia, la brillante sceneggiatura e la straordinaria interpretazione di James Caan. Già, una nota a parte merita la merita infatti l’interprete principale, che si dimostra eccezionalmente capace di dare uno spessore ed un’umanità combattuta al protagonista, rendendo Jonathan un puro "eroe greco" che va avanti, contro il destino e gli dei, e ne paga tutte le conseguenze.
A rendere grande Rolleball è stato anche l'uso sapiente delle scenografie e delle location. La sede della corporazione, ad esempio, era nel quartier generale della BMW di Monaco, allora inaugurato da pochissimo; sempre a Monaco, nell'Audi Dome, furono invece realizzate le riprese delle azioni di gioco. Quella visione del futuro tutta "design anni '70", che era così avanti, da catalogo di una Expo mondiale nel suo mix di interni arancioni ed esterni da avanguardia architettonica, di mantelli da donna ed abiti attillati con la zip per gli uomini, riesce a far futuro ancora oggi. Un futuro forse vintage ma che conserva il suo fascino asettico e distante, anche se immaginato più di quarant'anni fa ed il 2018, anno in cui si svolge la storia, è già passato.
Questo è un film ingiustamente sottovalutato, o meglio, non valutato quanto meriterebbe ma, anche senza tutto il resto (che, come ho già scritto, è tantissimo!), è un SuperCult già solo per aver inventato il gioco del rollerball. Ormai è entrato nell'immaginario collettivo ed ha influenzato generazioni di registi e creativi vari. Hunger games, il recente Alita l'angelo della battaglia ma anche Colpo Secco con Paul Newman e, per molti versi, Il gladiatore di Scott non esisterebbero se Jewison non ci avesse donato questo capolavoro. Il mondo del fumetto, poi, si è approrpiato del soggetto in mille modi (penso, ad esempio, a Nathan Never) e non dimentichiamoci che, senza Rollerball, non avremmo avuto uno dei più bei giochi per Amiga di sempre! ^_^
Questo film enorme, assolutamente imperdibile per chi ama le distopie futuristiche e non disdegna una buona dose di violenza, con un finale ogni volta da brividi (e che si può leggere in molti modi) non è solo "da vedere", come consiglio spesso, ma da rivedere e, soprattutto, studiare con estrema attenzione, perché quel futuro passato è, per tanti versi, molto presente.
In una scala da 0 a 2001 - Odissea nello spazio, dove lo posiziono? Sicuramente sul podio! :D

venerdì 12 luglio 2019

Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia


Titolo originale: Joyeux Noël
Nazione: FRA, GER, BLG, UK
Anno: 2005
Genere: Drammatico, Commedia, Guerra
Durata: 115'
Regia: Christian Carion
Cast: Diane Kruger, Benno Fürmann, Guillaume Canet, Gary Lewis, Dany Boon

Trama:
Sul fronte della I Guerra Mondiale, nella notte di Natale del '14, i soldati accampati dietro le trincee francesi, scozzesi e tedesche, improvvisamente decidono di deporre le armi e di scambiarsi auguri, sigarette e calorose strette di mano. Questo avvenimento sconvolgerà le vite dei protagonisti e...

Commenti e recensione:
Christian Carion, già regista del delizioso Una rondine fa primavera, scrive e dirige Joyeux Noël, una pellicola ispirata ad una storia vera che oggi ci appare tanto magica quanto vergognosa. La vigilia di Natale del 1914, un gruppo di soldati prussiani, francesi e scozzesi impegnati a combattere in Francia, improvvisarono una tregua natalizia e trascorsero la Notte Santa scambiandosi le razioni alimentari e bevendo insieme e, il giorno dopo, giocando anche a calcio. A Santo Stefano ripresero i loro ruoli consueti. I rispettivi comandi non presero affatto bene questo atto di pacifismo ed adottarono misure draconiane nei confronti dei loro sottoposti, perché "la guerra non può perdonare la disobbedienza". Questo episodio è stato rinnegato dai vari eserciti fino agli anni '70 (perché i generali, si sa, vivono a lungo) e, ancora oggi, il film è stato fortemente criticato da molti esponenti militari.
Pur con i dovuti distinguo, è impossibile non vedere in Joyeux Noël ben più che un omaggio al magnifico Orizzondi di gloria di Kubrick. Però Carion non è Kubrick e riesce a far passare il suo messaggio, pur forte e profondo, con il garbo e la delicata ironia che lo contraddistinguono, creando un film carico di commovente umanità e pacifismo che colpisce per la sua universalità e fa riflettere, ancora una volta, sull'assurdità del conflitto armato.
Ottimo il cast che annovera, tra gli altri, Diane Kruger, Benno Furmann e Daniel Bruhl per i tedeschi, Guillaume Canet e Michel Serrault per i francesi e Gary Lewis, quello di Billy Elliot, per la Scozia. È il bel risultato di una coproduzione europea ben riuscita, sottolinata anche dall'uso delle diverse lingue parlate in scena. Per qualche misterioso motivo il nostro doppiaggio, per il resto molto buono, ha cancellato queste differenze e tutti parlano in un unico idioma creando scene surreali e paradossali, con soldati di fazioni opposte che si domandano vicendevolmente se qualcuno capisce la loro lingua... tutti in italiano! Forse la distribuzione temeva che non sapessimo leggere i sottotitoli. Mah.
Presentato al Festival di Cannes ed in lista per gli Oscar, Joyeux Noël ha sbancato nei botteghini d'oltralpe ed è stato meritatamente premiato un po' ovunque ma, come spesso accade, qui in Italia è comparso nei cinema come una meteora ed in TV, se non sbaglio, ha avuto un solo passaggio. Menomale che ci siamo noi a cercare di mantenere vive queste piccole perle della settima arte.
Da vedere? Senza alcun dubbio! :D

martedì 9 luglio 2019

Una pallottola spuntata 33¾ - L'insulto finale


Titolo originale: Naked Gun 33 1/3: The Final Insult
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Comico
Durata: 90'
Regia: Peter Segal
Cast: Leslie Nielsen, George Kennedy, Priscilla Presley, O.J. Simpson, Fred Ward, Kathleen Freeman

Trama:
Il tenente Drebin, ritiratosi dopo le nozze con la sua Jane, è richiamato in servizio quando un terrorista progetta di mettere una bomba alla serata degli Oscar. Infiltratosi nel carcere di Statesville, si guadagna la fiducia del terrorista dinamitardo e...

Commenti e recensione:
Tutto ha una fine e, nel 1994, venne il turno della mitica saga comica partorita dal trio ZAZ. Unico film della trilogia a non vedere dietro la macchina da presa il creatore David Zucker, rimpiazzato dall'esordiente su grande schermo Peter Segal, Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale continua sull'irrefrenabile scia parodistica dei precedessori, con altri classici del cinema ad essere presi di mira. Già dal rocambolesco prologo, chiara parodia della scena cult de Gli intoccabili (omaggio a sua volta all'iconica sequenza della scalinata di Odessa de La Corazzata Potemkin) ci troviamo catapultati in una rivisitazione comica di titoli intramontabili come Thelma & Louise, Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà e Guardia del corpo. Se c'è, forse, qualche sbavatura, è interamente nascosta dalla prova del cast, ormai perfettamente affiatato ed abituato al ritmo sempre-a-rotta-di-collo.
Gioiello nel gioiello, un'intera esilarante mezz'ora finale, vera e propria apoteosi della risata, con tanto di nomination e film candidati alle statuette nuovi di zecca modulati ancora una volta su altri capisaldi moderni e non della Settima Arte, chiude nel migliore dei modi il percorso di una saga entrata a pieno titolo nella storia di genere.
Raramente il terzo film di una serie riesce a reggere il paragone con i precedenti ma questo concede a Frank Derbin un commiato davvero riuscito. Da gustare, assolutamente senza pensare! :D

giovedì 14 giugno 2018

Alexandr Nevsky


Titolo originale: Alexandr Nevsky (Алекса́ндр Не́вский)
Nazione: URSS
Anno: 1938
Genere: Storico
Durata: 151'
Regia: Sergej M. Ejzenstejn
Cast: Cast: Nikolay Cherkasov, Nicolaj Ochlopkov, Andrei Abrikosov, Aleksandr Abrikosov

Trama:
La Russia, dopo aver respinto un'offensiva svedese, è stretta nella morsa dei Mongoli a sud-est e dall'esercito Teutone-Livone che avanza dall'ovest. Le città più importanti cominciano a cadere; prima tra tutte Pskov ed anche la capitale Novgorod rischia la stessa fine. Il popolo decide di affidare il comando dell'esercito al Principe Aleksandr Nevskij, che ben si era distinto sul Neva durante la guerra contro gli svedesi e che, nel frattempo, si era ritirato a vita privata sul lago Plestceevo ma l'aristocrazia è contraria a questa decisione e...

Commenti e recensione:
Film patriottico su ordinazione, d'accordo, ma propaganda da leccarsi le dita! Ciò che importa è che la maestria di Ejnzenstejn, dopo il suo tour di formazione in America, cambia radicalmente registro rispetto alle sue opere precedenti: non più "la massa" di Sciopero o de La corazzata Potëmkin ma "un eroe". Di ritorno in patria, su ordine diretto di Stalin, Ejzenstejn fatica a trovare un suo spazio nella produzione statale, che ha abbandonato la spinta rivoluzionaria e sperimentatrice voluta da Lenin a favore di un realismo socialista che esalti le gesta di contadini e operai. Un’esaltazione che deve però, appunto, abbandonare la massa a favore del singolo, dell’uomo forte, unico possibile argine all’avanzata del fascismo europeo. Via quindi alla propaganda nazionalistica al posto dell'ideologia marxiana: eroe nazionale popolare, attori professionisti, sceneggiatura lineare. E poi la battaglia! Solo per questa (37 minuti) Ejzenstejn s'impegna nelle sue ricerche plastiche e crea geniali ed originali soluzioni di linguaggio audiovisive. Se Mel Gibson ha poutuo girare Braveheart, o Scott Il gladiatore, lo devono solamente grazie all'Aleksandr Nevskij. Guardando le scene di battaglia, le inquadrature, le espressioni, non si può non ammirare come Ejzenstejn abbia fatto scuola insegnando a tutti come si realizza una battaglia in un film, quali inquadrature usare per esaltare al massimo la tensione e come evidenziare le emozioni dei soldati che si preparano a difendere la loro patria. Tutte cose che oggi ci appaiono scontate ma che, nel '38, certamente non lo erano.
E poi: il sonoro. Nonostante arrivi in piena epoca sonora, e faccia della parola la maggiore arma di propaganda, l'Aleksandr Nevskij è edificato come se si trattasse di un film muto. Lo dimostrano in particolare le sequenze di dialogo: i primi piani dei personaggi a cui sono affidate battute sono sempre intervallati facendo ricorso ad un montaggio dialettico. I dialoghi, d’altro canto, sono tutti ripresi in primo piano, mentre per le sequenze che devono trasmettere allo spettatore la dimensione storica (ed epica!) della vicenda narrata, la scelta si sposta in direzione di totali, campi lunghi e a volte lunghissimi. Ogni singolo personaggio occupa il quadro in un modo preciso, atto a restituire al pubblico il valore morale ed il “campo” in cui il personaggio inquadrato combatterà.
Ma il vero anello di congiunzione tra questo film e l’epoca del muto – cui Ejzenstejn diede un contributo che, per quanto riguarda lo sviluppo della grammatica cinematografica, non ha molti pari nella storia del cinema – è nell’utilizzo della strepitosa colonna sonora, firmata da Sergej Prokofev. L’enfasi della composizione di Prokofiev accompagna, con metrica di rara precisione, la progressione narrativa, ma prima ancora emotiva, di tutta la pellicola. Il commento musicale che sovrasta le truci immagini della repressione della popolazione di Pskov da parte dell’armata germanica devasta e raggela anche a distanza di quasi un secolo. Per queste sue qualità fu definito un "oratorio plastico" e paragonato, da Moravia, alle opere religioso-nazionali di Verdi. Al film vennero tributate accoglienze trionfali, grande successo di pubblico, pioggia di onori e Stalin che disse: "Sergej Michailovic, dopo tutto, sei un buon bolscevico", probabilmente salvandogli la vita. Può essere ma, con gli occhi di oggi, questo film è soprattutto il capolavoro di un gigante e della sua eccezionale capacità di sperimentare e scoprire nuovi linguaggi, tutti destinati a diventare di indiscutibile riferimento per la settima arte!
Da rivedere o (se si è stati così sfortunati da essersi lasciati traviare dai superficiali commenti di Fantozzi >_<) da scoprire assolutamente! :D

E per chi volesse "farsi una cultura", anche di questo film (ma non diventi un'abitudine ^_^) vi propongo la meravigliosa colonna sonora! ;)










Incredibile, oggi abbiamo superato i
sei milioni di visualizzazioni

NON POTRÒ MAI RINGRAZIARVI ABBASTANZA!!!
 


venerdì 5 gennaio 2018

Tora! Tora! Tora!




Titolo originale: Tora! Tora! Tora! (トラ・トラ・トラ)
Nazione: USA-JAP
Anno: 1970
Genere: Guerra, Storico
Durata: 140'
Regia: Richard Fleischer, Toshio Masuda, Kinji Fukasaku
Cast: Martin Balsam, Soh Yamamura, Joseph Cotten, Tatsuya Mihashi, E.G. Marshall, James Whitmore, Takahiro Tamura

Trama:
L'Impero giapponese, a seguito dell'allenza con le potenze dell'Asse, è intenzionato ad allargare la propria sfera d'influenza verso il Sud Est asiatico. Il principale ostacolo all'espansione nipponica è rappresentato dagli Stati Uniti, ostili al Giappone dai tempi dell'invasione della Manciuria nel 1937. In vista di un inevitabile conflitto, l'alto comando giapponese stabilisce così un piano d'attacco a sorpresa di Pearl Harbour, situato nelle Hawaii, dove è concentrata la maggior parte delle forze navali statunitensi. Il segnale dell'attacco sarà Tora! Tora! Tora!

Commenti e recensione:
Tora! Tora! Tora! è, a tutti gli effetti, due film fusi insieme: due cast totalmente diversi hanno realizzato le scene che vedono da una parte protagonisti i giapponesi, dall'altra gli americani. Questa diversificazione non si è limitata alla ripresa delle scene ma persino alla realizzazione della sceneggiatura che, anche se non accreditato nei titoli, per le scene giapponesi si deve ad un certo Akira Kurosawa. Nel 1970 il regista giapponese era già quel mostro sacro tutt'oggi riconosciuto e avrebbe anche dovuto dirigere quanto da lui scritto. In effetti cominciò a realizzare le riprese ma con la sua maniacale attenzione a tutti i particolari irritò terribilmente i produttori americani del film, preoccupati del fatto di non poter rispettare costi e tempi di realizzazione. Dopo 20 giorni di lavoro Kurosawa venne letteralmente licenziato (anche se ufficialmente si è sempre parlato di dimissioni per motivi di salute) e quel poco che ha realizzato non compare nemmeno nel film. Il rischio, in una produzione di questo tipo, era quello di un evidente scollamento tra le scene che vedevano coinvolti i due diversi cast. Questo non è accaduto solo grazie ad un lavoro di montaggio che ha dello spettacolare! Il montaggio generale del film, comprese le scene giapponesi, è frutto delle scelte del regista americano Richard Fleischer che può quindi essere accreditato del principale lavoro di regia. Cosa curiosa: nella versione del film distribuita in Giappone, Toshio Masuda e Kinji Fukasaku compaiono come i registi principali e Fleischer viene presentato solo come co-regista: quando le esigenze commerciali superano quelle artistiche! (cioè quasi sempre) XD
Ma perché sforzarsi tanto a realizzare un film in questo modo? Non bastava fare una bella storia, magari con una sottotrama d'amore (come poi è successo con il discutibile blockbuster Pearl Harbor di Michael Bay) per far cassa? Non in quegli anni, mentre i veri protagonisti erano ancora vivi (fra cui lo stesso colonnello Genda, che prese parte alle riprese in qualità di consigliere tecnico) e la scena mondiale era cambiata. Serviva qualcosa che rompesse con lo stereotipo del giapponese cattivo (che nel frattempo era diventato un alletato indispensabile, ad esempio nella guerra di Corea) e che provasse a presentare un quadro obiettivo di entrambe le parti e, oserei dire soprattutto, mostrare all'occidente le motivazioni delle scelte politiche e le diverse tendenze nel governo nipponico. La documentazione di base fu ricavata da un libro di Gordon Prange, docente di storia all'Università del Maryland ed ex membro dello Stato Maggiore del generale MacArthur e completata dalle testimonianze dei superstiti. Questo rende Tora! Tora! Tora! più un docufilm che un semplice film di guerra.
La lunghezza di Tora! Tora! Tora!, risultato della puntigliosa ricerca effettuata per la sua realizzazione, rende forse la prima parte un tantino lenta ma è indispensabile per poter inquadrare alla perfezione la reale situazione dei fatti. Col senno di poi, sembra veramente incredibile che, da parte americana, siano stati ignorati gli evidenti elementi che indicavano come imminente un attacco da parte giapponese.
Tornando al film, bisogna fare un plauso a chi, con sagacia, ha scelto il cast degli attori. Pur trattandosi di espertissimi caratteristi (ritroviamo anche quel Joseph Cotten appena visto in Latitudine Zero), nessuno all'epoca era particolarmente noto e ciò contribuisce ancora una volta a dare credibilità a quanto si sta guardando. Nulla da eccepire sulla recitazione, la scuola americana è un'enorme fucina di talenti e anche attori, per così dire, di secondo piano sono sempre all'altezza della situazione, a volte più di tante affermate stelle di Hollywood.
Spettacolari, per l'epoca, gli effetti speciali! Non vi era ovviamente nessun tipo di aiuto digitale e tutte le esplosioni ed incidenti sono reali; più volte si è sfiorata la tragedia.
Malgrado non si tratti di un film recente, è ancora perfettamente in grado di appassionare ed entusiasmare, non solo gli amanti di film storici e bellici ma anche chi desidera trascorrere un paio d'ore di puro intrattenimento! :D


Del tutto inatteso, oggi abbiamo doppiato la boa dei
cinque milioni di visualizzazioni.
Mi sembra ancora incredibile!
 
GRAZIE A TUTTI VOI!!!


venerdì 24 novembre 2017

Azumi 2


Titolo originale: Azumi 2: Death or Love (あずみ 2: Tsū Desu oa Rabu)
Nazione: JAP
Anno: 2005
Genere: Azione, Chambara
Durata: 108'
Regia: Shusuke Kaneko
Cast: Aya Ueto , Yuma Ishigaki , Chiaki Kuriyama , Shun Oguri , Kenichi Endo , Kai Shishido

Trama:
Dopo la morte dello zio e di quasi tutta la squadra di killer da lui creata, Azumi, l'assassina, deve completare la missione che le era stata affidata: uccidere l'ultimo generale che continua ad essere a favore della guerra. Durante la sua missione verrà aiutata da guerrieri che la affiancheranno nella lotta e...

Commenti e recensione:
Il primo Azumi del 2003 era stato girato, e bene, dal mestierante Ryuhei Kitamura ed aveva una buona storia ed una discreta messa in scena. Questo sequel, ma chiamiamolo più correttamente "seconda parte"!, è diretto invece da Shusuke Kaneko, regista attivo nei film di "mostri" alla Godzilla sin dai primissimi '80 e che si è fatto davvero notare con i due capitoli live action di Death Note.
Visto il successo del primo film, Kaneko deve impegnarsi molto per non far sfigurare il suo Azumi 2 e lo fa mettendo in scena il secondo capitolo delle avventure della "ragazzina più letale dello schermo" in modo davvero pulito e ben riuscito, con una buona prova degli attori (tra i quali spicca la bellissima, brava e inquietante Chiaki Kuriyama che tutti ricordano come la Gogo di Kill Bill) e l'ottimo livello sia della fotografia che delle scene action. Alla sceneggiatura si aggiunge un nome forse poco noto qui in Italia ma di primissimo livello nel mondo Manga: Yoshiaki Kawajiri! Anche se, per merito suo, alcuni personaggi sembrano, ai nostri occhi occidentali, usciti da un raduno cosplay, non lasciatevi ingannare e calatevi nel giusto spirito Anime che questo film richiede.
Rispetto alla prima parte, i combattimenti sono davvero coreografati meglio e, secondo i maligni, la dolcissima Aya Ueto "questa volta da prova di saper anche recitare". È un commento che non approvo ma, effettivamente, in questa pellicola è davvero più brava. I dialoghi forse non sono tutti perfetti ma comunque ben curati, mentre combattimenti mozzafiato e sangue a gogò condiscono un piatto già abbastanza saporito e che si gusta fino in fondo, con piacere e senza mai annoiarsi. Cigliegina sulla torta: il finale è davvero bello e ricco di splatter. Un ottimo Chambra anche questo e, per chi se lo fosse perso, assolutamente da vedere! :D

venerdì 17 novembre 2017

Azumi


Titolo originale: Azumi (あずみ)
Nazione: JAP
Anno: 2003
Genere: Azione, Chambara
Durata: 128'
Regia: Ryûhei Kitamura
Cast: Aya Ueto, Shun Oguri, Yuma Ishigaki, Hiroki Narimiya, Kenji Kohashi

Trama:
Dopo la battaglia di Sekigahara, un samurai viene ingaggiato dallo shogun di Tokugawa per allevare un gruppo di ragazzini e farli diventare dei provetti assassini, capaci di uccidere gli alleati di Toyotomi e prevenire un'altra guerra civile. Raccolti dieci giovani orfani, si ritira in montagna dove comincia il loro addestramento, che si protrae per dieci, lunghi anni. Al termine di tale periodo i cinque sopravvissuti sono diventati letali ma, già dopo il primo omicidio, si trovano braccati da sicari intenzionati a prendere le loro teste e...

Commenti e recensione:
Ryuhei Kitamura non è un regista eccezionale ma ha dalla sua una buona tecnica ed un buon senso del ritmo e riesce a mette in scena una trama semplice ma dotata di una bella dose di vendetta e sangue. Un film che parte subito benissimo, trasportando lo spettatore in un mondo dominato dalla guerra, dall'odio e dalla ferocia. L'ultima prova che i prescelti devono affrontare, a pochi minuti dall'inizio, è già di per sé una bella idea ed è messa in scena in modo assolutamente glaciale e non banale.
Spesso i passaggi cross media hanno esiti abbastanza infelici. Si pensi al rapporto controverso tra videogiochi e cinema: se si dovessero citare le pellicole riuscite di questo genere ci si limiterebbe a pochissime unità. Con i fumetti i risultati sono forse mediamente migliori ma ci vorrebbe coraggio ad affermare che i film ispirati a manga meritino tutti indistintamente una visione, dato che spesso si è costretti ad assistere a produzioni la cui qualità si può definire quantomeno dubbia.
Kitamiyura, invece, gira come se fosse in un cartoon: zoom sbilenchi, carrellate laterali velocissime e tantissimo ritmo per un film che non annoia, anzi!, e che rende partecipe anche grazie ad una buona sceneggiatura (ripresa pari pari dall'omonimo manga seinen di Yū Koyama) ed alla discreta prova degli attori. Anche la fotografia, la colonna sonora ed il montaggio sono di livello, facendo sì che la pellicola resti sempre sopra la media di produzioni analoghe. Insomma, nel complesso un film leggero ma messo in scena con perizia e senza pretenziosità varie e che si fa ampiamente perdonare qualche manchevolezza in nome di uno spettacolo rilassante e senza troppi pensieri, ben girato e una volta tanto interpretato in maniera accettabilissima. Davvero un ottimo chambra! :D

venerdì 18 novembre 2016

Il prefetto di ferro


Titolo originale: Il prefetto di ferro
Nazione: Italia
Anno: 1977
Genere: Drammatico, Storico, Azione, Western
Durata: 110'
Regia: Pasquale Squitieri
Cast: Giuliano Gemma, Claudia Cardinale, Francisco Rabal, Stefano Satta Flores, Enzo Fiermonte

Trama:
Cesare Mori, già noto per la sua inflessibilità nel tutelare lo Stato e la Legge, viene mandato a Palermo verso la fine degli anni '20 quale Prefetto e con eccezionali poteri. Quando una famiglia intera viene sterminata per atterrirlo, reagisce affrontando personalmente e uccidendo il boss Antonio Capecelatro. Raccolti numerosi indizi, ma impossibilitato ad agire legalmente per la mancanza di prove o di testimonianze, il Prefetto decide di spaventare i mafiosi e nello stesso tempo di ridare al popolo fiducia nello Stato ma...

Commenti:
Tratto dall’omonimo romanzo di Arrigo Petacco e sceneggiato dallo stesso Petacco in collaborazione con il regista Squitieri sulla base di un soggetto cui ha collaborato anche Ugo Pirro, “Il prefetto di ferro” è totalmente incentrato sulla figura del prefetto Cesare Mori (ottimamente interpretato da un intenso Giuliano Gemma in stato di grazia). Figura difficilissima da gestire, soprattutto alla fine dei '70, in pieni "anni di piombo". Squitieri subì il duplice ostracismo della sinistra, che lo ha accusato di fare apologia del fascismo, e della destra, per opposti motivi. Erano anni così. Eppure sia il personaggio, tutt'altro che senza macchia, che il film hanno uno spessore che merita di essere ristudiato. Il fuoco si combatte col fuoco o con la legge? Difficile rispondere, sia allora che oggi. Difficile farlo, soprattutto, in balia delle etichette politiche, sempre pronte ad appiccicarsi inesorablimente! È proprio per questo che Squitieri scelse un'impostazione da puro film western per raccontare una storia "senza tempo" che è diventata, soprattutto all'estero, un vero cult. Adattissime quindi le musiche di Ennio Morricone, sempre magistrali e incisive, e il famoso tema principale “La ballata del prefetto Mori” (musicata da Morricone con testo di Ignazio Buttitta) e interpretata da Rosa Balistreri, una delle voci popolari siciliane più affascinanti. Alla fine possiamo tranquillamente affermare che con questa sua opera Pasquale Squitieri si conferma uno dei registi più sottovalutati del panorama italiano. Guai a perdersela. :D

venerdì 1 luglio 2016

L'ultimo inquisitore


Titolo originale: Goya's Ghosts
Nazione: Spagna
Anno: 2006
Genere: Drammatico, Storico
Durata: 117'
Regia: Milos Forman
Cast: Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgård, Randy Quaid, Michael Lonsdale

Trama:
Attraverso gli occhi del grande pittore spagnolo Francisco Goya gli ultimi anni dell'Inquisizione Spagnola e l'invasione del paese da parte delle truppe napoleoniche fino alla restaurazione della monarchia spagnola. Anche la musa ispiratrice del pittore, Ines, viene accusata di eresia e rinchiusa in prigione dove incontrerà fratello Lorenzo che abuserà della sua ingenuità per sfruttare il proprio potere ecclesiale.

Commenti:
L’opera di Milos Forman, già autore di Amadeus, Man on the moon e Qualcuno volò sul nido del cuculo, si presenta quasi come un documentario storico sul periodo dell’Inquisizione Spagnola, che ebbe origine nel XV secolo e che fu abolita definitivamente nel 1834. Tuttavia Forman non ha mai avuto l’intenzione di girare un film storico quanto piuttosto di ritrarre, con il linguaggio cinematografico, quei mostri rappresentati nelle Pinturas Negras e che si nascondono tanto all'ombra dei regimi, quanto negli oscuri anfratti della democrazia.
Malgrado ciò, tanto per cambiare, il titolo originale è stato per l'ennesima volta sotrpiato dalla distribuzione italiana, spostando l'attenzione dello spettatore sul personaggio sbagliato! Guardare il film con quest'ottica significa ridurlo ad un semplice, anche se spettacolare ed elegantissimo, docudrammone/feuilleton e sarebbe un grave errore. Questo spiega tra l'altro il preché di un successo di critica nell'insieme abbastanza tiepido: in molti non hanno assolutamente capito cosa stavano guardando.
Il protagonista è e rimane Goya, l'artista che "vede" quanto lo circonda ma che, in realtà, non ha assolutamente i mezzi per modificare nulla. Può criticare, sbeffeggiare addirittura, ma alla fine, proprio come Salieri che era solo un "orecchio", lui è un occhio privo per definizione di capacità manipolative. Dopotutto non "vede" nemmeno chiaramente la realtà ma ne percepisce solo i suoi fantasmi: Goya's Ghosts. E allora i protagonisti diventano proprio loro: i fantasmi che Goya vede attraverso le cose e non le cose stesse. Forman non è nuovo a simili artifizi, anzi tutta la sua produzione ne è piena e non riesco ancora a capacitarmi della superficialità dei tanti "critici" che non se ne sono accorti. Ripensando ai titoli di testa di "Man on the Moon", dove Kaufmann spiega chiaramente di essere l'autore del film e trasforma con quella semplice frase tutto lo spettacolo da semplice biografia descrittiva ad opera artistica dello stesso personaggio, qui la chiave è addirittura nel titolo. Cos'altro vi serviva? >_<
Detto questo, è vero che questo film è un tale miele per gli occhi (con non pochi pugni nello stomaco, a essere sinceri, ma giustificati dal contesto) che può essere necessaria più di una visione per distrarsi dall'approccio puramente estetico per coglierne i veri messaggi. Un po' come il turista che, pur sapendo che ancora di più è nascosto dietro la semplice bellezza delle architetture, a Venezia "spreca" sempre il primo giorno semplicemente girando col naso all'insù. Tecnicamente si tratta di un capolavoro, prevedibile visto lo spessore e la maestria dell'autore, con una fotografia da antologia e delle interpretazioni magistrali ma la vera stella è indubbiamente, ancora una volta!, una grandissima Natalie Portman. In un film in cui tutti hanno almeno due facce lei ha addirittura due ruoli, entrambi difficili e complessissimi. Se anche il film fosse una cavolata (e non lo è, credetemi), meriterebbe comunque di essere visto e rivisto solo per la sua prestazione: fantastica! :D

martedì 9 giugno 2015

Master & Commander - Sfida ai confini del mare


Titolo originale: Master & Commander: The Far Side of the World
Nazione: USA
Anno: 2003
Genere: Avventura
Durata: 140'
Regia: Peter Weir
Cast: Russell Crowe, Paul Bettany, James D'Arcy, Bill Boyd, Edward Woodall

audio/video: 10

Trama:
Costa del Brasile, 1805: a migliaia di leghe lontano dall'Europa, infuria un'epica battaglia che può cambiare le sorti della guerra di Napoleone alla conquista dell'Inghilterra. La Surprise, vascello della Royal Navy guidato dal Capitano Jack "Lucky" Aubrey, e la Acheron, nave francese di stazza e potenza di fuoco estremamente superiori, si sfuggono e si inseguono, a viso aperto o col favore della nebbia, si scambiano di ruolo da preda a predatore. A bordo della Surprise, la patriottica devozione di Aubrey si scontra con l'etica scientifica del suo amico e medico di bordo Maturin, ma sapranno trovare una nell'altra la chiave per il successo dei propri scopi.

Commenti:
Mettete una montagna di soldi in mano ad ognuno dei registi di Hollywood e state certi che, dopo averla resa poco più che una collinetta per onorare i cachet dei maggiori divi del momento, nove su dieci faranno un film mediocre, che farà storcere il naso ai critici, che avrà il sapore del "già visto", eccetera. Peter Weir è il decimo tra questi registi. La sua montagna d'oro si trasforma nel sontuoso Master & Commander, un film compatto come un megalite. Sebbene realizzato interamente a mollo nell'Oceano, M&C non fa acqua da nessuna parte e non sono necessari grandi giri di parole per spiegarne la grandiosità: gli attori sono eccellenti, la regia è essenziale e di stile. Neanche sto a parlare di tutta la serie di meravigliosi elementi scenografici: dalle navi ai costumi passando per le isole Galapagos, mai viste al cinema, che lasciano intontiti per la loro bellezza; la fotografia riesce a virare con piacevole disinvoltura da una prima parte grigia e nebbiosa ad una seconda soleggiata e splendente, con nel mezzo una tempesta da cineteca dei sogni.
Con questo film, che sa di Ben Hur più che di Titanic, diamo un caloroso bentornato al Kolossal con la K maiuscola! :O

lunedì 19 gennaio 2015

Anna and the King


Titolo originale: Anna and the King
Nazione: USA
Anno: 1999
Genere: Drammatico, Storico
Durata: 148'
Regia: Andy Tennant
Cast: Jodie Foster, Chow Yun-Fat, Bai Ling, Anne Firbank, Tom Felton

audio/video: 10

Trama:
Nel 1862 Anna Leonowens, insegnante inglese da poco vedova, arriva nel Siam insieme al figlio adolescente. A Bangkok ha accettato di fare da precettrice ai 58 figli di re Mongkut, alla moglie ufficiale, alle concubine. Anna sa ben poco del sovrano siamese tranne che il suo popolo lo venera come un dio. Essere ammessi alla sua presenza e rivolgergli la parola sono azioni sottoposte ad una ritualità rigida e immutabile. Convinta dell'arretratezza di quel modo barbaro di vivere, Anna vuole mettere in campo la propria superiorità, fino a quando non si rende conto che anche il re la ricambia con le stesse sensazioni...

Commenti
Girato in Malesia (il governo tailandese non ha concesso alla produzione di girare entro i confini) il film è tratto da una storia vera ed è stato fatto con dovizia di particolari. Straordinarie le ricostruzioni degli ambienti come il palazzo reale di Bangkok grazie alla scenografa premio Oscar Luciana Arrighi, ma fantastici anche i costumi creati dalla costumista, anch'essa premio Oscar, Jenny Beavan. Un film costruito sulle parole e sulle immagini, oltre che sull'interpretazione dei due protagonisti. Che probabilmente forgiano l'anima dell'opera nel suo complesso. Non sarà privo di difetti (alcuni evidenziano un'eccessiva durata), ma la sua integrità merita di essere riconosciuta e premiata. :D

lunedì 20 ottobre 2014

Riccardo III


Titolo originale: Richard III
Nazione: UK
Anno: 1955
Genere: Storico, Drammatico
Durata: 161'
Regia: Laurence Olivier
Cast: Laurence Olivier, Ethan Hawke, Claire Bloom, Stanley Baker, Ralph Richardson, John Gielgud
audio/video: 10

Trama:
Deforme di corpo e feroce d'animo, Riccardo di Gloucester dà la scalata al trono del fratello Edoardo IV con intrighi, omicidi, falsi processi. Diventa re, ma rimane solo...

Commenti
Come ci ricorda Al Pacino in "Riccardo III – Un uomo, un re", se questa è l’opera più rappresentata di Shakespeare, battendo chessò l’Amleto e l’Otello, una ragione ci deve pur essere. Ebbene come poteva Laurence Olivier, l’attore shakespeariano per eccellenza esimersi dal portarlo sul grande schermo? Non solo come attore ma anche in veste di regista, sceneggiatore e produttore. Questo e’ uno di quei film che si commentano da soli, essendo del 1955, da quasi 60 anni è un riferimento assoluto per impostazione ed interpretazione, imprescindibile restando nel connubio cinema e Shakespeare. Anche Olivier si commenta da solo: perfetto, che altro aggiungere. Naturalmente serve goderselo anche in lingua originale per quanto l’edizione italiana non sfiguri poi troppo con Gino Cervi al doppiaggio.
Olivier sfronda il testo con vigorosa disinvoltura, sbalordisce come attore, persuade e rischia come regista con una messinscena di taglio espressionista. Da non dimenticare i grandi Sir Gielgud, Richardson, Hardwicke gli fanno corona ma soprattutto Claire Bloom, una Anna sensazionale che solo una giovane attrice straordinariamente dotata poteva interpretare con tanta rabbia, forza e convinzione.


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Cari amici,
sembra incredibile ma, malgrado i ritardi che mi hanno caratterizzato ultimamente, ecco finalmente il tanto atteso 500° rip! Approfitto dell'occasione per festeggiare anche il superamento dei 2 milioni di visite che, scioccamente, ho lasciato passare inosservato. GRAZIEGRAZIEGRAZIE!!! :D
Siccome siete davvero in tanti, troppi per citarvi uno ad uno (ma lo faccio nella mia mente!), lo dedico con grandissimo affetto a tutti voi, che avete reso possibile questi traguardi incredibili.
Vi lascio ora con uno dei capolavori più alti del Cinema/Teatro e, fedele alla tradizione, mi limito ad augurarvi Buon Divertimento!

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mercoledì 5 febbraio 2014

Gandhi


Titolo originale: Gandhi
Nazione: UK
Anno: 1982
Genere: Biografico
Durata: 188'
Regia: Richard Attenborough
Cast: Ben Kingsley, Candice Bergen, Edward Fox, Ian Bannen, Martin Sheen
audio/video: 10

Trama:
L'impegno politico di Gandhi inizia in Sudafrica dopo che è stato cacciato dalla prima classe di un treno perché indiano. Il rifiuto di obbedire alle leggi inglesi si unisce alla scelta della non violenza. Finisce anche in prigione. Al suo ritorno in India viene accolto trionfalmente. Forte anche dell'amore della moglie, si accolla la missione di strappare i suoi connazionali al dominio inglese e diventa in breve il leader di un movimento indipendentista non violento a cui gli inglesi non sanno più come opporsi. Superati anche i contrasti fra indù e musulmani, Gandhi porta la sua gente alla vittoria finale prima di cadere vittima dell'intolleranza religiosa che divide i suoi connazionali.

Commenti
Per realizzare questo kolossal sono occorsi circa vent'anni: nessuno era disposto a finanziarlo ritenendolo un progetto poco commerciale. Il suo straordinario successo internazionale ha dimostrato il contrario. Attenborough ricostruisce con meticolosità la vicenda politica di Gandhi, attento alla complessità storica e psicologica del personaggio. Peccato solo l'approccio molto di parte della produzione che ha voluto affidare irngiustamente il ruolo di "cattivo" a Mohammed Ali Jinnah, probabilmente perché il mussulmano è ormai il bersaglio ideale contro cui scagliarsi sempre e comunque.
Nell'impersonare il grande apostolo dell'indipendenza dell'India e della non violenza, Kingsley è straordinario. Appartenente alla categoria dei colossi con un'idea, il film è coinvolgente, convincente, forse solo un po' didattico. 8 premi Oscar: film, regia, Kingsley, sceneggiatura (John Briley), fotografia, costumi, scenografie, montaggio, tutti meritatissimi!

lunedì 13 gennaio 2014

Salvate il soldato Ryan


Titolo originale: Saving Private Ryan
Nazione: USA
Anno: 1998
Genere: Guerra, Drammatico
Durata: 163'
Regia: Steven Spielberg
Cast: Tom Hanks, Tom Sizemore, Edward Burns, Matt Damon, Barry Pepper
audio/video: 10

Trama:
Il 6 giugno 1944 il cap. John Miller sbarca con i suoi uomini a Omaha Beach. È un massacro sotto il micidiale fuoco tedesco. Il generale George Marshall, comandante supremo dell'armata angloamericana, apprende che la famiglia Ryan dell'Iowa ha già perduto tre figli e che un quarto fratello, James Francis Ryan, è stato paracadutato in Normandia oltre le linee nemiche. Dà ordine che sia ritrovato e rimandato a casa. L'incarico è affidato al cap. Miller che, con sei uomini e un interprete, parte alla sua ricerca.

Commenti
Neanche mi dilungo sulla bravura di Hanks e di Spielberg. Dramma bellico in 3 atti e una cornice. 1° atto: lo sbarco in Normandia, la guerra come carneficina e caos (i primi 24 minuti, fin troppo acclamati: da vedere, comunque, e da sentire); 2° atto: la ricerca di Ryan: apparentemente convenzionale e già vista, ma ricca di problemi e di domande senza risposta; 3° atto: la battaglia nel paesino di Ramelle per salvare Ryan e tenere un ponte: un compendio del war film made in USA che pone il film sotto il segno di una sospetta ridondanza, rivelata anche dal ricorso insistito alle riprese "a spalla" e agli effetti speciali. Film di forti impatti e molte bellezze, ma anche di numerosi stereotipi, interamente dentro la prassi e la retorica di americana. I tedeschi sono nemici e la Francia è vuota. o_O
Detto questo, rimane senz'altro uno dei film più belli di Hollywood. ^_^

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