domenica 24 gennaio 2021

Sole rosso

 

Titolo originale: Soleil rouge
Nazione: FRA-ITA-SPA
Anno: 1972
Genere: Western
Durata: 112'
Regia: Terence Young
Cast: Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress, Toshirô Mifune, Capucine

Trama:
Un gruppo di banditi assale il treno su cui l'ambasciatore del Giappone è diretto a Washington. Oltre al denaro gli rubano anche una preziosa spada, dono personale dell'Imperatore al presidente degli USA. Per recuperarla, il samurai incaricato si allea con un fuorilegge che è stato tradito dai compagni e...

Commenti e recensione:
C'erano un americano, un francese ed un giapponese, come nelle barzellette delle migliori tradizioni, più una svizzera ed un regista inglese. Sole rosso nacque quando ancora si facevano coproduzioni internazionali di ampio respiro, quando in Europa non si aveva paura di assumere gli attori più "in" del momento, con il dichiarato obbiettivo di coinvolgere le più diverse platee, in tutti gli angoli del mondo, e metterli nelle mani del regista autore del franchise di 007. E magari mettiamoci pure la colonna sonora di Maurice Jarre che aveva già alle spalle titoli come Lawrence d'Arabia e Il Dottor Zivago e, davanti, una carriera tutta in crescendo fino all'Oscar di Passaggio in India.
Quasi non serviva un tale sfoggio di talenti e denari; probabilmente sarebbe potuta bastare la bizzarra idea di un samurai nel Far West per fare di Sole rosso un film di culto a cui perdonare tutte le improbabilità, gli sprazzi surreali e la struttura episodica. Che poi, forse, il film era già nell'aria perché i due generi, chambara e western, si erano sempre corteggiati, con Akira Kurosawa che copiava John Ford ed Hollywood e Sergio Leone che si rifacevano a Kurosawa (e Dario Argento che aveva già scritto e diretto ben due soggetti western con giapponesi, Oggi a me… domani a te nel '68 ed Un esercito di cinque uomini nel '69, anche se poi ne negò la paternità). Sì, l'idea sarebbe potuta bastare ma poi arrivarono Bronson e Mifune...
Quando ci sono loro due lo schermo è saturo, non importa chi altro compaia; sono così perfettamente accoppiati che, nelle loro schermaglie giocose, non sono lontani da Bud Spencer e Terence Hill. A tratti Young li porta ad un passo dal comico, talvolta anche oltre, spesso scherzando sui luoghi comuni culturali riguardo i samurai, gli indiani e persino i cowboys. Alcuni momenti, come lo scontro fra spada e canna di bambù o la zanzara uccisa con una sciabolata, sono realmente esilaranti. È soprattutto apprezzabile la disponibilità di Mifune al gioco autoironico, che ce lo mostra anche a chiappe nude in mezzo alla neve. Ursula Andress è risultata essere ben più di una semplice testimonial erotica ed Alain Delon porta, con tutta la sua innegabile bellezza, uno spessore davvero inconsueto per un farabutto ma, sempre, Bronson e Mifune sovrastano tutti. È anche evidente che si sono divertiti un mondo lavorando insieme. ^__^
Grazie ad una regia particolarmente ispirata ed alla bravura di tutto lo staff (nonché di un sacco di soldi!), malgrado il suo andamento narrativo irregolare fatto di ammazzamenti, duelli ed indiani da fumetto tipici del genere, Sole rosso resta uno spettacolo grandioso, godibile e sempre piacevole. Da rivedere ed amare ogni volta! :D


domenica 17 gennaio 2021

Misterioso omicidio a Manhattan

 

Titolo originale: Manhattan Murder Mystery
Nazione: USA
Anno: 1993
Genere: Commedia, Giallo
Durata: 105'
Regia: Woody Allen
Cast: Woody Allen, Diane Keaton, Alan Alda, Anjelica Huston, Ron Rifkin, Marge Redmond

Trama:
La prematura scomparsa di una casalinga del West Side, apparentemente in ottima salute, trasforma alcuni membri dell'élite letteraria di New York in detective dilettanti. I sospetti abbondano e...

Commenti e recensione:
A quindici anni di distanza da Manhattan la coppia Allen-Keaton torna in una brillante commedia a sfondo giallo piena di sviluppi imprevisti e freddure a ripetizione. Originariamente pensata come sotto-trama thriller (poi scartata) per Io e Annie, la sceneggiatura di Misterioso omicidio a Manhattan ha subito importanti riscritture, soprattutto perché la parte di co-protagonista era, al tempo, di Mia Farrow e quindi assolutamente inadatta alla comica e spumeggiante Keaton; la surreale soluzione fu di rendere Allen il personaggio "serio"! Che poi è ciò che ha spinto il regista a rimettere in discussione la propria vita privata, ma questa è un'altra storia. Abbandonato il cipiglio freudiano, il nostro antieroe reindossa il suo abito mitico-simbolico preferito: quello del disilluso investigatore solitario che ha, però, una fifa matta del buio e ci mette sei mesi a capire che quelli de L'anno scorso a Marienbad erano dei flash-back.
Tipicamente alleniana è l'idea portante del film: l'omicidio come terapia di coppia. Sfruttando tutto il suo amore per il cinema d'annata, Allen fonde, su dialoghi particolarmente brillanti ed azzeccati, citazioni dei capolavori di Welles, Wilder, Resnais e Hitchcock (il film stesso è chiaramente un omaggio a La finestra sul cortile) ed il suo personalissimo modo di scherzare sulla morte. Il risultato è una thrillomedy particolarmente riuscita che, con il decisivo contributo dell’ottima Diane Keaton e le perfette performances di Alan Alda ed Anjelica Huston, ha reso questo film uno dei più piacevoli della lunghissima filmografia del nostro amato/odiato newyorkese.
Misterioso Omicidio a Manhattan è, a mio avviso, una piccola pietra miliare nella storia del cinema perché riesce ad unire, con grande ironia, una frizzante commedia giallo rosa ad una profonda riflessione sul mondo moderno e sul ruolo della coppia ("nessun palcoscenico è più vasto di un ménage" cit.) di qualsiasi genere sia.
Da rivedere, rivalutare e gustare fino in fondo! :D


giovedì 31 dicembre 2020

Ralph Spaccatutto




Titolo originale: Wreck-it Ralph
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Animazione, Avventura, Fantascienza
Durata: 101'
Regia: Rich Moore

Trama:

Per anni, Ralph ha avuto il ruolo del cattivo in un famoso videogioco. Con una mossa ardita, si lancia in un'avventura all'insegna dell'azione per dimostrare a tutti di essere un autentico eroe ma finisce in Sugar Rush, il gioco dell’esuberante Vanellope von Schweetz, e...   

Commenti e recensione:
Ralph Spaccatutto è il 52° lungometraggio della Pixar Disney, con la raffinata grafica Pixar Disney e la più classica delle storie Pixar Disney. È talmente Pixar Disney che non ci verrebbe mai in mente di considerarlo un film Disney Pixar! Insomma, inutile girarci intorno: Ralf Spaccatutto è, in tutti i modi e per tutte le caratteristiche, uno dei più bei film Pixar, indipendentemente dal logo in apertura. XD
C'è davvero tanto degli studios della Lampada da Tavolo, come la pregevole fattura dei movimenti più meccanici e sincopati che distinguono i personaggi dei vecchi arcade da quelli dei nuovi giochi, o le atmosfere apocalittiche, ad alta definizione, che Ralph incontra subito dopo aver abbandonato la sua palazzina bidimensionale, ma le influenze pixariane non si limitano alla grafica o all'arte visiva perché l'arcade è un microcosmo affine a quelli di Monsters & Co e Toy Story (anche se la ribellione di Ralph lo assimila al Jack di Nightmare Before Christmas). Ai temi politically correct tanto cari alla Disney (il riscatto del cattivo buono rispetto alla condanna senz'appello del cattivo cattivo) si mescola quell'ironia leggera ed a tratti dissacrante di stampo Pixar a cui perfettamente si innesta lo "stile Moore", magnifico regista che ha diretto così tanti episodi de I Simpson e Futurama. A lui dobbiamo una serie di scene indimenticabili come la riunione dei "Bad Anon" ovvero dei "Cattivi Anonimi" (tra cui uno dei fantasmini di Pac Man, Zangief di Street Fighter, Satine di Diablo) o l'improbabile amore tra Felix ed il sergente "trucida scarafoidi" Calhoun, il cui matrimonio precedente ricorda tanto quello di Beatrix Kiddo in Kill Bill. È proprio la commistione di stili il vero valore aggiunto di questo Disney, che è quanto di più diverso ci possa essere da un "Classico" ma è certamente un film riuscitissimo.
Ralph Spaccatutto poteva facilmente diventare un simpatico zibaldone di citazioni e riferimenti nerdofili, con un bel po' di azione e di personaggi buffi e, in realtà, a me sarebbe anche bastato. Rich Moore però (e forse anche la Disney ma non ci scommetterei) ha voluto offrirci di più: un film che ha un cuore pulsante, artistico ed umano. La sceneggiatura, pur affrontando temi profondi quali la solitudine, la manipolazione del prossimo, l’accettazione del diverso ed il libero arbitrio come solo i cartoon riescono a fare, non ha una singola sbavatura e non abusa mai del videogioco per "vincere facile". Con la sua girandola di divertimento ed emozioni che fa scorrere velocissimo il film, oltre a divertire tantissimo il pubblico il più variegato possibile riesce persino a commuoverlo a più riprese, soprattutto nel finale con la sua morale tutt'altro che scontata. Consigliatissimo a tutti, grandi e piccoli, nessuno escluso! :D




Anche quest'anno è passato
ed i prossimo, senza troppa fatica,
dovrebbe riuscire ad essere migliore.

Felice 2021!!
^__^

giovedì 24 dicembre 2020

Il ladro di Bagdad - 1961




Titolo originale: Il ladro di Bagdad
Nazione: ITA
Anno: 1961
Genere: Azione, Avventura, Fantastico
Durata: 100'
Regia: Bruno Vailati
Cast: Steve Reeves, Giorgia Moll, Antonio Battistella, Arturo Dominici, Daniele Vargas, Luigi Visconti

Trama:
Per guarire la principessa di Bagdad da una misteriosa malattia occorre l'influsso magico di una introvabile rosa azzurra ed il sultano, disperato, promette di dare la figliola in sposa a chi sarà capace di trovarlo. In gara, con principi famosi e valenti guerrieri, scende anche il ladro Karim e...   

Commenti e recensione:
Il ladro di Bagdad ha avuto ben tre versioni: la prima, che da anni cerco in qualità decente, con Fairbanks; la seconda del '40 con Sabu e Conrad Veid, con cui vi ho già deliziato esattamente un anno fa; ed infine questa. Delle tre, questa con Steve Reeves è senza alcun dubbio la meno importante, anche perché non ha alle spalle i potenti mezzi, tecnici ed economici, di Hollywood o dei Denham Studios. C'erano solo la creatività e la poesia della Titanus di allora con cui, volendo, si poteva fare tantissimo anche lavorando a Cinecittà, dintorni laziali e rapide puntate in Tunisia!
Vi tralascio quanto scrivono i critici di professione perché questo film, ai loro occhi, è il peggio del peggio: soggetto da fiaba (ergo: per bambini, orrore), produzione italiana, nessun impegno politico (e ci mancherebbe!)... No, non sono commenti che possano interessare a chi non ha mai visto questo gioiellino!
Il ladro di Reeves è "solo" uno sfavillante film d'avventura dai toni fantastici, con principesse di cui innamorarsi, danzatrici discinte, foreste incantate ed un Oriente immaginario, lussureggiante e lussuoso. Si dice che, all'epoca, il cinema italiano osasse davvero sfidare i mostri sacri ma, a mio avviso, aveva solo meno puzza sotto il naso e non si vergognava a realizzare titoli per il suo pubblico, magari sfruttando la fama di lavori esteri premiatissimi. Erano gli anni dei peplum (noi rustici li chiamavamo sandaloni) e Reeves era il bellissimo americano culturista da usare, di volta in volta, come Ercole o Sandokan. Qui ci delizia con una scena a torso nudo, che in quegli anni faceva sciogliere le signore, e diverse sequenze in magliettina che, man mano, si strappa durante le sfide che il nostro deve superare mentre ci mostra i possenti pettorali. La sua recitazione, nei panni di un improbabile ladro, è un po' impacciata e goffa ma il suo volto (con un'unica espressione ma, per sua e nostra fortuna, adattissima) ed il suo fisico sono tra i più belli mai passati sugli schermi. Il resto del cast, staff compreso, è ben al di sopra della media di una simile produzione e sia la fotografia che gli effetti quasi-speciali (straordinarie le scenografie, con trucchi e sovrapposizioni, che rendono irriconoscibili posti assai noti come le cascate di Monte Gelato, a quattro passi da Roma) sono davvero piacevoli. Nell'insieme, una fiaba ben girata e ben raccontata, perfetta per risvegliare tutto l'entusiasmo per l'avventura che deve esserci in ciascuno di noi.
Questo, come dicevo sopra, per quanto riguarda color che non conoscono il film. Tutti gli altri so già che hanno avuto la gioia di vederlo, a suo tempo, direttamente al cinema, rigorosamente accompagnati da un genitore. Il genitore brontolava per tutto lo spettacolo perché pensava di averci portato a vedere un'altra versione e doveva accontentarsi di questo ma noi, veramente bambini, ci siamo creati dei ricordi così felici da quelle proiezioni che, ancora oggi, non abbiamo alcun bisogno di giustificare il piacere che Il ladro di Bagdad continua a darci! :D




BUON NATALE A TUTTI!!! :D
ed un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

martedì 22 dicembre 2020

Il bambino d'oro




Titolo originale: The Golden Child
Nazione: USA
Anno: 1986
Genere: Azione, Avventura, Commedia, Fantastico
Durata: 93'
Regia: Michael Ritchie
Cast: Eddie Murphy, Charles Dance, Charlotte Lewis, J.L. Reate, Victor Wong

Trama:
Sardo Numspa, il male in persona, rapisce in Tibet il bambino che, ogni mille generazioni, nasce con magici poteri capaci di salvare il mondo. Gli orientali si rivolgono a Chandler Jarrell, esperto californiano di bambini scomparsi e...  

Commenti e recensione:
Ci sono cult il cui successo è non solo voluto ma cercato e creato a tavolino, opere che sono progettate per diventare un riferimento dell'entertainment cinematografico e che fanno la storia della Settima Arte. Poi c'è questo.
No, Il bambino d'oro decisamente non è nato sotto una buona stella ed il suo sviluppo, raffazzonato e sconclusionato, avrebbe dovuto decretarne la morte in culla. Tutto comincia già dalla stesura, che doveva essere un'avventura dark, molto drammatica e carica di elementi tanto esotici quanto soprannaturali in stile Poe. Con queste premesse era praticamente inevitabile chiamare John Carpenter che, invece, abbandonò il progetto per dedicarsi al molto simile Guaio Grosso a Chinatown. Si chiamò d'urgenza il mestierante Michael Ritchie.
Il ruolo principale venne affidato a Mel Gibson che, come Carpenter, si ritirò all'ultimo momento e la produzione ripiegò sull'ancora poco costoso Murphy. Il giovane attore aveva alle spalle "solo" Beverly Hills Cop ma prometteva bene eppure, malgrado molti sforzi, non fu possibile fargli cambiare registro recitativo e si dimostrò inadatto ai ruoli cupi. Per evitare un disastro completo venne rapidamente riscritta la sceneggiatura, riadattandola alla meno peggio per il nostro sboccatissimo attore, che sparava battute a raffica senza mai fermarsi, e trasformando il film in una commedia dai toni molto più leggeri.
Avete presente un guazzabuglio? Ecco cosa è uscito da quel progetto a troppe mani; in pratica un disastro annunciato a cui la critica non ha lesinato nessuna sferzata scagliandogli, metaforicamente, tutti i pomodori marci a sua disposizione. Il pubblico, invece, non ha capito niente e, infatti, ha fatto sì che il film incassasse la bellezza di 80 milioni di dollari contro gli appena venticinque spesi. Questo pubblico, non ti ci puoi mai fidare! ^__^
La verità è che, anche tenendo in considerazione il caos generato da uno script troppe volte rimaneggiato, sia i personaggi che la vicenda in generale riescono comunque ad appassionare. Michael Ritchie sembra godersela un mondo ed il suo approccio, perfettamente abbinato allo stile di Murphy, è di uno sfottò così puro da raggiungere proporzioni soprannaturali mentre imbastisce una commistione di generi che eccede palesemente nei toni e sfiora il puro trash. In pochi minuti riesce a passare dai mantra tibetani alla musica synt anni '80 fino alle strade della California ed alle pagine di un porno: un unico volo che ci porta dal Salvatore del Mondo ad una rivista intitolata Chunky Asses (culi pesanti) XD. Poi, non si può negarlo, ci mette anche tutto il suo mestiere, un bel po' di effettacci speciali e la perfetta gestione del suo petulante protagonista, impregnato di basso sottotesto culturale televisivo da parodia di americano.
È impossibile non notare tutti gli errori di questo film eppure è sempre, ogni singola volta, una gioia da vedere. Forse è perché frequento solo gente sbagliata ma non ho mai incontrato nessuno che abbia detto "adesso basta, togli 'sta robaccia" perché Il bambino d'oro ha un'unico e fondamentale requisito: diverte! :D

 

domenica 13 dicembre 2020

Tootsie




Titolo originale: Tootsie
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Commedia
Durata: 116'
Regia: Sydney Pollack
Cast: Dustin Hoffman, Jessica Lange, Charles Durning, Teri Garr, Sydney Pollack, Geena Davis, Dabney Coleman, Bill Murray

Trama:
Per trovare lavoro Michael, attore disoccupato, è costretto a travestirsi da donna ma ha un tale successo televisivo che rimane prigioniero del ruolo.
Le cose si complicano quando s'innamora di una bella collega che lo crede donna mentre, al tempo stesso, le avances del padre di lei...  

Commenti e recensione:
Sidney Pollack, nella doppia veste di regista ed attore (interpreta la parte dell’agente di Michael), dirige in maniera impeccabile un film che ci porta nei meandri dello show biz anni ’80 dove, per un attore, emergere era davvero un’impresa. Pollack sfrutta uno dei pilastri fondamentali della screwball comedy, il confronto/scontro tra i sessi, ma lo inserisce in uno scenario mutato rispetto ai decenni precedenti perché, dopo le battaglie femministe, la donna è "ovviamente" emancipata, consapevole della propria femminilità, inserita nel lavoro ed in grado di trattare l’uomo alla pari. Oppure no? La genialità di Tootsie sta nel paragonare due stati di minorità: quello di un disoccupato che non si è adattato ai molti cambiamenti del suo mestiere negli anni dei "vincenti" e delle produzioni televisive, e quello del femminile, un genere che si trova in realtà in mezzo al guado perché per primo stenta a rispettarsi, a superare schemi sclerotizzati, ad innescare dinamiche paritarie che, solo a parole, si considerano scontate. Sono gli stessi problemi che propose Edwards nel suo Victor Victoria uscito lo stesso anno, benché addolciti dalla cornice anni '30. Oggi questi temi sarebbero inavvicinabili, troppo a rischio di "politically incorrect" e di gogna mediatica e social; esistono ancora, esattamente come allora se non peggio ma... meglio evitare!
Un altro regista, e soprattutto altro sceneggiatore, avrebbe realizzato un riuscitissimo film drammatico invece Tootsie (che in italiano si tradurrebbe, più o meno, come cocca, tesorino, bambolina) è una delle migliori commedie USA! Non solo segna il punto di incontro tra i pensieri sovversivi della New Hollywood ed il pubblico degli anni Ottanta ma, nel cuore dell’edonismo reaganiano, centra l’attenzione sui modi con cui al femminile è concessa l’espressione di sé.
Clamoroso successo al botteghino (secondo quell’anno solo ad E.T.), il film fu candidato a 10 Oscar, tra cui miglior film (vinse Gandhi) e regia. La prestazione magistrale di Jessica Lange le permise di vincere l'unico Oscar del cast, come migliore attrice non protagonista, mentre Dustin Hoffman nella parte di Tootsie si dovette contentare di diventare un’icona per tutte le donne del decennio successivo, riuscendo nell’intento di non macchiare il personaggio ed, anzi, esaltandone l'importante messaggio di coraggio e determinazione.
Tootsie è una commedia brillante e leggera che, anche se con la sua giusta dose di elementi su cui riflettere, resta soprattutto un divertimento, garbato ed intelligente, capace di donare due ore di piacevolissimo spettacolo.
Da non perdere! :D

 

mercoledì 9 dicembre 2020

Pagemaster - L'avventura meravigliosa




Titolo originale: The Pagemaster
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Fantastico, Animazione, Avventura
Durata: 75'
Regia: Joe Johnston, Pixote Hunt
Cast: Macaulay Culkin, Christopher Lloyd, Mel Harris

Trama:
Il timido Richard Tyler trova riparo dal temporale in una biblioteca e vi si risveglia sotto forma di cartone animato. Vuole tornare alla normalità ma anche con l'aiuto di tre libri dall'aspetto umano dovrà darsi molto da fare e...  

Commenti e recensione:
Negli anni ’90 Pagemaster riprende, quasi fuori tempo massimo, il filone fantastico ed avventuroso con piccoli eroi che era stato gettonatissimo nel decennio precedente. In realtà si scoprirà, negli anni a venire, che il genere ha ancora una certa vitalità e che dovrebbe sopravvivere... almeno finché i bambini continueranno a crescere. ^_^
Per questo film Johnston sfrutta uno dei filoni base del genere: la fuga nella lettura; anche Bastian ne La Storia Infinita si rifugiava, al chiuso e ben lontano dalle grinfie dei bulli, con un libro pronto a regalargli un’esperienza straordinaria. Ritengo che questo topos nasca dall'associazione della lettura delle fiabe prima di andare a dormire, da parte dei genitori o, più avanti, dai bambini stessi, a letto e magari con una torcia elettrica, con la fantasia pre-onirica che si scatena. [Piccola parentesi intellettualoide] Le fiabe stesse, dopotutto, non nascono come semplici racconti per bambini ma come narrazioni simboliche per descrivere il percorso iniziatico verso la conoscenza e proprio la fantasia liberata, e poi controllata, è una delle strade che fa crescere e matura. [Fine parentesi intellettualoide]
Nel suo film successivo, quel Jumanji che già vi ho proposto anni fa, lo strumento per l'evasione dalla realtà e, contemporaneamente, di riflessione e crescita, sarà un gioco da tavolo ma il processo logico alla base della storia è identico. Non è una banale ripetizione, è che questi -distacco, iniziazione, crescita e ritorno- sono i percorsi formativi fin dall'età della pietra; non serve approfondire né la trama né i personaggi perché sono solo tappe e maschere di una storia antica e già nota al destinatario del messaggio.
Perché dico tutto questo? Perché chi ha criticato la mancanza di spessore di Pagemaster e del suo povero protagonista e la superficialità della storia (e sono stati in tanti, credetemi) si è evidentemente scordato le regole base della favolistica e, soprattutto, le motivazioni che le hanno generate: le strutture mentali infantili stesse. Johnston, invece, queste regole le conosce molto bene, come la ripetizione degli schemi ed il tripartitismo delle storie, e le sfrutta scientemente. Ecco quindi i tre accompagnatori, Horror, Avventura e Fantasy, così simili, non a caso!, ai tre spiriti de Il Canto di Natale. Ognuno farà da cicerone in una macroarea del mondo letterario, ed ognuno regalerà a Richard un punto di vista nuovo. Chi non ha capito niente del film ritiene che il messaggio sia un'incitazione a leggere (analisi ovviamente sbagliata perché l'assurda cultura di Richard, in un periodo pre-internet, poteva venire solo da una sua già esistente passione per i libri) mentre è invece un invito a "fare cose mai fatte per diventare le persone che non si è mai state".
Dopo aver speso 27 milioni di dollari, Pagemaster ne incassò nelle sale appena 13 e Macaulay si beccò una candidatura al Razzie Award come peggior attore eppure, paradossalmente, in VHS ebbe un successo incredibile! Questo perché l'home video, che non richiedeva alcun aiuto da parte degli adulti (anzi, se ben ricordo erano ibranatissimi) era il mezzo privilegiato di tutti i bambini, unici e veri destinatari del film. Ed infatti, benché siano passati molti anni, quegli ex bambini ricordano ancora oggi con affetto questo film e lo rivedono sempre con grande piacere (malgrado Mr Hyde tormenti ancora i loro incubi). Non importa che i disegni siano di una qualità inferiore a quelli coevi della Disney o di Don Bluch, non importa che la trama sia superficiale e sconclusionata, non importa che la bicicletta di Richard sembri una versione tarocca delle moto di CHiPs o che a Christopher Lloyd tocchi un ruolo che, nella vita reale, gli costerebbe una denuncia per abusi, conta solo che, al termine delle avventure visionarie e fantastiche, ci si senta cresciuti, più maturi, piccoli adulti idealizzati, esattamente come ci succedeva dopo aver letto, prima di dormire, le pagine del Gatto con gli stivali o di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Se siete tra questi ex bambini ed avete consumato irrimediabilmente la vostra videocassetta, sapete già cosa fare. Se siete tra quelli che hanno criticato questo film perché non lo capiste, forse può interessarvi un nuovo approccio. Se invece siete semplicemente dei bambini diversamente grandi, allora siete ancora abbastanza infantili da apprezzare e godere di questo piccolo e bistrattato cult! :D 

 

venerdì 4 dicembre 2020

Il seme della follia


Titolo originale: In the Mouth of Madness
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Horror, Drammatico, Fantastico
Durata: 103'
Regia: John Carpenter
Cast: Sam Neill, Charlton Heston, Julie Carmen, Jürgen Prochnow, Hayden Christensen

Trama:
John Trent, investigatore privato, viene incaricato di ritrovare uno scrittore di best-seller dell'orrore misteriosamente scomparso. Il detective finisce coinvolto in una vicenda in cui la realtà si confonde pericolosamente con la fantasia e...  

Commenti e recensione:
Nel 1994 John Carpenter costruisce uno degli horror più lovecraftiani di sempre, ben oltre le opere di Roger Corman o Lucio Fulci, dove l'incubo dà prova di poter esistere al di fuori della ragione, senza dare risposte né spiegazioni, e sostituirsi al reale. Il Seme della Follia non è un film di mostri, né di alieni o d'assassini, non è un horror psicologico, è una storia dell'orrore nella sua interpretazione più pura ed alta, dove l'obiettivo non è la paura ma la sovversione delle certezze dell'uomo e del suo personale concetto di realtà. Carpenter non vuole farci distogliere lo sguardo o gridare di terrore, sarebbe troppo facile: ci cala nell’incubo e ci destabilizza, attrae la nostra attenzione mentre ci distoglie dal mondo circostante costringendoci, in quanto spettatori, a domandarci se siamo ancora tali o se, ormai, facciamo parte anche noi della sceneggiatura.
Quella che doveva essere poco più di una tesina, benché meravigliosamente macabra, dell'opera di Lovecraft (con più di qualche strizzatina d'occhio a Stephen King!) è diventata un perfetto incubo, assolutamente sclaviano negli intenti, su celluloide, ricco di discorsi metaletterari e metacinematografici meravigliosamente messi in scena, una di quelle pellicole che non può invecchiare, esattamente come i racconti a cui fa riferimento perché interconnessi ai pilastri della nostra stessa psiche.
Ci sono tanti altri nomi in questo cast, alcuni davvero illustri, ma l'Intrprete con la maiuscola è, senza alcun dubbio, Sam Neill: questa è, probabilmente, la performance della sua vita! Titanicamente s’impossessa del miglior personaggio offertogli nella sua altalenante, discontinua eppur brillante carriera d’attore, aderendovi ineccepibilmente ed infondendogli, grazie alle sue mille raffinatissime sfumature espressive, un’ambiguità sulfurea. Dopo la sua interpretazione nessun altro potrà vestire i panni di John Trent, uomo freddo e razionale che si ritrova catapultato in una situazione surreale e fuori controllo.
Snobbato dal pubblico e non capito dalla critica al momento dell’uscita nel '94 (fu un flop commerciale così pesante che creò seri problemi al prosieguo della carriera del regista), pur attendendo ancor oggi una piena rivalutazione Il Seme della Follia rimane una pietra miliare per il genere e, cosa più importante, un titolo fondamentale per chiunque ami i film veramente in grado di sconvolgere la mente dello spettatore. È un film tesissimo, apocalittico e folle, da vedere almeno una volta nella vita e, una volta fatto, da rivedere ancora ed ancora! :D

 

domenica 29 novembre 2020

Pene d'amor perdute


Titolo originale: Love's Labour's Lost
Nazione: UK
Anno: 1999
Genere: Commedia, Musicale
Durata: 95'
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Kenneth Branagh, Alicia Silverstone, Natascha McElhone, Nathan Lane, Carmen Ejogo

Trama:
All'alba della seconda guerra mondiale, il Re di Navarra invita i suoi tre amici più cari a sostenere un giuramento molto duro: per tre anni non dovranno pensare ad altro che allo studio, senza frequentare donne. La principessa di Francia, accompagnata da tre avvenenti damigelle, sentito di questo ardito giuramento prende bonariamente in giro il Re e...  

Commenti e recensione:
Tratta piuttosto fedelmente da una delle più vivaci (e meno sfruttate) commedie di Shakespeare, Kenneth Branagh firma un adattamento cinematografico che, per i puristi, può sembrare azzardato. Eppure, inframmezzare la storia con riusciti inserti musical (che tra l'altro impegnano severamente tutto il cast) e musiche suadenti di Cole Porter, George Gershwin, Irving Berlin e Jerome Kern fuse magicamente con il frizzante testo è proprio il genere di idea che il Grande Bardo, da vero uomo di spettacolo, avrebbe sicuramente approvato. Il progetto, così volutamente ed esageratamente fuori moda, è interessante e coraggioso ma davvero riuscito perché i momenti musicali trasportano lo spettatore, con tocco leggero, in un universo parallelo dove tutto è soffice e possibile. Le pene d'amore dei protagonisti si sciogono come neve al sole nella leggiadria degli incantati "anni '30" dove gli innamorati, ballando, si librano nell'aria per magia, con la stessa nonchalance estemporanea che abbiamo ammirato in Tutti dicono I love you di Woody Allen.
Parte della magia, paradossalmente, viene anche dalle esitazioni involontarie degli attori che Branagh, pasolinianamente, sceglie non veri ballerini o cantanti, mantenendo in primo piano l'interpretazione recitativa e rendendo il canto ed il ballo una sorta di "sfondo" o di accompagnamento. È un escamotage che, in effetti, rende la commedia molto più scorrevole e leggera, anche per i non appassionati del genere.
L'opera Pene d'Amor Perdute è spesso dimenticata, e sicuramente non è quella più rappresentativa dell'Amore, ma ciò che la rende ugualmente grande è la sua vivacità, l'atmosfera pienamente passionale ma allo stesso tempo esilarante in cui si svolgono le vicende; per questa versione, ne consiglio la visione "staccando la spina" e lasciandosi trasportare dal turbinio di intrecci amorosi abilmente intarsiati nel fulgore barocco delle battute. Forse non sarà all'altezza di Hamlet o di un musical di Broadway ma riesce davvero a far sognare lo spettatore per 95 minuti e, se amate Shakespeare e Gershwin, questo particolare mix può fare a caso vostro! :D

 

sabato 21 novembre 2020

Il curioso caso di Benjamin Button


Titolo originale: The Curious Case of Benjamin Button
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 159'
Regia: David Fincher
Cast: Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Julia Ormond, Jason Flemyng, Taraji P. Henson

Trama:
Benjamin Button nasce il giorno della fine della prima guerra mondiale, è un bimbo in fasce ma ha la salute di un novantenne: artrite, cataratta, sordità. Dovrebbe morire il giorno dopo e invece più passa il tempo più ringiovanisce. La sua è una vita al contrario che attraversa il Novecento americano e...  

Commenti e recensione:
C'è molto Forrest Gump in questo Benjamin Button e non è un caso: benché ispirato da un bellissimo racconto di Francis Scott Fitzgerald (che trovate in ebook nella cartella), il soggetto è stato scritto da Eric Roth che, oltre a tanti altri capolavori, firmò anche quel copione per Zemeckis. Raccontando, come in Forrest, un secolo di storia americana, anche qui tutti gli eventi, gli incontri, le gioie ed i dolori del protagonista servono a forgiarne il carattere, in purissimo stile romanzo di formazione... benché per Button tutto si svolga non tanto "al contrario" quanto in modo "diversamente diritto".
David Fincher, dopo pellicole angoscianti come Seven o Panic Room, è alla sua prima esperienza con un film più profondo e se la cava benissimo girando quella è, tra l'altro, una delle love story più romantiche degli ultimi anni. Rispetto ai thriller del passato modifica completamente il suo stile di ripresa ed usa la macchina con più calma, meno frenesia, quasi fosse soltanto un osservatore, rendendo tutto più studiato e rilassato; si nota davvero che la sua formazione non è certo autodidatta! Per riportare al meglio la realtà del personaggio, ha utilizzato la tecnica della motion capture permettendo ad un bravissimo Brad Pitt di vestire i panni di Button da anziano a giovane, mentre i truccatori (Pitt si sottoponeva a ben 5 ore di make-up) impazzivano a seguire i suoi ordini; non è per caso se il film si è aggiudicato l’Oscar (aveva ben 13 candidature!) anche per questa categoria. Non basta comunque la tecnica a rendere grande un film e la fortuna de Il Curioso Caso sboccia nella splendida alchimia creatasi tra Pitt e l'altro modello di bellezza, Cate Blanchet! Come coppia, riempiono il film di fascino ed attrattiva mentre il loro legame ed i loro volti mutabili e sinceri catalizzano irrimediabilmente l'attenzione dello spettatore.
Sebbene il film sia oggettivamente lungo (deve pur sempre raccontare un'intera epoca!) non appesantisce mai lo spettatore: grazie ad una rappresentazione estetica impeccabile, con costumi perfettamente attinenti all'epoca di riferimento ma stilizzati quel tanto da mantenere un candore da fiaba, ed alla toccante colonna sonora che trasforma le note in versi e le tracce in poesie, il trasporto è totale.
Il curioso caso di Benjamin Button solleva dubbi esistenziali senza mai tediare e lo fa tracciando una linea simmetrica che parte dalla nascita di un uomo sino ad un momento prima della sua morte; estremi di vita che, si dice, condividono la stessa tenerezza e sensibilità e che Fincher racconta, con gusto squisito, come una bellissima favola.
Da vedere senz'altro! :D

domenica 8 novembre 2020

Mary e il fiore della strega


Titolo originale: Meari to Majo no Hana (メアリと魔女の花)
Nazione: JAP
Anno: 2017
Genere: Animazione, Fantastico
Durata: 102'
Regia: Hiromasa Yonebayashi

Trama:
Mary va a trascorre le vacanze nella casa di campagna della prozia Charlotte e si annoia. Nei boschi vicini trova un magico fiore ed una scopa volante, grazie ai quali approda al rinomato Endors College, università per streghe nascosta tra le nuvole, e...  

Commenti e recensione:
Lo studio Ponoc, fondato da Hiromasa Yonebayashi, è nato come un rifugio per gli esuli della Ghibli, costretti alle dimissioni dopo i fiaschi al botteghino nipponico di quel gioiello che fu La Principessa Splendente di Takahata e di Quando c'era Marnie, proprio di Yonebayashi. Mary e il fiore della strega è il primo film uscito da quelle mura ed è, come era ovvio visti i componenti del team (gente tipo Kazuo Oga e Yoji Takeshige, ovvero il top del top!), di un livello tecnico altissimo; il soggetto poi, preso da un delizioso libro della Mary Stewart, rispecchia perfettamente le tradizioni ghiblesche. C'è tantissimo Ghibli in questo film, del resto Yonebayashi ha lavorato a La città incantata ed Il castello errante di Howl, ha diretto Arrietty e Marnie e, dopo la scomparsa di Yoshifumi Kondō, a suo tempo lo si era indicato come un possibile erede di Miyazaki. I richiami alle tecniche, alle atmosfere ed allo stile del Maestro sono evidenti al punto che appare chiaro l'intento di non voler assolutamente attuare un "divorzio" da quel modello. Sfondi, inquadrature, character design, colori e musiche, tutto parla un linguaggio troppo noto per non presumere che l'idea sia quella di suggerire allo spettatore di trovarsi di fronte ad un nuovo film Ghibli.
Qual'è, dunque, il problema di Mary? Semplicemente manca Miyazaki: ne manca l'inarrivabile poesia e la capacità tutta sua di inserire, talvolta in dettagli secondarissimi, quella scintilla di amore e dolcezza che lo caratterizza. È accaduto anche per alcuni film della Ghibli, come Arietty o Terramare, solo che da questo, proprio perché segno di una ripartenza, ci si aspettava di più.
Forse un po' troppo di più, perché anche se siamo ancora ben lontani dal perfetto connubio tra stile e narrazione, tra forma e sostanza, che ha garantito a certe produzioni l'egida di capolavori, Mary e il fiore della strega il suo degno lavoro lo fa egregiamente. Yonebayashi non è Miyazaki? Bella forza, e chi lo è? Non potendo competere col Maestro, riduce il suo target di riferimento prevalentemente ai bambini e, a loro, sa davvero parlare. Il suo film ha meno sfaccettature, anche per esigenze di tempo, e si limita a narrare la storia ma la racconta bene ed in modo coinvolgente. Se è inevitabile compararlo ad un Ghibli (anche perché le musiche di Takatsugu Muramatsu che fanno davvero il verso a quelle di Jo Hisaishi) almeno non paragoniamolo ad un Miyazaki Senior! Rispetto ad un Goro, ma anche un Kondō o un Hiroyuki Morita, questo film regge assolutamente il confronto e, in realtà, segna anche molti punti.
Sicuramente perfetto per i bambini, Mary e il fiore della strega può piacere, sia per la bellezza tecnica che per la storia, anche agli adulti "diversamente giovani", come me e come molti di voi.
Da rivedere e rivalutare! :D

martedì 27 ottobre 2020

Tideland - Il mondo capovolto


Titolo originale: Tideland
Nazione: UK
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 122'
Regia: Terry Gilliam
Cast: Jodelle Ferland, Jeff Bridges, Janet McTeer, Brendan Fletcher, Jennifer Tilly

Trama:
Alla morte per overdose di sua madre, l'undicenne Jeliza-Rose lascia la casa di Los Angeles insieme al padre Noah, un ex musicista rock fallito ed anche lui tossicodipendente, per una vecchia casa in mezzo alla campagna. Qui, alla morte del padre, la piccola inizia una nuova vita circondata da bizzarri personaggi, a metà tra sogno e fantasia, e...  

Commenti e recensione:
Terry Gilliam è forse il più grande regista onirico vivente, capace di rappresentare il sogno e l'incubo, nonché tutte le sfumature intermedie. Alcune sue opere propendono più verso l'immaginario lieve ma non questa, compagna ideale di Paura e delirio a Las Vegas. C'è un breve messaggio di Gilliam, che troverete nella cartella ed è da vedere prima del film, che serve per entrare nell'ottica giusta del suo lavoro più complesso: Tideland è la volontà del regista di entrare direttamente nel cervello della piccola protagonista in modo da filtrare tutte le atrocità del reale attraverso la sua innocenza. Una volta capito che è questa la chiave di lettura, l'obbiettivo riesce alla perfezione perché si ha davvero l’impressione che le fantasie prodotte dalla bambina costituiscano una sorta di "scudo" che la protegge, come noi, dai pericoli della realtà squallida e costellata di pericoli in cui è immersa. Personalmente trovo che si tratti di un fallimento comunicazionale perché dover spiegare, a cose fatte, come vada interpretato un film ritengo sia il peggior errore che possa fare un regista, anche se si chiama Terry Gilliam. Detto questo, una volta imboccato il giusto binario il film è strepitoso!
Tideland è un film anarchico ed onirico ma anche doloroso e, in molti casi, persino disgustoso pur essendo uno sguardo infantile sull'infanzia, età cara al regista perché sede principale ed irripetibile di quei deragliamenti dell'immaginazione di cui si compone tutto il suo cinema. A livello registico i vari piano sequenza, il caratteristico ondeggiare della camera ed i giochi di prospettive riescono nell'intento di ricreare uno psicotico Alice nel paese delle meraviglie, anche grazie all'ennesima prova d'autore di Nicola Pecorini, davvero straordinario nei colori. Iconograficamente è una fiaba nera, molto ricca e provocatoria. C'è dentro Carroll ma anche Psycho di Hitchcock, testoline semi-Barbie surrealiste di Švankmajer, Buñuel del Cane andaluso e Walt Disney, l'adorato maestro di Gilliam (che è nato cartoonist) nello scoiattolo parlante; il tutto in un clima falsamente da Zazie di Queneau filtrato proprio da Pecorini con aggiunta fish-eye, dinamismo sublime da steady-cam fuori bolla ed un bel po' di acido lisergico.
Per quanto concerne il cast, Tideland può contare su pochissimi attori ma veramente capaci di rendere tutto surreale e visionario. Spicca la prestazione di Jodelle Ferland, di cui Gilliam è visibilmente innamorato, che restando sempre in scena riesce a rendere benissimo la parte della bambina innocente ma con velati stralci si schizofrenia (sopratutto nelle scene dei suoi dialoghi con le teste mozze delle bambole), eccezionale nel camminare sul filo tra l'essere insopportabile oppure irresistibile. L'affianca un grande Brendan Fletcher che evita, con naturalezza prodigiosa, il ridicolo involontario che rischiano tutti i ruoli che prevedano handicap mentali. Per qualche strana anomalia, l'attore più famoso, quel Jeff Bridges notoriamente feticcio di Gilliam che qui ci regala una sorta di Drugo Lebowski andato a male, risulta essere decisamente poco sfruttato (la maggior parte del tempo è morto) però quando recita è veramente degno della sua fama.
Tideland è un film senza compromessi, allo stesso tempo crudele e tenero, poetico e scandaloso, maturo ed infantile, che affronta temi profondi (eroina, anoressia ed overdose, terrorismo, necrofilia e putrefazione della carne, petomania, pedofilia e violenza ai minori, follia, lobotomia ed esoterismo) con la leggerezza di una favola, gridando un grade SÌ alla vita. Ma attenzione! Tutto questo è vero solo se si accettano le premesse di Gilliam, altrimenti la caduta non sarà quella lieve e poetica di Alice nella tana del coniglio ma quella del dannato che sprofonda nei gironi infernali. Visto nel modo giusto è un'avventura emozionante ed unica, un viaggio alla scoperta di un modo di guardare la realtà che credevamo d'avere dimenticato per sempre, quindi è da vedere assolutamente... ma senza sbagliar binario! :D

lunedì 19 ottobre 2020

E io mi gioco la bambina


Titolo originale: Little Miss Marker
Nazione: USA
Anno: 1980
Genere: Commedia
Durata: 104'
Regia: Walter Bernstein
Cast: Walter Matthau, Julie Andrews, Tony Curtis, Sara Stimson, Brian Dennehy, Bob Newhart

Trama:
La vita del burbero allibratore Tristezza viene sconvolta dall'arrivo di una simpatica bambina di sei anni che un suo debitore, poi trovato morto in un fiume, gli ha lasciato come pegno per un prestito e...  

Commenti e recensione:
Questa deliziosa commedia americana è stata realizzata con almeno dieci anni di ritardo, sfacciatamente fuori tempo massimo, eppure Bernstein, malgrado non sia un Billy Wilder o Blake Edwards, è riuscito a farla sembrare perfettamente in linea con quelle bellissime degli anni ’50 e ’60. In realtà è quasi impossibile, vedendola, datare Little Miss Marker (il titolo in italiano non rende completamente il senso profondo che l’originale voleva dargli) al 1980. Vuoi per lo stile, vuoi per le luci, la musica (di uno straordinario Mancini!) e, soprattutto, per il cast, chiunque direbbe che si tratti un lavoro coevo a La stangata. Molti critici dell'epoca storsero il naso davanti a questa "mancanza di modernità" (Francesco Mininni lo definisce un "film gradevole e divertente: peccato che sia anche inutile", sic) ma rivedendolo oggi, a quarant'anni di distanza e pochi in meno rispetto ai lavori a cui fa il verso, possiamo veramente apprezzarne la riuscitissima bellezza.
Tratta da un breve racconto del giornalista newyorkese Damon Runyon (1880-1946), la pellicola Little Miss Marker del '35 impose al pubblico la piccola Shirley Temple, facendola diventare una vera stella del cinema. Da allora sono stati realizzati altri tre remake: Come divenni padre, del '49 con Bob Hope, 20 chili di guai e una tonnellata di gioia del '62 (che potete trovare da HD4ME) con un bravissimo Tony Curtis ed, infine, questo. Sì perché metà del successo di questi lavori è proprio nella presenza di attori di grandissimo calibro; in questa versione abbiamo Julie Andrews e Tony Curtis insieme a caratteristi d'eccezione quali Bob Newhart e Brian Dennehy (lo sceriffo perfido di Rambo, ricordate?) che servono, soprattutto, a sostenere la formidabile faccia di bronzo di Walter Matthau. Fin dal primo minuto è scontato che finirà con l'affezionarsi alla bambina ma, dove altri sarebbero fatalmente scaduti nella sdolcinatezza, lui mantiene il ritmo frizzante con le sue battute ciniche, con un'insensibilità (apparente) che diventa motore di comicità e che riesce a rendere divertenti anche momenti che altrimenti sarebbero diventati svenevolmente commoventi. Certo, la Andrews e Curtis (che a 20 anni di distanza recita nel ruolo opposto a quello che ebbe nel '60) sono bravissimi eppure è la piccola Sara Stimson a riuscire, nonostante l’età, a tener testa al grande Matthau ed a dare al film le venature più delicate.
E io mi gioco la bambina è una tenera ma non sdolcinata commedia gangster, ambientata nella New York della grande depressione (che, da generazioni, esiste solo nell'immaginario collettivo) che sfrutta benissimo i suoi assi: un imprevedibile e burbero Matthau da una parte, una irresistibile bambina dall'altra, un villian che non si prende troppo sul serio come Curtis ed una Andrews a donare un tocco di femminilità alla storia. Con Bernstein e Mancini, tutti insieme hanno creato un prodotto di ottimo livello, ben ritmato, splendidamente recitato e, soprattutto, adatto a tutta la famiglia; da gustare più e più volte! :D

martedì 6 ottobre 2020

Frankenweenie


Titolo originale: Frankenweenie
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Animazione, Commedia, Horror, Fantascienza
Durata: 87'
Regia: Tim Burton

Trama:
Dopo la morte del suo amato cane Sparky, investito da una macchina, il giovane Victor sfrutta il potere della scienza per riportarlo alla vita. Victor cerca di tenere nascosta la sua creazione ma lo Sparky redivivo viene scoperto con terrore dai vicini di casa e...  

Commenti e recensione:
Correva l'anno 1984 e l'allora ventiseienne Timothy William Burton consegnava alla Disney il suo secondo cortometraggio intitolato Frankenweenie (letteralmente Franken-sfigato). Il regista fin dall'inizio aveva pensato di sviluppare questa storia in un lungometraggio in stop-motion ma problemi legati al budget lo costrinsero ad adattarsi ad una più pratica live action. Bisogna ammettere che ci provò davvero! Mise in campo un cast eccezionale, da Daniel Stern a Shelley Duvall, richiamando l'acclamatissimo Barret Oliver, reduce da La storia infinita, e scovando addirittura una giovanissima Sofia Coppola. Quando ne terminò la lavorazione, la Disney, dando prova di un acutissimo senso per gli affari, lo accusò di aver sprecato le risorse della compagnia con una pellicola che non sarebbe mai stata adatta ad un pubblico di bambini e lo licenziò. Poco meno di trent'anni dopo Tim Burton, richiamto da una Disney con la coda tra le gambe, è finalmente riuscito a realizzare il suo vecchio progetto, riportando in vita tutti i personaggi nel film d'animazione stop-motion che tanto sognava ed integrando la storia originale con nuovi passaggi e sfumature. Il fatto di aver potuto disporre di un’ora e mezza di tempo (nonché di un sacco di soldi!) gli ha permesso di realizzare un vero capolavoro perché l’iniziale tenerezza si è fusa con la maturità acquisita negli anni da un Burton sempre e comunque nostalgico.
Frankenweenie è il film più burtoniano di sempre. Col suo magico mix di bianco e nero e 3D, antico e modernissimo, è un film che, nella sua semplicità, mette in discussione tutto e tutti, adulti e bambini inclusi ma, soprattutto, il regista stesso che, per l’occasione, si apre come forse mai prima d'ora. A chi non conoscesse Burton basterà vedere solo questo per comprenderlo: è tutto qui, in novanta minuti. Perché Frankenweenie è palesemente un'opera d'amore: amore per gli amici perduti, per un'infanzia ricca di sogni e visioni (magari macabri, sì, ma ognuno ha i suoi), per il suo simpaticissimo bull terrier e per un padre ed una madre amorevoli e comprensivi nei confronti di un figlio tanto strano. Dopo pochissimo ci si dimentica che stiamo guardando dei pupazzi minuscoli, mossi con certosina pazienza e dedizione da appassionati artigiani, e che il film è, per di più, in bianco e nero. Non è la qualità assoluta dell'animazione, è proprio il nostro cuore a dipingere il grigio di tutte le sfumature dell'arcobaleno. È quella splendida magia che era mancata nella prima versione live, come Burton ben sapeva, e che adesso la Disney si è finalmente decisa a concedere al suo straordinario figliol prodigo.
Questa è senz’altro una delle più accattivanti favole contemporanee; sognante e deliziosa come poche altre hanno saputo essere, merita di essere vista, rivista e ri-rivista ancora! :D

sabato 26 settembre 2020

L'erba di Grace


Titolo originale: Saving Grace
Nazione: UK
Anno: 2000
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Nigel Cole
Cast: Brenda Blethyn, Craig Ferguson, Leslie Phillips, Martin Clunes, Tchéky Karyo

Trama:
Nella verde e tranquilla Cornovaglia, una dolce signora si trova a dover affrontare debiti e misfatti del defunto marito. Senza farsi prendere dallo sconforto e senza dimenticare la sua gentilezza tutta di provincia, trova il modo di far fruttare il proprio pollice verde: dagli innesti di orchidee passa alla coltivazione intensiva di marijuana e...

Commenti e recensione:
C'è un'Inghilterra fatta di casette nel verde e personaggi da operetta che, come le nostre pizza e mandolino, è chiaramente stereotipata; è un'Inghilterra che sembra uscita dalle pagine di P. G. Wodehouse, dove i personaggi alla Bertie Wooster e l'inimitabile Jeeves si muovono in un ambiente palesemente idealizzato che noi, forestieri ma svegli!, riconosciamo immediatamente come di fantasia.
Poi arrivano le decine di telefilm alla Barnaby o i film di Nigel Cole & Co che ti fanno venire tutti i dubbi del mondo: possibile che quell'Inghilterra esista davvero?
L'erba di Grace è una commedia nel più classico stile inglese, un mix adorabile di stereotipi british, sempre uguali eppure sempre così azzeccati che diverte senza mai strafare. Attori che più inglesi non si potrebbe, nebbie e grigiore che solo in Cornovaglia, tè delle cinque, feste parrocchiali e, per contrasto, le risate nonsense e contagiose che tutti conosciamo. Il film è brillante e Cole lo dirigge con la dovuta umiltà di un'opera prima, si permette solo qualche bellissima ricercatezza di ripresa e fotografia e quel tocco delicato con cui esalta l'indiscutibile bravura recitativa della simpatica protagonista. Proprio per questo il suo delizioso "Hashish e vecchi merletti", accompagnato da musiche che rimandano ai fantastici anni '70, valse subito una meritatissima nomination ai Golden Globes all'esordiente regista.
L'erba di Grace
è un gradevolissimo film anticonformista che strizza l'occhio alle sempre più rare comunità hippy, vivace e divertente, tra vecchine che sorseggiano tè "stupefacenti" e criminali improvvisati che mal si destreggiano negli affari di spaccio. È perfetto per una serata davvero rilassante e, ogni volta che lo si guarda, fa venir voglia di cambiare aria.
O magari anche di fumarvela. ^__^


giovedì 3 settembre 2020

Outlander - L'ultimo vichingo


Titolo originale: Outlander
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Azione, Avventura, Fantascienza, Horror
Durata: 115'
Regia: Howard McCain
Cast: Jim Caviezel, Sophia Myles, Jack Huston, Ron Perlman, John Hurt, Owen Pattison


Trama:
Norvegia, anno 709 dopo Cristo. Mentre i vichinghi si fanno la guerra, dal cielo precipita sui fiordi una navicella spaziale con il guerriero umanoide Kainan. Purtroppo a bordo s'è salvata anche una creatura, selvaggia ed in cerca di vendetta, che inizia a seminare morte nelle nordiche langhe e...

Commenti e recensione:
Howard McCain, affascinato dalla lettura del Beowulf, ci mise circa sette anni, dalla scrittura all'uscita, a realizzare questo suo film.
Outlander, uno dei più begli esempi di commistione di generi degli ultimi anni: fanta-western iniziatico che intreccia Howard, James Cooper e Robert Heinlein (ma che poteva benissimo essere anche una storia di Zagor ^_^), pareva perfetto per sfruttare l'onda lunga de Il Signore degli Anelli e, invece, McCain si è trovato quasi subito a combattere con fondi limitatissimi (infatti è girato in Canada invece della Nuova Zelanda). Il suo debutto nelle sale è stato continuamente rimandato dalla Weinstein Company, proprietaria dei diritti di distribuzione, salvo poi essere finalmente rilasciato direttamente sul mercato Home Video.
Perchè mai questo trattamento? Di certo non perchè è un film brutto, semmai il contrario. McCain dirige il racconto con brio ed impedisce che il montaggio iperveloce confonda l'azione evitando così che i protagonisti si riducano a caricature. È anche un buon esempio di cinema digitale dal cuore analogico ed è capace di spruzzare una ricca dose di citazioni intelligenti, da Predator ad Alien a L'uomo chiamato cavallo e tanti altri. Il "problema" è che Outlander - L'ultimo Vichingo è decisamente diverso dai (brutti) film horror di successo dati in pasto negli ultimi anni agli amanti del genere, sempre più di bocca buona. A cominciare dal ritmo della narrazione, indiscutibilmente lento ma di un lento che non annoia mai e che, anzi, permette alla pellicola di sviluppare per bene i suoi personaggi e le sue molteplici situazioni. In pratica, non ci troviamo di fronte ad un horror fantascientifico tutta azione e poco cervello, megakolossal inconcludente e senza costrutto, ma ad una pellicola dove orrore, mostri e sangue si mischiano armoniosamente con amore, romanticismo e dramma. Decisamente troppo per dei produttori commerciali!
Il film è quasi privo di colonna sonora (ok, non è un difetto ma penso si sia persa un'occasione a non lasciarla a qualche viking metal band come Enslaved, Unleashed o Tyr) perché si è preferito dare più spazio agli effetti speciali, al rumore dei combattimenti e delle spade (che gli attori destreggiano con vera maestria!) per far entrare lo spettatore nella storia. Ron Perlman, John Hurt e, soprattutto, Jim Caviezel non solo si dimostrano dei veri professionisti ma calzano perfettamente i loro ruoli.
E poi c'è "il mostro". A conti fatti, è il Moorwen il vero protagonista di Outlander. Creatura frutto dell’ingegno di Patrick Tatopulos (Indipendence Day, Ultimatum alla Terra, Pitch Black e chi più ne ha più ne metta), deve il suo nome al Morlock di La Macchina del Tempo di Wells e si ispira alle nemesi di Beowulf nell’omonimo poema epico. Fin dai tempi de Lo Squalo si è capito che il nemico è metà film. La metà occupata da questo mostruoso incrocio tra lupo, drago, serpente e camaleonte è a dir poco terrificante: un incubo perfido, senza pietà, truculento e feroce come se ne sono visti pochi sullo schermo! Eppure, mano a mano che si va avanti con il film, la sua rabbia, la sua sete di sangue e vendetta appaiono meno illogiche e la sua mostruosità inferiore a quella dell’Uomo, certo futuristico ma che continua a commettere gli stessi massacri che abbiamo visto ripetersi all’infinito. In un certo senso il Moorwen assurge a castigo divino, a punizione inflitta a quell’umanità che fin dall’alba dei tempi non ha saputo fare altro che violentare una natura che, di quando in quando, trova comunque il modo di ribellarsi.
Outlander si inserisce in quel filone di film a basso budget ma dall'ottima resa, come Pitch Black, in cui l'intelligenza della regia supplisce alla stupidità della produzione. Vien quasi da pensare che Weinstein l'abbia presa quasi come un'offesa personale (e non è che gli manchino altri e noti difetti caratteriali) e, approfittando della difficoltà di catalogazione del titolo, lo abbia messo su una delle sue famigerate black list. Fosse solo per fargli dispetto verrebbe voglia di vederlo ma è stata una vera gioia scoprire che il film ha davvero tanto da offrire e regala una serata di avventura diversa ed intelligente. Da non perdere! :D



***Attenzione!***
L'algoritmo di Google sembra aver "dimenticato" questo blog e, quando lo cercate, vi rimanda al sito di backup.
Non preoccupatevi, da lì potete tranquillamente rientrare qui dentro e seguire le mie proposte come sempre.



sabato 22 agosto 2020

Avventure di un uomo invisibile


Titolo originale: Memoirs of an Invisible Man
Nazione: USA
Anno: 1992
Genere: Commedia, Fantascienza
Durata: 106'
Regia: John Carpenter
Cast: Chevy Chase, Sam Neill, Daryl Hannah, Michael McKean, Stephen Tobolowsky

Trama:
Nick Halloway, agente di cambio a San Francisco, arrivista, edonista, mediocre, diventa invisibile durante un incidente scientifico. Un funzionario dei servizi segreti, che vuol impadronirsi di lui per servirsene come spia ed accrescere il proprio potere, gli da una caccia spietata e...

Commenti e recensione:
Puro divertissement, Memoirs of an Invisible Man (memorie e non avventure, una differenza fondamentale che, ancora una volta, la traduzione italiana non si degna di considerare) è un gioiellino fantascientifico, insolito nella filmografia di John Carpenter, precursore dei tempi ed, al contempo, capace di un affettuoso sguardo cinefilo agli albori della 7ª arte. Carpenter si dimostra capace come pochi di portare avanti il proprio discorso antropologico anche quando è costretto a lavorare su commissione: la storia di Nick Halloran, strizzando l’occhio a tutto un genere cinematografico omaggiato dalla sobrietà stessa dei toni scelti dall’autore, racconta ancora una volta, in puro stile Carpenter, la dura battaglia tra realtà e fantasia e la necessità umana di trovare una dimensione di riconoscimento essenziale con cui poter sopravvivere al mondo, in questo caso nel drammatico momento della solitudine cui è costretto l’invisibile Chase, finalmente consapevole della necessità di "essere visti". Il fugace scambio di battute tra i protagonisti, "È bello vederti", "È bello essere rivisto", è fondamentale per stabilire la qualità dell’approccio carpenteriano al tema dell’invisibilità, che non è il potere codificato da H.G. Wells capace di rendere il singolo individuo una sorta di pericolo ambulante o un supereroe, quanto una variabile impazzita in grado di ridefinire la percezione del sé e l’approccio con gli altri. Nick Halloway, viene detto chiaramente, era invisibile prima ancora di diventarlo: un uomo solo, senza amici, impegnato in giornate sempre uguali fra l’arte dell’arrangiarsi e quell’agire sbruffone di chi non ha niente da perdere. Impossibilitato ad "essere visto" può iniziare un processo utile finalmente a "vedere" se stesso ed il mondo e, paradossalmente, è solo da invisibile che diventa interessante. Purtroppo per lui, anche per la CIA. A fronte di tanta acutezza tematica, il film resta comunque una commedia romantica dai dialoghi fulminei alla Hawks, discreta ma puntuale nelle citazioni (Nick che si toglie le bende è un bell'omaggio al film di Whale), con atmosfere metropolitane opprimenti alla 1997: Fuga da New York. Sembra quasi che Carpenter abbia tentato di intrecciare Starman con Intrigo internazionale.
Il cast, per quanto improbabile, è particolarmente adatto. Carpenter riesce nell’impresa di far sembrare Chevy Chase, il caratterista da National Lampoon’s Vacation, un vero attore e, con la sua regia, lo dota di una rispettabilità ed una capacità d’indagine psicologica del personaggio per lui inusitata (un po’ come accadrà a Jim Carrey con la svolta semi-seria di The Truman Show). Con la bella Daryl Hannah dev'essere stato più semplice: è dolce come lo zucchero ma, attenzione!, è molto più della classica "bionda in pericolo"! Particolarmente azzeccato è anche il Sam Neill versione pre-Jurassic Park, molto convincente come spietato e paranoicamente maligno mastino dei Servizi.
Spaziando dalla sci-fi all’horror, e passando per l’adventure, John Carpenter ha dimostrato, nel corso della sua carriera, una dote indiscutibile: la capacità di garantire standard sempre al di sopra della media. Pur trattandosi, in questo caso, di un copione scontato (tratto dal libro omonimo di H.F. Saint e non da Herbert George Wells), Carpenter riesce a stemperare la prevedibilità della storia da un lato profondendo quella sua tipica mistura di tensione e (black)humor, dall’altro deviando le traiettorie della commedia convenzionale in quelle della farsa (oltre a saper dosare con cura il tasso glicemico della love story dei due protagonisti).
Avventure di un uomo invisibile è un film farcito di citazioni (oltre all’Uomo invisibile del ’33 ci scappano anche Hitchcock e molti altri) ma soprattutto di autocitazioni: non sono i ricordi di Nick Holloway quelli che scorrono sullo schermo bensì quelli del regista stesso che ha visto, in questo progetto precedentemente rifiutato da Ivan Reitman e Richard Donner, l’occasione per provare a dimostrare a chi non aveva saputo apprezzare Grosso guaio a Chinatown che il suo cinema è molto più ricco di quello cui l’etichetta di "regista horror" che gli è stata affibbiata farebbe pensare. Un cinema spesso sottovalutato ma bellissimo e di cui questo film è sicuramente un perfetto esempio: un (potenziale) blockbuster intelligente, poetico e leggero, da vedere con grande piacere! :D

domenica 16 agosto 2020

Miracolo sull'8ª strada


Titolo originale: Batteries not Included
Nazione: USA
Anno: 1987
Genere: Commedia, Fantascienza, Fantastico
Durata: 106'
Regia: Matthew Robbins
Cast: Jessica Tandy, Hume Cronyn, Michael Carmine, Frank McRae, Elizabeth Peña

Trama:
La speculazione edilizia sta costringendo a sloggiare, anche con la forza, la gente di un quartiere popolare di New York. Unici a resistere in un palazzo fatiscente sono cinque inquilini, di cui due molto anziani. In loro aiuto arrivano dallo spazio due dischi volanti, minuscoli e laboriosissimi, e...

Commenti e recensione:
Miracolo sull'8ª strada è una strana fiaba fantascientifica, di quelle che soltanto gli anni '80 potevano tirare fuori. Giocando con un'idea che, tutto sommato, rientra nei concetti proposti ripetutamente da Spielberg, ricorda molto la poetica di Miyazaki dei piccoli sentimenti. Proprio perché è una fiaba non vuole dare troppe lezioni ma soltanto intenerire i cuori, soprattutto dei giovanissimi, e lo fa con gag, bontà a profusione e minuscole astronavi che acquistano, in un contesto infantile, una perfetta credibilità. Poi, se si prova a fare una lettura più approfondita ed adulta, possiamo anche trovare il rapporto uomo/macchina, la terza età, la meschinità degli speculatori e mille altre cose ma, come per il coevo Totoro, quella parte è solo accennata, in trasparenza, utile magari a qualche studioso ma abilmente nascosta alla prima, più ingenua eppure più corretta, visione.
Il progetto iniziale era di farne un episodio da inserire nella serie televisiva The Amazing Stories ma il bravo Spielberg se ne innamorò e decise di svilupparlo, e produrlo, per il circuito cinematografico. La storia non si allontana molto dai cliché sulla terza età angariata dal capitalismo, nell'indifferenza della convulsa metropoli americana. Al di là dell’arrivo dei simpatici alieni (perfetta la costruzione del rapporto umano-extraterrestre: il timore, la meraviglia ed, infine, una progressiva conoscenza reciproca) è la tematica sociale a farla da padrona: l’anziano duo Cronyn-Tandy (storica coppia anche nella vita privata) funziona perfettamente ed immedesima completamente lo spettatore sia nelle condizioni economiche precarie dei protagonisti che nello stato in cui si ritrovano a vivere gli ultimi anni di vita. Insieme a degli effetti visivi di pregevole fattura, Batteries not included (il suo bellissimo titolo originale) offre un pizzico di fantasia nel degrado urbano senza sovvertire le regole ma rimescolando in, salsa robotica, i vari E.T. e Starman.
Grazie all’attenta supervisione di Spielberg, il film di Robbins è scorrevole e la trama, per quanto semplice, è puntellata da una ironia dolceamara che disegna molto accuratamente il disagio di tanti abitanti dei sobborghi newyorkesi prima dell’avvento di Giuliani, il sindaco che consegnò alla Grande Mela la sua nuova identità.
Miracolo sull'8ª strada ha avuto una sfortunata distribuzione italiana, soprattutto a causa dello sbagliatissimo titolo capresco (nel senso di Frank Capra ^_^) che l'ha fatto confondere con il delizioso Miracolo nella 34ª strada del '94 con Attemborough nei panni di Babbo Natale e l'ha relegandolo, per associazione, a film natalizio; oggi il titolo è praticamente dimenticato da tutte le reti televisive. È anche per sfatare questo sciocco pregiudizio che ve lo propongo in piena estate: perché possiate apprezzare un film ben fatto, dolcemente intelligente e perfettamente godibile in qualsiasi stagione! :D

sabato 8 agosto 2020

Hot Shots! 2


Titolo originale: Hot Shots! Part Deux
Nazione: USA
Anno: 1993
Genere: Comico
Durata: 87'
Regia: Jim Abrahams
Cast: Charlie Sheen, Lloyd Bridges, Valeria Golino, Richard Crenna, Brenda Bakke

Trama:
Tug Benson, rimbecillito presidente degli Stati Uniti, invia tre missioni consecutive in Medio Oriente per liberare i soldati americani, facendoli sistematicamente catturare da un perfido despota. Benson decide allora che solo l'eroe "Topper" Harley può riuscire nell'impresa e...

Commenti e recensione:
Che belli che erano i tempi in chi si poteva rinnegare il "politically correct" e misurare il grado di civiltà con la capacità di autoridicolizzarsi, scherzando su chi si prende troppo sul serio... e fa ridere comunque! Cosa rara per un sequel, il seconto Hot Shots! è persino migliore del primo, fra battute groucho-marxiane ed una demenzialità dove l'importante è appunto non prendersi mai sul serio, pur facendo finta di essere seri.
Dal primo episodio mantiene il filo conduttore, basandosi però su un Rambo rivisitato argutamente invece che su Top Gun, ma Abrahams ha sicuramente affinato la tecnica ed il film non cala di livello per tutta la sua durata. Regia ed interpretazione dei personaggi sono perfette, tutto è orchestrato e cadenzato con competenza, senza mai eccedere nella scontatezza ritrita né ardire nulla che si allontani da un immaginario mainstream dalla presa sicura sul grande pubblico e, infatti, si ride tutti dall'inizio alla fine. Pur essendo una produzione leggera e spassosa, perfetta per una serata divertente tra amici, ha alcune scene che sono entrate di pieno diritto nell'Olimpo dei grandi classici della risata.
Ovviamente non è solo Stallone ad essere ripetutamente preso in giro, il regista non risparmia nemmeno Star Wars, Zorro, Terminator e mille altri film (così a memoria mi vengono ancora Lilli e il Vagabondo, Basic Insticts, Apocaly... ma che dico, metà del divertimento è cercarli da soli! ^__^), ottenendo un mix geniale di acuto umorismo. Il contesto serio della vicenda, scandito da volti famosi o meno noti, dà una bellissima patina di credibilità alla storia ma tutto sprofonda nel demenziale appena si guardano i dettagli: il vero film è quello in secondo piano e, infatti, va visto su più livelli.
E più volte.
E vi farà ridere ancora ed ancora, ogni singola volta! :D

domenica 2 agosto 2020

Atlantis - L'impero perduto


Titolo originale: Atlantis: The Lost Empire
Nazione: USA
Anno: 2001
Genere: Animazione, Avventura
Durata: 95'
Regia: Gary Trousdale, Kirk Wise

Trama:
Milo Thatch, cartografo e linguista, sogna di portare a termine il sogno del nonno, famoso esploratore: ritrovare la mitica Atlantide. In possesso di una mappa, Milo decide di unirsi alla spedizione del capitano Rourke e parte alla ricerca dell'isola scomparsa ma...

Commenti e recensione:
Nel 2001, frutto del lavoro di due grandi come Trousdale e Wise, reduci dai successi de La bella e la bestia e Il gobbo di Notre Dame, uscì il secondo grande flop della Disney: Atlantis - L'impero perduto. Fu un disastro così totale che, come la povera Ailin di Taron, la bellissima Kida è diventata "l'altra principessa dimenticata" e, ancora oggi, non la troverete in nessun raduno della Casa del Topo, definitivamente cancellata dalla memoria storica. Peccato perché di "contenuto umano" da mostrare ne avrebbe avuto davvero tanto! ç_ç
Ma Atlantis era davvero così brutto?
Ovviamente no! Era solo l'ennesimo coraggioso esperimento, fortemente osteggiato da una grossa fetta della Disney, di puntare ad un pubblico meno infantile e più avventuroso. Se è stato prodotto è solo perché l'idea di Atlantide solleticava i manager che già intravedevano una nuova attrazione nelle Adventurelands dei loro parchi giochi.
Trousdale e Wise ce la misero davvero tutta, dallo staff tecnico (questo è uno dei pochissimi Disney girato in 70mm anamorfico ed il primo ad usare così tanta GCI) a quello prettamente creativo. Ispirandosi a grandi come Kurosawa e Spielberg per i movimenti di camera e le scene di azione, hanno anche cooptato Mike Mignola (suoi sono i tratti spigolosi e meno morbidi rispetto ai Classici) e persino Mark Okrand, mitico linguista inventore del Klingon (nonché gran visir di milioni di nerd) per l'atlantideo. Proprio perché pensato per un pubblico più maturo, esattamente come fu per Taron anche qui non ci sono canzoncine ma "solo" una colonna sonora di accompagnamento, peraltro affidata a James Newton Howard, il quale approcciò il progetto come un film in live-action e decise di utilizzare differenti sonorità per il mondo moderno di superficie e per quello sommerso ed antico di Atlantide, dando vita a quello che è, a mio avviso, il suo lavoro migliore.
Gli seneggiatori pescarono a piene mani nel meglio del meglio dell'avventura di Verne, da 20.000 leghe sotto i mari a Viaggio al centro della Terra nonché (ma non lo ammetteranno mai!^_^) ai lavori di Miyazaki e Hanno: Laputa e Nadia - Il mistero della pietra azzurra. Certo Il fantozziano Milo è una copia sputata di Jean e le principesse atlantidee sono chiaramente imparentate. Indiana Jones ha regalato il bel personaggio della fatale Helga Katrina Sinclair, coscia lunga e spacco alla Jessica Rabbit, palesemente ricalcato sull'Elsa Schneider de L'Ultima Crociata, ma il prodotto finale è, onestamente e nei limiti della Disney, originale. Non fosse uscito subito dopo Shrek, che tra l'altro segnò la fine dell'animazione da amanuensi, forse avrebbe avuto qualche possibilità in più perché, paradossalmente, si rivolgeva quasi allo stesso pubblico. Aveva anche lo stesso tipo di umorismo, spesso al limite di quello da caserma e con gag molto azzeccate. Aveva, in più, sfumature decisamente postadolescenziali (quanti altri film Disney conoscete in cui, dopo neanche mezz’ora, si contano più di 160 morti di morte violenta?) e addirittura adulte come il chiaro messaggio anti-imperialista/anti-colonialista e quello, mai troppo ribadito, del rispetto ambientale.
Poi, come al solito, la Disney sbagliò tutto il lancio del film mancando totalmente il target di riferimento.
Presentato come "per bambini" fece un tale tonfo (86 milioni di utili che, nel loro linguaggio, significa fiasco) da spingere il presidente Shumacher a dichiarare: Ci era sembrata una buona idea allontanarsi, per una volta, dalla solita struttura da fiaba ma abbiamo mancato il bersaglio. Questo mise la pietra tombale su tutto il progetto e quindi: addio serie TV, ambientazioni Adventureland, merchandising e sequel (che comunque comparve nel 2003 assemblando i primi episodi TV già quasi pronti).
Circa otto anni dopo arrivò James Cameron, ripresentò la stessa storia con le stesse dinamiche, questa volta in chiave fantascienza live action e 3D, la distribuì per il target giusto e con Avatar diventò ricchissimo. Miracoli di Hollywood.
Atlantis - L'impero perduto non è un capolavoro ma decisamente non è da buttare via, anzi!, basta non fare i confronti col Re Leone o Cenerentola e goderlo per l'avventura e la creatività di cui è ricchissimo! :D

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