venerdì 12 luglio 2019

Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia


Titolo originale: Joyeux Noël
Nazione: FRA, GER, BLG, UK
Anno: 2005
Genere: Drammatico, Commedia, Guerra
Durata: 115'
Regia: Christian Carion
Cast: Diane Kruger, Benno Fürmann, Guillaume Canet, Gary Lewis, Dany Boon

Trama:
Sul fronte della I Guerra Mondiale, nella notte di Natale del '14, i soldati accampati dietro le trincee francesi, scozzesi e tedesche, improvvisamente decidono di deporre le armi e di scambiarsi auguri, sigarette e calorose strette di mano. Questo avvenimento sconvolgerà le vite dei protagonisti e...

Commenti e recensione:
Christian Carion, già regista del delizioso Una rondine fa primavera, scrive e dirige Joyeux Noël, una pellicola ispirata ad una storia vera che oggi ci appare tanto magica quanto vergognosa. La vigilia di Natale del 1914, un gruppo di soldati prussiani, francesi e scozzesi impegnati a combattere in Francia, improvvisarono una tregua natalizia e trascorsero la Notte Santa scambiandosi le razioni alimentari e bevendo insieme e, il giorno dopo, giocando anche a calcio. A Santo Stefano ripresero i loro ruoli consueti. I rispettivi comandi non presero affatto bene questo atto di pacifismo ed adottarono misure draconiane nei confronti dei loro sottoposti, perché "la guerra non può perdonare la disobbedienza". Questo episodio è stato rinnegato dai vari eserciti fino agli anni '70 (perché i generali, si sa, vivono a lungo) e, ancora oggi, il film è stato fortemente criticato da molti esponenti militari.
Pur con i dovuti distinguo, è impossibile non vedere in Joyeux Noël ben più che un omaggio al magnifico Orizzondi di gloria di Kubrick. Però Carion non è Kubrick e riesce a far passare il suo messaggio, pur forte e profondo, con il garbo e la delicata ironia che lo contraddistinguono, creando un film carico di commovente umanità e pacifismo che colpisce per la sua universalità e fa riflettere, ancora una volta, sull'assurdità del conflitto armato.
Ottimo il cast che annovera, tra gli altri, Diane Kruger, Benno Furmann e Daniel Bruhl per i tedeschi, Guillaume Canet e Michel Serrault per i francesi e Gary Lewis, quello di Billy Elliot, per la Scozia. È il bel risultato di una coproduzione europea ben riuscita, sottolinata anche dall'uso delle diverse lingue parlate in scena. Per qualche misterioso motivo il nostro doppiaggio, per il resto molto buono, ha cancellato queste differenze e tutti parlano in un unico idioma creando scene surreali e paradossali, con soldati di fazioni opposte che si domandano vicendevolmente se qualcuno capisce la loro lingua... tutti in italiano! Forse la distribuzione temeva che non sapessimo leggere i sottotitoli. Mah.
Presentato al Festival di Cannes ed in lista per gli Oscar, Joyeux Noël ha sbancato nei botteghini d'oltralpe ed è stato meritatamente premiato un po' ovunque ma, come spesso accade, qui in Italia è comparso nei cinema come una meteora ed in TV, se non sbaglio, ha avuto un solo passaggio. Menomale che ci siamo noi a cercare di mantenere vive queste piccole perle della settima arte.
Da vedere? Senza alcun dubbio! :D

martedì 9 luglio 2019

Una pallottola spuntata 33¾ - L'insulto finale


Titolo originale: Naked Gun 33 1/3: The Final Insult
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Comico
Durata: 90'
Regia: Peter Segal
Cast: Leslie Nielsen, George Kennedy, Priscilla Presley, O.J. Simpson, Fred Ward, Kathleen Freeman

Trama:
Il tenente Drebin, ritiratosi dopo le nozze con la sua Jane, è richiamato in servizio quando un terrorista progetta di mettere una bomba alla serata degli Oscar. Infiltratosi nel carcere di Statesville, si guadagna la fiducia del terrorista dinamitardo e...

Commenti e recensione:
Tutto ha una fine e, nel 1994, venne il turno della mitica saga comica partorita dal trio ZAZ. Unico film della trilogia a non vedere dietro la macchina da presa il creatore David Zucker, rimpiazzato dall'esordiente su grande schermo Peter Segal, Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale continua sull'irrefrenabile scia parodistica dei precedessori, con altri classici del cinema ad essere presi di mira. Già dal rocambolesco prologo, chiara parodia della scena cult de Gli intoccabili (omaggio a sua volta all'iconica sequenza della scalinata di Odessa de La Corazzata Potemkin) ci troviamo catapultati in una rivisitazione comica di titoli intramontabili come Thelma & Louise, Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà e Guardia del corpo. Se c'è, forse, qualche sbavatura, è interamente nascosta dalla prova del cast, ormai perfettamente affiatato ed abituato al ritmo sempre-a-rotta-di-collo.
Gioiello nel gioiello, un'intera esilarante mezz'ora finale, vera e propria apoteosi della risata, con tanto di nomination e film candidati alle statuette nuovi di zecca modulati ancora una volta su altri capisaldi moderni e non della Settima Arte, chiude nel migliore dei modi il percorso di una saga entrata a pieno titolo nella storia di genere.
Raramente il terzo film di una serie riesce a reggere il paragone con i precedenti ma questo concede a Frank Derbin un commiato davvero riuscito. Da gustare, assolutamente senza pensare! :D

sabato 29 giugno 2019

Una pallottola spuntata 2½ - L'odore della paura


Titolo originale: The Naked Gun 2½: The Smell of Fear
Nazione: USA
Anno: 1991
Genere: Comico
Durata: 90'
Regia: David Zucker
Cast: Leslie Nielsen, George Kennedy, Priscilla Presley, O.J. Simpson, Robert Goulet

Trama:
Il dottor Mainheimer, uno dei massimi scienziati mondiali, sta per presentare pubblicamente uno studio sul risparmio energetico. La cosa non piace ai boss delle attuali fonti d'energia (petrolio, carbone, nucleare) che lo fanno rapire e sostituire con un sosia. Tocca al tenente Frank Drebin sventare il piano dei cattivi e...

Commenti e recensione:
"Squadra che vince non si cambia" e il team dietro al successo dell'originale fa di nuovo centro. Se la trama è un po' più labile del precedente (tanto era solo un pretesto) il film è sorretto da un ritmo forsennato di gag e battute che attraverso il demenziale omaggiano, ancor più del primo episodio, i grandi classici del cinema. Da Casablanca a Ghost, da Hollywood Party a L'uomo nel mirino, solo per citarne una manciata, Una pallottola spuntata 2½ è una fucina continua di citazioni più o meno velate e/o individuabili sia dal grande pubblico che da quello più prettamente cinefilo. Come hanno fatto a mettere così tanti riferimenti in meno di un'ora e mezza è, per me, un mistero! Formidabile, ancora una volta, l'incredibile verve dei dialoghi, giocati continuamente sui i doppi sensi. Ad impreziosire questo festival di comicità slapstick, evitando elegantemente i facili lidi della volgarità gratuita, è ovviamente lo straordinario corpo filmico di Leslie Nielsen, mai pago nel rientrare nei panni del tenente più imbranato e simpatico di sempre.
Fosse solo per il piacere di una bella, sana e lunga risata, è da rivedere, anche più volte! :D

martedì 25 giugno 2019

Una pallottola spuntata


Titolo originale: The Naked Gun: From the Files of Police Squad!
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Comico
Durata: 86'
Regia: David Zucker
Cast: Leslie Nielsen, George Kennedy, Ricardo Montalban, Priscilla Presley, O.J. Simpson

Trama:
Il tenente Frank Drebin, della polizia di Los Angels, è convinto che una lobby di politici corrotti abbia programmato un attentato alla Regina Elisabetta, tra breve ospite negli Stati Uniti. Nel corso delle indagini Frank scorpre che Vincent Ludwig, capo del comitato dei festeggiamenti, è un grosso trafficante di stupefacenti e...

Commenti e recensione:
La triade di registi ZAZ (David Zucker, Jim Abrahams e Jerry Zucker) dopo averci estasiati con L'aereo più pazzo del mondo e Top Secret!, torna sul grande schermo con questa inarrivabile trilogia parody-noir. All'epoca la comicità demenziale non faceva rima con stupidità, come accade quasi sempre oggi, ed uscivano cult universali come questa Una pallottola spuntata, capace di reggere il passare del tempo con sorprendente semplicità e di divertire generazione dopo generazione.
La satira è strabordante, ricca di originalità e si protrae in una serie infinita di gag, giocando col non-sense e con una vis comica che, rispecchiando in pieno le atmosfere ottantiane, non disdegna rimandi al periodo classico. Il tutto collegato in una trama tutto sommato solida che, pur perdendosi in una piacevole caciara negli ultimi minuti, ripercorre in chiave ironica gli stilemi del noir (come il costante voice-over di Debrin) e del poliziesco (dagli inseguimenti in macchina alle strambe sparatorie) sfruttando magnificamente la straordinaria mimicità del compianto Leslie Nielsen, vera punta di diamante di un cast che, ma solo al suo confronto, sembra "solo" di buon livello.
Mai una volgarità, mai una scena indecente, solo 1 ora e 20 di brillante comicità, ottimamente doppiata in italiano (perché i traduttori, allora, si davano davvero da fare!) per un classico senza tempo che è sempre un piacere rivedere! :D




DEDICO QUESTO POST A G R A Z I E
che ci ha fornito l'introvabile serie TV
Quelli della pallottola spuntata
e che, per merito suo, trovate qui sotto.


venerdì 21 giugno 2019

Greystoke - La leggenda di Tarzan il signore delle scimmie


Titolo originale: Greystoke - The Legend of Tarzan Lord of the Apes
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Avventura, Drammatico
Durata: 130'
Regia: Hugh Hudson
Cast: Christopher Lambert, Andie MacDowell, Ralph Richardson, Ian Holm, Nicholas Farrell

Trama:
1886: Lord Clayton di Greystoke e la moglie incinta naufragano in Costa d’Avorio. La donna muore dopo il parto, il Lord è ucciso dalle scimmie ed il neonato è allevato da quest’ultime finché, una volta cresciuto, torna nella tenuta di Greystoke ma...

Commenti e recensione:
Tratto dal capolavoro di Burroughs, questo Tarzan (nome che non compare mai, se non nel titolo del film) è la più bella trasposizione del libro mai fatta. Fedelissimo, soprattutto nella prima parte, all'originale, non ha nulla in comune con i (pur bellissimi!) exploit di Weissmuller. Quest'interpretazione è più complessa, adulta, moderna e, soprattutto NON superomistica. Il nostro eroe non è quindi quel muscoloso gigante, re della giungla (o jungla, come ci insegnava Salgari) ma un giovane semi-integrato nel mondo animale; non proprio un antieroe quanto un "eroe-suo-malgrado", il cui ruolo è perfettamente interpretato da un bravissimo Lambert dallo sguardo magnetico, di volta in volta profondo ed indagatore o lontano e riflessivo. Certo, in questo è aiutato dal fatto di essere un miope totale senza i suoi occhiali ma il risultato sullo schermo è perfetto!
Vedete dalla scheda che il film è targato USA ma, in realtà, difficilmente potrete trovare un film più inlgese di questo; il fatto è che a Hugh Hudson venne data carta bianca e completa libertà di azione. Dopo il successo di Momenti di Gloria, la Warner sapeva di giocare sul sicuro e diede al regista un gran bel budget di 45 milioni di dollari. Soldi che, soprattutto per quanto riguarda le strepitose riprese in Camerun ed in Scozia, si vedono davvero tutti. Anche per il cast non si badò a spese e sia Ian Holm che Ralph Richardson, qui alla sua ultima ed indimenticabile interpretazione che gli valse la candidatura agli Oscar, sono di un livello altissimo. C'è anche una deliziosa e giovanissima Andie MacDowell al suo debutto... che però è doppiata nell'originale da Glenn Close perché, secondo il regista, aveva ancora molto da imparare. Ma non importa, è la Jane più fresca che si sia mai vista! Allora, perché non ricordiamo un film con tutte queste meravigliose caratteristiche? Semplicemente perché fu un fiasco al botteghino e rientrò a malapena delle spese.
Purtroppo, tutta la generazione presente all'uscita del film era cresciuta sui film dello "Schwarzenegger ante litteram", quel Weissmuller che ha caratterizzato così tanto il personaggio da renderlo un archetipo. Al nome Tarzan il pubblico collegava immediatamente determinate sensazioni e non solo se le aspettava, le pretenveva! Non era psicologicamente pronto a vedere il Superman delle scimmie soffrire, farsi male o, addirittura, perdere. Oggi è diverso: siamo sopravvissuti alla caduta di quasi tutti i supereroi, sappiamo che sono deboli, fragili, talvolta instabili e, proprio perché così umani, li capiamo di più. Ci immedesimiamo il loro perché noi stessi non ci riconosciamo più nel Superuomo degli anni '30. Solo oggi, quindi, possiamo davvero apprezzare questo bellissimo film senza sentirci defraudati, perché all'avventura vecchio stile possiamo accostare anche messaggi più profondi e, all'occasione, drammatici senza che ci sembri una storpiatura. Così come voleva Burroughs, così come voleva Hugh Hudson.
Da rivedere e rivalutare assolutamente! :D


sabato 8 giugno 2019

Origine


Titolo originale: Gin-iro no kami no Agito (銀色の髪のアギト - lett. Agito dai capelli d'argento)
Nazione: JAP
Anno: 2006
Genere: Animazione, Avventura, Drammatico, Sentimentale, Fantascienza
Durata: 101'
Regia: Keiichi Sugiyama

Trama:
A causa dell’opera folle dell’uomo, il pianeta Terra è destinato ad essere invaso da piante senzienti, capaci di riprodursi e di soverchiare la civiltà umana. Il giovane Agito, in missione per recuperare dell’acqua, incontra fortuitamente Toola, ibernata; con lei cercherà di risolvere la situazione e...

Commenti e recensione:
Per questo suo primo film, Sugiyama ha puntato davvero in alto (e, con lui, tutto lo studio Gonzo) e, come spesso succede, non ha ottenuto il risultato sperato. Le influenze Ghibli si sentono ad ogni inquadratura ma è il Maestro che manca. Però spezzerò una lancia in favore di questo Origine, che da noi non si è praticamente visto: è Miyazaki che ha posto l'asticella troppo in alto! Allora, provate a dimenticarvi dei suoi capolavori (in questo specifico caso: Nausicaa, Mononoke, Conan e Laputa) e scoprirete che questo film non è assolutamente da buttare via. Anzi.
Prima di tutto le animazioni sono, in una parola, bellissime! La CG, soprattutto per gli anni, si amalgamata degnamente agli splendidi disegni; le musiche di Iwasaki Taku sono eccezionali; i personaggi vengono ben delineati ed anche per il doppiaggio italiano, una volta tanto, fa la sua bella figura. Ci sono tanti soldi dietro a questa produzione e si vedono tutti. La trama, in realtà, meritava più lavoro. Non è brutta, tutt'altro; come ho giù detto, purtroppo non è un Miyazaki e quindi non c'è la sua poesia, ma è un compitino ben eseguito che permette una visione leggera fino alla fine. Come in tanti Ghibli (ma anche in tanto altro cinema nipponico) c'è ecologismo, pacifismo, spiriti della natura e stupidità umana, c'è l'avventura e l'happy ending, obbligatorio ma gestito con gusto.
In sintesi: non siamo di fronte ad un'opera d'arte ma ad un film assolutamente guardabile e, anche grazie alla bellezza dei suoi disegni, veramente godibile. Da vedere! :D


mercoledì 5 giugno 2019

Il giullare del re


Titolo originale: The Court Jester
Nazione: USA
Anno: 1956
Genere: Comico, Commedia, Azione, Musicale
Durata: 101'
Regia: Norman Panama, Melvin Frank
Cast (voci): Danny Kaye, Basil Rathbone, Glynis Johns, Angela Lansbury, Cecil Parker, Mildred Natwick

Trama:
Inghilterra, XII secolo: Roderico si è impadronito del potere con la forza. Il capo dei popolani a lui ribelli, uno pseudo Robin Hood picaresco, decide di sostituirsi ad un famoso giullare per poter entrare a corte ed agire liberamente e...

Commenti e recensione:
Com'è difficile scrivere di un primo amore! Conosco questo film fin da bambino e l'ho rivisto, con occhi sempre nuovi, un'infinità di volte, eppure spiegarne qui la bellezza è un'impresa. A seconda delle età, ho visto Il giullare del re come avventura, poi comico, commedia, parodia e, oggi, come un amalgama perfettamente riuscito di tutti i generi lieti che mi vengono in mente.
Per questo lavoro, scritto e diretto a quattro mani da Panama e Frank, la Dena Pictures spese ben 4 milioni di dollari (e se guardate il cast stellare capirete da soli il perché) ma, per uno di quei perversi scherzi del destino, al botteghino recuperò appena la metà della cifra; fu un flop clamoroso. Solo con gli anni la pellicola ottenne il giusto riconoscimento ed il titolo (non che la Dena ci tenesse ma tant'è ^__^) di Cult.
La trama, nell'insieme e pur considerando gli scambi di ruoli e gli equivoci, è semplice e si sposa perfettamente con la fotografia dai colori accesissimi del Technicolor che dona alla pellicola una cornice ancora più fiabesca e naïf.
Scelsero Danny Kaye per la parte del giullare che, ammettiamolo, gli è stata praticamente scritta addosso. P&F hanno saputo sfruttare tutta la sua spettacolare capacità di passare dalla commedia pura al serio e al musical, intercalando momenti quasi slapstick. Kaye, che era sempre stato bravissimo, ha ripagato la loro fiducia diventando addirittura immenso! E benissimo si comporta anche Rathbone, che riesce perfettamente a reggere i dialoghi serrati (quelli che nel cinema sembrano essersi persi chissà dove) di botta e risposta fulminanti. Ah, dimenticavo: questo film è "anche" un Musical. Magari non canonico ma come si fa a sprecare un Kaye non mettendogli un'adeguata colonna sonora? Eccolo quindi, già nei titoli di testa, a cantare Life Could Not Better Be ed introdurci, da bravo menestrello medievale, nello spettacolo. Ma, proprio perché è lui, rompendo la quarta parete, finendo per scherzare con la troupe e facendo riferimenti al cast. Perché non si scrive più così? ç__ç
Ricapitolando, Il giullare del re ha una struttura perfetta, una colonna sonora deliziosa, i colori di una fiaba, degli interpreti eccellenti e dei dialoghi veloci fra Kaye, Rathbone, Natwick e la Lansbury stessa (mammamia, com'era giovane!) meravigliosi, perfetti e letteralmente esilaranti. Insomma, un film da ri-vedere assolutamente! :D


sabato 1 giugno 2019

L'isola dei cani


Titolo originale: Isle of Dogs
Nazione: USA
Anno: 2018
Genere: Animazione, Avventura, Commedia
Durata: 101'
Regia: Wes Anderson
Cast (voci): Tilda Swinton, Scarlett Johansson, Kunichi Nomura, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Hakira Takayama, Greta Gerwig, F. Murray Abraham, Frances McDormand, Yoko Ono, Edward Norton, Bryan Cranston, Bob Balaban, Bill Murray, Anjelica Huston

Trama:
Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato cane dopo che, per un decreto esecutivo a causa di un'influenza canina, tutti i cani di Megasaki City vengono mandati in esilio in una vasta discarica chiamata Trash Island. Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop, vola attraverso il fiume alla ricerca del suo Spots e...

Commenti e recensione:
Fino ad oggi non lo sapevamo ma quello tra Wes Anderson ed il Giappone è il matriomonio perfetto. Lo stile geometrico, rigoroso e sentimentalmente contenuto (che però non significa "freddo") del regista si accoppia benissimo con la maniera in cui il Giappone è percepito dal resto del mondo, col suo design minimale, la tendenza a trattenere i sentimenti ed a mostrarsi rigorosi, innamorati di regole, tradizioni e rituali. Persino la fissa per le divise si rispecchia pienamente nel cinema di Anderson. Eppure l’immaginario giapponese, per quanto avvicinato e riadattato, non viene mai veramente riprodotto. Fin dal prologo, Anderson ricorre all’iconografia Ukiyo-e, alla pittura ottocentesca, al teatro nō, al manga, all’anime, ma lo fa lasciando che le inquadrature del suo film siano arricchite dalle infinite altre immagini del mondo a cui rimandano e non siano solo appiattite e banali citazioni. È un universo stilizzato, composto a partire da segni di riconoscimento ad uso e consumo occidentale; stereotipato non per ottusità ma perché di seconda mano, riciclato da rappresentazioni fittizie preesistenti, in una gamma di modelli d'ispirazione pop che vanno dichiaratamente da Kurosawa a Miyazaki, dai fumetti cyberpunk agli assurdi show televisivi nipponici. Il tutto abilmente mescolato ai riferimenti a Quarto potere, 1997 Fuga da New York, Mad Max, Marlene Dietrich e tant'altro. L'isola dei cani non è quindi un omaggio all’iconografia giapponese quanto piuttosto lo scavo oltre la forma immediata e riconoscibile di un segno, un tratto e, perché no, di un'emozione.
Che il cinema di Anderson non sia mai stato diretto ed istintivo, che sia "troppo di testa" e solo per chi accetta di far parte del suo giochino intellettuale, lo si è sempre detto e saputo e, ovviamente, in un'opera interamente realizzata a mano, senza alcun concorso esterno ed incontrollato della natura, questo effetto è amplificato al massimo. Mai come questa volta, l’ennesima ripetizione della formula del regista ha mostrato il suo vero intento: operare uno scavo (come bene ci indica l’ultimo movimento di macchina del film) nella propria identità, provando a smuovere, anche con altre tecniche, altre forme, altre culture ed altri immaginari, la propria superficie, piacevolmente piatta. Anderson gioca anche sull'audio (e, sottilmente, con il suo amato soggetto dell'incomunicabilità) e lo fa in un modo tutto nuovo: gli umani parlano in giapponese (e nemmeno sempre tradotti o sottotitolati) ed i cani in inglese, così da mettere sullo stesso piano due universi e farli dialogare solo attraverso il commento e, in casi particolari, la traduzione simultanea, in diretta ma sempre mediata. Meraviglioso!
Raramente, probabilmente a torto, cito il cast di un cartone animato ma questa volta l'ho intenzionalmente lasciato nella scheda. Come potete vedere, anche solo ad un'occhiata superficiale c'è un intero mondo di messaggi da cogliere semplicemente scorrendo quei nomi.
Potrei aggiungere, come è stato fatto da molti critici, che la definizione del ruolo (all'interno di una relazione privata o di una comunità) sia la chiave per dare ordine all'ennesimo caos di rapporti personali e collettivi messo in scena da Anderson. Avrei senz'altro ragione ma sarebbe davvero una lettura superficiale, esattamente come lo sarebbe stata per I Tenenbaum o Moonrise Kingdom: c'è di più in questo film e vi invito caldamente a coglierlo! :D


mercoledì 29 maggio 2019

Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?


Titolo originale: Avanti!
Nazione: USA
Anno: 1972
Genere: Commedia
Durata: 140'
Regia: Billy Wilder
Cast: Jack Lemmon, Juliet Mills, Clive Revill, Pippo Franco, Gianfranco Barra, Edward Andrews

Trama:
Wendell Ambruster junior, un industriale di 42 anni, si reca sull'isola d'Ischia per ritirare il corpo del padre, morto in un incidente, e portarlo in America. Durante il viaggio, e poi ancora ad Ischia, incontra Pamela Piggott, venuta a prendere il cadavere della madre Catherine che era stata, segretamente e per anni, l'amante di Wendell senior e...

Commenti e recensione:
Se questo gioiellino di Billy Wilder è un "film minore", come dicono le critiche, è solo perché viene paragonato alle sue altre pellicole, francamente inarrivabili. Allora lasciatemelo dire: che "minore"! :D
Questo fu il suo unico film ambientato in Italia e, per quarant'anni, Ischia, ripresa volutamente come una cartolina, ha vissuto di rendita grazie alla pubblicità che gli ha fatto nel mondo; eppure qui da noi ebbe un'accoglienza appena tiepida. È successo perché sia critica che pubblico non capirono che i luoghi comuni di cui è infarcito sono solo un pretesto, un ingranaggio del meccanismo per opporre i due elementi che servono a creare una commedia e cioè, in questo caso, la presunta modernità e la presunta arretratezza. Pur partendo da un'esile trama, con l'aiuto del geniale sceneggiatore Diamond, Wilder ha creato un'ottima commedia, piena di humour, gags simpatiche e non banali e battute straordinarie. Naturalmente Jack Lemmon si conferma l'ottimo attore che conosciamo. Anche la Mills fa un'ottima figura (sia vestita che non) e, fra i caratteristi, meritano sicuramente una menzione un bravissimo Clive Revill nella parte del direttore dell'albergo ed un giovane e spassoso Pippo Franco, impiegato dell'obitorio. Quel che più fa apprezzare questo film, però, è la levità, la leggerezza ed il ritmo impressi dal grande regista. Non finiremo mai di rimpiangere la scomparsa di questo geniale uomo di cinema, capace di passare dal serio al comico con uguale maestria ed impareggiabile ingegno. Grazie Wilder.
Da vedere e rivedere, sempre con molto piacere! :D


sabato 25 maggio 2019

Come vi piace


Titolo originale: As You Like It
Nazione: UK
Anno: 2006
Genere: Commedia
Durata: 127'
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Romola Garai, Bryce Dallas Howard, Kevin Kline, Adrian Lester, Janet McTeer

Trama:
Dopo che suo fratello Federigo gli ha usurpato il trono, il Duca, con l'aiuto di alcuni servi fedeli, è costretto a riparare nella foresta di Arden per scampare alla morte. Anche sua figlia Rosalinda, innamorata dell'orfano Orlando, vessato dal fratello Oliviero, è costretta a fuggire dalla corte. Insieme alla cugina Celia ed al giullare Paragone, si nasconde anch'essa nella foresta prendendo le sembianze maschili di Ganimede e...

Commenti e recensione:
Ancora una volta, Kenneth Branagh ci riporta nel mondo shakesperiano in modo intelligente, ben realizzato e con un ottimo gusto.
Branagh abbandona lo scenario originale (un ducato francese) ed ambienta la vicenda in una colonia britannica nel Giappone del XIX secolo. Potrebbe sembrare un azzardo ma le accurate scenografie, i colori vivaci e brillanti e la location esotica non fanno altro che enfatizzare la bellezza del testo, a riprova che i raccondi del Grande Bardo sono davvero universali. Se in Pene d'amor perduto il regista sembrava aver perso un po' del suo smalto, qui ritorna agli altissimi livelli di Molto rumore per nulla, proponendoci una commedia garbata in modo assolutamente non accademico né seriosamente conforme alla tradizione ma aereo, colorato, avvolgente e privo di forzature.
Per realizzare questo gioiello, Branagh può contare sul contributo, indispensabile e potente, di un affiatato, nutrito, meraviglioso gruppo di attori in stato di grazia (di differente provenienza e notorietà ma amalgamati con assoluta perizia in un insieme praticamente perfetto), tanto da rendere impossibile una graduatoria di preferenze o di meriti. Si può dare un 10 a tutti? Sì! Davvero non c’è una nota stonata od una forzatura stilistica, nemmeno nelle giovanissime, angeliche protagoniste che hanno sulle loro spalle il compito maggiormente gravoso e cospicuo.
Una critica? Sì, c'è: non so se è per la grandissima capacità di Branagh o grazie alla bellezza del testo ma, più che ad una versione cinematografica, Come vi piace fa sentire lo spettatore a teatro. Per chi è abituato solo al grande schermo questo può essere un limite ma chi, invece di saper solo "subire" i film dalla platea, conosce le gioie del teatro godrà dell'eccezionale esperienza di sentirsi sulla scena stessa, tra gli attori e coinvolto nella trama!
Da vedere, e godere, assolutamente! :D


mercoledì 22 maggio 2019

Inside Out


Titolo originale: Inside Out
Nazione: USA
Anno: 2015
Genere: Animazione, Commedia
Durata: 94'
Regia: Pete Docter

Trama:
Da un lato c'è Riley, undici anni ed una vita felice nel Minnesota, costretta a cambiare città per seguire i genitori a San Francisco. Dall'altra ci sono Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia che, da dentro la sua mente, ne determinano la personalità e l'umore e...

Commenti e recensione:
Quando si parla di un lavoro della Pixar, è inutile negarlo, si sa già che il risultato è sempre di altissimo livello. E non solo per l'indiscutibile qualità tecnica (che comunque fa sempre la sua bella figura) quanto per la profondità di sentimenti che sa risvegliare. Del magico team Pixar, Docter non è certo il meno talentuoso e ce l'ha già dimostrato ampiamente con Monsters, Wall-e e Up. Sfido chiunque a negare di aver pianto, riso e sorriso vedendo quei film.
Questa volta Docter firma sia la sceneggiatura che la regia ed ha creato un vero gioiello, non dico dell'animazione ma del Cinema stesso. Ha spesso raccontato i sentimenti, dando loro una forma astratta o mediata (Up, ad esempio, fu una riflessione sulla solitudine, sraordinaria in tutto), ed ha sempre spostato il confine del racconto di animazione un po' più in là, ad ogni film. Questa volta, a cadere è un altro colosso degli stereotipi narrativi hollywoodiani: quello per cui l’obiettivo è sempre "il sorriso gioioso, la felicità, la realizzazione positiva di qualsiasi proposito". È molto raro trovare film che insegnino a volere bene alla tristezza ma senza la minima traccia di narcisismo romantico o decadente, senza quelle facilonerie antipsichiatriche per cui la gioia diventa una specie di ipocrisia. Inside out lo fa magistralmente, con trovate visive perfette e personaggi che parlano direttamente al nostro animo. Gli occhioni blue di Riley bucano lo schermo in tutt’uno con la faccina felice di Gioia, una sorta di Trilly in versione moderna. Forse qualcuno ricorderà ancora Esplorando il corpo umano (o Siamo fatti così), quella serie di animazione educativa francese che descriveva il nostro organismo. Per quanto a decenni di distanza, ed anni luce da ogni altro punto di vista, Inside out ha più di qualche punto in comune con la serie. Non avendo però un intento strettamente educativo quanto artistico, Inside out racconta le emozioni trovando una sintesi delicata tra la fisiologia del cervello, le strutture della psiche ed una vicenda personale che produce immedesimazione nel pubblico. Gli eventi reali sono minuscoli nel tempo della bambina, mentre diventano molto più estesi ed avventurosi nella sua vita emotiva. C'è molto più di quanto ci si aspetterebbe e trovo affascinante che si siano sdoganate teorie così raffinate (attenzione, non pretende di essere scientifico!) in un'era di intelligenza artificiale incombente.
Nella sua complessità, Inside Out è una pellicola più per adulti, che possono comprendere meglio alcune trovate geniali ma non semplicissime, che non per bambini; questi se lo godranno tantissimo ma è più avanti che lo apprezzeranno davvero. Aiuta però sicuramente i grandi a capirli e, perché no, a ricordare che anche loro hanno avuto, tanto tempo fa, un buffo amico immaginario di zucchero filato.
Un piccolo grande capolavoro per tutta la famiglia e per tutti coloro che credono che si possa ancora volare con la fantasia! :D


sabato 18 maggio 2019

Starman


Titolo originale: Starman
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Fantascienza, Avventura
Durata: 110'
Regia: John Carpenter
Cast: Jeff Bridges, Karen Allen, Charles Martin Smith, Richard Jaeckel, Robert Phalen, David Wells

Trama:
Jenny è vedova e, una notte, "appare" in casa sua un alieno che acquista le fattezze del defunto marito. La convince ad accompagnarlo in una località dell'Arizona, dove incontrerà i suoi compagni, ma all'alieno danno la caccia sia l'esercito che i servizi segreti e...

Commenti e recensione:
Che film strano, questo Starman. Strano ma bello.
Nato da una decennale e travagliatissima produzione, venne affidato a Carpenter perché:
1) era davvero uno dei più grandi registi sul mercato e
2) era economicamente disastrato dopo il clamoroso fiasco de La cosa ed aveva assolutamente bisogno di lavorare, anche a cottimo.
Per Carpenter si trattava di un lavoro su commissione, per pure necessità economiche, ben lontano dai suoi standard e lui stesso lo definì “un film per signorine, in senso buono ma, sapete, è una storia d’amore”. Eppure...
La verità è che Carpenter è un vero maestro, capace di unire il pragmatismo del regista navigato e di mestiere alla sovversione degli schemi ed il piglio dei registi autoriali della New Hollywood. Ammettiamolo: lui era capace di girare un capolavoro anche con la lista degli ingredienti del pecorino come sceneggiatura!
Sarà per questo che provvede subito a costruirsi uno spazio totalmente personale ed i dieci minuti iniziali gli sono sufficienti a mettere in scena il proprio immaginario, firmando così tutta la pellicola. Il neonato luminoso che cresce davanti agli occhi della Allen (con delle mezze vie, in realtà, abbastanza terrificanti) fino a diventare un adulto nudo che prende le fattezze del suo defunto marito rendendola, in pochi istanti, madre e moglie, è da antologia del cinema. E non parliamo della bellissima soggettiva dell’alieno che rimanda ad Halloween o le postazioni iper-tecnologiche del NORAD che richiamano Fuga da New York. L'aggiunta, atipica per Carpenter, dell'avventura on-the-road, che unirà i due animi solitari, vissuta dal regista nel segno di un progressivo (re)imparare a conoscersi per innamorarsi di nuovo, ancora una volta come fosse la prima, è poi un tratto di delicatezza che, forse, riscatta anni di durezza e di cinismo del regista (anche se un bel Vaffa allo Stato ci scappa comunque XD).
A far girare tutto senza intoppi ci pensa una meravigliosa interpretazione di Jeff Bridges (giustamente candidato all’Oscar ed al Golden Globe) che, sbagliando ad arte la mimica facciale di pressoché ogni espressione e mancando scientemente tutti i criteri comportamentali umani, riesce nell’impresa di farti credere che davvero lui, su questo pianeta, non c’è mai stato. Personalmente, per quanto meno appariscente, trovo ancor più strepitosa Karen Allen, apparentemente dimessa rispetto al più esuberante collega ma, in realtà, capace di trasmettere tutto il dolore interiore e la malinconia del suo personaggio con pochi accenni del viso e del corpo. Bravissima! È un vero peccato che le sue apparizioni cinematografiche siano state così diradate, fino quasi a sparire; è senza dubbio una grandissima attrice e meriterebbe altre possibilità.
Bistrattato dai carpenteriani puri (come poi accadde anche a Guaio Grosso...) Starman è comunque riuscito a conquistarsi, negli anni, un piccolo pubblico di appassionati che, in genere, ne sottolineano la leggerezza, la filosofia ecologista ed il suo essere un film senza troppe complicazioni, dal quale lasciarsi cullare e trasportare. Insomma, se non avesse avuto così tanta sfortuna da uscire dopo l'E.T. di Spielberg, non sarebbe ricordato come "un film al traino" ma come il precursore del genere fanta-mistico (sì, c'è anche tanto New Age, qui dentro) di Coocon e Incontri ravvicinati. :O
Da rivedere, da riamare, da sciogliere in emozioni ingenuamente sobrie, profumate di poesia semplice ed infantilmente morbida! :D


mercoledì 15 maggio 2019

Il pasto nudo


Titolo originale: Naked Lunch
Nazione: USA
Anno: 1991
Genere: Drammatico, Fantastico, Horror
Durata: 115'
Regia: David Cronenberg
Cast: Peter Weller, Judy Davis, Ian Holm, Julian Sands, Monique Mercure, Roy Scheider

Trama:
Lo sterminatore di scarafaggi William Lee scopre che sua moglie Joan si droga con la sua polvere insetticida. Quando Lee è arrestato per possesso di stupefacenti, già in stato di allucinazione raggiunge il commissariato, vede un agente segreto sotto forma di scarafaggio gigante e...

Commenti e recensione:
Tra i più grandi capolavori del '900, il libro di Burroughs è un'opera che DEVE essere presente in ogni libreria, fosse solo per capire cosa fu, in realtà, la Beat Generation. In Italia, soprattutto oggi, è finito quasi nel dimenticatoio ed ai più giovani sarà sicuramente sfuggito, pur essendo il più alto esempio di scrittura sulla tossicodipendenza scritto sotto gli effetti della droga. I soggetti trattati sono così spinosi che, alla sua uscita, dovette aspettare anni perché arrivasse sugli scaffali delle librerie USA. Va bene, gli americani a volte sono un po' strani su queste cose ma qui superarono se stessi. Per aiutarvi, vi propongo anche l'epub di questa "raccolta di appunti dall’inferno". ;)
Ma è mai possibile rendere al cinema la complessità di un testo e di una prosa così "infilmabili"? Sì, purché alla cinepresa ci sia un gigante come Cronemberg, al meglio della sua forma! Il risultato non è un film psicologico ma è, al contrario, un film psicotico. Non scandaglia la mente di un folle, ne è il frutto imputridito e faraonico, in cui tutto ha ancora diritto di trovare una propria collocazione, la realtà come il deliquio onirico, l’allucinazione eroinomane e la sublimazione erotica, il grottesco ed il noir, il gotico e la fantascienza. Dalla penna di Burroughs, Cronenberg estrae l’aggettivo sgradevole, componendo, grazie anche ad un cast assolutamente stellare, forse il suo film più eretico, meno collocabile e, soprattutto, straordinario perché avulso dalla prassi.
Da vedere (e da leggere) assolutamente! :D


venerdì 10 maggio 2019

Big Fish & Begonia


Titolo originale: Dayu haitang (Da Hai 大鱼海棠)
Nazione: Cina
Anno: 2016
Genere: Animazione, Fantastico, Avventura
Durata: 105'
Regia: Liang Xuan, Zhang Chun

Trama:
Chun vive sotto il mare, lì dove vengono curate le anime degli esseri umani. Come da tradizione, compiuti i 16 anni deve intraprendere il viaggio nel loro mondo, per capirne pregi e difetti. In forma di delfino rosso scopre che, sì, il viaggio è impervio e ricco di insidie ma anche, grazie all'amicizia, ricco e formativo. Forse troppo.

Commenti e recensione:
Doveva succedere e, fatalmente, è successo. Come in tanti altri campi, dallo sport, al cinema, alla tecnologia, la Cina smette di essere l'eterno copiatore, scadente ma a basso prezzo, per dimostrarsi un protagonista di prima grandezza.
Xuan e Chun, da bravi cinesi, hanno impiegato ben 12 anni per la realizzazione di questo film (nonché un importante crowfunding per reperire tutto il capitale necessario) ma il risultato, sia artistico che economico, ha abbondantemente premiato i loro riuscitissimi sforzi: il pubblico orientale ha dimostrato, a suon di biglietti, così tanto apprezzamento da rendere il lungometraggio un vero campione di incassi. E allora: un grosso applauso al "finanziamento collettivo" che, credo per la prima volta, ci ha regalato un prodotto davvero potente, avventuroso, poetico ed, in una parola, incantevole!
Questo per quanto riguarda l'Oriente; e da noi? Beh, qui, nefasta complice una campagna pubblicitaria davvero mediocre ed una distribuzione, come sempre, molto miope, i risultati non sono stati così premianti. La trama, da una leggenda taoista e ricca di riferimenti culturali e filosofici, non è prettamente per bambini e questo, per un film di animazione, da noi è sempre un difetto fatale. Lo stile poi ha fatto storcere il naso a molti puristi perché "colpevole" di ricalcare troppo quello dello Studio Ghibli. Questa è una critica che, personalmente, non condivido: se stai creando qualcosa di completamente nuovo in un campo che, oggettivamente, non conosci, allora trovo sia giustissimo imparare dal migliore! Forse un po' più Cina e meno Giappone ci avrebbe dato un prodotto diverso ma difficilmente più bello. D'altronde, se guardiamo cosa è successo negli anni in Giappone, sappiamo bene che il semplice "copiare" lo stile Ghibli (vedi Il Viaggio verso Agartha di Shinkai o Mary e il fiore della strega della Ponoc) non ha mai dato risultati paragonabili a questo. Perché un conto è lo stile, con tutta la tecnica che ne consegue, e ben altra cosa è la poesia del regista e, ammettiamolo, Liang Xuan e Zhang Chun non sono (ancora) dei Miyazaki ma la favola che hanno realizzato è tra le più belle della storia dell'animazione. Da vedere assolutamente! :D


domenica 5 maggio 2019

Il grande dittatore


Titolo originale: The Great Dictator
Nazione: USA
Anno: 1940
Genere: Commedia
Durata: 126'
Regia: Charles Chaplin
Cast: Charles Chaplin, Jack Oakie, Paulette Goddard, Henry Daniell, Reginald Gardiner

Trama:
Un barbiere ebreo di una cittadina di Tomania somiglia moltissimo al dittatore che ha dato il via ad una campagna razzista. Al pover'uomo ne capitano di tutti i colori ma, sfruttando la somiglianza, si toglie anche qualche soddisfazione e...

Commenti e recensione:
Tra i tanti caduti nel terribile 1940, quello di Charlot, personaggio inventato e creato a tavolino, rimane uno di quelli che rimpiangiamo più a lungo. Da quasi dieci anni combatteva una battaglia, chiaramente perduta, contro la modernità e, benché "ferito di striscio" in Tempi moderni, ne Il grande dittatore ammette la sconfitta e cede al sonoro. Per farlo è costretto a dismettere persino il suo nome e, con il famoso Discorso all'Umanità, i capelli ormai irrimediabilmente stiati di grigio, declama quello che è il più bell'elogio funebre ad un personaggio della Storia del cinema. Già questo basterebbe a rendere Il grande dittatore un film da vedere e venerare... ma sarebbe come concentrarsi sul dito invece che guardare la Luna.
Benché tutti i film di Chaplin fossero dichiaratamente politici, questo lo è in modo completamente diverso: non più, o non solo, una questione di lotta sociale bensì un dichiarato schieramento contro la tirannia. È un'entrata a gamba tesa nella politica americana e la fa sfruttando l'enorme consenso raggiunto presso il suo pubblico. In tanti si erano resi conto, magari anche solo vagamente, che il cinema aveva un potenziale immenso in termini di comunicazione alle masse ma nessuno si aspettava che potesse essere usato in questo modo, contro il potere costituito. Non è davvero un caso se il povero Chaplin finì sulla lista più nera dell'establishment e si trovasse, di fatto, esiliato dagli USA e malvisto dalla maggior parte dei governi. E benché lui stesso, a guerra finita, ammettesse che, se avesse conosciuto la realtà di quegli orrori che appena immaginava, non avrebbe mai osato scherzarci, il suo messaggio era passato, potente e puro. A distanza di quasi ottant'anni, oggi è ancora moderno, attuale e valido: l'ironia ha demolito uno dei personaggi più crudeli e folli della storia moderna e, ricordatelo, potrà farlo sempre!
La versione che vi propongo oggi è quella, splendidamente restaurata, del 2002 e fu la prima volta che il grande pubblico, in italia, potè vederla non censurata. Sembra infatti incredibile ma, malgrado fossero passati decenni e nessuno mettesse in discussione le atrocità del ventennio, ancora negli anni '70 tutte le scene con la moglie di Napoloni vennero tagliate "per non urtare la sensibilità di Donna Rachele, ancora in vita". Di fatto, alcune di tali scelte permangono tuttora: in lingua originale l’Italia è chiamata Bacteria, per denunziare l’abuso mussoliniano di armi chimiche nella guerra in Etiopia, mentre nel doppiaggio italiano il termine viene addolcito in Batalia. Davvero credevate che il mondo cambiasse così in fretta? :O
Le parti reinserite sono state doppiate ex novo con voci (naturalmente) differenti rispetto al resto dell'opera e questo, a mio avviso, le rovina un poco ma almeno ora ci sono.
So che l'avete già visto sicuramente tutti ma, credetemi, questa è un'opera che non invecchia e non perde mai il suo immenso fascino: rivedetela! E ricordate sempre che, per quanto possano sembrare bui i tempi, una risata seppellirà sempre tutti i tiranni! :D





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Cari amici,
è passata una vita (più di due anni!) da quando vi promisi questo 700° rip, 
a riprova di quanto ho rallentato il ritmo. 
Di questo mi scuso e vi assicuro che non è colpa vostra. 
ANZI! :D
Siete sempre voi che mi sostenete nella mia passione 
e pertanto è a tutti voi che dedico questo risultato con grandissimo affetto.

GRAZIE E TUTTI!!!
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martedì 16 aprile 2019

L'amante


Titolo originale: L'amant
Nazione: FRA
Anno: 1991
Genere: Drammatico
Durata: 115'
Regia: Jean-Jacques Annaud
Cast: Jane March, Tony Leung Ka Fai, Frédérique Meininger, Arnaud Giovaninetti, Melvil Poupaud

Trama:
Sul finire degli anni venti, in Indocina una ragazza di quindici anni, francese di famiglia caduta in disgrazia, conosce l'uomo più ricco della regione. Fra i due nasce una grande passione ma le rigide convenzioni sociali finiranno per prevalere sull'amore e...

Commenti e recensione:
Jean-Jacques Annaud è sempre stato ambizioso ma con L'amante ha sicuramente toccato vertici che ben pochi si aspettavano da lui! Tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Marguerite Duras (giustamente considerato un capolavoro della letteratura francese contemporanea e che trovate, in due lingue, nella cartella) ma, adattandolo a quattro mani con Gérard Brach, Annaud ha ricostruito un'Indocina che, probabilmente, esiste solo nei ricordi sbiaditi di chi l'ha vissuta, il "sogno di un sogno". Che poi, a volerla dire tutta, come sogno dev'essere stato davvero cupo, addolcito solo dalla lontananza nello spazio e nel tempo. Proprio per questo, pur parlando di fatti "veri", tutto il film si sfuma in delicate tonalità avorio rendendo il racconto quasi onirico.
Molti hanno criticato questa interpetazione poiché il regista si è affidato maggiormente alla fotografia, alla colonna sonora (splendida! Di Gabriel Yared), alla ricerca dei particolari, trascurando i dialoghi e risultando così meno fedele al racconto originale del romanzo. Forse queste critiche hanno dimenticato che il cinema non è teatro ma ha un suo linguaggio particolare che varia con la sensibilità della regia. Arnaud fa dire tantissimo, addirittura brani interi, ad un solo sguardo od un movimento di una spalla, memore del più grande cinema muto. È nell’occhio dello spettatore che le immagini, complice la magnifica cura dei particolari, rivivono la passione, sia fisica che sentimentale, dei due protagonisti.
In realtà la storia non è certo originale, si tratta del più classico caso di amore contrastato dalle regole sociali, ma questo è vero per la maggior parte delle trame; quello che rende L'amante speciale è la maestria con cui viene raccontata.
L’apparente distacco della fanciulla verso il bellissimo (e ricchissimo) cinese è palesemente contraddetto dai dialoghi dei loro corpi nudi, che fanno capire che si tratta più una sorta di difesa poiché, nonostante la giovane età, lei è pienamente consapevole delle insormontabili barriere sociali e razziali. Lui, invece, tenta sì di andare contro le tradizioni per seguire il suo cuore ma non ha scampo; pur non riuscendo a cancellare dal suo cuore il suo amore travolgente, è fatalmente costretto a sottomettersi agli usi. Non vi è mai volgarità e, anche se sono numerose le scene di rapporti fisici, si respira prevalentemente un'ardente sensualità dai colori sbiaditi e le velate malinconie di un amore nato quasi per gioco e per curiosità. Impossibile non citare la sensualissima la scena di seduzione nel taxi, giocata solo sulle mani dei due, nel loro imbarazzato primo incontro. Particolare è il fatto che i loro nomi, che definiscono identità, non vengono mai svelati, neppure dalla voce fuori campo (nel doppiaggio francese era di una sublime Jeanne Moreau) che, sulle note di un valze di Chopin, nella sequenza pre-finale del battello sul mare ci offre una delle pagine più belle del cinema d'oltr'Alpe di tutti i tempi. Perché questo è, nell'animo, un film francese a tutti gli effetti e, per alcuni, questo potrebbe essere un difetto; personalmente considero L'amante il vertice di un genere che, da noi, andrebbe studiato ed apprezzato molto di più. Da vedere, rivedere, analizzare ed apprezzare sicuramente! :D


martedì 2 aprile 2019

Le mille e una notte - Senya ichiya monogattari


Titolo originale: Sen'ya ichiya monogatari (千夜一夜物語)
Nazione: JAP
Anno: 1969
Genere: Animazione, Drammatico, Fantastico
Durata: 128'
Sceneggiatura: Osamu Tezuka
Regia: Eiichi Yamamoto

Trama:
Il giovane Aladino si guadagna da vivere vendendo acqua per le strade di Baghdad quando rimane folgorato dalla visione di una splendida ragazza, Miriam, di cui si invaghisce all'istante. Lei ricambia il suo amore ma per lui l'incontro con l'affascinante fanciulla sarà l'inizio di una serie di guai e...

Commenti e recensione:
Ci siamo abituati a parlare di Miyazaki nei termini più enfatici ma non dobbiamo dimenticarci che non è né l'unico né il primo Gigante del cinema di animazione giapponese. Ben prima del Maestro, infatti, ci fu un personaggio immenso (e davvero poco valutato qui da noi): Osamu Tezuka.
Grande mangaka e creatore di personaggi indimenticabili, come Astro Boy, Kimba il leone bianco o la Principessa Zaffiro, alla fine degli anni '60 prova a fare il grande passo e si inventa l'Animerama (アニメラマ) che fonde "animazione" e "dramma", intesa come opera per un pubblico adulto. Visto il successo dei pink film (quel sottogenere con scene semi erotiche che rese ricche le produzioni nipponiche e che rispuntò, negli anni '80, nel cinema americano), nell'accettazione di "adulto" decise di includere anche un'importante connotazione sensuale; altro che Disney! Non esitò nemmeno ad utilizzare tecniche all'avanguardia e stili grafici in puro pop, battendo sul tempo i vari Beatles, Bakshi e quant'altri.
Tezuka aveva, purtroppo, un paio di difettucci, molto comuni ai grandi maestri della celluloide giapponesi: era un perfezionista (molti suoi lavori avevano ritardi tremendi perché pretendeva di controllarne ogni minimo dettaglio) e non sapeva fare i conti. Kimba, ad esempio, venne realizzato interamente a colori (e per questo lo apprezziamo ancor oggi) ma, all'epoca, quasi nessuno aveva un tv color; i costi di produzione andarono alle stelle e creò una (ennesima!) voragine nel bilancio della sua azienda. Già, sua, perché la Mushi (soprannominata "il castello insonne" per via delle luci sempre accese fino all'alba, a causa dei turni di lavoro massacranti causati dalla pignoleria di cui sopra) l'ha fondata lui, andandosene dalla Toei e portandosi via quasi metà dello staff. Proprio come farà, venticinque anni più tardi, Miyazaki.
Per la realizzazione de Le mille e una notte, liberamente ispirata alla raccolta di fiabe omonima, Tezuka coinvolge più o meno tutti gli studi di animazione dell'epoca (e non è quindi un caso se noterete similitudini con tantissimi anime successivi) e può essere considerato un vero kolossal: più di due ore di durata, 120.000 disegni ed 800 persone impegnate nella lavorazione. Riscosse un enorme successo di botteghino, con un incasso pari a circa tre volte i pur esagerati costi di produzione. Peccato che, avendo Tazuka firmato un contratto sbagliatissimo, solo un terzo della cifra fu destinato alla Mushi che realizzò, ancora una volta, il suo solito passivo di bilancio. Menomale che poteva contare sulle entrate dei suoi manga e del merchandising fiorente che si era inventato. Chi invece guadagnò davvero tantissimo fu la consociata Nippon Herald, che commissionò gli altri due animerama successivi: Cleopatra e Belladonna (purtroppo mai doppiati in italiano e praticamente introvabili in una qualità decente).
E il povero Eiichi Yamamoto? Leggendo quanto sopra sembra quasi un personaggio secondario ma sta a Tezuka come Takahata stava al Maestro. Insieme hanno scritto e diretto la maggior parte dei successi della Mushi e, non contento, creò il ciclo de La Corazzata Spaziale Yamato... e scusate se è poco. :O
Per quanto riguarda la magia del film, invece, vi invito a gettare uno sguardo sulle schermate qui sotto, vi diranno molto di più di quanto potrei fare io. Questo è un capolavoro assoluto, ricco di azzardo creativo, poesia e sentimenti, proprio come lo fu Fantasia (seni nudi compresi). Da vedere o, probabilmente per molti, da scoprire assolutamente! :D

mercoledì 20 marzo 2019

Onibaba - Le assassine


Titolo originale: Onibaba (鬼婆)
Nazione: JAP
Anno: 1964
Genere: Drammatico, Horror
Durata: 100'
Regia: Kaneto Shindō
Cast: Jitsuko Yoshimura, Nobuko Otowa, Kei Satô, Jukichi Uno

Trama:
Nel Giappone medioevale, due donne – suocera e nuora – sopravvivono alla guerra uccidendo soldati feriti e depredandone i cadaveri. Quando però la più giovane intreccia una relazione con il disertore Hachi, la donna più anziana inizia a nutrire una forte gelosia e...

Commenti e recensione:
Sebbene ingiustamente dimenticato, questo film, visivamente poetico, affascinante ed inquietante, è il capolavoro di Kaneto Shindō ed offre uno sguardo assolutamente inedito sulle bassezze di cui l'uomo è capace. Fortemente influenzato dal teatro nō e kabuki, Onibaba è un’opera che, dal punto di vista tematico, è allo stesso tempo classica nell’argomento e rivoluzionaria per il realismo con cui riesce ad inquadrare – anche, ma non solo, tramite le implicazioni erotiche del racconto – l’evoluzione della figura femminile nella società giapponese.
In anni in cui il cinema a colori era già uno standard, Shindō scelse di girare in uno spettacolare bianco e nero e, come sfondo della vicenda, optò per la campagna giapponese del XIV secolo. A quel tempo infuriavano le battaglie tra clan rivali e gli uomini, precettati per combattere, venivano costretti ad abbandonare il lavoro dei campi, la casa e la famiglia; la conseguenza era una situazione di estrema povertà nella quale le persone dovevano fare letteralmente di tutto per sopravvivere, incluso rubare e, all’occorrenza, uccidere. La fede abbandonava il cuore degli uomini, così come l’amore, rimpiazzati da bisogni primari e sentimenti primitivi, come la fame, la paura ed il sesso. Non è difficile capire che Shindō dica "Medioevo" ma stia parlando del terribile dopoguerra che aveva vissuto.
Il protagonista principale è il paesaggio campestre, esaltato dal bianco e nero, e serve ad un duplice scopo: costituire una metafora delle più torbide passioni umane, così sanguigne e primitive, e riportare alla Natura, cui appartiene, l’elemento di mistero e paura ancestrale della maschera-fantasma. È per questo che tutta l’azione si svolge nei campi di susuki, la pampa giapponese, ed il suo claustrofobico dedalo di canne altissime. A questo ambiente essenziale e spirituale, ma anche inospitale, il regista dedica molta attenzione. Visivamente i momenti più belli sono proprio quelli in cui le inquadrature indugiano sulle canne scosse dal vento e sull’ampio cielo, ora placido ora gravido di pioggia, oltre che sui corpi seminudi e sudati delle due donne. Non vi sono dialoghi superflui ed inutili: un primo piano degli occhi dei personaggi, il movimento delle pupille, basta questo per comprendere i pensieri dei personaggi e le loro emozioni. A queste scene, praticamente immobili, si contrappongono, violentemente, le inquadrature più rare delle scene movimentate e questo contrasto ne amplifica l’effetto e l’importanza. In queste, infatti, la dinamicità dei movimenti degli attori e della camera manifestano intensamente gli stati d’animo dei personaggi. La musica, che comincia con un ritmo ossessivo e tribale ed incalza con fiati stridenti, contribuisce all’atmosfera di malcelata tensione emotiva. Le atmosfere del film, ed alcune sequenze realmente angoscianti, fanno sì che alcuni critici considerino quest’opera un horror a tutti gli effetti, mentre altri parlano di dramma, dramma ad ambientazione storica oppure di ibrido horror-erotico; in realtà si tratta di una tragedia greca.
I due personaggi femminili sono entrambi straordinari e, di certo, non incarnano lo stereotipo della donna devota, quell’"angelo del focolare" che tanta cinematografia e letteratura dell’epoca descriveva, tipico di una società nata dalle ceneri di un feudalesimo non del tutto scomparso nella forma e nella sostanza. Non solo la nuora, che si concede ad un amore clandestino contro il parere della suocera (in teoria, scomparso il marito, nuovo capofamiglia) ma anche la suocera, che non accetta di essere messa da parte, con il suo comportamento spregevole ma profondamente umano rappresenta un elemento di rottura col passato. Per capire quanto, si pensi che, più o meno nello stesso periodo, i cinema proiettavano La Leggenda di Narayama di Keisuke Kinoshita, incentrato su un’anziana che, in conformità a logiche sociali, per non far cadere in disgrazia la propria famiglia si reca a morire, serena, per adempiere ai suoi doveri di madre. Shindō rigetta questa figura da libro "Cuore" e racconta di un'umanità abbrutita, al limite dell'animalesco, dove la donna è un essere fisico, carnale e non del tutto "addomesticabile".
Onibaba è molto più di un film di culto, è un Capolavoro assoluto che, in occasione del recente restauro della pellicola, vi invito a scoprire ed ammirare! :D


venerdì 8 marzo 2019

La sposa in nero


Titolo originale: La mariée était en noir
Nazione: FRA
Anno: 1968
Genere: Drammatico, Noir, Thriller
Durata: 107'
Regia: François Truffaut
Cast: Jeanne Moreau, Michael Lonsdale, Jean-Claude Brialy, Michel Bouquet, Alexandra Stewart

Trama:
Per una stupida bravata, cinque ricchi scapestrati provocano involontariamente la morte di un poveraccio che stava uscendo dalla chiesa dove si era celebrato il suo matrimonio. La sposa decide di vendicare il marito e...

Commenti e recensione:
Caviamoci subito il dente: la Moerau, in questo film, non è brava. È immensa! Certo, anche gli altri attori recitano benissimo ma lei domina, incontrastata, fin dai primissimi istanti. Pur non essendo certamente al meglio della sua bellezza, ormai un po' sfiorita, è così carica di magnetismo da rendere impossibile non seguirla costantemente.
Fatta questa debita premessa, parliamo ora del vero gigante del film: Truffaut. Sì, perché se pure avesse preso attori di qualità minore (anche se ringrazio che non l'abbia fatto) La sposa in nero sarebbe stato comunque un capolavoro assoluto. Sebbene avesse già girato Tirate sul pianista!, non si pensa spesso a lui quando si parla di noir o thriller (il primo nome che viene in mente, magari, è Hitchcock) e in effetti non si è quasi mai più cimentato nel genere ma, qui, ha dimostrato di essere molto più del regista di commedie o anche solo Maestro della Nouvelle Vague che ben conosciamo. La magia de La Sposa in nero sta nella rarissima capacità di coinvolgere completamente lo spettatore, nonostante le carte del gioco siano scoperte già in partenza. Nell’adattare per il grande schermo il libro di Cornell Woolrich, Truffaut apporta ai meccanismi del testo d’origine una sola, ma molto significativa, modifica: lì dove il romanziere occultava, tenendo nascoste fino all’ultimo capitolo identità e motivazioni della protagonista, Truffaut rivela, mettendoci progressivamente al corrente del perché la magnetica Julie sia spinta dal desiderio di vendetta nei confronti delle sue cinque vittime. Un rischio, certo, ma che si trasforma ben presto in fragoroso punto di forza. In pratica, Truffaut riscrive letteralmente le regole di un genere all’interno del quale lo spettatore diventa elemento essenziale, coinvolto in prima persona nella narrazione attraverso il crescente sentimento di patteggiamento nei confronti dell’innamorata vendicatrice. Nonostante dei vari Bliss, Coral, Morane, Holmes e Fergus si conosca poco o nulla (e quel poco è appena accennato) risulta impossibile provare per loro la benché minima pietà. Noi siamo Julie, camaleontica macchina di morte al servizio del suo personale sentimento di vendetta e, come lei, desideriamo una sola cosa: vedere le loro vite spegnersi, nell’illusione che altrettanto faccia il nostro dolore. Benché non l'abbia mai ammesso pubblicamente, Tarantino deve davvero tanto a questo film!
Truffaut omaggia sicuramente Hitchock, di cui si è sempre dichiarato grande ammiratore, e dimostra di averne compresa tutta l'arte (gli "ruba" persino Bernard Herrmann per la colonna sonora!) ma aggiunge all'opera anche la sua raffinata cerebralità, rendendo La Sposa una di quelle rare pellicole apparentemente semplici ma in cui, ad ogni visione, scopririamo messaggi nuovi, profondi ed appassionanti.
Paradossalmente, come tantissimi artisti Truffaut è stato osannato dal pubblico per un'opera che lui stesso non amava particolarmente; non importa, La sposa in nero è piaciuta e piace, ancora oggi e dopo tutti questi anni, a tutti noi! :D







8 marzo 2019
AUGURI A TUTTE LE LETTRICI DEL BLOG!!!
Grazie di esserci.

venerdì 1 marzo 2019

Io e Annie


Titolo originale: Annie Hall
Nazione: USA
Anno: 1997
Genere: Commedia
Durata: 94'
Regia: Woody Allen
Cast: Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon, Christopher Walken, Shelley Duvall

Trama:
Alvy, attore comico di origini ebree, incontra casualmente Annie, una ragazza carina, un po' svitata, di famiglia benestante del Middle West. Alvy, già scottato da due matrimoni falliti, inizia il nuovo rapporto con paura ma anche Annie, istintivamente, dubita del successo del loro rapporto e mantiene un ampio margine d'evasione. Ciò nonostante, la relazione segue il più tipico dei corsi e...

Commenti e recensione:
Dopo più di quarant'anni si continua a parlare di Io e Annie (la American Film Institute l'ha persino inserita tra i cento migliori film statunitensi), eppure è "solo" una commedia. Il suo successo fu solo frutto di una serie di fortunate coincidenze cinematografiche o c'è di più? Dopo averlo rivisto (per l'ennesima volta), non ho dubbi: c'è! Io e Annie non è la solita storia d’amore "luiamalei tra mille difficoltà" da emulatori di Márquez, è un film sul Vero Amore.
Io e Annie, invece che del colera, è la storia dell’amore ai tempi della psicanalisi, il resoconto frammentario di una relazione che crolla su se stessa a causa non di tradimenti o di grandi drammi, bensì delle nevrosi che ciascuno riversa sull’altro e che entrambi confessano solo al proprio strizzacervelli. Il film stesso ha la struttura di una seduta di psicanalisi, in cui il paziente, ovvero Alvy (ma anche noi, riconoscendoci in lui), parla col pubblico in prima persona, passando liberamente da un argomento all’altro in un unico flusso di coscienza. Anzi, più che di flusso bisognerebbe parlare di un grande puzzle perché Io e Annie è un film frammentario su tutti i livelli, dalla successione delle scene alla loro stessa costruzione interna. Un puzzle che forse fece impazzire il povero Ralph Rosenblum al montaggio ma realizzato con tale maestria che valse al nostro depresso con gli occhiali un meritatissimo Oscar alla regia.
L’opposizione dei due protagonisti può essere messa in parallelo con quella fra le due città che rappresentano gli opposti nel panorama americano: New York e Los Angeles. New York è il mondo di Alvy e di Woody Allen in generale (sarebbe addirittura superfluo ricordare Manhattan): è una città, negli occhi del regista, la cui vita culturale si sostiene sulla decadenza, che si crogiola nel proprio perenne crepuscolo, proprio come lui è perennemente bloccato in una sorta di ossessione per la morte... al punto da non riuscire a godersi la vita. Los Angeles rappresenta invece la novità e l’evoluzione ma, al contempo, è anche il regno della vanità e della superficialità, un microcosmo ridicolizzato continuamente da Allen ma da cui Annie, donna vitale e che ha appena iniziato la propria crescita personale ed intellettuale, rimane inevitabilmente attratta.
Woody Allen mescola meravigliosamente una sceneggiatura perfetta, un cast assolutamente incredibile (la Keaton è così brava da surclassare persino lui!), tecniche cinematografiche geniali ed innovative e, come risultato, ci dona La Commedia per eccellenza. In un mare di commedie trite e ritrite che non riescono a raggiungerne la bellezza ed il successo, Io e Annie è, ancora oggi, tra le più belle di tutti i tempi! :D

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