martedì 21 gennaio 2020

Hancock


Titolo originale: Hancock
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Azione, Commedia, Fantastico
Durata: 92'
Regia: Peter Berg
Cast: Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman, Jae Head, Eddie Marsan, David Mattey

Trama:
Ci sono eroi, ci sono supereroi e poi c'è lui, Hancock. È alcolizzato, impopolare, scorbutico, incurante del giudizio degli altri e provoca ingenti danni ogni volta che interviene contro il crimine. Solo Ray prova a credere in lui e...

Commenti e recensione:
"Supereroi con superproblemi" è il diktat Stan Lee ma John Hancock, supereroe del grande schermo inventato ex novo per l'occasione e cucito su misura sul divo Will Smith (bravissimo, non mi stancherò mai di dirlo!), più che ai personaggi comuni ed "indifesi" della Marvel pare avvicinarsi alla sensibilità del Superman della concorrente DC. Perché Hancock non è altro che un Superman "di colore" con la non indifferente differenza che, al contrario del suo elegante cugino dal mantello rosso, beve e si ubriaca dal mattino alla sera, insulta i ragazzini, e, goffamente, durante le sue gesta eroiche provoca più danni che benefici. Con l'opinione pubblica contro, che fare? Nel mondo d'oggi, affidarsi ad un consulente d'immagine, ovviamente!
Lo spunto da cui parte il film diretto da Peter Berg è interessante e non banale (Bob Parr de Gli Incredibili era pur sempre un piccolo borghese bianco) anche se, in effetti, ha perso qualche occasione per elaborare meglio, forse perché passa continuamente dal comico all'azione al dramma sentimentale (e tocchi talvolta anche temi molto profondi della vicenda umana). Pazienza, il risultato è comunque un film assolutamente godibile e divertente. In rete troverete mille recensioni che, unanimamente, bocciano Hancock in modo totale (c'è persino chi ha voluto leggerci un manifesto propagandistico di Scientology) ma, te guarda i casi della vita, il pubbico non è assolutamente d'accordo. ^__^
Pur ammettendo di non essere di fronte ad un capolavoro del cinema, è comunque un bel action minestrone dove la bravura di Smith, il fracasso delle esplosioni ed il contorno della vicenda (incarnato da Charlize Theron) meritano di essere apprezzati in un'ora e mezza tutte da godere, senza pretendere troppo ma lasciandosi stupire dai pregevoli effetti speciali di forte impatto visivo (dei grandi guru John Frazier e Jim Schwalm) che scandiscono il ritmo dell’azione e dai guizzi di vera intelligenza sparsi qua e là. Con lo spirito giusto, da vedere e rivalutare. :D

martedì 14 gennaio 2020

Enrico V


Titolo originale: Henry V
Nazione: UK
Anno: 1989
Genere: Drammatico, Guerra, Storico
Durata: 138'
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Kenneth Branagh, Paul Scofield, Ian Holm, Brian Blessed, Derek Jacobi, Emma Thompson

Trama:
Salito sul trono d'Inghilterra nel 1413, dopo una giovinezza trascorsa insieme ad amici scapestrati, Enrico V si dimostra subito un re saggio e moralmente rigoroso. Due anni dopo la sua ascesa al trono dichiara guerra a Carlo VI re di Francia e...

Commenti e recensione:
Nell'89 un praticamente sconosciuto ventottene mise in scena, al suo esordio e con un budget risibile, uno dei più celebri drammi storici del Bardo, cavallo di battaglia dei più acclamati attori e registi shakespeariani. Spocchia? Alla resa dei conti no, stavamo solo assistendo alla nascita di Kenneth Branagh che, con questo film, si è meritato tutti gli onori possibili.
È un'opera prima, e si vede, perché è un adattamento grezzo, sporco, talvolta incosciente e discontinuo ma, al contempo temerario, audace, disinvolto e devoto al personaggio di Enrico, trattato in tutta la sua complessità e stratificazioni, un'opera gloriosamente imprecisa, che della sua anomalia fa mirabile forma e sostanza. L'interpretazione di Branagh, ruvida, collerica, ardimentosa, completamente antitetica rispetto alla posatezza di quella di Olivier (che mi stupisco di non avervi ancora postato), si incastra con una direzione scenica degna di Welles, virtuosa e spettacolare; tale connubio rende il film una delle trasposizioni shakespeariane più originali e riuscite di sempre. Certo, poter contare su un cast di primissimo livello e grandissima professionalità (anche se la giovane Emma Thompson era, all'epoca, sua moglie), un direttore della fotografia così sensibile e Patrick Doyle a curare la colonna sonora ha senz'altro aiutato ma, per tutti, questo è e rimarrà l'Enrico di Branagh. Avrebbe avuto più successo con un budged adeguato? Magari sarebbe riuscito a salvare quel coro che, purtroppo, ha dovuto tagliare (sostituendolo però con un bravissimo Derek Jacobi nel ruolo di narratore esterno; colpo di genio registico, poi copiato nel Riccardo III di Al Pacino... che mi srupisco di non avervi ancora postato) e, forse, avrebbe potuto dedicare maggiore impegno nello "sradicare il teatro dalla pellicola" ma, nell'insieme, il suo Enrico cupo, sporco e, a tratti, ironico ma sempre intenso e vibrante l'ha portato su quell'Olimpo da cui non è (quasi) mai più ricaduto. È un film acerbo eppure, già così, è davvero ricco di momenti di grande cinema, anzi, di cinema che sostituisce il teatro: dall’irrinunciabile monologo di San Crispino alla bellissima panoramica che succede al mesto conteggio delle vittime sulle note del Non nobis, Domine; dall'impressionante e verosimile rappresentazione della guerra (fango, pioggia, stanchezza, massacro) descritta con cattiva lucidità, alla profonda introspezione del condottiero nella nebbia...
Pur con un successo di critica e di pubblico incredibili, l'Enrico V vinse "solo" l'Oscar ai costumi ma non dimentichiamo che a Branagh spettò una doppia nomina allo stesso premio, sia come miglior attore che come miglior regista. Al suo primo film! :O
Da vedere? Sicuramente. Da rivedere ed ammirare? Senza alcun dubbio! :D


mercoledì 1 gennaio 2020

Avatar - la leggenda di Aang




Titolo originale: Avatar: The Last Airbender
Nazione: USA
Anno: 2005
Genere: Animazione, Avventura, Fantastico
Durata: 24' x 61 episodi
Regia: Giancarlo Volpe, Lauren MacMullan, Dave Filoni
Sceneggiatura: Aaron Ehasz, Michael Dante DiMartino, John O'Bryan, Bryan Konietzko

Trama:
Aria, Acqua, Terra e Fuoco sono quattro nazioni legate dal destino ma l'esercito del fuoco ha brutalmente invaso gli altri e, dopo un secolo, quasi non vi è speranza di vedere cambiare il corso di questa distruzione. Solo l'Avatar, dominatore di tutti e quattro gli elementi, è in grado di riportare l'ordine ma il giovanissimo Aang dovrà imparare tanto per meritare questo titolo e...

Commenti e recensione:
Nel 2005 la Nickelodeon distribuì il risultato del mastodontico lavoro di Dante DiMartino e Konietzko e lasciò il mondo senza fiato! Era mai possibile creare una serie animata, ufficialmente "per ragazzi" ma da subito apprezzata da un pubblico vastissimo, così riuscita da essere, ancora oggi, ai primissimi posti in tutte le classifiche? E non sto parlando solo di animazione, intendo davvero "tutte" le serie TV, comprese quelle blockbuster di questi ultimi anni? Sì, perché la fantastica coppia, rapidamente coadiuvata da Aaron Ehasz, ha capito che, per fare davvero un'opera valida, era indispensabile costruire un intero mondo, esattamente come fece Tolkien.
Avatar attinge intensamente dall’arte e dalla mitologia asiatica per creare il proprio universo immaginario. Escludendo lo stile grafico del cartone, che si ispira esplicitamente alle opere di Miyazaki e della Gainax (scatenando così l'interminabile disputa sul fatto che questo sia un cartoon o un anime), la serie agglomera filosofie, religioni, miti, costumi, tradizioni e arti marziali asiatiche. Tutte le sue influenze culturali più esplicite (a parte qualche azzeccatissima strizzatina d'occhio al XX secolo occidentale) riguardano l’arte e la storia dell'oriente, dall’Induismo al Taoismo al Buddhismo ed allo Yoga in una miscela potenzialmente insostenibile ma che dà vita ad un universo coerente e vitale, grazie anche ad una bellissima e mai invasiva colonna sonora.
Ognuna delle nazioni (e qui il termine è molto preciso perché parliamo di popoli rigidamente separati) del mondo di Avatar contiene al suo interno elementi culturali di Stati asiatici diversi e specifici: la Nazione del Fuoco rispecchia maggiormente i giapponesi, il Regno della Terra (vasto e più variegato al suo interno) i cinesi della dinastia Qing, i Nomadi dell’Aria sono chiaramente tibetani mentre le Tribù dell’Acqua si rifanno al popolo Inuit. Anche gli stili di combattimento, le tecniche e le armi di lotta sono diversificate e basate sulle antiche arti marziali e ad ognuno dei domini corrisponde un determinato stile del mondo reale: il Tai Chi per il Dominio dell’acqua, lo stile Hung Gar per il Dominio della terra, lo stile Shaolin della Cina settentrionale per il Dominio del fuoco e lo stile Ba Gua Zhang per quello dell’aria. Per alcuni soggetti principali, addirittura, sono state individuate tecniche più specifiche, che meglio si adattavano alle caratteristiche del personaggio, come lo stile Chu Gar della Mantide Religiosa del Sud, che utilizza un particolare movimento dei piedi e viene utilizzato da Toph Bei Fong per compensare la sua cecità e la contraddistingue con un Dominio della Terra unico, mentre lo stile Shequan (o "pugilato del serpente") è proprio dalla principessa Azula. Questa cura per i particolari marziali ha generato alcuni tra i più bei combattimenti della storia del cinema, anche qui non solo di animazione!
Già queste prime righe basterebbero a giustificare l'importanza de La Leggenda di Aang ma il vero valore dell'opera è nella precisione con cui vengono delineati tutti i personaggi, dai più importanti, ovviamente, fino alle comparse. Di ognuno scopriamo la storia e, soprattutto per i principali, vediamo lo sviluppo e la maturazione di episodio in episodio. Più del semplice spostamento fisico da una località all'altra, quello del viaggio, inteso soprattutto come crescita interiore, è uno dei temi portanti del cartoon. La maggior parte dei personaggi è costituita da adolescenti, con un'età compresa tra i dodici ed i sedici anni e questo comporta una tempesta emotiva che la serie riesce a rappresentare con grande cura, presentandoci un campionario di sentimenti estremamente vario e realistico: ci sono coraggio, timore, senso di inadeguatezza, egoismo, amore, amicizia, orgoglio, la dicotomia tra un'inaspettata maturità e la prevedibile puerilità, tutte sensazioni che coinvolgono sia i protagonisti che gli antagonisti, non meno complessi ed affascinanti. Sì, indubbiamente i personaggi sono il punto di forza di Avatar: ognuno di essi possiede personalità e motivazioni uniche e ben costruite, talmente convincenti ed accattivanti da rendere impossibile odiare anche solo uno di essi, fosse pure il più crudele e spietato dei villain. Gli stereotipi comportamentali, per quanto presenti, sono utilizzati con criterio, in contesti che li rendono plausibili e sopportabili, senza che questo comporti il rinunciare ad una buona dose di originalità. Nel corso dei sessantuno episodi il gruppo di eroi entrerà a contatto con numerose figure molto eterogenee, traendone preziosi insegnamenti o fungendo essi stessi da ispirazione per gli altri, realizzando una continua e reciproca maturazione psicologica. Anche i rapporti che instaurano mutuamente sono brillanti e profondi.
Insomma, La Leggenda di Aang è un capolavoro sotto ogni aspetto ed è davvero un'opera di rara bellezza. Sebbene concettualmente la storia sia semplice, la sceneggiatura è realizzata così magistralmente che ogni episodio aumenta il pathos narrativo facendo sì che non ve ne sia nemmeno uno inutile, dalla prima puntata fino all'ultima scena della terza serie. Con la sua purezza di trama, world building, temi e la complessità dei suoi personaggi è una storia che parla tanto agli adulti quanto ai bambini.
Questa non è una serie "normale", non va solo guardata ma, per apprezzarne appieno la sua ricchezza, rivista più volte e, sempre, ammirata! :D






martedì 31 dicembre 2019

La leggenda di Robin Hood




Titolo originale: The Adventures of Robin Hood
Nazione: USA
Anno: 1938
Genere: Avventura
Durata: 102'
Regia: Michael Curtiz, William Keighley
Cast: Errol Flynn, Olivia De Havilland, Basil Rathbone, Claude Rains, Patric Knowles

Trama:
Il fuorilegge Robin ed i suoi allegri compagni della foresta di Sherwood, togliendo ai ricchi per donare ai poveri, danno filo da torcere al principe John, a Sir Guy ed allo sceriffo di Nottingham. In attesa che dalla crociata torni il nobile re Riccardo a reclamare il regno dal fratello, Robin conquista il cuore di Lady Marian e...

Commenti e recensione:
La leggenda di Robin Hood è un film indispensabile alla Storia del Cinema ed è ancora irraggiungibile a ben ottant'anni di distanza. È uno dei capisaldi dell'avventura e, malgrado una produzione travagliata (Keighley venne sostituito alla regia in piena corsa), vanta una costruzione talmente precisa ed equilibrata nelle scene d'azione, di raccordo e d'amore da rappresentare una sorta di "cerchio perfetto", inattaccabile dal tempo. Probabilmente si può considerare Curtiz il vero autore di questo capolavoro, non tanto per la bellezza delle sue scene quanto per la capacità di tenere a freno i bollenti spiriti degli attori. Non dev'essergli stato facile dirigere nuovamente Flynn che, allora, era sposato con la sua ex in uno di quei classici triangoli hollywoodiani dell'epoca ma il nostro ungherese aveva il polso d'acciaio e, futuro autore di Casablanca, riuscì a mettere, almeno sul set, il cinema al primo posto. D'altronde ci si doveva sbrigare: oltre alla Warners anche la MGM stava mettendo gli occhi sulla storia di Robin e, forse anche più di oggi, nella Mecca del Cinema non si andava tanto per il sottile. Ho sempre trovato buffo quest'interesse tutto americano per il popolare eroe del Medioevo inglese, visto che è uno dei rari combattenti contro l’autorità costituita accettati dall'iperconservatore sistema hollywoodiano. ^_^
A Curtiz quindi tutta la nostra ammirazione ma, ammettiamolo, il vero mattatore, quello che è rimasto nel cuore del pubblico, è il magnifico Erol Flynn. Allora solo ventinovenne, con la sua grandissima presenza reinventò l'Avventura riprendendo il filo d'oro di Douglas Fairbanks (questo ruolo venne rifiutato dal figlio Duglas Jr proprio per non competere col padre, protagonista della pellicola del '22) e portando così tanta vitalità, simpatia, irruenza e fascino che nessuno riuscirà mai più ad eguagliarlo. Ormai è l'archetipo di ogni Robin Hood e la sua interpretazione, così calzante (calzamaglia compresa XD), è il riferimento imprescindibile per qualsiasi suo successore, sia esso serio, di animazione, di parodia o persino porno. E se Errol Flynn sembra nato per interpretare il personaggio, tutto il cast di contorno è perfettamente all'altezza, con una Olivia de Havilland semplicemente adorabile negli eleganti panni medievali ed un Rathbone, come sempre, grandissimo. Il trio, del resto, aveva già fatto la sua splendida figura nel precedente Capitan Blood (oggi meno famoso perché privo di questo splendente Technicolor tricromico) e, con loro, anche lo stesso Curtiz alla regia ed il geniale Fred Cavens, il cui nome forse non vi dirà nulla ma è quel maestro d'armi a cui dobbiamo, qui, lo strepitoso ed avvincente finale a fil di spada. A coronare il tutto c'è l'ottima colonna sonora di Erich Korngold che, purtroppo, in questa edizione splendidamente restaurata potrete godere solo nella versione inglese. Sì perché, misteriosamente, nel ridoppiaggio richiesto da MammaRai negli anni '80, oltre alle voci (che effettivamente avevano bisogno di una rinfrescatina) venne riscritta anche la musica. Personalmente trovo sia un delitto (in un inseguimento a cavallo la musica scandiva perfettamente i colpi degli zoccoli) ma chi non ha mai sentito la prima versione non sembra lamentarsi. O, almeno, così mi dicono perché io, ovviamente, mi godo sempre la traccia originale. ;)
So bene che, se non avete vissuto in un eremo tibetano negli ultimi cinquant'anni, l'avrete già visto ma probabilmente mai così bene e, anche se fosse, questo è un film che merita di essere rivisto più e più volte, come le più belle favole della nostra infanzia! :D


Anche questo è passato,
che il 2020 sia migliore per tutti!!
^__^

sabato 28 dicembre 2019

La mosca




Titolo originale: The Fly
Nazione: USA
Anno: 1986
Genere: Horror, Fantascienza
Durata: 95'
Regia: David Cronenberg
Cast: Jeff Goldblum, Geena Davis, John Getz, Joy Boushel, Leslie Carlson

Trama:
Il geniale ed eccentrico Seth Brundle inventa una macchina in grado di teleportare la materia e decide di sperimentarla su di sè. Disgraziatamente non si accorge che nella cabina é entrata anche una mosca, i due codici genetici si mescolano generando una spaventosa trasformazione nello scienziato e...

Commenti e recensione:
Nel 1957 George Langelaan pubblica, sul numero di giugno di Playboy (quanto era bella Carrie Radison!), The Fly che Kurt Neumann, appena una anno dopo, traspose su pellicola nel suo bellissimo L'esperimento del dottor K (che trovate da Zio Pietro). Il lavoro di Neumann era pregevole ma chiaramente "anni '50" e, dopo trent'anni, era arrivata l'ora di dargli una rinfrescatina.
A metà degli anni '80 David Cronenberg era insistentemente corteggiato da una Hollywood che gli chiedeva, senza alcun imbarazzo, di dirigere Witness, Beverly Hills Cop e, addirittura, Flashdance! Quando gli proposero La mosca furono ben contenti, pur di averlo a bordo, di accettare tutte le sue stravaganti richieste. Gli lasciarono carta bianca sulla riscrittura del copione di Pogue, accettarono che "giocasse in casa" con la sua crew di Toronto e, già che c'erano, aumentarono il suo cachet alla cifra tonda di un milione di dollari. Cronenberg non deluse le, pur alte, aspettative della Brooksfilms (sì, quella di Mel che, ricordiamolo, aveva prodotto anche l'Elephant Man di Lynch) e, inserendo tutte le tematiche a lui più care e portandole ai massimi livelli, in un crescendo di tensione che si snoda lungo tutto il film fino all’epico indimenticabile finale, trasformò quello che poteva essere un semplice remake nella sua opera più importante, se non altro in termini di fama e botteghino. Miscelando sapientemente vari generi in un cocktail adrenalinico e raccapricciante, coinvolgente e disturbante, invece di un normale film fanta-horror ha dato vita ad una storia d’amore triste e tormentata, resa impossibile dalle circostanze e, addirittura, pericolosa. Ovviamente c'è la critica, neanche troppo velata, alla scienza ed al suo utilizzo spregiudicato; c'è la sua mania del linguaggio, qui legato all'evoluzione del personaggio ma anche all'incapacità di comunicazione/comprensione del computer e, soprattutto, c'è la carne, tema fontamentale ed ossessivo di Cronenberg. L’iniziale incapacità del computer di Brundle di "leggere" e quindi "tradurre" gli organismi viventi per teleportarli, sarebbe dovuta all'inadeguatezza linguistica (il computer è lost in translation), proprio perché l’eccessiva freddezza dei comandi impartiti non riesce a spiegare alla macchina "la poesia della carne".
Da un punto di vista esclusivamente tecnico, oltra ad una regia perfetta (e non uso il termine in modo gratuito) spiccano una fotografica che avrebbe meritato l'Oscar e l'incredibile bravura di Goldblum. Questo pennellone ha fatto tanti film ed è sempre stato impeccabile ma qui ha interpretato il geniale Seth Brundle in modo così realistico da rendere quasi inutili le interminabili ore di trucco; anche a pelle nuda (e ne mostra tanta!) sarebbe stato perfetto. Magari non fu molto professionale, da parte sua, proporre per il ruolo di Veronica la fidanzata e futura moglie Geena Davis ma a sua discolpa posso solo dire che, se non fu fortuna, si trattò senz'altro di un colpo di genio perché risultò adattissima alla parte. E poi, come lui, ho sempre avuto un debole per questa attrice bella ed intelligente ^_^. Per una tragedia servono tre persone, altrimenti è solo un dramma e Cronenberg lo capisce benissimo, ed ecco quindi John Getz, che interpretando Stathis genera la terza linea narrativa: l’involuzione progressiva di Seth, la progressione nell’amore tra Seth e Ronnie e, finalmente, l'escalation della rivalità tra Seth e Stathis. Nella riscrittura di David, Jeff Goldblum, la Davis e Getz trovano così tanto materiale per lavorare sulle sfumature psicologiche che arrivano a forgiare, con i loro corpi e le loro voci, tre personaggi indimenticabili.
Parlare degli effetti speciali è quasi inutile: persino dopo tanti anni sono stupefacenti. Perfetti nel descrivere tutti i piccoli mutamenti di un corpo umano ormai irrimediabilmente corrotto, si accompagnano alle struggenti ed indimenticabili musiche di Howard Shore per sprofondare lo spettatore in una sensazione da incubo. Un incubo terribile da cui non c’è via di scampo, una lenta e graduale discesa negli inferi in un processo inarrestabile a cui neppure l’amore si può opporre.
Da vedere? Senza alcun dubbio SÌ! :D


martedì 24 dicembre 2019

Il ladro di Bagdad




Titolo originale: The Thief of Bagdad
Nazione: UK
Anno: 1940
Genere: Avventura, Fantastico
Durata: 106'
Regia: Michael Powell, Tim Whelan, Ludwig Berger
Cast: Conrad Veidt, Sabu, June Duprez, Morten Selten

Trama:
Ahmed, sultano spodestato, e Abu, simpatico ladro, fuggono insieme da Jaffar, mago e visir. Quest'ultimo usa le sue arti per liberarsi dei due e sposare la bella principessa che invece ama Ahmed ma Abu incontra un genio e...

Commenti e recensione:
Ci sono film che non si possono e non si devono dimenticare.
Molto prima che in una Galassia lontana lontana Lucas ed il suo gruppetto mettessero insieme i più spettacolari effetti speciali della nostra generazione, Michael Powell raggruppava il meglio di un'era e creava il più bel sogno su pellicola mai realizzato. Erano gli anni in cui il cinema inglese osava (a dire il vero, spesso con successo) sfidare Hollywood: sfruttando tutte le conoscenze raggiunte all’epoca in materia di trucchi ottici e meccanici, il film infarcì quasi ogni scena di effetti speciali arrivando a far volare cavalli, combattere uomini con ragni giganti e comparire giganteschi geni della lampada, avvalendosi anche di un eccellente uso del Technicolor così da vincere ben 3 premi Oscar. A farla da padroni sono la tecnica del matte painting (che consentiva di integrare immagini riprese in live action con sfondi dipinti su mascherini), usata per creare fondali, estendere set creati in studio e creare illusioni (come quella del genio gigantesco) e quella del compositing (sovrapposizione ed integrazione di più livelli di immagini, come faceva la Disney in Biancaneve). La particolarità di questo film è che molti degli effetti sono, per così dire, "veri": l’enorme ragno con cui combatte il protagonista è in realtà una miniatura animata del maestro Ray Harryausen, le navi sono dei perfetti modellini ripresi al rallentatore ed il tappeto volante era un vero tappeto steso su una lastra di metallo appesa a cavi praticamente invisibili (mentre un grande ventilatore gettava aria sul protagonista per dare l’idea del movimento ^_^). Anche il cavallo volante era un vero cavallo ripreso su sfondo blu e rappresenta, assieme a molte altre scene del film, una delle prime prove di chromakey (l'ormai classico "fondale verde" anche se qui era, appunto, blu e senza CGI).
Tre registi (in effetti, calcolando i non accreditati, sei) si sono impegnati per realizzare questo assoluto capolavoro ma è sicuramente Powell il vero autore: certi tratti distintivi del suo cinema, l’uso espressivo del colore, gli inventivi movimenti di macchina da presa, l’arte della ricostruzione fiabesca in studio e la voglia di musical portano chiaramente la sua firma eppure è il magnifico apporto di tutti gli altri che rese questa grande "fantasia araba" un vero successo. Basti pensare alle scene d'azione, in cui Tim Whelan affiancò Powell, dove certi carrelli fanno un baffo a tutti i dolly e le steadycam a seguire. E non parliamo del cast! Un grandissimo Conrad Veidt, tedesco (che in quegli anni non era certo un complimento) con occhi così magnetici da regalarci un Jafar che il Topo può solo sognarselo, la bellissima Duprez ed il sempre simpatico Sabu, idolo delle ragazzine di tutto quel decennio. Persino l'un po' slavato John Justin fa, in questa cornice, la sua notevole figura.
È incredibile che, nel pieno della guerra e dei bombardamenti, su una piccola isola così tanti talenti si sforzassero di regalarci un sogno... ed infatti dovettero fuggire a metà del lavoro e finire l'opera proprio negli USA. Nonostante i travagli nella lavorazione la pellicola vanta un'invidiabile armonia tra le parti e, malgrado il Gran Canyon, è e rimarrà sempre un film britannico. Infatti, come scrisse un critico dell'epoca, fece "crepare d’invidia" gli americani, che dovettero aspettare quasi quarant'anni per rifarsi.
Chi, soprattutto per colpe anagrafiche, l'ha perso deve assolutamente rimediare; chi lo ha visto da piccolo certamente se lo ricorda e lo vorrà rivedere, soprattutto in questa splendida versione perfettamente restaurata! 😁


BUON NATALE A TUTTI!!! :D
ed un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

sabato 21 dicembre 2019

La cena dei cretini




Titolo originale: Le diner des cons
Nazione: FRA
Anno: 1998
Genere: Commedia
Durata: 80'
Regia: Francis Veber
Cast: Jacques Villeret, Francis Huster, Thierry Lhermitte, Daniel Prévost, Catherine Frot

Trama:
Il nuovo vezzo della Parigi bene sta nell'invitare a cena idioti, il più idioti possibile, per ridere alle loro spalle ma il cretino di turno è imprevedibile e pericoloso, capace di devastare la vita degli altri e...

Commenti e recensione:
La cena dei cretini è forse la miglior commedia francese "alla francese" (incomprensioni, disguidi, tradimenti, dialoghi incalzanti) mai realizzata, ricca di un umorismo velato e preciso per tutta la sua durata. Si segue che è un piacere, l'unica cosa che dispiacerà è veder comparire, alla fine del film, i titoli di coda... perchè vorresti che durasse almeno un'altra mezzora. Non credo esista, oltre a tutti i premi vinti ed il successo di botteghino, un complimento migliore che si possa dare ad un film! ^_^
Tratta dalla commedia omonima dello stesso Francis Veber (tra parentesi, è in scena un po' ovunque da più di vent'anni e, in Italia, Triestino e Pistoia ne presentano una versione splendida!) è condotta con i ritmi e le astuzie di un esperto di teatro che sa come metterla sullo schermo senza far mai rimpiangere il palcoscenico. La cena comincia con un'idea di grande sgradevolezza e si sviluppa come un teatro della crudeltà, tra un tocco di Feydeau ed un guizzo alla Buñuel. Come nel romanzo di Dostoevskij, per lo spettatore non è facile "schierarsi", confuso dai paradossi che ribalteranno le convinzioni iniziali e, come in Beckett, aspetterà la cena tanto attesa che non arriva mai; grande teatro prestato davvero bene al grande cinema. Ovviamente, per un purista raffinato come Veber, solo il meglio del meglio e, allora, ecco scritturato un cast di attori che, benché praticamente sconosciuti a noi italiani, sembrano nati proprio per questo lavoro: dal formidabile Jacques Villeret in giù, tutti bravissimi!
Per chi vuole godersi una commedia vivace e divertente, e soprattutto senza scurrilità e gratuiti doppisensi a sfondo sessuale, questo è un film consigliatissimo. E se, forse, qualche spettatore alla fine rischierà di sentirsi un po' cretino, in famiglia come tra amici nessuno resisterà alla piacevole risata liberatoria! :D


mercoledì 18 dicembre 2019

Tutti dicono I love you




Titolo originale: Everyone Says I Love you
Nazione: USA
Anno: 1996
Genere: Commedia, Musicale
Durata: 110'
Regia: Woody Allen
Cast: Julia Roberts, Goldie Hawn, Woody Allen, Alan Alda, Tim Roth, Edward Norton, Drew Barrymore, Natalie Portman

Trama:
Joe e Steffy si sono amati, hanno avuto una figlia ma poi si sono separati. Da qui nasce un complicato intreccio di rapporti amorosi che alla fine portano la grande famiglia allargata a riunirsi a Parigi, con Joe e Steffy che ballano sulle rive della Senna e...

Commenti e recensione:
Tutti dicono "Ti amo". Tutti dichiarano "Con l'amore ho chiuso". Tutti, alla fine, ci ricascano. Soprattutto, tutti cantano in questo coraggioso musical fuori tempo massimo con cui Allen omaggia Vincente Minnelli e Stanley Donen, rivisitati con la comicità yiddish dei fratelli Marx. Nonostante in prima battuta possa sembrare insolito, benché ci avesse quasi provato ne La dea dell'amore, l'incontro tra il musical ed il cinema di Woody Allen rappresenta, in realtà, il coronamento di una carriera cinematografica puntellata di straordinarie colonne sonore jazz e swing dal fascino retrò, capaci di suggerire emozioni con la stessa intensità dei dialoghi.
Fra geniali trovate (la scena all’ospedale, la veglia funebre) e risvolti fantastici (i manichini che cominciano a danzare, il volo di Goldie Hawn nel ballo finale sulle rive del Senna) Woody Allen conferma le sue innumerevoli abilità e, seppur in un film buonista e poco caustico, mostra indubbiamente un elevato ritmo registico. Sullo sfondo di meravigliose scenografie naturali ed adorabili canzoni d’epoca, il grande regista newyorkese si rivela essere anche un eccellente coreografo. Oltre all’atmosfera, ciò che rende speciale il film è il cast di attori, ricchissimo e di impressionante spessore. Magari non farà gridare al capolavoro ma Tutti dicono I love you è una gradevole commedia romantica, godibile e spensierata, un inno alla gioia ed alla serenità interiore.
Da vedere sempre con molto piacere! :D


sabato 14 dicembre 2019

Philadelphia




Titolo originale: Philadelphia
Nazione: USA
Anno: 1993
Genere: Drammatico
Durata: 120'
Regia: Jonathan Demme
Cast: Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards, Antonio Banderas, Joanne Woodward

Trama:
Andrew Beckett, giovane avvocato, è stato licenziato dallo studio legale presso cui lavora. I suoi colleghi sostengono che non era competente ma Andrew afferma di essere stato licenziato perché malato di AIDS. Deciso a difendere la propria reputazione Andrew, assume Joe Miller perché lo rappresenti nella causa per licenziamento illecito e...

Commenti e recensione:
Gli anni '90 videro la piaga dell'AIDS diventare un vero e proprio caso sociale, nel periodo in cui la malattia raggiunse il suo culmine non solo epidemico ma anche mediatico. Jonathan Demme, reduce dal successo de Il silenzio degli innocenti decise di dare la sua opinione sull'argomento provando a sensibilizzare il grande pubblico con Philadelphia, grandissimo successo di critica e di pubblico nonché vincitore di due premi Oscar (per Streets of Philadelphia di Bruce Springsteen e per l'interpretazione di Tom Hanks). Un film, in virtù della sua fama, per alcuni anni molto amato persino dai palinsesti televisivi italiani.
Poi sparì.
Il nulla.
Non che il problema fosse stato risolto (anzi!), né quello dell'AIDS né, tantomeno, quello dell'omofobia ma semplicemente venne accantonato e, oggi, pur di non ammetterlo finiamo per bollare come "rigurgiti" quei tanti messaggi che dovrebbero invece farci capire che ben poco è cambiato.
Eppure Demme ce la mise davvero tutta per ralizzare qualcosa che si imprimesse nel (e spesso "sovrapponesse al") senso morale del pubblico. Philadelphia è frutto di una gestazione attenta fino alla mania, con una cura meticolosa nell'evitare di lasciare spiragli a critiche viscerali, fideistiche o di buoncostume. Ogni scena, ogni inquadratura, ogni parola è calcolata al millimetro, ogni dettaglio ha il suo peso nell'economia del racconto, eppure tutto, ambientazione, gesti, linguaggio e comportamenti, suona miracolosamente spontaneo. Siamo difronte ad un vero capolavoro di regia che, più di Hanks o Springsteen, avrebbe meritato l'Oscar.
Demme fa duettare Denzel Washington e Tom Hanks alla grande, trattando questi temi difficili con una sobrietà mai schiava della retorica, regalando emozioni forti persino nella parte procedurale, serrata ed intensa, che avvince e coinvolge sino alla lettura del verdetto.
Philadelphia è un film commovente in ogni suo fotogramma, un film che insegna un'importante lezione sul significato di giustizia, paura e discriminazione e che, ripudiando i preconcetti sull’omosessualità, apre un dibattito acceso e sempre attuale che non va assolutamente dato per scontato, ora più che mai.
Da rivedere (e soprattutto da far vedere a chi l'ha perso!) più e più volte! :D


giovedì 12 dicembre 2019

Contact




Titolo originale: Contact
Nazione: USA
Anno: 1997
Genere: Fantascienza
Durata: 150'
Regia: Robert Zemeckis
Cast: Jodie Foster, James Woods, Tom Skerritt, Matthew McConaughey, William Fichtner

Trama:
C'è qualcun altro nell'universo? Specializzata nella ricerca di segnali inviati da esseri extraterrestri, Ellie riesce a captare un messaggio dalle stelle contenente il progetto di una macchina capace di proiettare un passeggero nello spazio. Dovrà battersi per essere la prescelta di questo incredibile viaggio e...

Commenti e recensione:
Zemeckis, fresco reduce del successo di Forrest Gump, nel '97 è finalmente riesce a realizzare il progetto che coltivava da anni: un film di fantascienza davvero impegnato. Aveva ovviamente già lavorato sul filone, ad esempio nella sua storica trilogia di Ritorno al futuro, ma qui ha voluto arricchire il suo già vasto curriculum sci-fi con dei toni più profondi, scientifici e riflessivi. Il risultato è un lavoro bellissimo, intelligente, ancora attuale e, purtroppo, una delle opere più sottovalutate di quel decennio.
Basandosi sul romanzo omonimo dell'astronomo Carl Sagan, che ha partecipato attivamente anche alla produzione (e che, come da suo carattere, ha detto la sua su quasi tutte le scene girate!), Zemeckis ha abilmente fuso la visione quasi fiabesca della prima stesura del copione all'approccio profondamente scientifico dell'autore. A questo strano connubio ha aggiunto la sua visione calda, incredibilmente umanocentrica, del suo modo di fare regia, incentrando tutta la storyline sulla vicenda intima e personale di un individuo fuori dall’ordinario e lasciando sullo sfondo gli eventi epocali che cambiano il mondo. È grazie alla sua capacità di raccontare che questo ibrido procede con il corretto equilibrio narrativo: tutto avviene per gradi, dando modo alla storia di crescere e progredire con naturalezza, tra vittorie e delusioni, favorendo il giusto slancio empatico da parte del pubblico. La fantascienza c'è, ovviamente, ma è così "terrestre" (basti pensare al Progetto SETI, promosso proprio da Sagan) da risultare incredibilmente plausibile ed è sfruttata quasi solo come elemento scatenante all’interno di un contesto più ampio e dai diversi livelli d’interpretazione, garantendo al contempo un sano spettacolo e vari spunti di riflessione tali da rendere l’intero insieme un’opera preziosa e ben stratificata.
Con Zemeckis, soprattutto dopo i meritati Oscar, non si scherza e quindi anche tutto il cast si è davvero sforzato per creare un film memorabile. La Foster, spesso abbastanza antipatica, risulta qui veramente brava, convincente ed ispirata e, con lei, tutti i suoi comprimari. Neppure con Sagan c'era molto da ridere e allora, a differenza di tanti altri lavori più o meno premiati, il rigore scientifico è granitico, come si può ammirare nella cura delle descrizioni tecniche (di astronavi, sistemi di comunicazione, ecc.) veramente di altissimo livello.
Due ore ricche di spunti etici e morali giocate su un avvincente senso di attesa degli eventi dell'ultima mezz'ora in cui il puro spettacolo di genere viene elevato da picchi profondamente visionari e di stampo quasi new-age che non offrono risposte certe ma lasciano volutamente aperte tutte le interpretazioni di cui è capace lo spettatore.
Da vedere? Assolutamente sì! :D


sabato 7 dicembre 2019

Matilda 6 mitica




Titolo originale: Matilda
Nazione: USA
Anno: 1996
Genere: Commedia
Durata: 93'
Regia: Danny DeVito
Cast: Mara Wilson, Danny DeVito, Rhea Perlman, Embeth Davidtz, Pam Ferris, Paul Reubens

Trama:
Matilda è una bambina adorabile e molto intelligente (all'età di due anni sa quello che in genere si impara solo dopo i 30) nata in una famiglia sbagliata che non apprezza le sue doti. A sei anni riesce finalmente ad andare a scuola grazie ad un accordo fra il padre truffaldino e la terribile Agatha Trinciabue, preside della scuola, e...

Commenti e recensione:
Tratto da un bellissimo romanzo di Roald Dahl (che trovate nella cartella, come piccolo anticipo del Natale ^_^), l'adattamento di Danny DeVito è ragionevolmente fedele al testo originale, conservandone lo spirito e traducendo le invenzioni fantastiche dello scrittore in modo accattivante ed efficace. Va detto che la maggior parte delle intuizioni divertenti sono dovute al romanzo ma è positivo che DeVito abbia portato in scena un'opera dall'intento elevato, che condanna l'ignoranza e l'ottusità e spinge i bambini a leggere, studiare e spremersi le meningi.
La regia, sostenuta da una fotografia vivace e ricca di chiaroscuri, gioca abilmente con la macchina da presa per rendere al meglio una realtà deformata dagli occhi ingenui di una bambina che basa la propria valutazione del mondo sul confronto degli opposti. Così alle inquadrature strettissime sul viso paonazzo della Trinciabue fanno da contraltare i ritratti leggiadri della signorina Honey, oppure ai modi cordiali di Matilda oppone la gestualità volgare ed invadente dei suoi genitori, enfatizzata da una recitazione volutamente caricaturale e sopra le righe.
Il messaggio del film è chiaro fin da principio: quando il narratore (la voce di DeVito nella versione originale) informa gli spettatori che “Harry e Zinnia Wormwood abitavano in un bel quartiere, avevano una bella casa ma non erano belle persone” vuole a dire che il successo ed il benessere non sono altro che paraventi dietro i quali si celano mostri, imbruttiti nell’animo (e nei tratti somatici) dal loro attaccamento ai falsi ideali della ricchezza e dell’apparenza. Difficile non riconoscere in questa famiglia quella dei Dursley della Rowling in Harry Potter (e forse non è un caso se la Ferris interpreterà nella saga il ruolo della perfida zia Marge). In realtà, pare che sul set Pam Ferris rimanesse nel personaggio anche a macchina da presa spenta: i bambini dovevano temerla dentro e fuori dal film! La sua Agatha Trinciabue è una sorta di perfida ed imponente suora laica che non conosce alcun genere di amore e di compassione e che scarica la propria frustrazione su dei bambini che considera una maledizione inflitta da un qualche indesiderato maleficio. Ma è tutto il cast ad essere straordinario, dal bravissimo DeVito alla moglie (all'epoca, anche nella realtà) Perlman, fino alla perfetta piccola Mara Wilson.
Se la Wilson vi sembrerà un po' più triste di quando era la figlia minore in Mrs. Doubtfire o nel Miracolo nella 34ma strada è perché stava vivendo un periodo davvero difficile. La sua mamma era terminale in ospedale ed i DeVito praticamente la adottarono (a riprova di quanto possano essere diversi gli attori dai loro ruoli); "papà" Danny fece i persino i salti mortali per editare una primissima copia del film, cosa vietatissima nel mondo del cinema, per farla vedere alla malata prima che fosse troppo tardi e, purtroppo, ci riuscì appena in tempo.
Penalizzato da un titolo italiano di rara stupidità (che, inconsapevolmente, finisce per dar ragione al messaggio del film e dimostra che brutta bestia sia l'ignoranza) Matilda è, a conti fatti, una vera e propria dark comedy per famiglie, capace perfino di incorporare stilemi tipici dell’horror e del thriller, alleggerendoli con una vena comica mai banale a beneficio di un pubblico giovanissimo. Un inno gustoso e dissacratorio all’intelligenza ed al buon gusto, qualità, ahimè, sempre più rare.
Decisamente consigliato per trascorrere una serata in allegria con i propri figli è, come tutto ciò che viene toccato dall'ombra di Dahl, ricco di spunti, spesso profondi, anche per gli adulti. Forse sopratutto per loro. :D


giovedì 5 dicembre 2019

Ciao mulo! :D


Edit:

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BENTORNATO TRES!! 

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Come avete forse già letto nei messaggi,
malgrado tutto complottasse contro di lui,
quasi esattamente un anno dopo l'ultimo trasloco,
il Nostro è tornato!
E non "più grande e più bello che pria"
ma tale e quale, proprio come lo volevamo. ^_^

Vi invito quindi a fare un bell'applauso
e tornare a visitare 



Il blog del mulo
https://www.ilblogdelmulonuovaedizione.it/

ed a godere delle meraviglie
che ci propone sempre!








Cari amici,
purtroppo devo confermarvi la chiusura 
di una delle colonne dello sharing:

Il blog del mulo


Il nostro attivissimo Tres, giustamente sconfortato,
ha deciso di non ripristinarlo.

Nella speranza che cambi idea (non me la sento di forzarlo ma mi auguro davvero che succeda ^_^), sono certo di parlare a nome di tutti nel rinnovargli i miei più sinceri ringraziamenti per quanto ha fatto in così tanti anni di condivisione.




******************
GRAZIE DI TUTTO, TRES!! 
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Un ringraziamento speciale va anche 
al nostro amico G R A Z I E che, con gusto squisito ed amicizia, ha voluto creare un archivio dei post nel suo blog. 
È purtroppo solo una parte di quanto potevamo godere prima e, soprattutto, privo degli interessanti commenti
 ma il gesto è davvero ammirevole.
https://576i.blogspot.com/2019/12/arkivio-tres-ilblogdelmulo.html

martedì 26 novembre 2019

Daredevil


Titolo originale: Daredevil
Nazione: USA
Anno: 2003
Genere: Azione
Durata: 133'
Regia: Mark Steven Johnson
Cast: Ben Affleck, Jennifer Garner, Michael Clarke Duncan, Colin Farrell, Jon Favreau

Trama:
Sebbene l'avvocato Matt Murdock sia cieco, i suoi altri sensi hanno un potere sovraumano. Di giorno, Murdock rappresenta i diseredati. Di notte, è Daredevil, il tutore mascherato dell'ordine, di pattuglia nelle strade più buie della città, impegnato senza tregua nella difesa della giustizia e...

Commenti e recensione:
Questo film ha ricevuto ogni tipo di maledizione ed insulto ma, ad essere onesti, l'ho rivisto con piacere e rivalutato. La trama è quello che è ma è senza fronozoli o inutili arzigogoli e funziona più che discretamente. La regia è molto migliore di quanto la critica faccia pensare e gli attori, che comunque si chiamano Ben Afflek, Jon Faverau e Michael Clarke Duncan (mica cotiche!) sono davvero professionali ed in ottima sincronia tra loro, specie nei balletti/combattimenti coreografici che devono spesso affrontare. I difetti di Dardevil, riletti col senno di poi, sono essenzialmente due: pur avendo ottenuto un risultato di botteghino invidiabile malgrado il suo budget, non regge il confronto con i precedenti X-Men e SpiderMan (e nemmeno con l'Hulk che sarebbe uscito di lì a poco) ma, soprattutto, snatura non poco il personaggio del fumetto. È un "difetto mortale"? Sinceramente non saprei e, anzi, oggi che siamo più abituati alle rivisitazioni ed ai reboot di questi nostri eroi, trovo che si possa ragionevolmente accettare il lavoro di Johnson come una sua "interpretazione", con buona pace per coloro che vogliono fare paragoni a tutti i costi. Paragoni inutili, tra l'altro, perché già il personaggio è una scopiazzatura (che Stan Lee mi perdoni!) di Batman almeno quanto il tenebroso quartiere di Hell's Kitchen lo è della cupissima Gotham. Se proprio, vista la storia avrebbe meritato un minutaggio maggiore (ma all'epoca non si faceva) per dotare di una profondità maggiore i personaggi... e, infatti, quella che vi propongo è la versione Director's Cut, con mezz'ora in più rispetto alla theatrical. Due anni dopo, uscì lo spin-off Elektra, anche lui bistrattatissimo ma che, per passare una serata gradevole, ci sta benissimo. ^_^
In sintesi: bravi attori, regia professionale e fotografia, specialmente quando evidenzia i poteri del nostro eroe, assolutamente all'altezza. Se, in effetti, lo sconsiglio agli sfegatati fan dei fumetti, lo raccomando tranquillamente a chi si vuole dilettare con una storiella semplice e ben gestita. :D


venerdì 15 novembre 2019

Nirvana


Titolo originale: Nirvana
Nazione: ITA
Anno: 1997
Genere: Fantascienza
Durata: 113'
Regia: Gabriele Salvatores
Cast: Christopher Lambert, Diego Abatantuono, Sergio Rubini, Stefania Rocca, Amanda Sandrelli

Trama:
In un futuro neanche troppo lontano, Jimi, programmatore di videogiochi per una multinazionale giapponese, si accorge che un virus ha infettato Nirvana, la sua ultima creazione. Solo, il personaggio principale, ha preso coscienza, ha scoperto che la sua vita è soltanto una copia della realtà e...

Commenti e recensione:
Tra gli anni '50 e '70 Philip Dick scrisse diversi romanzi e racconti che reinventarono il concetto di fantascienza, fino ad allora prevalentemente a base di utopie, invasioni marziane e macchine del tempo malfunzionanti. Poi arrivò Blade Runner (che lui non vide perché morì poco prima) e la sua opera, fino ad allora considerata un po' di serie B, venne rivalutata e si scoprì che era, a tutti gli effetti, il vero padre del Cyberpunk. Certo fu Gibson a formalizzare il genere ma tutte le caratteristiche principali di questo movimento (un prossimo futuro ipertecnologico, pessimistico, decadente e dominato da multinazionali tiranniche; hacker che sfruttano il mondo virtuale per sfuggire all’oppressione della realtà; la yakuza al servizio dei potenti come corpo armato ufficioso...) c'erano tutte. Negli anni, in tanti hanno portato in scena questo mondo distopico, da Terminator a Robocop, da Jonny Mnemonic a Shirō Masamune con il manga Ghost in the shell. In Italia, abbiamo avuto Gabriele Salvatores con Nirvana. Ebbene sì: nel 1997, nel nostro paese, nel pieno dell’immobilità dei generi, qualcuno ha avuto il coraggio di produrre un film di fantascienza cyberpunk. E che film!
Ovviamente i critici (italiani!) rimasero profondamente spiazzati da Nirvana e cercarono di giustificare questa anomalia come una "variazione del cinema autoriale (cit)"; dopottutto si trattava di un lavoro di Salvatores, che avevano coccolato per anni, ma si sentirono praticamente offesi dal loro beniamino e minimizzarono pesantemente il valore del film. Era uno stacco troppo netto da tutte le produzioni dell'epoca e non potevano ammettere di non avere le basi culturali necessarie a capire la pellicola. I più crudeli lo definirono, sbrigativamente, uno spaghetti-sci-fi, come se il prefisso "spaghetti", alla faccia di Leone, fosse un dispregiativo. Chi non l'ha bocciato (sempre tra i critici, s'intende) ne ha apprezzato, al massimo, lo sforzo compiuto per portare linfa ad un genere di cui l'Italia non fornisce certo grandi esempi.
E invece, Nrivana è un film spettacolare, che indaga sul disagio giovanile, il rifiuto del mondo e della società, soffermandosi sulla "nuova" concezione di evasione ed alienazione dell'individuo. Come farà anni dopo Mainetti con il suo Lo chiamavano Jeeg Robot, Salvatores prende tutti le caratteristiche del genere, e tutti i suoi cliché, li rimescola e li addensa con una profondità tutta italiana. La regia è innovativa, una ventata fresca che affronta in maniera intelligente spazi e movimenti di camera estremamente accurati così da rendere facile, in montaggio, l’entrare ed uscire dalle diverse realtà, giocando sulla non linearità del racconto e dando un ritmo spezzato alla narrazione, proprio come il cyberpunk richiede. Sul fantastico cast non mi dilungo perché comprende il meglio del cabaret italiano anni '90. Se Abatantuono è, ancora una volta, ottimo nel suo ruolo calibratissimo e grottesco, Bisio, Rossi, Orlando e Rubini (un ex-hacker che sbraita sproloqui in barese, così sopra le righe da strappare applausi a scena aperta!) sono incredibilmente perfetti nelle parti. Perché la cosa più assurda di questo mondo (una Milano abilmente rimaneggiata), questi personaggi surreali e grotteschi, questi interpreti così fuori ruolo, grazie a Salvatores sullo schermo funzionano alla grandissima.
Nel 1999, due anni più tardi, comparirà Matrix, il fenomeno che ha rilanciato il genere ma, ormai, questa perla era già stata relegata nel dimenticatoio; eppure, a più di vent'anni di distanza Nirvana fa ancora la sua gran figura, forse ancor più di allora, e merita assolutamente di essere (da noi, perché all'estero è un cult) rivalutato! :D

domenica 3 novembre 2019

Il grande Lebowski


Titolo originale: The Big Lebowski
Nazione: USA
Anno: 1997
Genere: Commedia
Durata: 117'
Regia: Joel e Ethan Coen
Cast: Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston, Philip Seymour Hoffman

Trama:
Jeff Lebowski è vittima di uno scambio di persona. Due sicari irrompono nel suo appartamento credendo di avere a che fare con Jeff Lebowski, miliardario di Pasadena, e non con lui, disoccupato cronico. Sarà un grave errore andare a trovare il suo ricco omonimo e...

Commenti e recensione:
Ci sono film che irrompono fragorosamente nell’immaginario cinematografico collettivo, macinando milioni su milioni e lasciando dietro di loro fiumi di articoli ed interviste. Ce ne sono altri che tracciano un solco netto e ben riconoscibile in un genere o un filone, alzando l’asticella qualitativa per le loro innovazioni tecniche o tematiche. Poi esistono quelli che, invece, compiono un percorso più difficile e tortuoso, scavandosi lentamente ma inesorabilmente una strada nel cuore degli spettatori tramite il passaparola e la condivisione, fino a diventare degli intramontabili cult. Il grande Lebowski, settima pellicola dei fratelli Coen, ne è un fulgido esempio. Presentato al Festival internazionale del cinema di Berlino ebbe un esordio decisamente in sordina, fra la freddezza della critica, pronta a bollarlo superficialmente come un passo falso nella giovane ma già brillante carriera dei Coen, e l’indifferenza del pubblico, che non lo premiò al botteghino. Come spesso accade per i grandi film, quelli che lasciano veramente il segno, Il grande Lebowski intraprese il proprio autonomo e particolare cammino, insinuandosi lentamente nell’animo del pubblico e nella cultura popolare fino a diventare un manifesto del cinema degli anni ’90, dando vita ad un vero culto per questa vicenda contorta e sgangherata, culminato in bar a tema, una convention annuale -la celebre Lebowski Fest- e, addirittura, una vera e propria religione basata sul particolare stile di vita di Dude (scusate, proprio non me la sento di chiamarlo "Drugo" ç_ç).
Dato il tono "tendenzialmente comico", può essere inizialmente sottovalutato ma si tratta di un’opera molto più pregiata di quello che sembra. Il film è un insieme di equivoci, raggiri, inganni, situazioni dubbie, grottesche e comiche, humor nero, scelte "idiote ma ponderate", citazioni di fatti storici e religioni. C’è dentro di tutto, dai pornoattori agli artisti eccentrici ai nichilisti e viene ridicolizzato il cinema, il teatro e perfino la pittura.
È un film hippie, anzi post-hippie, in quanto il Dude è un sopravvissuto delle lotte degli anni '60 e vive ancora di gusto nel suo mondo psichedelico fatto di droga, white russian e classic rock (indimenticabile la scena in cui guida fumando una canna e sbattendo la mano contro il tettuccio al ritmo di Lookin' Out My Back Door dei Creedence Clearwater Revival).
La musica è certamente una grande protagonista ma a rendere Il Grande Lebowski un capolavoro assoluto del cinema contemporaneo è sicuramente Jeff Bridges, qui attore straordinario che sfonda nel ruolo diventando un'icona come in tempi recenti era riuscito solo al Johnny Deep di Paura e delirio a Las Vegas. Ma, ammettiamolo, è il cast nel suo complesso ad essere sublime, non lasciando mai un attimo di tregua allo spettatore: John Goodman, reduce dal Vietnam con qualche problemino psicologico, straripante per verve comica e dimensione massiccia (in tutti i sensi) del personaggio, John Turturro, Steve Buscemi, Julianne Moore e Philip Seymour Hoffman sono tutte star di lusso che si ritagliano ognuna il proprio spazietto in maniera armonica nel contesto corale. Tutti personaggi diversi perchè, in fondo, la vita non è monotematica e va raccontata come un riassunto di tutte queste tendenze. Il Grande Lebowski è, insomma, una sorta di cocktail esplosivo dai mille sapori che strappa sorrisi e, andando oltre, fa riflettere su molti aspetti della vita. Il tutto affidato alla calda ed accogliente voce del baffuto narratore Sam Eliott che inaugura e chiude magistralmente la pellicola.
Caldamente consigliato a tutti, questo è uno dei grandi capolavori del cinema americano (nonché probabilmente l'opera più godibile e leggendaria dei Coen) ed è da vedere e rivedere perché tutte le più piccole sfumature di questo gioiello cinematografico, vero Cult con la maiuscola, meritano di essere colte. :D

martedì 22 ottobre 2019

Pecore in erba


Titolo originale: Pecore in erba
Nazione: Italia
Anno: 2015
Genere: Commedia
Durata: 108'
Regia: Alberto Caviglia
Cast: Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Omero Antonutti, Bianca Nappi, Mimosa Campironi

Trama:
Trastevere, Luglio 2006. Il quartiere della Capitale è in subbuglio: lo scrittore, fumettista, stilista di successo, attivista di diritti civili e grande genio della comunicazione, Leonardo Zuliani, è scomparso. I suoi fan si accalcano davanti a casa sua. Ma chi è veramente Leonardo?

Commenti e recensione:
Ricordate Zelig, di Woody Allen? Sulla stessa falsa riga, Alberto Caviglia firma la sua opera prima (ma alle spalle ha una lunga gavetta di assistente alla regia con Özpetek) realizzando un ironico mockumentary sul tema del pregiudizio razziale. Pecore in erba ha il colore inconfondibile di Trastevere, il più romano dei quartieri dell’Urbe, un posto dove sopravvive, benché a fatica, un certo modo di sentirsi "romani de Roma" ma, in realtà, niente è più "romano" delle tv nazionali. Ecco dunque la fusione tra una storia, intelligente e con gag spesso davvero riuscite, e la sua distrorsione dovuta all'incapacità dei media di capirla. E allora, vai con la sfilata di nomi illustri (in cornici illustre!) del calibro di Corrado Augias, Tinto Brass, Enrico Mentana, Mara Venier, Aldo Cazzullo e degli irresistibili Carlo Freccero e Vittorio Sgarbi, che mettono a disposizione della vicenda i propri personaggi televisivi con risultati esilaranti e distruggono il valore pseudo informativo dei salotti tv. Complimenti, Alberto! :D
Benché moderatamente apprezzato nei festival, la critica (quella seriosa che da il nome alla categoria) se non proprio stroncato ha certamente bistrattato questo povero Pecore in erba e, infatti, credo sia passato in tv una sola volta (e, scommetto, solo perché MammaRai ne aveva i diritti e doveva riempire un buco su Rai5). Ma qual'è la colpa di Caviglia? Probabilmente di non essere straniero, di non suonare il clarinetto e non avere un cognome che magari finisca per 'llen; perché se oggi vuoi essere un regista italiano, o fai ridere sguaiatamente alla Cinepanettone o, se ti piacerebbe essere preso sul serio, devi fare mattoni (dimenticando così tutta la tradizione comica e satirica del nostro cinema). E poi, è così sbagliato ridere di un soggetto serio? Come diceva Mel Brooks in Essere o non essere: "senza ebrei, froci e zingari, non esiste teatro!". Ridere per esorcizzare, dunque, per essere sempre nuovi, per non invecchiare, per abbattere le barriere che ci separano e per lasciare che un pizzico di follia ci salvi.
È ovvio che non siamo di fronte ad un capolavoro, è pur sempre un'opera prima e si vede, ma è intelligente, graffiante, spesso veramente comico ed una gran bella serata la fa davvero passare! :D

sabato 19 ottobre 2019

Zootropolis


Titolo originale: Zootopia
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Animazione, Azione, Avventura, Commedia
Durata: 108'
Regia: Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush

Trama:
A Zootropolis la piccola coniglietta Judy Hoops scopre presto che essere il nuovo membro di una forza di polizia composta da animali grandi e forti non è facile. Determinata a mostrare il suo valore, Judy coglie l’opportunità di risolvere un complicato caso, anche se questo vorrà dire allearsi con l’astuta volpe Nick Wilde e...

Commenti e recensione:
Zootropolis è il 55° classico Pixar, oops, Disney. Scusate, la svista è legittima perché l'ifluenza della casa di Emeryville è diventata così significativa nel mondo animato che, ormai, detta legge a tutti. I software usati in sono gli stessi del piccolo capolavoro che è stato Inside Out, la produzione è di un Clark Spencer che, da anni, fa la spola tra le due aziende e, incredibile, non ci sono cantatine inutili. (⊙_☉)
Però, formalmente, questo è un Disney. È così tanto Disney che può permettersi persino di prendersi in giro senza timore di beccarsi una causa.
È un Disney, soprattutto, perché dobbiamo abituarci al fatto che con il mitico Walt l'azienda non ha molto altro in comune che il cognome, perché già da tempo i canoni morali, etici ed ideali che ci propone non sono quelli della Bella Addormentata, sono diventati più moderni, attuali e profondi. "La vita non è uno stupido cartone in cui basta una canzone per far realizzare i tuoi sogni e fare quello che vuoi", che detto in un classico Disney è come organizzare una gara di bestemmie creative in parrocchia, per citare il commento di DocManhattan. Ed è vero; ormai la Disney sostituisce "sogno" con "progetto". Basta quindi con le varie Fate Turchine e Geni delle lampade, basta Principesse che aspettano il bacio liberatore; giusto o sbagliato che sia, l'infanzia non è più spronata a sognare ma deve imparare a progettare e, visto che c'è, deve farlo anche da sola, senza salvifici interventi esterni.
Però tanta storia, tanta cultura della Casa, ancora rimane e la troviamo tutta in questa splendida Topolinia moderna, un mix di animali antropomorfi (altro topos-lino degli Animation Studios), ottimo veicolo per mettere in luce i nostri pregi e difetti in modo divertente. Che poi, come Topolinia, è tutt'altro che un'utopia! Perché di cosa parla veramente Zootropolis? Di razzismo e preconcetti, tanto per far capire come oggi, in Disney, considerino i bambini. E per ribadire il concetto, sono più intelligenti anche le gag abilmente sparse per tutto il film, capaci di far più che sorridere anche i genitori di accompagno... che poi sono loro che pagano il biglietto. Insomma: la Disney è finalmente maturata come il suo pubblico! :D
E poi c'è la trama, davvero ben scritta, che riprende, a più di trent'anni di distanza da Basil l'Investigatopo, il Giallo e addirittura il Noir. Per molti bambini questo potrebbe essere il primo poliziesco della vita e l'intento di avvicinare al genere il giovane pubblico è evidentissimo. Zootropolis è prevedibilmente ricchissimo di citazioni ("Io sono nato pronto!" esclama Nick Wilde) e richiama spesso le atmosfere di titoli come Chinatown, L.A. Confidential, Il Terzo Uomo, 48 Ore, Arma Letale e Beverly Hills Cop. Eppure, seppur attingendo a mani basse dal genere buddy anni '80 e dai più celebri plot twist di stampo complottistico, non sono i richiami alla cultura pop l'asse portante del film quanto piuttosto lo sviluppo di una trama ricca di ritmo e di comprimari realistici e credibili. In generale, si ride più per le allusioni al mondo reale, dal ruolo della stampa scandalistica all'evasione fiscale, che per i tanti rimandi ai mostri sacri del grande e del piccolo schermo. Howard, Moore e Bush (i primi due hanno alle spalle successi come Rapunzel, Bolt e Ralph Spaccatutto), grazie anche ad un duo che buca lo schermo hanno realizzato un vero gioiello che assicura, per tutta la sua durata, divertimento e colpi di scena, rivelandosi perfetto per coinvolgere a più livelli grandi e piccoli.
Poco pubblicizzato qui da noi, Zootropolis è comunque diventato il secondo film di maggior incassi del 2016, dietro solo a Civil War, e questo quasi esclusivamente grazie al passaparola; se anche voi l'avete mancato, ora è proprio il caso di rimediare! :D

martedì 15 ottobre 2019

La banda Baader Meinhof


Titolo originale: Der Baader Meinhof Komplex
Nazione: GER
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 149'
Regia: Uli Edel
Cast: Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Johanna Wokalek

Trama:
Negli anni Settanta Ulrike Meinhof, giornalista borghese e progressista, si unisce al gruppo armato guidato da Andreas Baader per protestare contro la guerra in Vietnam e l'imperialismo, sostenuto dalle istituzioni tedesche nelle quali ancora agiscono uomini dal passato nazista. L'uomo che più li comprese fu anche il loro più irriducibile cacciatore: Horst Herald il capo delle forze di polizia, che...

Commenti e recensione:
È stato definito dalla critica "un lavoro imperfetto" ma La banda Baader Meinhof è un film di grande complessità. Riesce a tenere un buon ritmo per tutta la sua lunga durata (quasi due ore e mezza), coinvolge nel modo giusto e fa riflettere sul rapporto tra i personaggi in scena ed il contesto storico di riferimento. Concitato e profondo, nonostante qualche ridondanza, il film ha dalla sua, oltre ad una colonna sonora notevole e scene d’azione da cardiopalma, una confezione davvero accurata. Il cast stellare teutonico (e dintorni), in notevole forma, propone gli attori più sulla ribalta al momento, scelti e ritoccati così bene da somigliare veramente ai personaggi originali. In particolare meritano una menzione i due protagonisti, Moritz Bleibtreu, che interpreta il carismatico, folle Andreas Baader e, soprattutto, la grandissima Martina Gedeck (Ulrike Meinhof) in evidente stato di grazia.
Il film non vuole instillare morali e, pur nella sua complessità di cronistoria, spesso offre ricche introspezioni nelle ragioni, sogni e frustrazioni di una generazione. La ricostruzione storica, ma soprattutto l’attenzione alla ricostruzione delle azioni della banda, risuonano di un realismo oculato e mai palesemente di parte. Il regista la chiama Drammaturgia a pezzi, un racconto che non esalta gli eroi ma descrive le azioni, dei terroristi quanto dello Stato. Ci riesce anche evitando esaltazioni stilistiche, quali dolly o particolari movimenti di macchina, è infatti la macchina a mano a regnare sovrana, quella "camera-stylo" che trascrive il fatto, la cronaca, e fa rivivere allo spettatore la violenza di una manifestazione bagnata di sangue dalla polizia, una fuga ad un posto di blocco o la vita quotidiana della clandestinità.
La banda Baader Meinhof osa raccontare, col maggior rigore possibile, una storia in Germania scomoda ancora oggi, dopo tanti anni, ed è stato infatti accolto da mille polemiche. Perché in qualche modo, ne escono tutti male: dai membri della Raf, che sembrano quasi farneticanti e confusi ideologicamente, ai militari, al sistema giudiziario ed ai politici. L’unico che si salva è, forse, il superpoliziotto interpretato da Bruno Ganz, evidentemente troppo vecchio per fare il terrorista e, qui, perfettamente nella parte. Ne uscirebbe male anche l'ex DDR, per il suo coninvolgimento in tutti quei fatti, ma il suo ruolo non viene quasi mai accennato. Peccato.
Tuttavia, a parte queste omissioni, il film di Edel resta un’opera onesta che ha il merito di offrire una contestualizzazione storica alla formazione della Raf, mostrando, tra l’altro, come l’organizzazione armata godesse di un ampissimo strato di simpatizzanti, soprattutto tra i giovani. La banda, infatti, raggiunse picchi tali di popolarità che fecero tremare i vertici di tutte le polizie segrete occidentali perché, secondo le stime, un tedesco (dell'Ovest, ovviamente) su quattro sotto i 30 anni tifava per i terroristi! Certo, il fatto che al governo ci fosse il Cancelliere Kurt Kiesinger, che fino al 1945 era stato membro del partito nazista (dove rappresentava il collegamento tra il ministero della Propaganda e quello degli Esteri, mica cotiche) non aiutava per niente. Inoltre, molti giovani non avevano mai perdonato ai propri genitori di essere rimasti indifferenti, quando non addirittura di avere contribuito materialmente, all’ascesa di Hitler. E non dimentichiamo che i regimi di Salazar in Portogallo, Franco in Spagna ed i colonnelli in Grecia continuavano a mietere vittime e non c'erano certezze che il fenomeno non si estendesse nel resto dell'Europa. Che in tanti, nella Bundesrepublik Deutschland, fossero sensibili alle idee della Raf non deve proprio stupire ma, evidentemente, ancora oggi per tanti è difficile parlarne. Un applauso quindi a Uli Edel, il regista caparbio che ha osato addirittura "invadere" il campo che, fino ad allora, era tutto di proprietà della von Trotta!
Meritatamente candidato al premio Oscar come miglior film straniero, va visto con molta attenzione ed assolutamente mostrato (e spiegato!) alle nuove generazioni che, di quel periodo, o non sanno nulla o, ed è pure peggio, ne hanno un'idea totalmente imprecisa.

mercoledì 9 ottobre 2019

Capitan Rogers nel 25° secolo


Titolo originale: Buck Rogers in the 25th Century
Nazione: USA
Anno: 1979
Genere: Fantascienza
Durata: 89'
Regia: Daniel Haller
Cast: Henry Silva, Gil Gerard, Pamela Hensley, Erin Gray, Joseph Wiseman

Trama:
Scongelato dopo un'ibernazione di più di cinquecento anni, Buck Rogers si ritrova nello spazio a combattere Re Draco, il tiranno che vuole invadere la Terra e...

Commenti e recensione:
Leviamoci subito il dente: questo film non è un capolavoro! ^_^
In effetti non è nemmeno di un "vero" film quanto piuttosto l'episodio pilota del serial televisivo, che venne spedito nelle sale (in quegli anni si faceva) a cercare fortuna. Se troverete molte somiglianze con Battlestar Galactica, flop dell'anno precedente, è perché lo staff tecnico delle scenografie e degli effetti (poco) speciali è sempre lo stesso ed ha riciclato tutto quello che ha potuto. Dopotutto, i soldi mica crescono sugli alberi! Vogliamo poi parlare delle citazioni (il termine "plagio" è più corretto ma mi pareva brutto) a Guerre Stellari? Bastano gli screenshots che vi allego.
Troverete anche evidentissime analogie con Flash Gordon (parlo del fumetto più che del film): entrambi, basati su classici saldi eroi americani contro avversari la cui origine extraterrestre a malapena celava assai più vicini pericoli (Mongoli Rossi o gialli sicari di Ming che fossero), furono cult dei comics fantascientifici degli anni '30 ma è il romanzo originale con Buck, Armageddon 2419 A.D. di Philip Nolan, ad essere di qualche anno più vecchio. Certo, Nolan si ispirò pesantemente al John Carter di Burroughs...
Per chi ha letto, ed amato, quei fumetti, il film è sia una delusione che un godimento. Delusione perché, ovviamente, non c'è la bellezza della fantasia che ci mettavamo leggendoli; godimento perché, comunque, il Buck Rogers guascone che fa le sue acrobazie volanti ed è conteso dalle due bellissime rivali, la maliarda draconiana Ardala e la splendida soldatessa Wilma, in un triangolo così simile a quello Gordon-Dale-Aura, risulta effettivamente divertente. Che dire poi dell'anacronistico e ridicolissimo ballo in puro stile La Febbre del Sabato Sera? Impagabile! XD
Purché visto con il cervello debitamente spento, merita una visione proprio perché spensierato e perché, soprattutto, fa passare un'altra serata con questi "vecchi amici" dai costumi kitsch, dimenticati da anni ed ingentiliti dal ricordo nostalgico. :D

venerdì 27 settembre 2019

Il corvo - The crow


Titolo originale: The Crow
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Fantastico, Thriller
Durata: 102'
Regia: Alex Proyas
Cast: Brandon Lee, Ernie Hudson, Michael Wincott, David Patrick Kelly, Bai Ling, Anna Levine

Trama:
Un anno dopo essere stato assassinato con la sua ragazza, il chitarrista rock Eric Draven risorge dalla tomba. Scortato da un corvo e divenuto invulnerabile, si accinge a vendicarsi dei suoi assassini e...

Commenti e recensione:
Tratto dal gran bel fumetto di O'Barr (che non vi allego ma che si trova facilmente online, ad es. qui), pur essendo alla sua prima vera prova Alex Proyas dirigge abilmente un cast di attori semisconosciuti che, sicuramente, ricorderanno per tutta la vita questa esperienza. Il film è cupo e piovoso (e vira prepotentemente verso i toni più scuri) ma è caratterizzato da una narrazione lineare, interrotta solo di tanto in tanto da brevi flashback carichi di pathos che Proyas gestisce perfettamente. L'ambientazione plumbea, in una metropoli trasfigurata che anticipa la Sin City di Miller o la Gotham di Nolan, è perfetta anche senza gli eccessi hollywoodiani e l'accompagnamento musicale è un vero inno al rock gotico e post-punk di quegli anni. La cover di Dead Soul, i Rage Against The Machine, Stone Temple Pilots e, soprattutto, una spettacolare Burne dei Cure che sembra scritta apposta per questo scopo, hanno reso la colonna sonora de Il Corvo un must da avere assolutamente e da sentire in loop!
Quando si parla de Il Corvo, però, la prima cosa che viene in mente è il suo protagonista Brandon Lee, icona indiscussa di una generazione che non smetterà mai di ricordarlo con affetto e, in molti casi, amore. Anche se è vero che parte della sua fama nasce dalla sua morte improvvisa, quasi al termine delle riprese di questo film (una pistolettata da un'arma che doveva essere caricata a salve... sembra un Poirot!), Lee diede davvero tutto se stesso al progetto, portandolo al successo mondiale. Con Il Corvo Brandon è riuscito ad entrare nell’immaginario collettivo di tutti noi e, malgrado i due sequel già usciti, una serie tv e quant'altro sicuramente in arrivo, Eric Draven resta sempre e solo lui. Dal personaggio di Draven (un gioco di parole sul cognome pronunciato come the raven, il corvo appunto) hanno preso spunto in tanti ed il trucco del Joker di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro ne è solo un esempio. Se pensiamo al destino a cui Lee è andato incontro ed all'altissima probabilità di non poter terminare il film (poi salvato grazie alla volontà dell’intera troupe fra trucchi e controfigure, proprio come avvenne ne L'ultimo combattimento di Chen di Lee Senior) possiamo davvero ritenerci fortunati di avere oggi una delle pellicole più amate di sempre che, nel terreno come l'ultraterreno, raggiunge alte vette poetiche sia aggressive che romantiche.
Il Corvo rispecchia prefettamente il termine "cult", perché non è propriamente un Capolavoro (così come non lo furono il Rocky Horror o i Blues Brothers) ma fu subito idolatrato, diventando qualcosa di magicamente epocale, iconico, intoccabile e generazionale, determinando, fin da principio presso i suoi affezionati ed irriducibili estimatori, una sorta di venerazione. Dunque Il Corvo, no, non è forse un capolavoro ma è un film che nessuno di noi, amanti più o meno raffinati della Settima Arte, può trascurare o liquidare in quattro e quattr’otto. Proprio come i veri Cult, il suo ascendente miracolosamente subliminale, il folgorante potere seminale, la sua carismatica, fortissima influenza nella mente e nell’anima degli spettatori, alla fine Capolavoro lo è diventato, a prescindere dalle pecche e dai piccoli, immancabili, difetti.
Più di tutto Il Corvo ci lascia il ricordo indelebile di un uomo che, per la gioia di tutti noi, avrebbe davvero bisogno di un corvo.
Da rivedere assolutamente! :D

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