sabato 8 dicembre 2018

Le avventure acquatiche di Steve Zissou




Titolo originale: The life aquatic with Steve Zissou
Nazione: USA
Anno: 2004
Genere: Commedia, Avventura
Durata: 118'
Regia: Wes Anderson
Cast: Bill Murray, Owen Wilson, Cate Blanchett, Anjelica Huston, Willem Dafoe, Jeff Goldblum

Trama:
Dopo la morte del suo collaboratore ed amico fraterno Esteban - divorato da un pescecane enorme e di razza sconosciuta - Steve Zissou, celebre oceanografo e documentarista ormai in declino, decide di giocare il tutto per tutto partendo alla ricerca di quello che ha battezzato "squalo giaguaro". Con lui parte l'intero "Team Zissou", un'accozzaglia di personaggi eccentrici ed eterogenei che, a bordo della Belafonte, vivranno le più incredibili avventure e...

Commenti e recensione:
Accolto sia dalla critica che dal pubblico nell'ormai classico (per i film di Anderson) "modo altalenante", Le avventure acqutiche di Steve Zissou è l'ennesima prova della magistrale abilità del regista, un genio capace di mescolare con perfetto equilibrio il tenero ed il comico, spruzzando il tutto con un lieve ed azzeccatissimo retrogusto di drammatico.
Anderson cesella il film con così tanti dettagli, citazioni, immagini e suoni da dare al lavoro un'atmosfera a tratti fiabesca e leggera, complici anche i colori che sembrano essere stesi a pastello tanto sono luminosi, chiari e spensierati. L'invenzione di un bestiario marino, di una fauna brillante dai nomi stravaganti (pesci fragolini, cavallucci marini iridati, delfini albini, meduse Vietcong) e la geniale collocazione comica nello spazio di corpi e volti (brillantemente evidenziati grazie alla difficilissima tecnica de "l'attore giusto al momento giusto"), oltre che un cast di tutto rispetto ed in piena forma, fanno di Zissou un autentico gioiellino.
E che dire delle splendide scelte musicali, affidate ancora una volta a Mark Mothersbaugh, cantante e tastierista negli anni ’70 dei Devo, che è da sempre collaboratore del regista? Si intrecciano – in maniera esilarante e nostalgica – i brani storici di David Bowie... ma adattati in portoghese ed interpretati dall’attore/cantante brasiliano Seu Jorge!
Il risultato di tanto lavoro è un magnifico ed anomalo tuffo in un cinema che, forse, credevamo non esistesse più. Realizzato sulle coste del litorale italiano e negli studi di Cinecittà, Zissou ha il notevole pregio, rimescolando i canoni del “film d’avventura” senza snaturarli gratuitamente, di saper fondere ironia e mestizia con gradevole naturalezza.
E siccome è impossibile non fare paragoni col Moby Dick di Melville, di cui altro non è che la versione post-moderna, pop-art (con tanto di Yellow Submarine ^_^), retrofuturistica e stralunata, questo film è da vedere assolutamente! :D




Questo post è invece dedicato al carissimo Tres che
ha riaperto il suo bellissimo




 Tieni duro Tres, abbiamo tutti imparato da te e la rete, senza il tuo contributo, non sarebbe più la stessa.
IN BOCCA AL LUPO!

:D

sabato 1 dicembre 2018

Lezioni di piano


Titolo originale: The Piano
Nazione: Australia
Anno: 1993
Genere: Drammatico
Durata: 121'
Regia: Jane Campion
Cast: Holly Hunter, Anna Paquin, Geneviève Lemon, Harvey Keitel, Ian Mune, Kerry Walker

Trama:
Ada, muta dall'infanzia e vedova con una figlia, per convenienza familiare deve sposare uno sconosciuto per procura. Si trasferisce con lui in un'isola sperduta della Nuova Zelanda dove non le è concesso di suonare il piano, sua unica consolazione. Con l'aiuto di un uomo, all'apparenza rozzo ma in realtà molto sensibile, i sui desideri saranno esauditi e...

Commenti e recensione:
Lezioni di piano è al tempo stesso un'opera viscerale e delicata, profondamente umana, brutale eppure poetica. Lo è anche quando tocca le vette dell’erotismo, in quanto la vicenda tratta di passioni: quella che Ada nutre per la musica e quella che può nascere come un’alchimia tra un uomo ed una donna, a dispetto di doveri e differenze culturali.
La Campion ci ha regalato una grande lezione di alta e raffinata sapienza cinematografica, creando molte sequenze assolutamente memorabili – una per tutte, il pianoforte suonato in riva all’oceano – ed un'infinità di inquadrature che sono pura poesia.
L’impeccabile lavoro svolto da Jane Campion alla regia è suggellato in una pellicola acclamata e premiata sin dal Festival di Cannes con la Palma d’Oro (prima donna ad ottenerla) anche grazie all’interpretazione femminile della sua straordinaria protagonista, Holly Hunter. Più che con la gestualità, l’attrice è in grado di comunicare con i suoi occhi caldi e le espressioni del viso, mostrandosi perfettamente all’altezza del ruolo di pianista. Tra l'altro, è davvero lei a suonare in modo trascinante ed ipnotico le vibranti note del piano. La sua interpretazione conquista tutti, aggiudicandosi diversi riconoscimenti tra cui l’Oscar come migliore attrice protagonista.
Premio storico anche per Anna Paquin, che vince l’Oscar di migliore attrice non protagonista ad appena dieci anni. La piccola si cala perfettamente nei panni di una bambina contraddittoria, benevola ma pronta a mostrarsi vendicativa quando i suoi desideri non vengono assecondati. E se Sam Neill ci offe un esatto ritratto del marito geloso ed insensibile, memorabile è l’interpretazione di Harvey Keitel, che siamo abituati a vedere nei panni di uomini duri e brutali ma che in Lezioni di Piano si misura con un ruolo inedito ed oltremodo passionale, regalandoci un misto di ardore e fragilità ammalianti.
Spesso si ha l’impressione che il film sia la trasposizione visiva di un classico ottocentesco della letteratura inglese, mentre è tutto frutto della penna e della toccante genialità della regista stessa. Una genialità che non poteva deludere nel finale, vero colpo di scena, sorprendente quanto spiazzante (non per mera spettacolarità alla quale è superiore) ma per la finezza di pensiero che ha permesso alla Campion di concepire una conclusione che è un vero e proprio inno alla vita.
Insomma, un grande capolavoro; forse non adatto ai bambini (ci sono state critiche in tal senso) ma da vedere e rivedere assolutamente! :D


Piccolo bonus per palati fini: nella cartella troverete anche la magnifica colonna sonora di Michael Nyman, compositore che io amo immensamente e che ha saputo dare ai più bei film di Greenaway quello spessore che (forse) mancava! :)




Dedico questo post al carissimo Sergius che
ha riaperto il suo bellissimo blog col nuovo nome



 Tantissimi auguri Sergius e
BUONA FORTUNA!

:D

sabato 17 novembre 2018

27 baci perduti


Titolo originale: Summer or 27 Missing Kisses (Германия Франция Грузия)
Nazione: Georgia, GER
Anno: 2000
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Nana Dzhordzhadze
Cast: Nino Kukhanidze, Shalva Iashvili, Yevgeni Sidikhin, Pierre Richard, Amaliya Mordvinova

Trama:
La quattordicenne Sybilla arriva nell'assonnata piccola città di Krasnyie Utki (che significa "Belle anatre") per passarvi le vacanze con la zia Martha. Il primo giorno si innamora in modo travolgente del quarantunenne astronomo che lavora nell'osservatorio locale e il quattordicenne figlio di questo s'infatua di lei. È come se Sybilla avesse elettrizzato la città e...

Commenti e recensione:
Ecco un gradevole Amarcord d'"oltre cortina", una favola gioiosa ed assurda che gioca in modo piacevolmente originale sull'argomento frivolo ma universale della sessualità, esorcizzandone il demone con l'allegria contagiosa dei ricordi adolescenziali. Se sanno realizzare gioiellini così, è un vero peccato che siano così poche le pellicole che ci giungono da quella fetta d'Europa.
Ovviamente non stiamo parlando di un capolavoro con la c maiuscola ma la regia della Dzhordzhadze è spigliata, gli attori molto a loro agio nei rispettivi ruoli e la giovane protagonista è un concentrato di sensualità e tenerezza.
Anche sotto il punto di vista tecnico la pellicola è ineccepibile, anzi possiede qualche cosa in più rispetto alla media dei film di questo tipo di produzione: quel qualcosa sono certamente la bella fotografia e, soprattutto, le magnifiche musiche di Goran Bregovich. In pratica, una commedia molto femminile davvero ben diretta e recitata; forse talvolta confusa (magari perché non conosciamo il frasario culturale) ma veramente poetica, godibile da vedersi e che lascia un retrogusto dolcissimo.
Da scoprire! :D

martedì 6 novembre 2018

Taron e la pentola magica


Titolo originale: The Black Cauldron
Nazione: USA
Anno: 1985
Genere: Animazione, Fantasy
Durata: 80'
Regia: Richard Rich, Ted Berman

Trama:
Il giovane guardiano di porci Taron deve custodire, per conto del vecchio saggio Dalven, la maialina Ewy. Ewy è un animale molto speciale perché, grazie alle sue doti, è in grado di individuare la Pentola Magica, un antico manufatto che può dotare chi lo possiede di un enorme potere. Il crudele re Cornelius farà di tutto per rapire Ewy, trovare la pentola e...

Commenti e recensione:
Com'è difficile scrivere la recensione di un film immensamente amato e, ammettiamolo, temuto per anni.
I 115mila fotogrammi che compongono questo gioiello hanno subito ognuno 33 passaggi successivi al disegno originario e sono il frutto di quasi quindici anni di faticoso (e costosissimo!) lavoro. Ad un investimento enorme non corrispose, però, un egual guadagno e Taron e la Pentola Magica fu un fiasco colossale. Sull'azienda aleggiò cupissima la nube della bancarotta e mai la Diseny conobbe un momento così buio se non con Fantasia nel 1940 e con La Bella Addormentata nel bosco nel 1959. Anzi, il crollo delle azioni in borsa favorì gli speculatori ed il sogno di Walt parve essere giunto al capolinea. Se al flop di Fantasia e de La Bella Addormentata hanno però fatto seguito una rivalutazione totale ed un enorme successo nel tempo, Taron resta ancora sconosciuto ai più ed è, tutt'oggi, lo scheletro nell'armadio del Topo. Pensateci: Eilonwy è l'unica "principessa" che non compare nelle adunate Disney e, a più di trent'anni di distanza, non è ancora riabilitata. Non è presente nemmeno nell'ultimo team-up in Ralph spacca Internet (e sì che le altre ci sono davvero tutte!).
È facile dire che fantasy ed animazione, perlomeno in occidente, siano sempre un'accoppiata perdente (il povero Bakshi dovette addirittura lasciare a metà il suo capolavoro ç_ç) ma il vero problema è che Taron spaventava i bambini, cioè faceva fuggire dalle sale il pubblico al quale la Disney era più strettamente legato. Con questa premessa non avrebbe potuto fare un po' di cassa nemmeno con l'home-video o il merchandising! In realtà non si trattò di un errore: era il frutto di una lunga sperimentazione, anche di marketing, che la nuova generazione di artisti stava cercando di sviluppare (ricordate The Black Hole?). Se gestita in maniera corretta, forse oggi avremmo una Disney molto diversa ma l'esperimento venne violentemente stroncato con l'arrivo di Jeffrey Katzenberg che, dopo l'ammutinamento di Don Bluth (la cui impronta è comunque ancora fortissima in questo film) e di tutto il suo team, decise che il target Disney doveva restare tassativamente quello infantile.
Taron però era già praticamente finito e, malgrado le potenti sforbiciate fatte dallo stesso Katzenberg (quasi un quarto d'ora di scene cruente come quella dell'uomo liquefatto), durante la proiezione test i suoi bambini di riferimento rimasero (giustamente!) traumatizzati. Il risultato è che questo è il primo film Disney con un rating di censura PG (Parental Guidance suggested), proprio quello che non ci vuole in un film per bambini! XD
Il mondo non funziona con i "e se" ma non posso non pensare a cosa sarebbe successo se avessero osato andare fino in fondo ed avessero mirato correttamente il target tra i 13 ed i 17 anni, quello degli innumerevoli appassionati di Dungeons and Dragons. Perché Taron e la pentola magica non voleva essere un folle suicidio commerciale, anzi, ce la mette tutta per piacere. È stato il primo film d’animazione a utilizzare la Cgi (ed infatti i primitivi effetti di computer grafica presenti nel lungometraggio sono ancora oggi affascinanti) ed ha provato a creare un nuovo immaginario adolescenziale così valido che non stupisce che tra gli art director ci sia un giovanissimo Tim Burton che, su quel tipo di atmosfere, ci ha costruito un’intera carriera. Proprio perché NON è destinato ai bambini, questi rivoluzionari creativi osarono un'altra innovazione inconcepibile per un cartone Disney: la totale assenza di canzoni! Scelsero invece la meravigliosa colonna sonora di Elmer Bernstein (I magnifici sette, Ghostbusters ed una marea di altri successi) che, da sola, vale tutto il film! I tagli di Katzenberg forse rendono Taron narrativamente imperfetto ma quei fondali pazzeschi, quei draghi e quel castello sono, anche dopo così tanti anni, ancora assolutamente strepitosi. Tutti i soldi spesi, dove si vedono, si vedono eccome.
Pur con tutti i suoi difetti (un porcello come animale sacro??? Una pentolaccia invece di un'invincibile spada???), Taron resta comunque una pietra miliare dell'animazione, un cult da vedere con occhi assolutamente NON infantili ed una gioia per tutti coloro che sono cresciuti leggendo i libri dell'Editrice Nord e sperando in un bel Fantasy capace di far rivivere quelle emozioni. Per la mancanza di intraprendenza della Diseny abbiamo dovuto aspettare i Maestri giapponesi per sognare qualcosa di simile ma Taron ce l'aveva quasi fatta ed è da apprezzare anche solo per questo. Da rivedere e rivalutare sicuramente! :D

sabato 27 ottobre 2018

Il serpente e l'arcobaleno


Titolo originale: The Serpent and the Rainbow
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Horror, Fantastico
Durata: 98'
Regia: Wes Craven
Cast: Bill Pullman, Paul Winfield, Cathy Tyson, Zakes Mokae

Trama:
Un antropologo di Harvard va ad Haiti per studiare il fenomeno degli zombi con la psichiatra Marielle Celine che, pur legata alle superstizioni ed i riti del voodoo della sua gente, è disposta ad aiutarlo. Inevitabilmente s'imbatte nel Gran Sacerdote del culto che è anche il capo della polizia locale, i famigerati Ton-Ton Macoutes del dittatore Duvalier e...

Commenti e recensione:
Proprio perché ispirato all’omonimo libro di Wade Davis, che racconta la storia di uno dei casi più famosi mai documentati di presunta trasformazione in zombie, Il Serpente e l’Arcobaleno di Wes Craven, che pure è stato un maestro del genere, non è un horror. Sì, alcune scene erano, almeno per l'epoca, un po' forti ma la vera funzione di questo film è nella sua chiave di lettura antropologica e politica. Craven sembra capire quanto proprio quest'ultima, nelle sue vesti più cupe e dittatoriali, sia molto più terrorizzante di un povero non-morto!
Nonostante la scarsezza di mezzi a disposizione, con pochissimo Craven ha saputo creare un mondo da incubo, allucinato e terrorizzante; una vera discesa agli inferi accompagnata da una scenografia, una fotografia ed un trucco che sbalordiscono. Il tutto raccontato con la lucidità dell'indagine scentifica, ben giustificata nell'incipit del film. La lunga ombra di quest'opera si sente ancora nelle pagine ispirate di Eco nel suo Pendolo di Foucault (benché lì si parli piuttosto di candomblé brasiliani), in un'intera generazione di antropologi e, ammettiamolo, in non pochi fumetti bonelliani.
Il Serpente e l’Arcobaleno riesce ad essere anche un affezionato tributo alla prima fase del cinema “zombesco” di Bela Lugosi (una ventata d’aria fresca in quegli anni di infezioni di morti viventi e killer assetati di sangue) ed uno spaccato (pur non presentandosi come film storico) dell’Haiti degli anni ’80, dalla politica alla cultura etnica.
Nonostante Wes Craven sia conosciuto per opere ben più affermate, come Nightmare, La casa nera e Scream, con questa pellicola atipica il regista ha toccato il suo vertice producendo quello che per molti è il suo film migliore, il più valido, il più maturo, il più vero. In pratica, questo è un cult assolutamente da non perdere, non tanto per gli appassionati di horror quanto, piuttosto, per tutti coloro che non hanno paura di guardare dentro e oltre le ombre. :D

venerdì 5 ottobre 2018

Funeral Party


Titolo originale: Death At a Funeral
Nazione: GB
Anno: 2007
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Frank Oz
Cast: Matthew MacFadyen, Rupert Graves, Peter Dinklage, Daisy Donovan, Alan Tudyk

Trama:
Una sconclusionata famiglia inglese si riunisce al funerale del patriarca nella grande casa natale. Le tensioni familiari crescono e vecchi conflitti mai sopiti tornano a galla ma la situazione esplode quando un uomo misterioso si presenta al funerale, ricatta i figli minacciando di rivelare l’oscuro segreto del defunto e...

Commenti e recensione:
Oz è (quasi) sempre un grande e qui, in questa commedia demenziale e sopra le righe, lo ritroviamo nella sua più bella forma, capace di rendere leggero un tema solitamente triste anche a costo di andare incontro a polemiche più o meno velate. Non manca qualche sottile, mai davvero velenoso, riferimento alla religione ma vi è soprattutto spazio per molte trovate, che siano intrighi, rivalità familiari o vecchi amori non corrisposti. Oz scompiglia le regole cerimoniali che normalmente vincolano i comportamenti ad un funerale, inserendo tutta una serie di elementi destabilizzanti che creano le situazioni comiche.
Avendo un cast famoso solo in patria (ovviamente siamo molto prima di GoT) e con un budget assolutamente limitato, Oz ha deciso di non focalizzarsi su di un unico protagonista optando invece per un'opera corale, nella quale far sfidare in una gara di bravura tutti gli interpreti in un susseguirsi di botta e risposta di gag senza fine. Oz non è avaro neanche di temi a lui più cari in passato, come ad esempio l'omosessualità che compare in maniera macabra ed alquanto insolita ma che procura alcune delle scene più divertenti del film. A tratti si abbandonano i lidi della dark comedy e si scade in una sorta di vera e propria farsa, il che permette di godersi nel migliore dei modi la surreale astrazione comica che fa più volte capolino. D'altronde non ci troviamo davanti né ad una classica commedia romantica di stile francese, né alle più volgari produzioni americane (niente in contrario, sia ben chiaro; a volte ci vogliono anche quelle ^__^). Pur essendo a tratti volutamente stupida, la pellicola non raggiunge però mai quei livelli e riesce sempre a proporre un'idiozia ragionata, di classe, che se a tratti può apparire stereotipata e già vista, soprattutto nei suoi eccessi verbali, altrove regala momenti di puro e schizzato divertimento. Qui si percorrono i passi della risata più genuina, non avendo nessuna ambizione di sorta se non quella di far ridere, con garbo e raffinatezza e senza eccedere nello snobismo di quelle produzioni che aspirano a tanto e che difficilmente centrano il bersaglio. Senza pretendere di essere un capolavoro quindi, Funeral Party è giustamente diventato un classico dell'humour inglese e della farsa più esasperata che coglie in pieno il suo semplice e diretto obiettivo: divertire! :D

sabato 29 settembre 2018

Una giornata particolare


Titolo originale: Una giornata particolare
Nazione: ITA
Anno: 1977
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia: Ettore Scola
Cast: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, John Vernon, Françoise Berd

Trama:
È il giorno della visita di Hitler a Roma. Nella quiete di un caseggiato popolare le vite di Antonietta, moglie disfatta da sei maternità e dall'incrollabile fede fascista del marito, e Gabriele, ex annunciatore radiofonico cacciato dal servizio con l'accusa di essere un "sovversivo" ma, in realtà, perché omosessuale, si incrociano e...

Commenti e recensione:
Questo è probabilmente il più bel film di Scola e, in realtà, è anche la più bella interpretazione sia della Loren che di Mastroianni. Già questa, come recensione, dovrebbe bastare; tuttavia è giusto, a più di quarant'anni dall'uscita, rivedere questo capolavoro ed ammirarne l'incredibile attualità. Perché se è vero che la storia si svolge in un contesto storico molto preciso (al punto da indicarne persino la data!) il soggetto è assolutamente senza tempo: il fugace incontro tra due emarginati. Una giornata particolare è lo struggente racconto di due solitudini, separate per carattere, cultura ed estrazione sociale ma accomunate dallo stesso triste destino che li relega ai margini di una società, qui irregimentata, autoritaria e muscolare ma potrebbe anche esserne una edonista, capitalista e bigotta che la trama non ne risentirebbe. E Scola è sempre stato bravissimo a raccontare questi "incontri inattesi", causati dal fato.
C'è davvero molta arte in questo film e, pur di non rovinarla, il fantastico trio ha dovuto reinventarsi: Scola tiene a freno il suo proverbiale sarcasmo per realizzare un capolavoro amaro e malinconico che, al di là della lampante critica al fascismo ed ai suoi eventuali rigurgiti, punta severamente il dito contro qualsiasi forma di oppressione ed uniformazione, ricordandoci che è anche dai piccoli gesti e nei momenti più semplici che possiamo trovare la forza di reagire alla rassegnazione, alle umiliazioni ed all’emarginazione. Mette da parte se stesso, e perfino la sua tecnica, pur di concedere spazio ai due formidabili interpreti.
Sophia Loren accantona, per una volta, la sua prorompente sensualità ed il suo fascino senza tempo presentandosi struccata, spettinata e scarsamente curata per rendere al meglio il servilismo e la remissività del suo personaggio. Mastroianni, infine, abbandona a sua volta le movenze da latin lover per compiere un vero e proprio capolavoro di controllo e di recitazione, in perenne bilico fra rassegnazione e silenzioso dolore. Il doveroso plauso per la fotografia, volutamente sbiadita, di Pasqualino De Santis e per le musiche di Armando Trovajoli è solo la cigliegina sulla torta di quest'opera d'arte.
Da vedere? Senza dubbio. Da rivedere? Soprattutto in questa versione splendidamente restaurata, assolutamente sì!! :D

giovedì 20 settembre 2018

Spiderwick - Le cronache


Titolo originale: The Spiderwick Chronicles
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Fantastico, Fantasy, Avventura
Durata: 96'
Regia: Mark Waters
Cast: Freddie Highmore, Mary-Louise Parker, Nick Nolte, Joan Plowright, David Strathairn

Trama:
I gemelli Jared e Simon e la sorella maggiore Mallory si trasferiscono con la madre in un magione nei boschi del New England, eredità di una vecchia zia. La casa ed il luogo nascondono un segreto che ben presto coinvolgerà l’intera famiglia in un mondo di magia e...

Commenti e recensione:
Tratto dalla bella saga di Holly Black, il film di Waters è un fantasy atipico che si ritaglia uno stile tutto suo, recuperando le atmosfere da fiaba gotica dei film "di fantasia" dei primi anni '90. Chi è stato bambino in quel periodo (anche solo interiormente) non potrà non sentire gli echi de La Storia Infinita o Fantaghirò. E non è assolutamente un male! E poi c'è molto di Burton (e non solo perché Highmore ha recitato nella sua Fabbrica di cioccolato), soprattutto per le sfumature dark, al limite dello splatter, e anche molto Besson (e non solo perché Highmore recitava proprio in quel periodo Arthur e il popolo dei Minimei); insomma, c'è il meglio del fantasy mondiale e della professionalità di Hollywood&Dintorni!
Protagonista assoluto del film è ovviamente il piccolo Freddie Highmore che, in questa nuova avventura, interpreta non uno ma ben due personaggi contemporaneamente: i fratelli gemelli, identici ma dal carattere diversissimo; complimenti! In realtà, però, è tutto il cast che si dimostra davvero all'altezza. E poi, ammettiamolo, Mark Waters alla regia è sempre una discreta garanzia di soluzioni azzeccate (qui è molto interessante l'idea di rendere invisibili le creature magiche, costringendo gli attori ad un bel lavoro di immaginazione che sicuramente ha giovato alla riuscita del film) ed è riccamente "aiutato" dai perfetti effetti speciali della Industrial Light & Magic di Lucas. Anche il design delle creature e la messa in scena sottolineano come, più che il respiro del fantasy moderno, Waters abbia cercato un ritorno alla fiaba più propriamente intesa: i mostri sono brutti ma non spaventosi e, tendenzialmente, sono anche abbastanza stupidi, suscitando un misto di tenerezza e compassione. La fotografia, dal canto suo, gioca tutto su colori molto, molto accesi dalle tonalità pastello, conferendo al film un'aura eterea ed irreale che ben riesce a staccare la vicenda da un tempo ed uno spazio chiaramente definiti. Un lieve ma ben utilizzato Chroma key nelle scene più "bucoliche" è la cigliegina sulla torta del reparto tecnico.
Questo recupero del fiabesco, o del fantastico "anni ‘80-'90", ha però anche dei riflessi che, per alcuni, possono essere negativi: se i bambini si divertiranno a seguire le peripezie di Jared fra folletti, goblin e fate, i meno capaci di sognare storceranno il naso davanti ad un film che non cerca assolutamente di essere più di una semplice favola. Non ci sono sottotrame, non ci sono profondi significati simbolici e non c'è nemmeno grande tensione. Anche il finale si conferma come il più classico degli Happy Ending, lasciando lo spettatore completamente soddisfatto e senza inutili aperture per eventuali sequel. Personalmente ho molto ammirato la scelta coraggiosa di buttarsi senza remore nel fiabesco più caramelloso senza mai scadere nel banale o nel melenso. Nel complesso, Spiderwick si lascia guardare con vero piacere, diverte, emoziona, racconta una bella storia ed è interamente dedicato a chi ama le fiabe, cioè a tutti quelli che, nel buio di una sala o comodamente sprofondati nella poltrona, riescono ancora a volare con la fantasia. ^___^

HD4ME non è più accessibile? Risolto!

AVVISO!

Molti di noi hanno sperimentato, negli ultimi giorni (credo dopo l'aggiornamento di Firefox >_<) 
grosse difficoltà a connettersi a vari siti dei miei amici. 
Penso in particolar modo a HD4ME, Ipersphera e galmuchet

Il carissimo G R A Z I E ha già risolto il problema nel modo più elegante possibile:


Basta scrivere nell'apposito spazio il link che volete visitare e, magicamente ^_^, 
aggirerete le protezioni di zona in modo veloce e gratuito!

:D

venerdì 7 settembre 2018

Rogue One: A Star Wars Story


Titolo originale: Rogue One: A Star Wars Story
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Fantascienza, Avventura, Azione
Durata: 133'
Regia: Gareth Edwards
Cast: Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Mads Mikkelsen, Riz Ahmed, Forest Whitaker

Trama:
In una galassia lontana lontana, un improbabile gruppo di eroi intraprende una missione per sottrarre i piani della più potente arma di distruzione di massa mai ideata dall’Impero, la Morte Nera. Questo evento spingerà delle persone ordinarie ad unirsi per realizzare imprese straordinarie, diventando parte di qualcosa di più grande e...

Commenti e recensione:
Nel box office mondiale ha superato la soglia del miliardo di dollari di incasso, i fan sono rimasti entusiasti, pubblico e critica lo hanno promosso; alla fine si può proprio dirlo: Rogue One: A Star Wars Story, il primo tanto atteso (e anche temuto) spin-off di Star Wars, è stato un'operazione pienamente riuscita, tanto da conquistare un posto nell'universo Jedi e nel cuore degli spettatori.
Per gli appassionati della saga è come colmare visivamente vicende fino ad ora solo immaginate. Chi conosce bene gli episodi di Guerre stellari (questo si inserisce tra il III e il IV) non potrà che arricchire di particolari le già note vicende, allietato nel cuore da piccoli rimandi a personaggi o ambientazioni che già ama, sapientemente posizionati qua e là dai realizzatori del film. Per i neofiti (sempre che ne esistano!) immagino sia un chiassoso e divertente action movie sicuramente da gustare. Se valutiamo Rogue One come film a sè, dimenticandoci di tutto il mondo di Lucas che gli sta attorno, possiamo infatti dire che si tratta di un buon lavoro d’avventura, cupo e realistico quanto basta, senza mai scadere nella "favoletta con canzoncina annessa" che si poteva temere dalla nuova proprietà del topo. Il cast è davvero bene assortito e vi spicca una bravissima Felicity Jones, che presta il volto a Jyn Erso, eroina senza macchia e senza paura come se ne trovano raramente. Tecnicamente, gli effetti speciali sono esaltanti, le inquadrature, luci e montaggio risultano di altissimo livello e le riprese effettuate sull'atollo Laamu alle Maldive sono davvero incredibili. :O
In sintesi, malgrado temessi che la Disney snaturasse il carattere della saga, Rogue One: a Star Wars Story è probabilmente uno dei migliori film dell'intero ciclo, quindi da vedere sicuramente! E poi, diciamocelo: Star Wars è sempre Star Wars e anche delle briciole, persino senza raggiungere i livelli di questo gioiellino, rinfrancano l’anima assetata di noi fan! :D

venerdì 31 agosto 2018

Le relazioni pericolose


Titolo originale: Dangerous Liaisons
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Drammatico, Sentimentale, Storico
Durata: 120'
Regia: Stephen Frears
Cast: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer, Uma Thurman, Keanu Reeves, Mildred Natwick

Trama:
La bella marchesa di Mertreuil spinge verso altre donne (da lei accortamente individuate) il suo ex-amante, il Visconte di Valmont, per vendicarsi della sua fuga. È una sfida per tenere saldamente in pugno l'uomo che essa, pur dedita ad amori occasionali, ama ancora. Nelle reti del seduttore cadono, alternandosi, sia la quindicenne Cecile de Volanges, già promessa in matrimonio ad un gentiluomo che ha vent'anni più di lei, sia la graziosa Madame de Tourvel. Ma proprio le reazioni della nobildonna, sedotta e abbandonata, inducono il libertino a riflettere sulla sua esistenza e...

Commenti e recensione:
Tratto dallo splendido libro epistolare di Choderlos de Laclos del 1782, con Le relazioni pericolose Frears ci conduce nei boudoir e nei salotti, grondanti di eleganza e crudeltà, della facoltosa aristocrazia dell'Ancien Régime per farne un graffiante affresco (la critica era già insita nel romanzo) sulla lussuria, il tradimento ed i sensi di colpa. Cinematograficamente parlando, la sua è la migliore riduzione per lo schermo fra le tante disponibili; penso soprattutto a quel Valmont di Forman che, forse per colpa di attori di minore impatto spettacolare, non ebbe la notorietà di quest’opera la quale, invece, vanta un cast perfetto. A dominare la scena è soprattutto Glen Close, magnifica nelle vesti di marchesa acida, viziosa e vendicativa, il cui più grande divertimento, in una vita annoiata e priva di stimoli, è quello di cospirare con l'altrettanto cinico John Malkovich, così superlativo, seducente e viscido da rendere "quasi" sprecate le eccellenti interptretazioni della Pfeiffer e di Uma Thurman.
Nel bellissimo libro, pensato per l’epoca dell’illuminismo razionale all'alba della rivoluzione, il volgere drammatico della trama appare come una sconfitta di una aristocrazia che raffinatamente, e in purissimo stile rococò, sembra rifuggire da ogni sentimento per badare al ben più corposo profilo sensuale dell’amore. Impossibile non sentire l'eco del delle memorie di Casanova, scritte pochi anni dopo ma riferite proprio a quei giorni o dell'immortale Don Giovanni, entrambe critiche nemmeno troppo velate di quel mondo. De Laclos costruisce una trama perfetta ed utilizza il genere epistolare proprio per evitare ogni attribuzione psicologica ai personaggi, perché si svelino da soli. Può una trama così essere ancora attuale? Certamente! Frears, fortemente critico verso i modelli thatcheriani e reaganiani dell’epoca, raccoglie la sfida e genera un film che dalle diaboliche geometrie seduttive ci conduce a quelle più misurate dei sentimenti (che non perché più silenti mietano meno vittime) e centra quello che, pur avendo all'attivo altri titoli di assoluto rispetto, è senza alcun dubbio il suo capolavoro. Dopo più di trent'anni, e con un clima culturale (apparentemente) del tutto diverso, questo film mantiene perfettamente intatto il suo splendore, segno che il soggetto è ben al di sopra del trascorrere del tempo, dimostrandosi di eterna attualità.
Assolutamente da vedere e da rifletterci a lungo! :D


Visto che non rientra nei normali programmi scolastici nostrani (e aggiungerei "per fortuna" perché questa è normalmente la morte di un'opera), mi sono permesso di aggiungere nella cartella ben due versioni del romanzo, sia in italiano che nello splendido originale francese. Questo è l'esempio più puro di livre de chevet (che si potrebbe tradurre come "libro da capezzale", cioè da tenere sempre sul comodino, a portata di mano). Fosse solo per vedere come si scrive davvero un libro che, a più di due secoli di distanza, è ancora freschissimo, vi consiglio davvero di approfittarne. ;)

sabato 25 agosto 2018

La cosa


Titolo originale: The Thing
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Fantascienza, Horror, Thriller
Durata: 109'
Regia: John Carpenter
Cast: Kurt Russell, Wilford Brimley, T.K. Carter, David Clennon, Keith David, Richard Dysart, Charles Hallahan, Donald Moffat

Trama:
Gli scienziati di una base di ricerche in Alaska raccolgono un cane lupo che i loro colleghi norvegesi hanno tentato di abbattere. Lo mettono nel canile mentre due di essi si recano nella base norvegese che trovano abbandonata e piena di cadaveri. Trovano anche i resti di quello che sembra un disco volante. La comparsa di una terribile creatura scatena il panico nella base e...

Commenti e recensione:
Nell'82, mentre Spielberg incantava e commuoveva il pubblico con il suo E.T., sdoganando definitivamente la figura dell’alieno tenerone, quasi in contemporanea John Carpenter centrava con La cosa il suo capolavoro del cinema di fantascienza e dell’orrore. Non un simpatico gnometto ma una ben più sinistra creatura aliena che evidenzia pessimisticamente i limiti ed i difetti del genere umano. Il risultato, pressoché inevitabile, di questo scontro è stato per La cosa un freddo riscontro al botteghino, accompagnato da un giudizio perlopiù negativo anche da parte della critica colta, incapace di coglierne la portata artistica e sociale. È servito tempo, molto tempo!, perché a questa meraviglia venisse fortunatamente conferito il giusto e doveroso riconoscimento. Meritatamente, oggi è considerato un punto di assoluto riferimento per il cinema di genere ed una gemma di tutta la Settima Arte.
Pochi altri film nella storia hanno saputo far convolare a nozze in maniera così riuscita la fantascienza e l'horror, due generi fatti quasi apposta per stare assieme (sposati dall'Ignoto) ma che raramente producono figliolanze riuscite.
La cosa arriva a punte di shock visivo che solo L'Esorcista, probabilmente, raggiunse in quegli anni. Nelle trasformazioni non c'è solo banale splatter ma una sofferenza interiore, un'umanità lacerata, una specie che urla il proprio dolore. Le paragonerei alla grandiosa trasformazione de Un Lupo Mannaro americano a Londra per efficacia e dolore. Guardando le scene di trasformazione si ha quasi più empatia per l'invaso dalla "cosa" che non per chi rischia di esserne ucciso. È proprio questa antropomorfizzazione del mostro a renderlo fastidioso, inquietante e disturbante. È anche ciò che lo rende così diverso da Alien, al quale è stato ingiustamente ma ripetutamente paragonato. Con le sue poche ma efficaci apparizioni (e grazie agli effetti speciali, artigianali ma estremamente realistici, di Rob Bottin) il mostro rende realmente terrorizzanti gli istanti in cui è protagonista e, insieme alla celeberrima sequenza dell’analisi del sangue, porta la tensione ed il senso di claustrofobia all’apice. Impossibile inoltre non citare il folgorante ed enigmatico finale nel quale, come da tradizione per il cinema di Carpenter, alle risposte si affiancano nuove ed inquietanti domande, che lasciano presagire che l’incubo sia solo cominciato. Il mostro non c'è ma la sua eco domina incontrastata!
Le musiche di Ennio Morricone sono un altro elemento determinante per la bellezza de La cosa; un Morricone molto carpenteriano, apparentemente spersonalizzato data la diversità di stile rispetto ad altre pellicole. La sua colonna sonora, con quel ritmo martellante ed ossessivo, carica ulteriormente di suggestioni angosciose il senso di ansia e di morte che permea il film. Il cast, infine, è stellare! Russell, forte anche di una sceneggiatura che lo rende il personaggio più completo e complesso, spadroneggia ma, trattandosi quasi di una pièce teatrale, non opprime gli altri bravissimi attori e tutti, in uno o più momenti, hanno l'opportunità di mostrare le proprie splendide capacità. Se questa non è grande regia, non so cos'altro serva.
La cosa è uno strepitoso esempio di cinema di genere e d’autore allo stesso tempo, capace di intrattenere, colpire e spaventare, ma anche far riflettere sulle miserie e lo squallore della società. Attraverso l’orrore e la paura, Carpenter ci mostra in modo cupo e tagliente l’incapacità insita nel genere umano di fronteggiare unitariamente le difficoltà e le minacce, ricordandoci che probabilmente, in fondo, i veri mostri siamo noi. Qui il pessimismo di Carpenter raggiunge il suo culmine: la ventata, che parte dalla New York in disfacimento tratteggiata in 1997 e che arriva fino alle terre desolate del Polo Sud, spazza in un solo colpo tutto l'idealismo della fantascienza anni '50, pure così tanto amata dal regista e la cui eco si sente ancora nello sdolcinato E.T. di Spielberg. Qui Carpenter non mette nemmeno un grammo di retorica, il film è asciutto, essenziale, freddo. Perfetto.
La cosa non è un film da giardare ma un capolavoro da ammirare e rivedere, rivedere, rivedere! :D


Dedicato a Giuseppe
per il suo ottimo gusto e tutta la sua pazienza.
^__^

venerdì 17 agosto 2018

Bolt - Un eroe a quattro zampe


Titolo originale: Bolt
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Animazione
Durata: 96'
Regia: Chris Williams, Byron Howard

Trama:
Bolt è il cagnolino protagonista di una serie che lo vede nei panni di un supercane. Poiché però è nato negli studios non è consapevole che tutto quello che riesce a fare sul set è frutto solo dei trucchi cinematografici e dell'aiuto della troupe. Quando un giorno si perde, anche se i primi incidenti dovrebbero dissuaderlo è fermamente convinto di essere davvero un supercane e...

Commenti e recensione:
Gli anni a cavallo del millennio sono stati un (ennesimo!) periodo davvero difficile per la Disney e, malgrado i contratti, c'era non poca paura che l'affiliata Pixar si rubasse tutto il mercato e, non contenta, anche l'Impero del Topo. Ammettimolo: a parte il delizioso Lilo & Stich, tra Mulan e Rapunzel è difficile ricordare un personaggio Disney; negli Studios ne erano assolutamente coscienti ed urgeva correre al riparo.
Tolto l’infelice nome di battesimo del protagonista (in America l’omonimo detersivo non esiste e così non pensarono all'effetto che avrebbe fatto a noi italiani ^_^), Bolt segna senza dubbio un punto di svolta nella Disney perché, finalmente, tentò di trovare un equilibro tra l’esigenza di rivolgesi ad un pubblico giovanissimo (e quindi il bisogno di inserire almeno una canzoncina e tanti buoni sentimenti) e quella di divertire anche l’adulto che l'accompagna; dopotutto è lui che compra il biglietto! Bolt, supervisionato dal due volte premio Oscar John Lasseter, uno degli uomini di punta di Pixar, anche se non raggiunge le vette di un Wall-E è un buon compromesso, pur mantenendo come obbiettivo primario l'intrattenimento Kid Oriented. Questa scelta di puntare ad un target prevalentemente infantile, anche se legittima (forse per certi versi essenziale) a me sembra involontaria e frutto di un'eredità che in Disney hanno paura di scrollarsi di dosso. Ma potrei sbagliare e, supponendo che fosse tutto calcolato, Bolt diventa un film molto ben costruito dove le tematiche classiche vengono rinfrescate con idee nuove ed intuizioni acute. La morale finale, diversa dalle solite, insegna anche qualcosa. :)
Il Design (principalmente quello umano) è il medesimo de Gli Incredibili, uno stile caricaturale ma piacevole che sa riportare espressioni ed azioni all'essenziale, rendendo divertenti molti movimenti che altrimenti sarebbero passati inosservati. Tutta un'altra cura è stata impegnata, invece, per rappresentare gli animali protagonisti. Bolt, Rhino il criceto e Mittens la gatta fanno sì sfoggio del medesimo tratto compositivo donato al resto del cast ma, per loro, è stato riservato un occhio di riguardo davvero pregievole, in particolar modo per l'espressività facciale, incredibilmente ben fatta e legata al carattere di ciascuno. Additittura ammirevoli i piccioni: chi mastica un po' di cultura americana noterà sicuramente le differenti connotazioni caratteriali donate ai volatili nei diversi luoghi: italo-americani, mafiosi e un po' stressati a New York; trendy, sceneggiatori e viziati a Hollywood e nell'Ohio... decisamente sempliciotti. Tutte sottigliezze chiaramente rivolte ad un pubblico adulto. Nella versione italiana merita un encomio particolare il lavoro di Raoul Bova (doppiatore uno strepitoso Travolta!) che fa sfoggio di tutta la sua esperienza USA per donare al cagnolino una voce da "eroe americano" come non si sentiva da tanto!
Per i più superficiali questo sembrerà solo un buon compitino scritto in bella calligrafia ma senza idee notevoli. In effetti, lo sviluppo è decisamente ultraprevedibile, tra ragazzine dal cuore d'oro ed animali che hanno poteri fantastici, anche se non super, tuttavia il mestiere c'è (come dimostra l'ottima scena del "ritrovamento" del cane) e, non a caso, la riconquista del Mondo da parte del Temibile Topo è cominciata proprio da qui. :O
Da vedere e rivalutare sicuramente! :D

mercoledì 1 agosto 2018

Valerian e la città dei mille pianeti


Titolo originale: Valérian and the City of a Thousand Planets
Nazione: FRA
Anno: 2017
Genere: Fantascienza, Azione
Durata: 140'
Regia: Luc Besson
Cast: Dane DeHaan, Cara Delevingne, Clive Owen, Rihanna, Ethan Hawke, Herbie Hancock, Rutger Hauer

Trama:
L'agente spaziotemporale Valerian e la sua compagna Laureline vengono inviati in missione dal Ministro della Difesa nel caotico e intradimensionale Big Market del pianeta Kirian, allo scopo di mettere in salvo l'ultimo convertitore Mül rimasto. I Mül sono un popolo ritenuto estinto ma attorno al loro destino vige un misterioso segreto militare e...

Commenti e recensione:
Fin dai tempi de Il quinto elemento, Besson accarezzava l’idea di portare sul grande schermo uno dei fumetti più belli mai realizzati, quel Valérian e Laureline di Christin e Mézières pubblicato con grande successo dal 1967 al 2010. La creatività senza fine di questi due giganti è stata tale che un numero impressionante di scene di Guerre Stellari sono un plagio sfacciato del loro lavoro (provarono giustamente a fare causa a Lucas ma, anche in quegli anni e pur avendo palesemente ragione, non era facile vincere contro l'altra sponda dell'Atlantico >_<). Se noterete similitudini (prima tra tutte con il Millennium Falcon) tra questo film e mille altri che avete già visto, ricordatevi sempre che è perché sono questi ultimi ad aver copiato il fumetto!
Ma torniamo al film che è stato, in realtà, il più grosso flop commerciale dello scorso anno (e anche di parecchi precedenti). In America è stato stroncato dalla critica (c’è chi sospetta sia tutta una manovra contro i blockbuster non americani) e snobbato dal grande pubblico ma anche in casa, cioè in Francia, dove si prevedeva un incasso di 30 milioni, non ha superato gli 11. Alla fine "sembra" che sia andato in pareggio ma, per un'opera che dovrebbe essere l'inizio di una trilogia, non è proprio un partire col piede giusto. Fortunatamente Besson è quello che è (molto bravo e, ormai, anche parecchio ricco) e Valerian sopravvivrà, proprio perché non è solo un film: è il sogno di bambino che diventa realtà. Peccato solo che sia stato realizzato in un'epoca in cui non può interessare a nessuno (blockbusteristicamente parlando). I ragazzini di oggi sono troppo impegnati a dibattere sulla sequenzialità del Marvel Universe per appassionarsi ad una favola ambientalista ed umanitaria. Hanno visto troppi film di fantascienza per incuriosirsi davanti a dei buffi alieni dalla testa a uovo e gli occhi blu. Hanno le pareti della camera tappezzate di troppi attori-modelli per apprezzare la recitazione tutta in levare del sempre più bravo Dane DeHaan. Eppure, sono film come questi che bisognerebbe salvare: film che non sono (solo) figli di scelte di marketing ma puri atti d’amore. È stata una scelta egoistica, allora? No, perché io e molti altri (quasi tutti miei coetanei) lo abbiamo apprezzato. Forse è stato più un errore di target: Besson ha girato un film che è un regalo al bambino che è stato, e che siamo stati, ma non l’ha dotato della forza necessaria per resistere in questo mondo.
Ha dovuto attendere anni prima di avere budget, idee e tecnologia finalmente accessibili ma ora Luc ci delizia con un’opera maestosa che si apre con una delle sequenze più belle di sempre: l’incontro tra astronauti di varie parti dello spazio nel corso dei secoli che, di stretta di mano in stretta di mano, portano alla nascita di un mondo che ospita migliaia di specie diverse; il tutto accompagnato da Space Oddity di David Bowie! Suonata per intero! Magico! Ed in effetti è proprio sull'estetica che si fonda il vero valore aggiunto della pellicola, curata nei minimi dettagli e sublimata da colori cangianti e sfumature pastello; l'universo non è mai stato così accogliente. Un risultato visivamente incredibile e possibile solo grazie al progresso in campo digitale degli effetti speciali e della computer grafica, qui ai più alti livelli. Besson immerge a tal punto lo spettatore nel "suo" futuro da fargli scordare la realtà esterna, sprodondandolo nella meraviglia ed annullando le barriere dell'incredulità.
I difetti? Ci sono, è inutile negarlo. Nonostante la narrazione sia punteggiata da momenti memorabili (la sequenza danzante di Rihanna) si ha l’impressione che la forma consumi la sostanza. Sovrastimolato dall’abbondanza barocca delle location, tipica dell'opera cartacea, lo spettatore finisce per perdersi tra mercati che esistono in più dimensioni, pianeti che ricordano le spiagge dei Caraibi, quartieri a luci rosse (in realtà multicolori) e profondità marine. Alla fine il racconto, che porta con sé un importante e sempreverde messaggio d’amore e uguaglianza, tende a scomparire tra i glitter e le luci al neon. A complicare ancora di più le cose, l’imbarazzante sottotrama amorosa. DeHanne e Delavingne sono bravi (con questa interpretazione l’ex modella chiude bocca alle schiere di detrattori) ma vengono ridicolizzati da una scrittura che li obbliga a buffe dichiarazioni fuori dal tempo; nessun ragazzo si esprimerebbe oggi in quella maniera, figuriamoci tra migliaia di anni! La bella bionda sexy da impalmare, i protagonisti caucasici ed efficienti, i simpatici alieni primitivi da salvare: forse il problema di Valerian è che affronta certe tematiche e certe fantasie sociali come se dagli anni '80 non fosse cambiato nulla. :/
Da vedere? Solo per chi è amante della fantascienza più “fantasy”, alla Avatar o alla Star Wars, per intenderci; se siete più propensi per la fantascienza “scientifica” (in stile Moon, 2001: Odissea nello spazio o Arrival) scordatevi di apprezzalo. Perché questo è un film fantasy in tutto e per tutto; con un’ambientazione futuristica e spaziale, certo, ma sempre fantasy è! ^___^

lunedì 23 luglio 2018

I Tenenbaum


Titolo originale: The Royal Tenenbaums
Nazione: USA
Anno: 2001
Genere: Commedia
Durata: 109'
Regia: Wes Anderson
Cast: Gene Hackman, Anjelica Huston, Ben Stiller, Gwyneth Paltrow, Luke Wilson, Owen Wilson

Trama:
Famiglia non è un sostantivo, è una condanna.
Tenenbaum e sua moglie Etheline hanno tre figli e sono separati. I tre fratelli, tutti ex bambini prodigio, si ritrovano adulti nella loro casa d'infanzia per un'inattesa riunione di famiglia ma molte cose sono cambiate e...

Commenti e recensione:
I Tenenbaum è il film con cui Anderson ha mostrato al mondo il suo gusto estetico e la sua magnifica capacità di raccontare e che lo ha, meritatamente!, lanciato nell'Olimpo del cinema d'autore di questo inizio di millennio. La pellicola è una gioia di contraddizioni, perché è una commedia che scorre velocissima, quasi senza fiato, eppure parla di persone che, a un certo punto della loro vita, si sono “fermate”. È una commedia ed è impostata per far ridere, eppure alla fine nessuno può celare una forte commozione più vicina al pianto che al riso. È una commedia, raffinata e frastornante, che usa il racconto con la voce fuori campo (per non meno di venti minuti come nemmeno Amelie °O°) ma che poi non ha scrupoli a sfruttare le musiche anni sessanta/settanta (Clash, Beatles, ecc… con un‘esaltante Hey Jude nella lunga introduzione) come un esplosivo emozionale. Eppure, grazie alla sua forza così originale, non diventa mai né parodia di altro, né commedia classica hollywoodiana, né luogo di redenzione, né cinema demenziale né, soprattutto, una scatenata scorribanda alla Fratelli Farrelly. Sarebbe stato facile usare questi mezzucci, e invece Wes ha preferito realizzare un film magnificamente tenero, che gioca sulle debolezze dei personaggi come loro effettivo, unico punto di forza, che mescola le carte sui rapporti, su quegli attimi fuggenti in cui le vite a volte incorrono, e trova in una straordinaria parola, forse mai pronunciata, il suo magnifico senso vitale: perdono.
Come spesso nei lavori di Anderson, il film vanta un cast strepitoso. Assieme ad un grandissimo Gene Hackman, alla sua ultima performance importante, recitano i fratelli Wilson, Bill Murray (a cui il regista non riesce a fare a meno) ed una strepitosa Paltrow, sempre a suo agio nei personaggi un po’ disagiati, belli ma misteriosi. Ovviamente un ruolo fondamentale lo assumono le inquadrature, la scenografia, le simmetrie ed i fermi immagine che, ormai tipiche del regista, qui prendono davvero forma. La fotografia è sempre quella dai colori pastello e dallo stile rétro del fantastico Robert Yeoman, ormai anche lui simbionte di Anderson.
In conclusione, I Tenenbaum è un film davvero ben fatto, soffice e pungente, che può anche dare lezioni di morale sorprendenti (basta saper ascoltare con il “muscolo dei sentimenti” ^__^), potenzialmente catalogabile come Commedia ma dove malinconia e comicità, difficilmente conciliabili, qui risultano perfettamente miscelate.
A mio avviso? Assolutamente da vedere! :D

venerdì 6 luglio 2018

Yado


Titolo originale: Red Sonja
Nazione: USA
Anno: 1985
Genere: Avventura, Fantasy
Durata: 89'
Regia: Richard Fleischer
Cast: Brigitte Nielsen, Arnold Schwarzenegger, Sandahl Bergman, Janet Agren, Francesca Romana Coluzzi

Trama:
Sonja, principessa guerriera e ultima superstiste di una famiglia reale, vuole vendicarsi della perfida regina Gedren, che uccide o sottomette i sovrani rivali per dominare il mondo intero. Aiutata dal muscolosissimo Yado, dal principe-bambino Tar e dallo scudiero Falcon, riuscirà la bella Sonja a sconfiggere le forze del male?

Commenti e recensione:
Nella cinematografia fantasy, le donne sono solite ricoprire ruoli secondari e di irrilevante importanza. Spesso sono una fonte di guai o vengono accostate al protagonista per l’eventuale sveltina messa nel film per ridestare l’attenzione dello spettatore; stavolta no. (Beh, uno stupro c'è ma è necessario alla trama; niente per un "anni '80" ^_^). In realtà, Howard scrisse che a Red Sonja si sarebbe unito il grande Conan e questo film sarebbe dovuto diventare una specie di spin-off dei due titoli precedenti. Alla fine Fleischer, che temeva di oscurare la SUA guerriera, ripiegò sul prode Yado (che nella pellicola è reso DECISAMENTE uguale al barbaro cimmero ma lasciamo perdere). Ovviamente la scelta di dedicare un film all'eroina non deve essere piaciuta più di tanto al nostro censore e, per bieche scelte commerciali, ha cambiato il titolo del film in Yado, facendo sembrare Schearzenegger molto più del semplice comprimario che è. Sempre meglio che in Spagna, dove ebbero El Guerrero Rojo; mi domando come ci saranno rimasti gli spettatori, accorsi a vedere el Schwarzi con los cabelos rojos per poi scoprire che quella coi cabelos rojos aveva forme (e che forme!) ben diverse! XD
Nel solco del filone epico-fantasy dei precedenti Conan, anche questo è un film ipervitaminico fanta-avventuroso e come tale va goduto. Poco importa che la storia di vendetta sia scontata e facilmente prevedibile: qui conta l'avventura. A ovviare alla pochezza della trama c'è l’efficacia delle scene di combattimento e trovo davvero un’ingiustizia che la Nielsen, per questo suo primo film e malgrado i suo sforzi, abbia vinto un Razzie come Worst New Star e sia stata addirittura nominata come Worst Actress. Ma dai! Sicuramente nel 1985 ci sarà stata un’attrice più scarsa di lei che, almeno, era bella da vedere e brava a tirare di spada!
Le scene di combattimento divertono e si denota uno studio coreografico davvero molto accurato, i costumi sono ben fatti e le musiche di Ennio Morricone danno il giusto accento agli eventi, esaltandone la drammaticità. Alla fine, anche vedere qualche testa rotolare via ci sta (vabbè che partono per aria verticalmente come tappi di champagne, però è spassoso ^_^). Insomma: buone scenografie, belle coreografie, bei costumi, buona colonna sonora, un mago che prepara cocktail magici, un sosia di Lino Banfi che tira mazzate con un osso di mammuth, scene epiche girate fra le colline abruzzesi (con pochi soldi ma spesi bene), una Nielsen non ancora rifatta che sprizza gioventù... Richard Fleischer sapeva il fatto suo, cosa volete di più?
Purché tassativamente con lo spirito giusto, anche questo è un film da rivedere e godere! :D

martedì 3 luglio 2018

Arlecchino servo di due padroni


Titolo originale: Arlecchino servo di due padroni
Nazione: ITA
Anno: 1987
Genere: Teatro, Commedia
Durata: 143'
Regia: Giorgio Strehler
Cast: Ferruccio Soleri, Gianfranco Mauri, Narcisa Bonati, Andera Jonasson, Franco Graziosi, Paolo Calabresi, Giorgio Bongiovanni, Giulia Lazzarini

Trama:
In casa di Pantalone sua figlia Clarice e Silvio, figlio del Dottore, celebrano il fidanzamento dopo che la notizia della morte di Federigo Rasponi, uomo d'affari di Torino promesso a Clarice senza che mai lei lo avesse visto, scioglie dall'impegno la giovane. L'arrivo del redivivo Rasponi getta lo scompiglio e...

Commenti e recensione:
L'Arlecchino è sempre uguale e sempre diverso e questa versione, detta "dell'addio", è il frutto più alto di oltre trent'anni di magnifica evoluzione. Dalle prime rappresentazioni, con la loro scenografia rarefatta e quasi idealizzata, recitate al Piccolo ma anche nei borghi e nelle cascine della Bassa, si è arrivati a questa opera matura dove il vuoto è colmato dalla magia, sempre più esaltante, dell'interptetazione. Questo è l'"addio" al grandissimo Soleri (anche se poi non riuscirà a trattenersi dal rimettere la maschera ancora qualche volta ^_^) che ha indossato i panni multicolori dello Zanni per oltre cinquant'anni! Solo pochi mesi fa, alla bella età di 88 anni (e ricco delle 2283 repliche che l'hanno reso il recordman di longevità sul palco con un unico personaggio) ha dichiarato di sentirsi "un po' stanco". E vorrei vedere! Nemmeno nel pieno della mia fanciullezza sarei mai riuscito a fare anche solo una delle mille acrobazie che, instancabilmente, metteva in scena ogni sera. È facile quindi lasciarsi incantare dalla sua fisicità e distrarsi dalla sua eccezionale professionalità di attore! Era invece questa sua competenza, questa sua capacità di entrare in contatto col pubblico, che Strelher aveva riconosciuto e che quasi gli imponeva di replicare e replicare. Ferruccio - diceva - è l'Arlecchino quello che ci chiedono. Non possiamo deludere il pubblico; e via così, con un'altra edizione. ^_^
E quanto è "nuovo" questo Goldoni! Ma è poi esatto, definire "straordinario" il sorpassare gli anni, anche i secoli, per un'opera di teatro? Non è questa, invece, la caratteristica dell'opera d'arte? La vera opera d'arte parla con accenti diversi, con prospettive diverse ma è sempre contemporana alla gente a cui si rivolge. Mutano i suoi interpreti, si cambiano i moduli espressivi o certi ritmi, ma le texte resta. Così questo intramontabile Arlecchino servo di due padroni ha in sé il segno della vita che passa e si rinnova. Diceva Strehler: lo spettacolo è sempre rinato dalle sue ceneri, mai identico, sempre in movimento, sempre alla ricerca di un “modo” di rappresentarsi che non fosse la copia esatta del vecchio ma la traccia per il nuovo, su ciò che di valido c’era stato. Grazie Strehler, grazie Ferruccio: sfondando ripetutamente la quarta parete ci avete fatto riscoprire la Commedia dell'Arte dopo secoli di oblio e capire come il mondo, nel suo profondo, non sia mai davvero cambiato e che sia, malgrado i suoi difetti, davvero un gran bel Mondo! :)
Per chi ha avuto la gioia di vederlo dal vivo, questa è l'occasione rara di provare di nuovo quelle magiche senzazioni; per chi invece se lo fosse perso, è da scoprire assolutamente! :D

sabato 30 giugno 2018

Kubo e la spada magica


Titolo originale: Kubo and the Two Strings
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Animazione
Durata: 115'
Regia: Travis Knight
Cast: Charlize Theron, Art Parkinson, Ralph Fiennes, George Takei, Cary-Hiroyuki Tagawa

Trama:
Kubo è un giovane cantastorie orbo. Di giorno al villaggio suona e canta le gesta di storie senza un finale, animate davanti al suo pubblico di strada con i suoi magici origami. Di notte, invece, si nasconde da un nemico occulto che lo cerca per privarlo dell'unico occhio che gli rimane: il nonno.

Commenti e recensione:
11 anni appena ed una filmografia fino ad oggi quasi ineccepibile ma, con Kubo e la spada magica, in casa Laika hanno davvero tentato il salto di qualità, toccando vette di pura perfezione estetica e narrativa. Teneramente cupo e dolcemente spaventoso, il film di Knight vola sulle ali della fantasia, sfruttando nel migliore dei modi la mitologia del Giappone feudale, qui rianimata attraverso una favola dai contorni epici ed emotivamente marcati. Knight,non poteva esordire meglio alla regia. Siamo ad un livello di resa visiva prodigioso: la tecnica stop-motion quasi si mimetizza e si nasconde dietro un lavoro degli animatori impressionante nel catturare le smorfie, le sfumature, i colori. Tutto contribuisce all'impresa titanica di ricreazione di un intero mondo, impresa sostenuta non solo dal talento tecnico degli uomini Laika ma anche dalla loro ispirazione narrativa.
Kubo e la spada magica è avventura allo stato puro, concatenazione di eventi straordinari vissuti da personaggi indimenticabili. Lo schema, alla fine, è sempre quello di una solida tradizione di cinema avventuroso: l'evento imprevisto, la fuga che diventa viaggio, che si trasforma in scoperta di sè ma anche in occasione per intrecciare rapporti tra personaggi ed alleati, fino allo scontro finale. Il lungometraggio di Knight è veramente una rispolverata di tante certezze di un cinema classico, rassicurante eppure per nulla scontato. Il lato più toccante della vicenda, tutto incentrato sull'elaborazione del lutto, si mischia ablimente ad una serie adrenalinica di sequenze action, pensate e poi realizzate con un senso del ritmo incredibile, pur nella loro semplicità. Il finale, poi, è degno dei capisaldi proprio di quel cinema d'animazione giapponese cui teneramente Knight ha voluto rendere omaggio.
Ammiro questa piccola casa di produzione che fin da Coraline si impose per il suo ruolo strategico ed indispensabile nel panorama mondiale del cinema d'animazione: la sua tecnica a passo uno, così retrò eppure così moderna, conferma le infinite possibilità che si nascondono oltre lo strapotere del computer, che pure è apprezzato come semplice strumento. E sono sempre loro, i geniacci della Laika, a ribadire che la storia resta il cuore di tutto: senza i personaggi, senza una narrazione solida e costruita a dovere, anche il più gargantuesco degli impianti produttivi rischia di restare animazione arida e inerme; Kubo è di ben altra pasta!
Da vedere, magari non con i bambini più piccoli (ma forse è solo un'opinione mia) e, probabilmente, da rivedere ancora ed ancora, come tutte le favole più belle! :D

mercoledì 27 giugno 2018

La montagna sacra


Titolo originale: The Holy Mountain
Nazione: USA
Anno: 1973
Genere: Fantastico
Durata: 115'
Regia: Alejandro Jodorowsky
Cast: Alejandro Jodorowsky, Horacio Salinas, Ramona Sanders, Valerie Jodorowsky, Ana De Sade

Trama:
In un'ipotetica nazione latinoamericana, repressa e sottosviluppata, un giovane ladro e nove potenti ricorrono ad un alchimista perché li faccia partecipi del segreto dell'immortalità. Devono raggiungere nove saggi che da tremila anni vivono in cima ad una mitica montagna e...

Commenti e recensione:
Prima di cominciare a parlare del film (e che film!) sarà probabilmente il caso di spiegare un po' chi sia questo Alejandro Jodorowsky che, per qualche misterioso motivo, è praticamente sconosciuto in Italia. Ebreo-ucraino del Cile, si trasferì nei primi anni '50 a Parigi e fondò, con Arrbal e Topor, il movimento surrealista Panico, ispirato al dio Pan. È per lungo tempo l'assistente di Marcel Marceau (altro gigante del surrealismo ma noto, qui in Italia, solo per il suo talento di mimo >_<) e ne diventa il più stretto collaboratore. Fortemente influenzato da Buñuel e Artaud, si è dedicato ad un'infinità di progetti artistici tra cui, forse, i più colti ricorderanno alcuni dei più bei fumetti di Moebius o I Borgia disegnati da Manara. L'approdo al fumetto non è frutto di un caso ma dell'ambiziosissimo progetto, tristemente naufragato, di portare sullo schermo Dune di Frank Herbert. Per realilzzarlo cercò di coinvolgere tutti i più grandi artisti del periodo, da Orson Welles a Dalì(!), dai Pink Floyd per le musiche a H.R. Giger, Chriss Foss e, appunto, Moebius per i costumi e le scenografie. Dieci anni dopo Dune venne realizzato da Lynch, in origine anche lui surrealista, che riutilizzò diverse scenografie di Ginger. E ora avviciniamoci a questo strepitoso La montagna sacra.
Dopo El Topo, che è il capostipite dei "midnight movies" (e che avrei tanto voluto condividere con voi ma non ne possiedo una copia doppiata in italiano) il terzo lungometraggio di Jodorowsky è una delle vette artistiche del surrealismo. Prodotto dal manager dei Beatles Allen Klein e finanziato economicamente da John Lennon e Yoko Ono (che avevano già distibuito il film precedente), La montagna sacra rappresenta la summa poetica del regista ed è uno dei film più misteriosi ed affascinanti della storia del cinema. Qui Jodorowsky estremizza le tematiche sociali e metafisiche di El Topo con soluzioni visive e concettuali che colpiscono per fantasia e originalità. Con i suoi continui riferimenti simbolici, legati non solo alla religione (in chiave anticlericale e blasfema), a Andy Warhol, al rock anni '60 ma anche alla Cabala ed ai tarocchi (di cui Jodorowsky è un grande studioso e che, in momenti di difficoltà economica, gli permisero anche di sopravvivere), La montagna è un tour de force di deliri mistici, visioni, eccessi spiritualisti, violenza, sesso, blasfemia e liquidi corporei di ogni sorta. La natura psichedelica de La montagna sacra si ravvisa addirittura in alcune leggende che girano attorno alla realizzazione della pellicola secondo cui Jodorowsky, per prepararsi a girare, si fosse dedicato ad una settimana di continua meditazione privandosi di sonno e cibo, o che somministrasse funghi psilocybe cubensis al cast prima delle riprese (e pare desiderasse anche ipnotizzare gli attori, putroppo senza riuscirci). Insomma, siamo in piena età dei figli dei fiori ma con una marcia in più: Jodorowsky ci aggiunge una grande dose di talento visionario e di provocazioni visive massicce, così che le visioni che gli iniziati subiscono nel film hanno ancora la capacità di impressionarci.
Quasi in contemporanea a La montagna sacra è uscita un'altra pellicola che vi ho già presentato: Zardoz. Formalmente si tratta di un caso (almeno credo) ma la realtà è che l'aria culturale che si respirava in quegli anni era proprio questa; la differenza è che Jodorowsky osa mettere molta più carne al fuoco di Boorman.
Questo film non ha vie di mezzo: può solo essere (molto) amato o (molto) odiato. Io l'ho (molto!) amato! :D

venerdì 22 giugno 2018

L'uomo che fuggì dal futuro


Titolo originale: THX 1138
Nazione: USA
Anno: 1971
Genere:Fantascienza
Durata: 95'
Regia: George Lucas
Cast: Robert Duvall, Donald Pleasence, Maggie McOmie, Dan Natchsheim, Joy Carmichael, David Munson

Trama:
Nel 25° secolo gli uomini vivono sottoterra, sono tutti uguali, non hanno nomi ma sigle, vestono di bianco e non hanno rapporti sessuali. Assumono droghe che li rendono mansueti e le pulsioni sono risolte da macchine ed ologrammi. Malgrado i mille controlli ideati per sopprimere sul nascere sentimenti e germi di pensiero, l'immatricolato THX 1138 e la sua compagna LUH 3417 si riscoprono umani, attratti l'uno verso l'altra. Fulmineo scatta il meccanismo repressivo e...

Commenti e recensione:
Ad anni luce da una galassia lontana lontana (e da American Graffiti che, in Italia, uscì per primo ^_^) THX 1138 è una storia di fantascienza distopica con tratti orwelliani (la tv che controlla ogni mossa del privato), con riferimenti a Metropolis di Lang (la città sotterranea e il mondo di superficie) e pieno zeppo di citazioni di fumetti e romanzi del genere (da Buck Rogers ad Arthur C. Clarke a, ovviamente, Bradbury), con dentro molti dei temi del dibattito degli anni psichedelici come la liberazione sessuale, la cultura delle droghe, l’oppressione del mondo adulto, ecc. Non è certo un caso che proprio George Lucas abbia definito il suo lavoro più politico “non un film sul futuro ma sul 1970”. Più che in debito, però, THX 1138 è in credito con tantissime opere successive tra cui sicuramente The Island o Equilibrium ma anche Matrix o The Truman Show. È stato poi trasposto in un libro, parodiato (magnificamente!) ne Il Dormiglione, citato in decine di giochi come Fallout e film, a partire da diversi episodi di Star Wars fino ai videoclip come Calling All Girls dei Queen. In breve, ha fatto la storia! °O°
La cosa più incredibile è che fu realizzato da un Lucas appena venticinquenne, pur se supportato da uno staff e attori di livello, tra cui un grandissimo Robert Duvall, e da un discreto budget messogli a disposizione nientepopodimeno che da Francis Ford Coppola. Non dimentichiamoci che è solo grazie a quest'ultimo, e alla sua disponibilità a rischiare in prima persona per produzione indipendente, se la sua Zoetrope fu il trampolino di lancio dei migliori registi di quella generazione fantastica che includeva De Palma, Scorsese, Milius, Spielberg e Schrader. In Italia, dare così tanto credito ad un esordiente sarebbe stato, ed è tutt'ora, inconcepibile.
Al botteghino dell’epoca il film non ebbe grande successo e, in effetti, ci sono anche aspetti che possono non piacere. Il film è lento e fortemente intellettuale, a tratti filosofico, e la sperimentazione, sia scenica che di linguaggio, possono renderlo ostico. Anche la storia, in sé, è un po’ confusa e priva di colpi di scena; da questo punto di vista, si tratta certamente di un lavoro acerbo (ma che dire allora del Solaris di Tarkovskij?). Ai più pazienti ed attenti, però, risulterà ben evidente il talento che traspare dalla pellicola, quella brillante scintilla che crescerà fino ad essere una stella indiscussa, nel bene e nel male, della cinematografia contemporanea!
Da vedere assolutamente e, sforzandosi intensamente di dimenticare Woody Allen XD, da rivalutare! :D

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