sabato 24 luglio 2021

L'isola misteriosa

   

Titolo originale: Mysterious Island
Nazione: USA
Anno: 1961
Genere: Avventura
Durata: 101'
Regia: Cyril (Cy) Endfield
Cast: Michael Craig, Herbert Lom, Joan Greenwood, Michael Callan, Gary Merrill

Trama:

Un gruppo di soldati nordisti prigionieri fugge con una mongolfiera ed approda su un'isola ove, ben presto, si trovano ad affrontare misteriosi eventi, strani animali e tracce di un precedente naufrago. A loro si uniscono due donne, zia e nipote, e...

Commenti e recensione:
Nel 1875 Jules Verne terminò la pubblicazione di quello che è sicuramente uno dei più importanti romanzi di avventura di tutti i tempi: L’île mystérieuse. La trama la conoscete sicuramente tutti e non ho dubbi che abbiate, a suo tempo, letto quelle pagine che fecero sognare a milioni di bambini di diventare ingegneri. Che poi l'ingegneria fosse tutt'altra cosa lo scoprimmo solo molti anni dopo ma la meravigliosa superiorità scientifica di Cyrus Harding (per non parlare di quella addirittura fantascientifica del Capitano Nemo!) ha spinto un'infinità di noi a guardare con sufficienza gli indirizzi umanistici. Pare che oggi i libri di Verne siano "fuori moda" e, nel dubbio che a qualcuno di voi manchi una copia da far leggere alle prossime generazioni, ve ne ho messa una nella cartella. ^_^
In questa interpretazione, anche se dà inevitabili concessioni allo spettacolo Endfield sembra davvero provare a seguire con una certa fedeltà la traccia del romanzo. Il suo sforzo, tuttavia, era palesemente ritenuto secondario dai produttori che volevano, soprattutto, bissare lo spettacolare successo di 20.000 Leghe sotto i mari, anche a prescindere da ciò che lo Verne aveva effettivamente scritto nella sua opera.
Fu con questo commercialissimo obbiettivo che chiamarono Ray Harryhausen a dirigere il team degli addetti agli effetti speciali ed ancora per questo che si preoccuparono di far inserire nello script spettacolari scene sottomarine di cui, nel libro, non vi è traccia. Eppure talvolta la venalità può essere utile perché più che per gli attori, comunque bravi ed adatti al ruolo, od il quasi ignoto regista, il film è ancora e giustamente ricordato per lo straordinario ed imprescindibile apporto del grande maestro.
Mago della stop motion, Harryhausen rese degno di interesse quello che altrimenti sarebbe stato un film d'avventura assolutamente nella media; creò un granchio gigante, un enorme uccellaccio capace di saltare come un canguro (e che ci fa capire chi siano i discendenti dei dinosauri), un'ape grande come un deltaplano ed, infine, uno straordinario polpo dotato di una conchiglia (sic!) così splendida da suscitare l’invidia di ogni paguro dei sette mari. Diede anche un grosso contributo alla realizzazione del Nautilus e non pochi "consigli" produttivi dietro le quinte, pare anche non particolarmente richiesti, ma grazie al suo impegno questa versione de L'isola misteriosa ha ancora oggi un suo indiscutibile fascino ed è, giustamente, considerata un memorabile classico.
Assolutamente da vedere. Tante volte! :D

domenica 11 luglio 2021

Ed Wood

   

Titolo originale: Ed Wood
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Commedia, Biografico
Durata: 126'
Regia: Tim Burton
Cast: Johnny Depp, Martin Landau, Patricia Arquette, Sarah Jessica Parker, Juliet Landau

Trama:

Lo squattrinato Edward D. Wood Jr dirige una scalcinata compagnia di teatro con una sola speranza nel cuore: debuttare un giorno nel mondo del cinema. Grazie all'amicizia con il grande (ma ormai decaduto) Bela Lugosi riesce a farcela... anche se passerà alla storia come il regista dei peggiori film della storia.

Commenti e recensione:
In pieno stato di grazia a livello creativo e reduce dai sucessi dei suoi due Batman e del supercult Edward Mani di Forbice, per esprimere al meglio tutta la sua poetica dark Tim Burton decide di dedicarsi al progetto di Ed Wood. Costruisce quindi un’opera dolcemente malinconica ed al contempo davvero divertente, un sincero omaggio a quei freak, da lui tanto amati, che vivono ai margini delle regole e delle convenzioni più comuni, mostrandoci uno spaccato più oscuro della dorata Hollywood, dove spesso i sogni rimangono dolorosamente tali.
Il risultato è un bellissimo omaggio a Wood: al suo coraggio, la sua intraprendenza, il suo amore per il cinema nonostante gli scarsissimi risultati. Burton si è appropriato della sua storia e lo trasforma in un inventore di illusioni, creatore di un proprio universo ed incompreso poeta. Così come già si sentiva in The Nightmare Before Christmas, guardando Ed Wood non si può che rimanere ammirati, mentre godiamo della sua capacità di giocare col cinema ed i suoi generi, della ricchissima cultura (e non solo cinefila) di Burton!
Ed Wood è una tragicommedia con una splendida fotografia in bianco e nero (che richiama molto bene il cinema dell’epoca), una colonna sonora un po’ sinistra ma piacevolmente bizzarra, scenografie kitsch e stravaganti e, soprattutto, personaggi strampalati interpretati da un cast eccezionale. Parlando di Burton è ovvio che il ruolo principale spetti a Johnny Deep che, onestamente, lo interpreta beinissimo ma è Martin Landau, un meraviglioso Bela Lugosi, che ha meritatissimamente vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista. Per noi cresciuti sotto l'ala protettiva del Capitano Koenig di Spazio 1999, vedere un Landau così bravo ed emozionante finalmente riconosiuto per il suo vero vlore è stata una gioia indicibile!
Ed Wood intrattiene, emoziona, diverte ed offre dei momenti indimenticabili. È una dichiarazione d’amore al cinema, alla sua creatività ma soprattutto appassiona lo spettatore sul personaggio di Wood e la sua storia, incuriosendolo tanto da fargli venir voglia di vedere davvero i suoi film. E fidatevi, ne vale davvero la pena! :D

lunedì 21 giugno 2021

Il tamburo di latta

   

Titolo originale: Die Blechtrommel
Nazione: BDR (Germania Ovest)
Anno: 1979
Genere: Drammatico
Durata: 142'
Regia: Volker Schlöndorff
Cast: David Bennent, Mario Adorf, Angela Winkler, Charles Aznavour, Andréa Ferréol, Tina Engel 

Trama:
Oskar, nel giorno del suo terzo compleanno, stomacato dagli adulti decide di smettere di crescere. Il fenomeno fisico, inspiegabile per la famiglia e per i clinici interpellati, viene un poco alla volta accettato ma il mondo, con l'arrivo dei nazisti a Danzica, va avanti e...

Commenti e recensione:
Diretto dal regista Volker Schlöndorff, Il tamburo di latta è la versione cinematografica del celebre romanzo omonimo (che trovate in epub nella cartella) di Günter Grass, considerato uno dei capolavori letterari del secolo scorso. Vent’anni dopo la pubblicazione e con il placet dell'autore (che alla fine collaborò alla sceneggiatura), Schlöndorff ha reinterpretato il romanzo delle avventure del piccolo Oskar regalandoci uno dei film più belli di tutto il cinema tedesco. Sebbene alcune parti siano state rimaneggiate per ridurre le seicento pagine del libro, il film è fedelissimo al testo e ne mantiene, con altrettanta forza, sia il grottesco che l’ironia cruda e violenta delle pagine. La grande magia di Schlöndorff è stata piuttosto quella di riuscire a trarre un fantastico film da un grande libro quando, per esperienza, sappiamo che la delusione è di solito l'unico risultato.
Il tamburo di latta è un film in cui storicità, realtà e finzione si fondono, raccontando un periodo in cui le idee ed i diritti vanno in disfacimento mentre si imprimono, per assurdo simbolismo, nel corpo di un bambino. Nascendo intelligente ma leggermente deforme, Oskar simboleggia la Germania nata da un aborto di idee orripilanti: quelle della razza, della supremazia nazista e della sua follia. Più la storia si evolve e più il legame con la nazione teutonica è evidente eppure, come voleva Grass, Oskar è anche specchio della Polonia e del suo popolo, schiacciato da adulti senza regole e senza raziocinio.
Schlöndorff ha raccontato la storia girando la pellicola in maniera strepitosa e cogliendo tutte le sfumature pensate dal grande scrittore ma è stato enormemente aiutato dalla presenza di un cast eccezionale, come Mario Adorf nei panni di Alfred Matzerath, Angela Winkler, Andrea Ferréol ed francese Charles Aznavour. Sopra a tutti loro, tuttavia, va ricordato un fenomenale, e dodicenne!, David Bennent, talmente maturo nell'interpretare la storia e recitarla senza alcun intralcio da far dubitare costantemente della sua vera età anagrafica.
Il film è grottesco, talvolta comico ma spesso duro ed amaro, pur avendo il divertentissimo incipit del rocambolesco concepimento della madre di Oskar avvenuto mentre la nonna, la figura più positiva all’interno dell’opera, nasconde sotto l’enorme gonna un fuggiasco inseguito dalla polizia. Il ricco simbolismo della storia, paradossalmente, ha il grande pregio di semplificarne il racconto: che bisogno c'è di spiegare nel dettaglio la situazione tedesca dei primi quarant'anni del Novecento quando è tutta descritta e rappresentata nella famiglia Matzerath e nei suoi componenti?
Meritatissimo vincitore della Palma d'Oro a Cannes e dell'Oscar (con la c, questa volta) come miglior film straniero, Il tamburo di latta è uno dei più grandi, e per tantissimi motivi ideologici, dimenticati capolavori della storia del Cinema; non è il mio solito "da vedere", è da ammirare e persino studiare! :D

sabato 5 giugno 2021

Ratataplan

 

Titolo originale: Ratataplan
Nazione: ITA
Anno: 1979
Genere: Commedia
Durata: 95'
Regia: Maurizio Nichetti
Cast: Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Edy Angelillo, Roland Topor, Lidia Biondi, Heidi Hanseni

Trama:
Colombo è un ingegnere particolarmente creativo che vive in un condominio abitato da personaggi surreali. Innamorato segretamente di una ballerina, lavora in un chiosco di bibite per sbarcare il lunario e...

Commenti e recensione:
Come già commentato altrove nel blog, l'Italia ha avuto un genio surreale alla stregua del francese Tati ma lo ha, purtroppo, ignorato e dimenticato in un amen.
Ratataplan è figlio dell'amore per il cinema muto, con infiniti riferimenti allo stesso Tati (la scuola di ballo), a Buster Keaton (Nichetti venne soprannominato Piccolo Keaton lombardo), a certi maestri del grottesco di origine spagnola come Berlanga o Ferreri (il consiglio di amministrazione), a Chaplin (gli incontri con le donne) e, naturalmente, ai Fratelli Marx e Woody Allen. Eppure il film non è assolutamente una serie di brillanti citazioni, al contrario: tutti questi riferimenti sono filtrati e fusi da un Nichetti che si dimostra già un grande artista che ha la capacità, ma anche la fortuna, di poter intervenire sul suo film non solo come regista ma anche come sceneggiatore, attore e (vice e non accreditato) montatore. Quando ci si rende conto di quello che ha fatto, il suo ingegner Colombo di colpo non sembra più così immaginario!
In Ratataplan c'è tutta l'assurdità di Nichetti, in quei personaggi così insensati, in quelle azioni così ridicole; tutto è stralunato, senza regole, senza leggi fisiche ed umane, tutto può accadere ed accade. Osare tanto in un'opera prima, eppure già incredibilmente matura, praticamente senza sceneggiatura e con molte scene che si reggono solo su singole trovate (che però esplodono ogni tre secondi!), dimostra coraggio e, soprattutto, una chiara coscenza delle proprie capacità, quelle che Franco Cristaldi riconobbe prima di chiunque altro puntando su di lui e sul suo possibile successo.
Ed il successo arrivò, fragoroso, in tutto il mondo. Ovunque venne ammirata la sua poesia dell'assurdo, perché pochi hanno saputo trattare il nonsense come lui; così come è stata capita, persino più che da noi, l'importanza della qualità dello "sfondo", quella Milano così lontana da quella "da bere" di craxiana memoria eppure così squisitamente milanese nel suo gusto, nel pudore della scelta degli ambienti, nel genio di Strehler che aleggia per le cascine. Quest'ultimo è un riferimento che forse oggi sfuggirà ai più ma, all'epoca, era immediato per gli spettatori di tutt'Europa: i musicanti e circensi nichettiani, con i loro strumenti artigianali, trampolieri imbranati e mangiafuoco inesperti, sono l'emblema di chi crede, malgrado tutto, in quel potere dello sberleffo e dell'ingegno, dello stupore della magia e dello spettacolo che il genio del Piccolo Teatro tanto avrebbe voluto rappresentare.
Il film è praticamente muto (le poche parole sono più un accompagnamento che un dialogo e lo stesso titolo, del resto, è solo rumore) ed è costruito costruito intorno a Nichetti, la cui comunicatività è tutta nella mimica, però un nutrito gruppo di ex colleghi della scuola di recitazione lo accompagna egregiamente. (Ri)Troviamo quindi un grandissimo Topor, che ultimamente abbiamo citato più volte in queste pagine, a riprova di quanto la sua influenza fosse fortissima in quegli anni, e soprattutto una sempre bravissima Angela Finocchiaro, grande amica del regista e suo alter ego femminile.
In pieno spirito Nouvelle Vague, Nichetti ci offre un affresco della società dei suoi tempi, anche affrontando problemi seri come quelli della disoccupazione o dell’incomunicabilità, ma senza farci una lezione magistrale, solo con garbate allusioni e strizzate d’occhio; poi chi deve capire capisca.
Ratataplan è buffo, tenero, clownesco, ricco di trovate e perfettamente indicativo di un autore geniale, dolce, poetico, talentuoso, umile, fantasioso, buono ed assurdo. Grazie Nichetti! :D 

 

 

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Cari amici,
esattamente due anni fa vi anticipai questo 800° rip
e vi promisi di metterci meno.
Ovviamente non l'ho fatto. ^__^


PER IL VOSTRO SOSTEGNO ED AFFETTO:
GRAZIE E TUTTI!!!
 
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sabato 15 maggio 2021

Solaris

 

Titolo originale: Soljaris (Солярис)
Nazione: URSS
Anno: 1971
Genere: Fantascienza
Durata: 165'
Regia: Andrei Tarkovsky
Cast: Donatas Banionis, Natalya Bondarchuk, Yuri Charvet, Jüri Järvet, Vladislav Dvorzhetskiy

Trama:
Qalcosa non va sulla stazione scientifica orbitante attorno al pianeta Solaris: dei tre scienziati che vi lavorano, uno si è suicidato e gli altri due danno segni di squilibrio mentale. Ad indagare su quanto sta accadendo viene inviato il dottor Kalvin, uno psicologo di noto valore, ma...

Commenti e recensione:
È inutile e scorretto scrivere una recensione su Solaris quando tanto, e sicuramente meglio, si può trovare online dalla penna dai migliori critici dell'ultimo mezzo secolo. Sono state scritte persino tesi di laurea e io dovrei cercare di dirvi qualcosa di nuovo, diverso e, addirittura, migliore? Non credo proprio. Mi limiterò quindi al minimo sindacale: Solaris è un film filosofico.
Non lasciatevi ingannare dall'etichetta "Fantascienza" che gli è stata incollata, quella è solo l'ambientazione, una scusa per approfondire i concetti di umanità, che ha sempre affascinato Tarkovsky, di essenzialismo, di solipsismo e dei limiti del razionalismo e del cognitivismo. Probabilmente persino la distribuzione russa si è trovata in difficoltà, sia a definire questo capolavoro che a proporlo alle sue masse... senza contare che, tra le varie possibili letture, c'è anche una nemmeno troppo velata critica allo Stato centralista ed oppressivo. Molto meglio affibiargli piuttosto quell'etichetta e presentarlo come "La risposta sovietica a 2001 Odissea nello spazio".
Ci sono, è vero, alcune analogie: entrambi sono film d’autore, entrambi sono aperti a varie possibili letture ed interpretazioni, in entrambi c’è una stazione spaziale circolare. Punto. Nient'altro. In realtà i due film non potrebbero essere più diversi perché in 2001 l’uomo è vittima del cosmo (e forse di sé stesso, tramite la macchina) ma grazie alla forza superiore (il monolito: Dio? L’inesperibile puro?) passa attraverso una sorta di ideale rinascita corporale ed estetica; in Solaris l’uomo è dotato di una psicologia con cui destruttura, distrugge, rovina il proprio destino persino con la memoria, la nostalgia, la Storia, e non rinasce perché indugia nel proprio sconforto interiore da cui non riesce più ad uscire. In pratica, in 2001 l’uomo trascende mentre in Solaris si auto-conclude e si materializza. In 2001, poi, gli uomini hanno principalmente contatto fisico con macchine, mentre in Solaris "l’uomo ha bisogno solo dell’uomo"; e non solo dell’altro uomo ma, soprattutto, di sé e della propria capacità di riflessione, sia nel senso del pensiero sia nel senso dell’immagine speculare. Infine, 2001 sfiora (forse) il filosofico mentre Solaris, beh, lui ci affonda!
Il risultato della fatica di Tarkovsky è un film così "pesante" che non poteva essere capito all’epoca in cui uscì: né da un governo predicante il realismo socialista né, malgrado la lungimirante giuria che lo premiò a Cannes, da un Occidente mercantile. Quando il titolo arrivò da noi, De Laurentiis e Dacia Maraini lo squartarono e ne tagliarono più di 40 minuti cercando di ottenere una versione commercialmente, e filosoficamente, più vendibile (come tagliare un quarto della Gioconda ಠ﹏ಠ); ancora oggi la versione integrale che vi propongo non è interamente doppiata, a riprova di quanto sia vergognosa la nostra distribuzione.
Non importa, il film è ormai integro ed è così che voglio proporvelo, un capolavoro profondissimo e, visto l'orrendo remake del 2002, palesemente irripetibile, da guardare più e più volte per provare a cogliere tutte le sfumature che il poco compreso Tarkovsky ci ha messo o trovane altre, perché ognuno di noi ci metterà le sue. ^__^
Avevo ragione all'inizio dell'articolo: non dovevo scrivere una recensione perché Solaris è come la vita, un film che va visto, vissuto, amato e, solo forse, compreso come solo i grandi capolavori meritano! :D

sabato 1 maggio 2021

Camera con vista

 

Titolo originale: A Room with a View
Nazione: UK
Anno: 1985
Genere: Commedia
Durata: 105'
Regia: James Ivory
Cast: Helena Bonham Carter, Julian Sands, Daniel Day-Lewis, Denholm Elliott, Maggie Smith, Judi Dench

Trama:
Nella splendida e luminosa Firenze dei primi del '900 l'inglesina Lucy, guardata a vista dalla cugina zitella, incontra un compatriota un po' stravagante e scopre un'alternativa gioiosa all'ossessivo puritanesimo in voga nel suo paese. Finite le vacanze, però, ritorna in patria e...

Commenti e recensione:
Dopo la prova generale de I bostoniani, Camera con vista rappresenta la consacrazione internazionale del cinema di James Ivory che, in questo suo raffinato acquarello in cui ricostruisce minuziosamente ambienti e costumi in un ritratto aggraziato e pungente dell'altezzosa alta società britannica, ci dimostra tutta la sua professionalità ed ottimo gusto.
Il film è tratto da un'opera giovanile di un Edward Forster ancora molto lontano dalla tormentata visione di Passaggio in India, ed è quindi abbastanza ovvio che il quadro tracciato sia più schematico rispetto ai suoi lavori successivi. Ivory ha preso questa linearità e ci si è divertito, schizzando (sorretto da un cast esemplare) un vero e proprio bestiario dell'eccentricità, banalità, pudicizia ed idealismo vittoriani. Esemplarmente costruito per quadri, come il romanzo e nel solco della tradizione narrativa anglosassone sette-ottocentesca, il film procede verso la sua naturale conclusione con una lievità estranea al tormento ed al dubbio. Eppure, anche se generosamente ingentilito dagli splendidi e luminosi paesaggi toscani, Camera con vista è solo in apparenza una storia romantica e gentile; in realtà la delicatezza cela una gelida ferocia che prendere di mira l'ipocrisia delle convenzioni e delle buone maniere, il primato della facciata, delle compagnie raccomandabili, del perbenismo, del "mai fuori dalle righe" che sia Forster nei suoi romanzi che Ivory nelle sue pellicole hanno spesso stigmatizzato. Questo romanzo per signore (che trovate in formato digitale nella cartella) fondato più sugli stati d’animo e sul disegno dei caratteri che sulla trama, diventa nel film un magnifico pretesto per ragionare sulla lenta decadenza di una classe sociale fuori tempo massimo che tenta in tutti i modi di non sprofondare nel baratro del nuovo secolo.
Il solo difetto che trovo in questo film, come nel libro del resto, è l'appena sopportabile filtro di superiorità britannica, quello che porta a vedere il resto del mondo (i fiorentini, in questo caso) come "pittoresco", che arriva a ritrarre gli italiani come "buoni selvaggi", esempio della "naturalità" e dei tanto aborriti istinti. Sarebbe potuto essere un altro spunto di critica al carattere vittoriano ed invece sembra quasi che Ivory non si accorga di guardare lui stesso il piccolo mondo che ha creato con paternalistica superiorità. Ma forse sono solo io e mi è sfuggita la sfumatura che, da sola, corregge questa sensazione perché è una critica che non trovo in nessun articolo online.
Detto questo, il film vanta un'ottima fotografia, dei bei costumi, molte trovate poetiche (soprattutto visive, complice naturalmente Firenze), una strepitosa Judi Dench ed una Maggie Smith addirittura gigantesca (ci meritò un Golden Globe), il tutto per una storia che è sì sottile come un filo ma che si può riempire di moltissimi significati e che è sempre un immenso piacere rivedere! :D

venerdì 16 aprile 2021

Pallottole cinesi

 

Titolo originale: Shanghai Noon
Nazione: USA
Anno: 2000
Genere: Azione, Comico, Western
Durata: 110'
Regia: Tom Dey
Cast: Jackie Chan, Owen Wilson, Lucy Liu, Roger Yuan, Xander Berkeley

Trama:
Nel 1881 la principessa Pei Pei è rapita con l'inganno e si ritrova in un campo minerario del Nevada, schiava di un cinese rinnegato. Alle Guardie Imperiali incaricate di riportare la ragazza a casa si aggrega Chon Wang, aiutato da un rapinatore di treni; dopo molte ed avventurose peripezie riusciranno a trovarla e...

Commenti e recensione:
Western e commedia si mescolano con discreto brio in questo ennesimo titolo hollywoodiano nella prolifica carriera di Jackie Chan. Diretto dall'esordiente Tom Dey, proveniente dal mondo della pubblicità, il film si rivela un passatempo leggero e divertente; benché la sceneggiatura non sia perfetta e, stranamente, la coreografia non particolarmente ispirata, la contagiosa simpatia dei due protagonisti ed il ritmo veloce delle infinite battute e gag in serie, che omaggiano essenzialmente il cinema della frontiera, elevano più che abbondantemente il piacere della visione di questo wuxiapian trapiantato nel polveroso Far West.
La trama è semplice, come per ogni western tradizionale, ma non è pretestuosa o ridotta a mero contorno per le mirabolanti ed immancabili acrobazie di Chan. Magari non tutti i personaggi sono ben caratterizzati ma quelli principali sono curati in maniera più che dignitosa. Soprattutto, molte sono le scene divertenti, ricche di battute irriverenti che strappano facilmente più di un sorriso e degne di nota sono le squisite citazioni del mondo western, a partire dal nome del protagonista: John Wayne storpiato in un formidabile Chon Wang! ^__^
Senza grande originalità, Chan (perché è indubbio su chi sia a diriggere davvero il flim) rivisita il western in chiave farsesca ma lo fa con gusto ed intelligenza, mirando sia al pubblico adulto che ai più piccoli: a noi ci stuzzica omaggiando i grandi classici come Butch Cassidy o Mezzogiorno di Fuoco (Shangai Noon è un chiaro riferimento a High Noon) e gli altri li ammalia con le sortite wuxia, che vanno sempre bene.
Se un merito va dato a Tom Dey, invece, è di aver accoppiato i due attori principali, che hanno impersonato al meglio, e con assoluta e credibile naturalezza, i ruoli dei protagonisti! Le baruffe tra Jackie Chan e Owen Wilson dominano la scena e sono sempre irresistibili perché il duo funziona per reciproca alchimia ed instilla una genuina simpatia nello spettatore. La "la faccia da schiaffi” di Owen Wilson esalta perfettamente le due ore della recitazione di Chan, sottolineando tutta la lunga sequela di gag fisiche e battute giocate sulle differenze culturali. Giustamente il duo, visto il meritato successo ottenuto con questo titolo, si è ripresentato pochi anni dopo nel sequel (in realtà meno fortunato) 2 Cavalieri a Londra e tornerà ancora con il terzo capitolo quanto prima.
Forse si sarebbe potuto sfruttare di più il personaggio della algida-ma-pur-sempre-splendida Lucy Liu e trasformare l'opera in un divertissement a tre ma pazienza, già così le peripezie ambientate tra saloon, patrie galere, miniere e villaggi indiani, danno alla pellicola tutto quel ritmo che serve a rendere uno spettacolo riuscito e capace di far passare una serata gradevolmente e senza pensieri; cosa si può chiedere di più? ^__^

domenica 4 aprile 2021

Fascisti su Marte

 

Titolo originale: Fascisti su Marte
Nazione: ITA
Anno: 2006
Genere: Comico, Fantascienza
Durata: 100'
Regia: Corrado Guzzanti, Igor Skofic
Cast: Corrado Guzzanti, Pasquale Petrolo, Andrea Blarzino, Marco Marzocca, Andrea Purgatori

Trama:
Nel 1938 un manipolo di camicie nere, comandato dal gerarca Gaetano Maria Barbagli, s'imbarca sul prototipo di razzo spaziale Repentaglia IV, costruito col poco volontario aiuto del fisico Majorana, e parte alla conquista di Marte, "rosso pianeta, bolscevico e traditor".

Commenti e recensione:
Nato come sketch della geniale, benché poco fortunata, trasmissione Il caso Scafroglia, dopo travagliatissima gestazione Fascisti su Marte arrivò al cinema come lungometraggio. Guzzanti aveva intuito, probabilmente fin dal primissimo istante, l'eccezionale potenzialità della sua trovata pseudo-fantascientifica e pseudo-revisionista in cui le assurde gesta del manipolo di arditi del gerarca Barbagli vengono raccontate, in puro stile Zelig di Woody Allen, da fantomatici cinegiornali da Istituto Luce del ventennio. È proprio la formidabile retorica della propaganda, con il ridicolo linguaggio fascista, l'estenuante richiamo a motivi di orgoglio nazionale senza senso, la creazione continua di acronimi ed istituzioni su ogni ridicola attività, ad essere il centro della comicità, sia satirica che farsesca, del film.
Probabilmente il testo è il miglior lavoro di Guzzanti e ben si vedono le lunghe ricerche che ha fatto sul linguaggio dell'epoca "con tutti quegli aggettivi e la costruzione delle frasi così farraginosa per poi poterla trasformare in una versione divertente e maccheronica, rinverdita dai luoghi comuni della Seconda Repubblica"; il risultato di tanti sforzie è il “fascistese maccheronico” dell’onnipresente voice over, un'opera da fuoriclasse.
Spaziando allegramente dall'ovvio Méliès a Kubrik, pasando per Il Grande Dittatore e Schindler’s List (il Mimimmi rosso che intenerisce i cuori, doppio pietroso del memorabile cappottino spielberghiano) nonché il già citato Woody Allen, anche con la parodia della tetta gigante di Tutto quello che avreste voluto sapere..., Guzzanti dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, di avere un perfetto controllo del vocabolario visivo e cinematografico. Assodato questo, la critica che la recitazione sia viziata da un eccesso di goliardia risulta, molto probabilmente, un effetto volutissimo. Oppure è solo che si sono divertiti un mondo. XD
Paradossalmente (ma vista la pochezza dei mezzi a disposizione, neanche poi tanto ^_^) questo film visionario, ricchissimo di grafica e di effetti speciali retrodatati e francamente rudimentali (i migliori, comunque, che il genere fantascientifico in Italia avesse mai offerto), non potrebbe essere più autarchico, girato quasi interamente in una cava della Magliana, nella periferia sud di Roma, "marzianizzata" da sfacciati e comunisti filtri rossi.
Fascisti Su Marte, satira retrofuturista sul revisionismo storico e sul linguaggio della propaganda di ieri e di oggi, ripropone tutti quei gesti essenziali, da pantomima, che hanno fatto la fortuna delle slapstick comedy nell’era del muto ed una presa in giro di un passato lontano eppure più che mai attuale, sia alla sua uscita che ancora oggi. Da vedere! :D


 
BUONA PASQUA A TUTTI
GLI AMICI DEL BLOG!

giovedì 18 marzo 2021

10

 

Titolo originale: 10
Nazione: USA
Anno: 1979
Genere: Commedia, Sentimentale
Durata: 122'
Regia: Blake Edwards
Cast: Dudley Moore, Bo Derek, Julie Andrews, Robert Webber, Brian Dennehy

Trama:
Un celebre musicista, ricco e felicemente sposato, ha da poco superato la quarantina ed è in piena crisi esistenziale. Abituato a classificare le belle ragazze con una votazione da zero a dieci, ne incontra per caso una da punteggio massimo e...

Commenti e recensione:
Dopo vari Pantera Rosa, Blake Edwards torna alla sua migliore commedia, quella sentimentale ma intelligente. Crisi di mezza età, senso di colpa e rapporto tra amore e passione sono gli interessanti spunti tematici di questa effervescente pellicola che il regista riesce ad intrecciare ad una ricca dose del suo tipico humor, fatto di testi raffinati e di quello slapstick imbarazzante che gli conosciamo dai tempi di Hollywood Party. E ammettiamolo, Dudley Moore ha davvero poco da invidiare al (comunque superiore) Peter Sellers!
Quanti capitomboli ci sono nel copione di Moore, con scivolate in piscina, cadute dai dirupi della sua bella casa a Bevery Hills, punture di vespe, anestesie dentali (scena esilarante ancora oggi) e tant'altro. Eppure non è un ennesimo Clouseau perché ha la cultura, la creatività ed il genio di una star che può vantare vari Oscar (lo si viene a scoprire, quasi per caso, da una voce del TG fuori campo!). Le sue canzoni sono bellissime ed i sui assolo al pianoforte sconvolgenti eppure, e qui sta la genialità del regista, spesso e con suo grande scorno non viene riconosciuto. Dudley Moore è perfetto e nessuno, nemmeno George Segal a cui ha soffiato la parte, avrebbe potuto rendere meglio il personaggio tranne, al limite, lo stesso Woody Allen.
Naturalmente la Andrews è sempre bravissima, perfetta e professionale (chissà quanto di questo film è autobiografico, visto che lei e Edwards sono soposati da anni) ed anche il resto del cast è davvero azzeccato. Mettice pure du' violini e la musica di Henry Mancini...
In realtà tutto questo sarebbe bastato abbondantemente per rendere 10 un film da collezione ma poi arriva la Derek ed il film fa un incredibile salto di qualità. Non è che lo migliori, non ne sarebbe probabilmente capace, ma lo fa entrare nell'immaginario collettivo il giorno stesso della sua uscita nelle sale!
Occhi azzurri, profondi e bellissimi, sguardo sensuale e provocante, fisico da urlo e quelle treccine da Predator (che per tanto tempo saranno chiamate "alla Bo Derek") con 10 hanno lanciato la modella nell'Olimpo delle più belle del mondo e, benché dopo questo abbia all'attivo solo film mediocri, è stata il sex simbol ufficiale di chiunque sia vissuto negli anni '80. E che importa se dice solo ovvietà e banalità, è la sua presenza che parla per lei.
Il Davinotti è particolarmente acido nel giudicare questo film, i maligni dicono sia perché si è riconosciuto troppo nel personaggio "celebre ma mica tanto" e prossimo all'andropausa, ma il pubblico è padrone e lo premia, secondo me pienamente a ragione, con uno spettacolare successo di botteghino. Già solo quel bacio sulla spiaggia, con i corpi lambiti dalle onde, è diventato iconico e stra-citato al punto da diventare da antologia. E se il nostro Moore torna al suo giusto "lieto fine" con la Andrews, il ricordo dello strepitoso amplesso (più sognato che visto) sulle note del Bolero di Ravel lo (e ci) rallegrerà fino alla vecchiaia. Benché non conosca nessuno che abbia ammesso di averli imitati, il Bolero fece, quell'anno, un'incredibile impennata di vendite! ^__^
Come in ogni film di Edward, sotto la patina di frivolezza c'è molto da far pensare e già solo per questo 10 meriterebbe di essere riscoperto ma, soprattutto, questo è un film rilassante ed intelligente, perfetto esempio di quelle commedie di una volta che si ha sempre voglia di rivedere! :D


domenica 7 marzo 2021

I maestri del tempo

 

Titolo originale: Les maîtres du temps
Nazione: FRA
Anno: 1982
Genere: Animazione, Fantascienza
Durata: 75'
Regia: René Laloux
Disegni: Moebius

Trama:
Il piccolo Piel è l'ultimo sopravvissuto sul pianeta deserto Perdide. Grazie al robot Mike riesce a contattare Jaffar, amico del padre ed avventuriero dello spazio, che cambia rotta per cercare di salvarlo ma...

Commenti e recensione:
Lo straordinario successo, sia di critica che di pubblico, de Il pianeta selvaggio, toccò Laloux relativamente poco; benché ne fosse il regista e l'artefice, quasi tutti gli onori andarono al più famoso Topor, artista dalla fortissima personalità, molto noto per il suo lavoro nel collettivo surrealista Panique che, insieme a Jodorowski ed Arrabal, proprio in quegli anni aveva esposto al Grand Palais.
Laloux raccolse ben pochi frutti ma furono abbastanza per convincerlo ad insistere, primo dopo Méliès, a fare fantascienza animata nella terra di Verne e decise di avviare la produzione di ben sei film per la TV, di un'ora ciascuno, ispirati ad altrettanti romanzi di Stefan Wul. Il titanico progetto prevedeva una direzione artistica diversa per ogni film, affidata ai disegnatori di punta della rivoluzionaria rivista Métal Hurlant. Ovviamente, dopo l'entusiasmo iniziale e fatti i debiti conti, si ripiegò su di un unico lungometraggio basato sull'adattamento del romanzo "L'orfano di Perdide" con le magiche illustrazioni di Moebius.
Moebius (al secolo Jean Giraud) aveva già lavorato per il cinema, soprattutto nel progetto Dune di Jodorowski (sempre lui!) ed i disegni che preparò con Giger vennero poi ripresi, benché non accreditati, da Linch. E vi ricordate le auto ed i costumi di Tron? Sono sempre suoi. Per Laloux il grande artista ha sviluppato una varietà di ambienti e personaggi paragonabile solo ai fumetti di Valerian!
I maestri del tempo (orrenda traduzione di "maîtres" che dovrebbe essere, invece, "Signori") ebbe enormi problemi di produzione, soprattutto legati al costo dell'animazione. Per risparmiare si fece tutto in Ungheria, all'epoca molto Oltre Cortina, ed a questo viene data la colpa della discontinuità qualitativa nel film: le scene sul pianeta Perdide, con le splendide foreste e tutta la sua fauna, sono dei veri gioielli mentre quelle nell'astronave, ad esempio, sono rigide e sgraziate. Laloux dovette lavorare come uno schiavo per sistemare al meglio le scene durante il montaggio e giocare tantissimo con la traccia audio per nascondere i difetti più evidenti. In un certo senso, I maestri del tempo si ascolta almeno quanto si guarda perché ogni immagine rimanda ad un suono specificatamente creato per l'occasione. Questa cura per il dettaglio nella creazione di un immaginario così esotico, ed a tratti fiabesco, è la vera firma e la ragione del successo dei lavori di René Laloux.
Les maîtres non è mai stato doppiato in italiano (in realtà, anche la traccia in francese è successiva perché il film fu pensato in inglese, come accade più tardi per molti lavori di Besson) ed è per questo che ve lo propongo solo sottotitolato. Doveva sfruttare il boom dell'universo di Guerre Stellari e limitarsi ad essere un "semplice" sci-fi d'azione, come nel romanzo, ma grazie all'amore di Laloux ed all'arte di Moebius (che qui ricorda spesso di Folon) è diventato poesia, meravigliosamente adatta tanto ai bambini quanto agli adulti.
Da vedere assolutamente! :D 

 

DEDICO QUESTO POST A ReeBee
che ci ha fornito il rarissimo DVD
di cui ho lasciato il link qui sotto.
GRAZIE!!!

 

PS: mi sono permesso di aggiungere, nella cartella, anche il bonus muto del DVD "Les escargots" (Le lumache), sempre diretto da Laloux ma disegnato da Topor; sono certo che lo apprezzerete. ; )


domenica 21 febbraio 2021

Kim

 

Titolo originale: Kim
Nazione: USA
Anno: 1950
Genere: Avventura
Durata: 113'
Regia: Victor Saville
Cast: Dean Stockwell, Arnold Moss, Errol Flynn, Robert Douglas, Paul Lukas, Laurette Luez

Trama:
Kim è un ragazzino bianco cresciuto come un indigeno nell'India britannica dell'Ottocento ma è coraggioso ed intelligente; viene presto scoperto dall'intelligence britannica ed usato come spia contro i ribelli pronti a scendere dall'Afghanistan ma...

Commenti e recensione:
Tratto dal romanzo di Kipling, quello di Victor Saville è un film bello e commovente, raccontato con grande stile ed in location indimenticabili. D'altra parte, nel 1950 l'uso delle pellicole a colori era ancora un bel rischio (l'effetto notte si usò fino agli anni '70!) e girare i film in posti luminosissimi, come l'India o la stessa Hollywood, semplificava molto il lavoro. Facilità a parte, la realizzazione di Kim ci ha donato immagini dal colore, sia in senso letterale che figurato, meravigliose e che si rivedono con gioia ancora oggi.
O forse si tratta solo di nostalgia per una storia letta e riletta, spesso a letto e di nascosto, così ricca di avventura ed esotismo che, vedendo il film, pare di ritrovare vecchi ed amatissimi amici non importa quanto, e male, siano invecchiati. Non so se il libro sia ancora letto né se gli scout facciano ancora il "gioco di Kim" (ai miei tempi Kipling era fondamentale nello scoutismo); ci saranno sicuramente nuovi titoli o nuove avventure digitali che avranno presto il posto di questo o de L'isola misteriosa ma se, come temo, sono spariti dagli scaffali trovo che sia una perdita formativa molto triste. Sperando che vogliate aiutarmi a rilanciare questo tipo di avventura nel XXI secolo, ve ne metto una copia in ebook nella cartella, fosse solo, con la scusa di passarlo ai vostri figli/nipoti, di rileggervelo con piacere come ho fatto io. ^__^
Quando Saville arrivò a Lahore, l'India non era più quella vittoriana del romanzo (da un paio di anni non era più nemmeno parte dell'Impero!) ma vuoi per la masetosità dei palazzi e degli ambienti, vuoi per l'effettiva arretratezza delle zone rurali, la storia sembra calzare perfettamente alle immagini. Quanto non fu possibile girare in loco (il piccolo Stockwell non andò in Asia) venne meravigliosamente ricreato in studio, da quella macchina per sogni che è Hollywood, o nelle montagne californiane che, convertendo i Sioux (pur sempre indiani anche loro XD) in afgani, si trasformarono in vette himalayane. Uno sforzo maggiore è richiesto allo spettatore (odierno) nell'accettare Paul Lukas come monaco tibetano ma pazienza, c'erano da aspettare altri venti anni prima che arrivasse David Carradine. Lukas è comunque bravo quanto il resto del cast, stellare benché oggi quasi interamente dimenticato, che lo circonda. E se il ruolo di Errol Flynn è dichiaratamente quello di richiamare pubblico al botteghino (la sua parte è limitatissima ed assolutamente secondaria ma, anche grazia a lui, Kim incassò milioni di dollari) il carismatico Arnold Moss e, soprattutto, il piccolo Dean Stockwell bastano ed avanzano a rendere il film indimenticabile.
Su è giù per il subcontinente, lungo la Grand Trunk Road ed alla ricerca del sacro fiume del lama tibetano, accompagnamo ancora una volta il nostro piccolo Kim (così simile all'Huckleberry Finn di Mark Twain) rivedendo, con tutta la famiglia, questo gioiello assolutamente da non dimenticare! :D


domenica 14 febbraio 2021

Scuola di polizia

 

Titolo originale: Police Academy
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Comico, Commedia, Azione
Durata: 95'
Regia: Hugh Wilson
Cast: Steve Guttenberg, Michael Winslow, Kim Cattrall, George Gaynes, G.W. Bailey, Bubba Smith

Trama:
La delinquenza dilaga ed il sindaco prova ad arginare il problema rimpolpando le forze dell'ordine. Con un proclama apre le porte dell'Accademia di Polizia a chiunque voglia trasformarsi in tutore della legge. Tutti i criteri altamente selettivi di sempre vengono rimossi: spariscono gli standard medici, d'età e di quoziente intellettivo e...

Commenti e recensione:
Su questo film di Wilson, di cui è anche sceneggiatore, non c'è bisogno di dire molto: lo conoscete tutti, probabilmente anche a memoria. ^__^
È incredibile ma Scuola di polizia sembra non subire il passare del tempo, né nelle gag cardine della narrazione né nel concept di base. La caratterizzazione estrema del corposo numero di personaggi, ognuno con peculiarità atte a dar vita a siparietti dalla qualità altalenante ma a spesso assolutamente esilaranti, in un ambiente narrativo a metà tra Animal House e Full Metal Jacket, è risultata la carta vincente di questa pellicola intramontabile e, nel bene e nel male, di tutto il franchise successivo. Certo, quando definisco Wilson "sceneggiatore" gli faccio un grande complimento perché la trama, di fatto, non c'è e tutto il film è frutto di un'operazione esilissima, però ha saputo scrivere un'infintà di gag divertenti, sempre in bilico tra una lieve volgarità e la farsa demenziale. È riuscito, soprattutto, a regalarci una spassosa commediola (prima di un'interminabile serie, che peggiorerà via via), stupidissima e sguaiata, irriverente e fracassona, che mette in fila una galleria di personaggi svitati e ben poco raffinati ma di indiscutibile simpatia ed impossibili da non amare. E anche se no, gli attori decisamente non hanno vinto premi per le loro interpretazioni, sicuramente meritano applausi per la loro recitazione gogliardica e fanfarona.
Paradossalmente Scuola di polizia ci dimostra che possiamo ancora ridere di battute oggi proibitissime (prevalentemente sessiste, raziali e di bodyshaming) tipiche di quell'umorismo da college che, nelle giuste dosi, è sempre esilarante.
Questo è un film da vedere e rivedere (e le TV una volta lo sapevano, infatti lo passavano ininterrottamente) perché una sana e stupida risata è uno dei veri piaceri della vita! :D


sabato 6 febbraio 2021

Roma

 

Titolo originale: Roma
Nazione: ITA
Anno: 1972
Genere: Commedia, Documentario
Durata: 120'
Regia: Federico Fellini
Cast: Peter Gonzales, Fiona Florence, Alvaro Vitali, Britta Barnes, Pia De Doses, Renato Giovannoli

Trama:
Lo spaccato di Roma attraverso i ricordi di un giovane provinciale che la ritrae folle, briosa ed affascinate, popolata da una fauna eterogenea di personaggi, dalle case chiuse del centro agli ingorghi del Grande Raccordo Anulare.

Commenti e recensione:
Fellini e Roma si sono amati, rifiutati ed ancora riabbracciati per tutta la vita adulta del regista. Provinciale fino al midollo e fresco di maturità, Fellini arrivò a Roma nel '39 e, pur senza mai capirla realmente, ne rimase affascinato. Per lui restò sempre una meraviglia in bilico tra una Rimini ipertrofica ed un edipico sogno erotico. Quando si decide, finalmente, a ritrarre la "sua" città, ce la mostra contraddittoria e grottesca, capace di passare dalla povertà degli anni '30 alle mode ed i colori degli anni '60 e '70. Ci invita a vedere Roma con la scusa del documentario e ci presenta, invece, tanti quadri, volutamente disconnessi tra loro, come se lui e noi stessimo vagabondando per una galleria d'arte; altrui. Pur essendo Roma una dichiarazione d'amore, Fellini stesso si rende conto di non capire veramente la città e, con la sua voce sorniona e fuori campo, la definisce "un po' Lupa e un po' vestale, aristocratica e stracciona, tetra e buffonesca", paragonandola ad Anna Magnani; lei, nel suo delizioso cameo, sua ultima presenza sul grande schermo, guardandci oltre la quarta parete gli risponde ironicamente "A Federi', ma va a dormi'".
In fondo, non importa quanto Fellini capisca davvero Roma perché, come ogni artista, la dipinge per come la vede, la immagina e la sogna. E lui, a sognare e far sognare, è bravissimo! Roma non è un nuovo Amarcord, una semplice ricerca del tempo perduto ("E basta co''sto Proust!" esclama addirittura una signora all’ennesima tirata del suo vicino intellettuale), è l'esperienza collettiva di una visione che, nelle luci di Rotunno e la musica di Rota, è al contempo autoritratto e panoramica, fumetto e miniatura, memorialistica ed aneddotica, flusso di coscienza e sentire comune. Onore a Ruggero Mastroianni che, al montaggio, ha saputo dare una forma al disordine del genio!
Roma non è Roma, è una visione ricchissima, talvolta addirittura barocca, del sogno di Roma e come tale va visto, goduto e rivisto ancora! :D


sabato 30 gennaio 2021

Il pianeta selvaggio

 

Titolo originale: La planète sauvage
Nazione: FRA
Anno: 1973
Genere: Animazione, Fantascienza
Durata: 72'
Regia: René Laloux
Disegni: Roland Topor

Trama:
Sul pianeta Ygam vivono i giganteschi Draag ed i minuscoli Oms. Gli oms-domestici sono usati come animali da compagnia mentre gli oms-selvaggi vivono clandestinamente. Allevato dalla figlia del capo dei Draag, l'Om Terr scappa e si unisce ad una comunità di Oms-selvaggi, insegna loro come difendersi dai Draag e...

Commenti e recensione:
Il pianeta selvaggio è, senza nulla togliere a I maestri del tempo e Gandahar, il massimo capolavoro di René Laloux, regista poco noto qui in Italia benché sia uno dei più grandi maestri dell'animazione adulta. Lontanissima, sia per scelta che per necessità (1), dagli standard Disney, è un'opera sì spigolosa ma impressionante, un incubo fantascientifico ad occhi aperti che ipnotizza e cambia per sempre il nostro modo di guardare il mondo e la natura. Realizzato con un'animazione bidimensionale e con ampio uso della stop-motion, predilige (vedi 1) la staticità al dinamismo, con la camera che non penetra mai lo spazio, sempre distante, spesso immobile ed i cui pochi movimenti si limitano a qualche misurata carrellata laterale o zoom. La messa in scena, dunque, è quasi teatrale e straniante e, di conseguenza, anche la regia risulta altrettanto semplice. Attenzione: semplice ma minuziosa e decisamente non banale!
Laloux si avvale della strepitosa colonna sonora del jazzista Alain Goraguer, autore di musiche che fondono il rock progressivo e psichedelico al free jazz, incremementando l'atmosfera allucinata che pervade l'intero film. Un orecchio infantile percepirà, senza pensarci troppo, la bella sincronia con le immagini, l'attinenza di emozioni ben calibrata tra la storia e la musica ma chi ha un minimo di cultura musicale di quegli anni non potrà non ammirare le sonorità che rimandano, tra gli altri, ai Pink Floyd, Alan Parson e Penguin Cafe Orchestra. Giusto per farvi piacere, ho aggiunto l'OST nella cartella. ^_^
Va bene musica e regia ma sappiamo tutti che un film di animazione vive, prevalentemente, di disegni e qui arriva l'artista che ha reso il film un'opera indimenticabile, il gigante del neosurrealismo che animò la scena artistica degli anni '70 europei, Roland Topor. Lo abbiamo già incontrato, in queste pagine, a fianco di Jodorowsky ma anche come coautore dei disegni della Città delle donne di Fellini e, prima o poi, lo rivedremo in Ratataplan di quel Nichetti che gli era così simile. Il suo tratto, la sua assurda poesia e la bellezza della sua arte fanno de Il pianeta selvaggio un capolavoro assoluto dove ogni inquadratura ed ogni scena sono opere d'arte. Grazie a lui il film vinse, nel 73, il Premio Speciale della Giuria di Cannes e si trattò di una vera rivoluzione perché fu il primo film d’animazione (e animazione "povera", per di più!) a vincere un premio che non appartenesse alla propria categoria specifica.
Ottimo film dalle forti suggestioni letterarie, intrigante, diverso e d'autore, senza età, consigliato sia agli amanti del buon cinema che agli appassionati di fantascienza, Il pianeta selvaggio è così carico di significati e di livelli di lettura che, indipendentemente dalla vostra formazione culturale, saprà sicuramente scuotere le vostre emozioni più profonde! :D


domenica 24 gennaio 2021

Sole rosso

 

Titolo originale: Soleil rouge
Nazione: FRA-ITA-SPA
Anno: 1972
Genere: Western
Durata: 112'
Regia: Terence Young
Cast: Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress, Toshirô Mifune, Capucine

Trama:
Un gruppo di banditi assale il treno su cui l'ambasciatore del Giappone è diretto a Washington. Oltre al denaro gli rubano anche una preziosa spada, dono personale dell'Imperatore al presidente degli USA. Per recuperarla, il samurai incaricato si allea con un fuorilegge che è stato tradito dai compagni e...

Commenti e recensione:
C'erano un americano, un francese ed un giapponese, come nelle barzellette delle migliori tradizioni, più una svizzera ed un regista inglese. Sole rosso nacque quando ancora si facevano coproduzioni internazionali di ampio respiro, quando in Europa non si aveva paura di assumere gli attori più "in" del momento, con il dichiarato obbiettivo di coinvolgere le più diverse platee, in tutti gli angoli del mondo, e metterli nelle mani del regista autore del franchise di 007. E magari mettiamoci pure la colonna sonora di Maurice Jarre che aveva già alle spalle titoli come Lawrence d'Arabia e Il Dottor Zivago e, davanti, una carriera tutta in crescendo fino all'Oscar di Passaggio in India.
Quasi non serviva un tale sfoggio di talenti e denari; probabilmente sarebbe potuta bastare la bizzarra idea di un samurai nel Far West per fare di Sole rosso un film di culto a cui perdonare tutte le improbabilità, gli sprazzi surreali e la struttura episodica. Che poi, forse, il film era già nell'aria perché i due generi, chambara e western, si erano sempre corteggiati, con Akira Kurosawa che copiava John Ford ed Hollywood e Sergio Leone che si rifacevano a Kurosawa (e Dario Argento che aveva già scritto e diretto ben due soggetti western con giapponesi, Oggi a me… domani a te nel '68 ed Un esercito di cinque uomini nel '69, anche se poi ne negò la paternità). Sì, l'idea sarebbe potuta bastare ma poi arrivarono Bronson e Mifune...
Quando ci sono loro due lo schermo è saturo, non importa chi altro compaia; sono così perfettamente accoppiati che, nelle loro schermaglie giocose, non sono lontani da Bud Spencer e Terence Hill. A tratti Young li porta ad un passo dal comico, talvolta anche oltre, spesso scherzando sui luoghi comuni culturali riguardo i samurai, gli indiani e persino i cowboys. Alcuni momenti, come lo scontro fra spada e canna di bambù o la zanzara uccisa con una sciabolata, sono realmente esilaranti. È soprattutto apprezzabile la disponibilità di Mifune al gioco autoironico, che ce lo mostra anche a chiappe nude in mezzo alla neve. Ursula Andress è risultata essere ben più di una semplice testimonial erotica ed Alain Delon porta, con tutta la sua innegabile bellezza, uno spessore davvero inconsueto per un farabutto ma, sempre, Bronson e Mifune sovrastano tutti. È anche evidente che si sono divertiti un mondo lavorando insieme. ^__^
Grazie ad una regia particolarmente ispirata ed alla bravura di tutto lo staff (nonché di un sacco di soldi!), malgrado il suo andamento narrativo irregolare fatto di ammazzamenti, duelli ed indiani da fumetto tipici del genere, Sole rosso resta uno spettacolo grandioso, godibile e sempre piacevole. Da rivedere ed amare ogni volta! :D


domenica 17 gennaio 2021

Misterioso omicidio a Manhattan

 

Titolo originale: Manhattan Murder Mystery
Nazione: USA
Anno: 1993
Genere: Commedia, Giallo
Durata: 105'
Regia: Woody Allen
Cast: Woody Allen, Diane Keaton, Alan Alda, Anjelica Huston, Ron Rifkin, Marge Redmond

Trama:
La prematura scomparsa di una casalinga del West Side, apparentemente in ottima salute, trasforma alcuni membri dell'élite letteraria di New York in detective dilettanti. I sospetti abbondano e...

Commenti e recensione:
A quindici anni di distanza da Manhattan la coppia Allen-Keaton torna in una brillante commedia a sfondo giallo piena di sviluppi imprevisti e freddure a ripetizione. Originariamente pensata come sotto-trama thriller (poi scartata) per Io e Annie, la sceneggiatura di Misterioso omicidio a Manhattan ha subito importanti riscritture, soprattutto perché la parte di co-protagonista era, al tempo, di Mia Farrow e quindi assolutamente inadatta alla comica e spumeggiante Keaton; la surreale soluzione fu di rendere Allen il personaggio "serio"! Che poi è ciò che ha spinto il regista a rimettere in discussione la propria vita privata, ma questa è un'altra storia. Abbandonato il cipiglio freudiano, il nostro antieroe reindossa il suo abito mitico-simbolico preferito: quello del disilluso investigatore solitario che ha, però, una fifa matta del buio e ci mette sei mesi a capire che quelli de L'anno scorso a Marienbad erano dei flash-back.
Tipicamente alleniana è l'idea portante del film: l'omicidio come terapia di coppia. Sfruttando tutto il suo amore per il cinema d'annata, Allen fonde, su dialoghi particolarmente brillanti ed azzeccati, citazioni dei capolavori di Welles, Wilder, Resnais e Hitchcock (il film stesso è chiaramente un omaggio a La finestra sul cortile) ed il suo personalissimo modo di scherzare sulla morte. Il risultato è una thrillomedy particolarmente riuscita che, con il decisivo contributo dell’ottima Diane Keaton e le perfette performances di Alan Alda ed Anjelica Huston, ha reso questo film uno dei più piacevoli della lunghissima filmografia del nostro amato/odiato newyorkese.
Misterioso Omicidio a Manhattan è, a mio avviso, una piccola pietra miliare nella storia del cinema perché riesce ad unire, con grande ironia, una frizzante commedia giallo rosa ad una profonda riflessione sul mondo moderno e sul ruolo della coppia ("nessun palcoscenico è più vasto di un ménage" cit.) di qualsiasi genere sia.
Da rivedere, rivalutare e gustare fino in fondo! :D


giovedì 31 dicembre 2020

Ralph Spaccatutto




Titolo originale: Wreck-it Ralph
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Animazione, Avventura, Fantascienza
Durata: 101'
Regia: Rich Moore

Trama:

Per anni, Ralph ha avuto il ruolo del cattivo in un famoso videogioco. Con una mossa ardita, si lancia in un'avventura all'insegna dell'azione per dimostrare a tutti di essere un autentico eroe ma finisce in Sugar Rush, il gioco dell’esuberante Vanellope von Schweetz, e...   

Commenti e recensione:
Ralph Spaccatutto è il 52° lungometraggio della Pixar Disney, con la raffinata grafica Pixar Disney e la più classica delle storie Pixar Disney. È talmente Pixar Disney che non ci verrebbe mai in mente di considerarlo un film Disney Pixar! Insomma, inutile girarci intorno: Ralf Spaccatutto è, in tutti i modi e per tutte le caratteristiche, uno dei più bei film Pixar, indipendentemente dal logo in apertura. XD
C'è davvero tanto degli studios della Lampada da Tavolo, come la pregevole fattura dei movimenti più meccanici e sincopati che distinguono i personaggi dei vecchi arcade da quelli dei nuovi giochi, o le atmosfere apocalittiche, ad alta definizione, che Ralph incontra subito dopo aver abbandonato la sua palazzina bidimensionale, ma le influenze pixariane non si limitano alla grafica o all'arte visiva perché l'arcade è un microcosmo affine a quelli di Monsters & Co e Toy Story (anche se la ribellione di Ralph lo assimila al Jack di Nightmare Before Christmas). Ai temi politically correct tanto cari alla Disney (il riscatto del cattivo buono rispetto alla condanna senz'appello del cattivo cattivo) si mescola quell'ironia leggera ed a tratti dissacrante di stampo Pixar a cui perfettamente si innesta lo "stile Moore", magnifico regista che ha diretto così tanti episodi de I Simpson e Futurama. A lui dobbiamo una serie di scene indimenticabili come la riunione dei "Bad Anon" ovvero dei "Cattivi Anonimi" (tra cui uno dei fantasmini di Pac Man, Zangief di Street Fighter, Satine di Diablo) o l'improbabile amore tra Felix ed il sergente "trucida scarafoidi" Calhoun, il cui matrimonio precedente ricorda tanto quello di Beatrix Kiddo in Kill Bill. È proprio la commistione di stili il vero valore aggiunto di questo Disney, che è quanto di più diverso ci possa essere da un "Classico" ma è certamente un film riuscitissimo.
Ralph Spaccatutto poteva facilmente diventare un simpatico zibaldone di citazioni e riferimenti nerdofili, con un bel po' di azione e di personaggi buffi e, in realtà, a me sarebbe anche bastato. Rich Moore però (e forse anche la Disney ma non ci scommetterei) ha voluto offrirci di più: un film che ha un cuore pulsante, artistico ed umano. La sceneggiatura, pur affrontando temi profondi quali la solitudine, la manipolazione del prossimo, l’accettazione del diverso ed il libero arbitrio come solo i cartoon riescono a fare, non ha una singola sbavatura e non abusa mai del videogioco per "vincere facile". Con la sua girandola di divertimento ed emozioni che fa scorrere velocissimo il film, oltre a divertire tantissimo il pubblico il più variegato possibile riesce persino a commuoverlo a più riprese, soprattutto nel finale con la sua morale tutt'altro che scontata. Consigliatissimo a tutti, grandi e piccoli, nessuno escluso! :D




Anche quest'anno è passato
ed i prossimo, senza troppa fatica,
dovrebbe riuscire ad essere migliore.

Felice 2021!!
^__^

giovedì 24 dicembre 2020

Il ladro di Bagdad - 1961




Titolo originale: Il ladro di Bagdad
Nazione: ITA
Anno: 1961
Genere: Azione, Avventura, Fantastico
Durata: 100'
Regia: Bruno Vailati
Cast: Steve Reeves, Giorgia Moll, Antonio Battistella, Arturo Dominici, Daniele Vargas, Luigi Visconti

Trama:
Per guarire la principessa di Bagdad da una misteriosa malattia occorre l'influsso magico di una introvabile rosa azzurra ed il sultano, disperato, promette di dare la figliola in sposa a chi sarà capace di trovarlo. In gara, con principi famosi e valenti guerrieri, scende anche il ladro Karim e...   

Commenti e recensione:
Il ladro di Bagdad ha avuto ben tre versioni: la prima, che da anni cerco in qualità decente, con Fairbanks; la seconda del '40 con Sabu e Conrad Veid, con cui vi ho già deliziato esattamente un anno fa; ed infine questa. Delle tre, questa con Steve Reeves è senza alcun dubbio la meno importante, anche perché non ha alle spalle i potenti mezzi, tecnici ed economici, di Hollywood o dei Denham Studios. C'erano solo la creatività e la poesia della Titanus di allora con cui, volendo, si poteva fare tantissimo anche lavorando a Cinecittà, dintorni laziali e rapide puntate in Tunisia!
Vi tralascio quanto scrivono i critici di professione perché questo film, ai loro occhi, è il peggio del peggio: soggetto da fiaba (ergo: per bambini, orrore), produzione italiana, nessun impegno politico (e ci mancherebbe!)... No, non sono commenti che possano interessare a chi non ha mai visto questo gioiellino!
Il ladro di Reeves è "solo" uno sfavillante film d'avventura dai toni fantastici, con principesse di cui innamorarsi, danzatrici discinte, foreste incantate ed un Oriente immaginario, lussureggiante e lussuoso. Si dice che, all'epoca, il cinema italiano osasse davvero sfidare i mostri sacri ma, a mio avviso, aveva solo meno puzza sotto il naso e non si vergognava a realizzare titoli per il suo pubblico, magari sfruttando la fama di lavori esteri premiatissimi. Erano gli anni dei peplum (noi rustici li chiamavamo sandaloni) e Reeves era il bellissimo americano culturista da usare, di volta in volta, come Ercole o Sandokan. Qui ci delizia con una scena a torso nudo, che in quegli anni faceva sciogliere le signore, e diverse sequenze in magliettina che, man mano, si strappa durante le sfide che il nostro deve superare mentre ci mostra i possenti pettorali. La sua recitazione, nei panni di un improbabile ladro, è un po' impacciata e goffa ma il suo volto (con un'unica espressione ma, per sua e nostra fortuna, adattissima) ed il suo fisico sono tra i più belli mai passati sugli schermi. Il resto del cast, staff compreso, è ben al di sopra della media di una simile produzione e sia la fotografia che gli effetti quasi-speciali (straordinarie le scenografie, con trucchi e sovrapposizioni, che rendono irriconoscibili posti assai noti come le cascate di Monte Gelato, a quattro passi da Roma) sono davvero piacevoli. Nell'insieme, una fiaba ben girata e ben raccontata, perfetta per risvegliare tutto l'entusiasmo per l'avventura che deve esserci in ciascuno di noi.
Questo, come dicevo sopra, per quanto riguarda color che non conoscono il film. Tutti gli altri so già che hanno avuto la gioia di vederlo, a suo tempo, direttamente al cinema, rigorosamente accompagnati da un genitore. Il genitore brontolava per tutto lo spettacolo perché pensava di averci portato a vedere un'altra versione e doveva accontentarsi di questo ma noi, veramente bambini, ci siamo creati dei ricordi così felici da quelle proiezioni che, ancora oggi, non abbiamo alcun bisogno di giustificare il piacere che Il ladro di Bagdad continua a darci! :D




BUON NATALE A TUTTI!!! :D
ed un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

martedì 22 dicembre 2020

Il bambino d'oro




Titolo originale: The Golden Child
Nazione: USA
Anno: 1986
Genere: Azione, Avventura, Commedia, Fantastico
Durata: 93'
Regia: Michael Ritchie
Cast: Eddie Murphy, Charles Dance, Charlotte Lewis, J.L. Reate, Victor Wong

Trama:
Sardo Numspa, il male in persona, rapisce in Tibet il bambino che, ogni mille generazioni, nasce con magici poteri capaci di salvare il mondo. Gli orientali si rivolgono a Chandler Jarrell, esperto californiano di bambini scomparsi e...  

Commenti e recensione:
Ci sono cult il cui successo è non solo voluto ma cercato e creato a tavolino, opere che sono progettate per diventare un riferimento dell'entertainment cinematografico e che fanno la storia della Settima Arte. Poi c'è questo.
No, Il bambino d'oro decisamente non è nato sotto una buona stella ed il suo sviluppo, raffazzonato e sconclusionato, avrebbe dovuto decretarne la morte in culla. Tutto comincia già dalla stesura, che doveva essere un'avventura dark, molto drammatica e carica di elementi tanto esotici quanto soprannaturali in stile Poe. Con queste premesse era praticamente inevitabile chiamare John Carpenter che, invece, abbandonò il progetto per dedicarsi al molto simile Guaio Grosso a Chinatown. Si chiamò d'urgenza il mestierante Michael Ritchie.
Il ruolo principale venne affidato a Mel Gibson che, come Carpenter, si ritirò all'ultimo momento e la produzione ripiegò sull'ancora poco costoso Murphy. Il giovane attore aveva alle spalle "solo" Beverly Hills Cop ma prometteva bene eppure, malgrado molti sforzi, non fu possibile fargli cambiare registro recitativo e si dimostrò inadatto ai ruoli cupi. Per evitare un disastro completo venne rapidamente riscritta la sceneggiatura, riadattandola alla meno peggio per il nostro sboccatissimo attore, che sparava battute a raffica senza mai fermarsi, e trasformando il film in una commedia dai toni molto più leggeri.
Avete presente un guazzabuglio? Ecco cosa è uscito da quel progetto a troppe mani; in pratica un disastro annunciato a cui la critica non ha lesinato nessuna sferzata scagliandogli, metaforicamente, tutti i pomodori marci a sua disposizione. Il pubblico, invece, non ha capito niente e, infatti, ha fatto sì che il film incassasse la bellezza di 80 milioni di dollari contro gli appena venticinque spesi. Questo pubblico, non ti ci puoi mai fidare! ^__^
La verità è che, anche tenendo in considerazione il caos generato da uno script troppe volte rimaneggiato, sia i personaggi che la vicenda in generale riescono comunque ad appassionare. Michael Ritchie sembra godersela un mondo ed il suo approccio, perfettamente abbinato allo stile di Murphy, è di uno sfottò così puro da raggiungere proporzioni soprannaturali mentre imbastisce una commistione di generi che eccede palesemente nei toni e sfiora il puro trash. In pochi minuti riesce a passare dai mantra tibetani alla musica synt anni '80 fino alle strade della California ed alle pagine di un porno: un unico volo che ci porta dal Salvatore del Mondo ad una rivista intitolata Chunky Asses (culi pesanti) XD. Poi, non si può negarlo, ci mette anche tutto il suo mestiere, un bel po' di effettacci speciali e la perfetta gestione del suo petulante protagonista, impregnato di basso sottotesto culturale televisivo da parodia di americano.
È impossibile non notare tutti gli errori di questo film eppure è sempre, ogni singola volta, una gioia da vedere. Forse è perché frequento solo gente sbagliata ma non ho mai incontrato nessuno che abbia detto "adesso basta, togli 'sta robaccia" perché Il bambino d'oro ha un'unico e fondamentale requisito: diverte! :D

 

domenica 13 dicembre 2020

Tootsie




Titolo originale: Tootsie
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Commedia
Durata: 116'
Regia: Sydney Pollack
Cast: Dustin Hoffman, Jessica Lange, Charles Durning, Teri Garr, Sydney Pollack, Geena Davis, Dabney Coleman, Bill Murray

Trama:
Per trovare lavoro Michael, attore disoccupato, è costretto a travestirsi da donna ma ha un tale successo televisivo che rimane prigioniero del ruolo.
Le cose si complicano quando s'innamora di una bella collega che lo crede donna mentre, al tempo stesso, le avances del padre di lei...  

Commenti e recensione:
Sidney Pollack, nella doppia veste di regista ed attore (interpreta la parte dell’agente di Michael), dirige in maniera impeccabile un film che ci porta nei meandri dello show biz anni ’80 dove, per un attore, emergere era davvero un’impresa. Pollack sfrutta uno dei pilastri fondamentali della screwball comedy, il confronto/scontro tra i sessi, ma lo inserisce in uno scenario mutato rispetto ai decenni precedenti perché, dopo le battaglie femministe, la donna è "ovviamente" emancipata, consapevole della propria femminilità, inserita nel lavoro ed in grado di trattare l’uomo alla pari. Oppure no? La genialità di Tootsie sta nel paragonare due stati di minorità: quello di un disoccupato che non si è adattato ai molti cambiamenti del suo mestiere negli anni dei "vincenti" e delle produzioni televisive, e quello del femminile, un genere che si trova in realtà in mezzo al guado perché per primo stenta a rispettarsi, a superare schemi sclerotizzati, ad innescare dinamiche paritarie che, solo a parole, si considerano scontate. Sono gli stessi problemi che propose Edwards nel suo Victor Victoria uscito lo stesso anno, benché addolciti dalla cornice anni '30. Oggi questi temi sarebbero inavvicinabili, troppo a rischio di "politically incorrect" e di gogna mediatica e social; esistono ancora, esattamente come allora se non peggio ma... meglio evitare!
Un altro regista, e soprattutto altro sceneggiatore, avrebbe realizzato un riuscitissimo film drammatico invece Tootsie (che in italiano si tradurrebbe, più o meno, come cocca, tesorino, bambolina) è una delle migliori commedie USA! Non solo segna il punto di incontro tra i pensieri sovversivi della New Hollywood ed il pubblico degli anni Ottanta ma, nel cuore dell’edonismo reaganiano, centra l’attenzione sui modi con cui al femminile è concessa l’espressione di sé.
Clamoroso successo al botteghino (secondo quell’anno solo ad E.T.), il film fu candidato a 10 Oscar, tra cui miglior film (vinse Gandhi) e regia. La prestazione magistrale di Jessica Lange le permise di vincere l'unico Oscar del cast, come migliore attrice non protagonista, mentre Dustin Hoffman nella parte di Tootsie si dovette contentare di diventare un’icona per tutte le donne del decennio successivo, riuscendo nell’intento di non macchiare il personaggio ed, anzi, esaltandone l'importante messaggio di coraggio e determinazione.
Tootsie è una commedia brillante e leggera che, anche se con la sua giusta dose di elementi su cui riflettere, resta soprattutto un divertimento, garbato ed intelligente, capace di donare due ore di piacevolissimo spettacolo.
Da non perdere! :D

 

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