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mercoledì 24 dicembre 2025

Appuntamento a Belleville



Titolo originale: Les Triplettes de Belleville
Nazione: FRA
Anno: 2003
Genere: Animazione, Avventura, Commedia
Durata: 72'
Regia: Sylvain Chomet

Trama:
Champion è un piccolo orfano che vive con la nonna. Vedendo Champion felice quando va in bicicletta, lei lo sottopone a duri allenamenti fino a quando, da grande, si mostra pronto per competere al Tour de France e...

Commenti e recensione light:
...a breve. ç__ç





BUON NATALE!
TANTISSIMI AUGURI DAL VOSTRO AFFEZIONATO
RANMAFAN



 

mercoledì 1 gennaio 2025

La rosa di Bagdad


Titolo originale: La rosa di Bagdad
Nazione: ITA
Anno: 1949
Genere: Animazione
Durata: 71'
Regia: Anton Gino Domeneghini

Trama:
Amin, suonatore alla corte del Sultano, è innamorato della principessa Zeila che lo ricambia, ma il perfido visir Giafar, che vede nel matrimonio con Zeila il mezzo per impadronirsi del regno, ben sapendo che la principessa non lo acconsentirebbe mai alle nozze, si fa aiutare dal potente mago Burk e...

Commenti e recensione
La rosa di Bagdad è il primo lungometraggio di animazione europeo e già solo per questo ha diritto ad un posto d'onore nelle antologie del Cinema. E non state a sentire quelli che vi diranno che è stato preceduto da Le avventure del principe Achmed di Lotte Reiniger del 1926, o dal perduto El apòstol di Quirino Cristiani del 1917, perché quelli erano realizzati in cutout animation e, francamente, non possono essere equiparati a questo gioiello. Non considero nemmeno I fratelli Dinamite di Nino Pagot, che fu sì registrato in SIAE due anni prima ma solo grazie ad un cavillo, visto che erano a circa metà della produzione, ed infatti uscì in contemporanea allo stesso Festival del Cinema. Non fraintendetemi, è un bellissimo film ma di una qualità artistica e tecnica molto inferiore ed infatti non venne mai paragonato ai lavori della Disney.
Il capolavoro di Domeneghini, invece, è stato subito ammirato in tutto il mondo: in Olanda è ancora uno dei cartoni più popolari del dopoguerra e nel mondo anglosassone, grazie anche al doppiaggio della principessa Zelia da parte di una sedicenne ma già magnifica Julie Andrews, ottenne un ottimo successo. Peccato che, come al solito per colpa di una distribuzione particolarmente miope, in Italia non andò così bene e gli incredibili sforzi del team di Domeneghini non ebbero seguito, altrimenti oggi saremmo potuti essere alla pari con l'animazione degli Stati Uniti e del Giappone. (Ogni tanto qualcuno ci ha riprovato ma gli investimenti richiesti alla realizzazione di questi film "per bambini" hanno sempre terrorizzato i nostri tirchissimi produttori e soloni della settima arte. Aperta e chiusa parentesi >_<).
La storia della realizzazione di questa pellicola è talmente interessante da meritare un film tutto suo!
Nel 1940 Domenighini era il pubblicitario più importante d'Italia, con un pacchetto clienti del calibro di Coca Cola e Gilette, ma l'inasprirsi della guerra ebbe, come effetto collaterale, il blocco di tutte le campagne pubblicitarie. In quegli stessi anni era nelle sale il bellissimo Biancaneve e i sette nani di Disney, del '37 ed il Nostro, trovatosi improvvisamente senza lavoro ma con un sacco di creatività ancora da smaltire, si rese conto di avere gran parte delle capacità necessarie a realizzare qualcosa dello stesso livello. Con quest'idea in testa si presentò ai più alti livelli del Partito che, interessati dalla possibilità di dimostrare come l'Italia fosse superiore agli USA anche in questo campo, gli diedero accesso a capitali significativi.
Grazie ai suoi contatti Domeneghini riunì un gruppo creativo di primissimo ordine (come, tra i tanti, due importanti scenografi della Scala, l'illustratore delle figurine Perugina ed il celebre compositore milanese Riccardo Pick-Mangiagalli) che contribuirono a creare l'estetica distintiva del film con la sua sorprendente miscela di animazione basata su personaggi comici ed esotismo figurativo della scuola orientalista italiana di Mariani e Simonetti.
La guerra causò enormi difficoltà alla produzione: nel '42 lo studio di Milano venne distrutto durante i bombardamenti alleati e tutta la troupe, con relative famiglie, fu fatta evacuare in un paio di ville in provincia di Brescia. Purtroppo erano abbastanza vicine ad una stazione ferroviaria per cui anche queste subirono diversi attacchi degli Spitfire, come da consuetudine dell'epoca.
Solo verso il '47 le migliaia di disegni prodotti furono inviati, per mancanza in Italia di attrezzature adeguate, nei laboratori della Stratford Abbey Films, unici rimasti in Europa occidentale a poter gestire il Technicolor e sopravvissuti ai Blitz solo perché spostati in tutta fretta da Londra a Stroud.
Durante i due anni di permanenza lì, i disegni e gli spezzoni di filmato già realizzati furono molto probabilmente visti anche da Walt Disney, che non lontano stava girando L'isola del tesoro, anch'esso in Technicolor, e ne prese (si dice) non pochi spunti per il suo Cenerentola del 1950. ^_^
Gli artisti de La rosa di Bagdad saccheggiarono bonariamente Le mille e una notte ma trassero più di un’ispirazione dall’irraggiungibile Biancaneve, dalla vis comica e lo stile caricaturale de I viaggi di Gulliver (1939) di Dave Fleischer e, soprattutto, da Il Ladro di Bagdad del 1940, uscito a lavori appena iniziati: i Jafar, così come il Califfo Oman ed il Sultano di Bassora sono praticamente identici. Niente di grave ovviamente, il Jafar di Aladdin del 1992 è ancora uguale, così come il sultano, ed ormai è persino difficile capire da quale fonte siano stati copiati. XD
Finalmente le pellicole arrivarono in Italia nel 1949 e vennero presentate al Festival di Venezia di quell'anno, vincendo senza discussioni il primo premio assoluto nella sezione Ragazzi, stracciando il film dei Pagot.
Se stilisticamente ed artisticamente La rosa di Bagdad non ha nulla da invidiare ai titoli d'oltreoceano, la trama soffre un pochino di un minutaggio insufficiente (probabilmente anche per necessità di budget), qualche minuto in più forse avrebbe permesso una migliore gestione del finale ma resta comunque un film godibilissimo ed adatto alla visione sia dei bambini che degli adulti.
È da vedere? Senza il minimissimo dubbio!!! :D



Cari amici, ancora una volta
Tantissimi Auguri di
BUON ANNO!!!

martedì 24 dicembre 2024

Anime nostalgie



Titolo originale: Anime nostalgie
Nazione: ITA
Anno: 1972-1999
Genere: Animazione, Musicale
Durata: 115'
Cast: Cristina D'Avena, I Cavalieri Del Re, I Mostriciattoli, Le Mele Verdi, Superbots, Rocking Horse, Spectra, Giorgia Lepore

Trama:
Vent'anni di sigle di anime che, nel bene e nel male, ci hanno formato.

Commenti e recensione extra extra extra light (praticamente non c'è ^_^):
Anni fa, in famiglia, mi fu richiesto di realizzare una compilation di sigle degli anni '80. Con la mia proverbiale lentezza, questo è il risultato: due ore di splendide, belle, meno belle e persino pessime sigle che ho raccolto da mille fonti.
Anche se, nell'insieme, si tratta di filmati di discreta qualità, in alcuni casi mi sono persino abbassato a prelevare da YouTube (penso all'introvabile sigla di Bem il mostro umano, cantata di Fidenco). Ma in questo caso siamo più per sentire le canzoni della nostra infanzia che non criticare i registi. ¯\_(ツ)_/¯
Se non si entra nel dettaglio delle 88 sigle non c'è molto altro da dire, solo godere di queste proustiane madeleine musicali e passare, idealmente insieme, uno splendido Natale! :D



BUON NATALE A TUTTI!!! :D
ed un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

venerdì 21 luglio 2023

Aria (The Animation - The Natural - The Origination)

Titolo originale: ARIA アリア (THE ANIMATION - THE NATURAL - THE ORIGINATION)
Nazione: JAP
Anno: 2005-2006-2008
Genere: Slice of live, Fantascienza, Fantastico, Iyashikei
Durata: 24' x 53 episodi (più 6 OVA)
Regia: Junichi Sato
Autore: Kozue Amano

Trama:
È il ventitreesimo secolo ed Akari Mizunashi si è trasferita sul pianeta Marte, ribattezzato Aqua dopo la terraformazione, per diventare undine nella splendida città di Neo-Venezia. Accolta come apprendista presso la Compagnia Aria, esplora le bellezze della della città insieme ad altre tirocinanti, lavorando duramente per esaudire i suoi sogni e facendo nuove amicizie lungo la strada.

Commenti e recensione:
Prima di parlare di questo capolavoro degli inizi del 2000 (il manga della Kozue Amano comincia nel 2001) credo sia necessario dedicare qualche riga al concetto di iyashikei (癒し系), che vedete indicato anche come tag di genere.
Intorno al 1990 cominciò, in Giappone, quello che è comunemente definito il "decennio perduto", frutto dell'esplosione della bolla speculativa degli anni precedenti e che segnò la fine del boom economico del secondo dopoguerra. Oltre ad essere un disastro economico fu, soprattutto, un trauma psicologico per intere generazioni. Il mondo politico, con colpevole ritardo, cercava di salvare il salvabile, ovviamente a scapito dei cittadini e, tanto per gradire (benché di questo nessuno ebbe effettivamente colpe) arrivò il grande terremoto di Kobe, con i suoi 6.000 morti, 40.000 feriti e 300.000 sfollati. Col senno di poi, l'attentato col gas Sarin nella metropolitana di Tokyo è sicuramente da inserire nel contesto di gravissimo disagio sociale che si era creato.
Tutti questi eventi, economici, sociali, politici e naturali, generarono un incredibile livello di stress nel pubblico ed alcune case editrici, che fino ad allora si erano occupate prevalentemente d'azione, decisero di concentrarsi su tematiche più calme e tranquille, facendo nascere il filone iyashikei che, a spanne, si può tradurre con "curativo" o, se vogliamo coglierne meglio il senso, "consolatore".
Gli iyashikei, sottogenere dello slice of life, sono praticamente privi di trama ed il protagonista, generalmente in ambientazioni e scenari rilassanti e meravigliosamente coinvolgenti, si limita a vivere la giornata apprezzando e godendo delle piccole gioie della quotidianità. Non che fosse un'idea nuovissima, già negli anni '80 c'erano stati esperimenti come Magica Magica Emi o, ovviamente, Il mio vicino Totoro, ma è con l'inizio del nuovo millennio che il genere viene formalizzato: lo iyhashi, o boom della guarigione, diventa sia uno stile espressivo che, più prosaicamente, un commerciabile e molto redditizio prodotto editoriale. D'altronde il pubblico sembrava, e sembra ancora, averne proprio bisogno.
Aria, sia manga che anime, incarna tutti i canoni di benessere e guarigione che definiscono il genere iyashikei e ne è considerato, giustamente, l'apice! Akari, la protagonista, ed il resto del cast sono personaggi facili da seguire, con le loro vite relativamente semplici e le delicate avventure come gondoliere. Al di fuori delle attività quotidiane e degli eventi legati all'essere undine, gli episodi sottolineano anche l'importanza dell'amicizia e, spesso, si concludono con una lezione od un promemoria ad apprezzare le piccole cose della vita.
L'autrice ha scelto un'ambientazione di blanda fantascienza con l'unico scopo di ricreare un mondo futuro abbastanza arretrato da essere identico a quello del suo presente, solo per giustificare il lavoro delle sue undine in una splendida ed utopica Venezia. Lavoro che, in realtà, è una riedizione di quello delle geishe, col loro "mondo fluttuante", le loro scuole e la loro filosofia incentrata sul concetto del presente. Un mondo interamente al femminile (benché, in passato, vi furono uomini dediti a questa professione, i taikomochi), esattamente come quello raccontato in Aria.

Per quanto riguarda l'anime, grazie alla sapiente combinazione di immagini raffinatissime, una storia tranquilla ma avvincente incentrata sul ritmo rilassato della quotidianità di Akari, ed una colonna sonora che si adatta perfettamente al tono ed all'atmosfera della narrazione, Junichi Sato riesce ad esaltare perfettamente il manga e, pur partendo da un'ottimo livello, nel corso delle tre stagioni non fa che migliorarsi continuamente. La qualità dell'animazione ed il comparto audio sono decisamente sopra la media per questo genere di produzione e persino gli OAV e gli ultimi due film riescono a mantenere altissimo sia il livello artistico che quello emotivo. Dall'architettura ai cieli, dall'abbigliamento al character design, i toni chiari, gli incredibili sfondi e le meravigliose melodie riescono a creare l'ambientazione perfetta che l'anime vuole evocare: una città idilliaca con persone tutte da amare. È veramente piacevole guardare i molti dettagli che spesso vengono ignorati, che siano gli intarsi di una porta in legno di un negozio o la rappresentazione dei palazzi veneziani, fino al semplice riflesso nelle pozzanghere.
Ovviamente non ci sono colpi di scena, effetti speciali, esplosioni o magie, pertanto il massimo della resa Junichi Sato la ottiene (ma molto aiutato dai disegni della Amano) con veri virtuosismi della sua "camera da presa", con ottime inquadrature sia dall'alto che in primissimo piano che in extreme close-up. Sull'eleganza dei fondali e l'espressività dei volti non mi dilungo e vi lascio giudicare direttamente dagli screenshots.
Guardare questa serie è come ascoltare uno di quei brani di musica da meditazione, in cui il battito cardiaco rallenta e ti senti avvolto in una calda coltre di calma. Quello che rimane dopo la visione è un senso di meraviglia riscontrabile in poche altre opere e raggiunge quindi pienamente lo scopo per cui è stata creata.
Aria è una serie di cui consiglio la visione veramente a tutti, anche a chi ama esclusivamente i film d'azione di Michael Bay, sia perché può cambiare a chiunque il modo di guardare il mondo che perché, con le con sue bellissime immagini ed i suoni piacevoli, può abbassare il livello di stress e, con un po' di fortuna, persino allungare la vita di qualche minuto. ^_^



Piccole note tecniche: quello che vi sto proponendo è il frutto di diversi mesi di lavoro, dalla raccolta delle fonti alla loro integrazione; è come se vi avessi postato una dozzina dei miei soliti rip.
Nella cartella troverete i 53 episodi delle tre serie, The Animation (2005), The Natural (2006) e The Origination (2008), più l'OAV Arietta (2007) tra la seconda e la terza serie, la mini serie di tre episodi The Avvenire (2015) ed i due film The Crepuscolo (2021) e The Benedizione (2021). Per gli OAV non ho potuto far altro che riproporvi (con qualche piccola miglioria) quanto si trova già in rete ma tutti gli episodi regolari sono in formato HEVC 1080p, video da Bluray ed audio AC3 da DVD per darvi il miglior prodotto che abbia mai realizzato.
Troverete anche, sempre da internet, il manga di Kozue Amano; purtroppo solo in inglese. È esistita un'edizione in italiano ma ormai è fuori catalogo e nessuno ne ha mai realizzato una versione in digitale. La buona notizia è che la Star Comics, al Napoli Comicon 2023,  ne ha annunciato la ristampa che dovrebbe a arrivare in autunno. Qualora succedesse (voglio essere scaramantico ^_^) vi consiglio di approfittarne subito perché è un'opera da avere as-so-lu-ta-men-te.
Per questo progetto ho rotto le scatole ad un numero esagerato di colleghi ma i miei più sentiti ringraziamenti vanno a Dausen, che mi ha dato gli introvabili DVD, Naruto Sennin che mi ha fatto avere un sacco di materiale, ed animencodes per i Bluray e quindi...


DEDICO QUESTO POST A
Dausen, Naruto Sennin ed animencodes,
senza il cui contributo non l'avrei mai potuto pubblicare.
GRAZIE!!! 

martedì 14 febbraio 2023

La sposa cadavere

Titolo originale: Corpse Bride
Nazione: UK
Anno: 2005
Genere: Commedia, Animazione, Musicale
Durata: 75'
Regia: Tim Burton, Mike Johnson (II)
Cast: Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Emily Watson, Tracey Ullman, Paul Whitehouse

Trama:
Victor, goffo giovane pianista, per prepararsi alle nozze (combinate) con Victoria infila per errore l'anello di fidanzamento al dito di una donna morta. Quando questa si risveglia, conduce Victor nel mondo dell'aldilà, lo reclama come legittimo marito e....

Commenti e recensione light:
La sposa cadavere è un distillato di tutta l'opera di Burton e, forse, di lui stesso.
Questo gioiello, di rara leggerezza, è interamente giocato sul contrasto tra il mondo dei vivi, cupo e formale, e quello dei morti, allegro, coloratissimo e spensierato, in una storia decisamente macabra ma anche spiritosa. Lo spunto è tratto dalle tradizioni ebreo-russe del XIX secolo (mi viene spontaneo ricordare la scena del sogno del cimitero ne Il violinista sul tetto) in cui si narrava di matrimoni rovinati da antisemiti che arrivavano anche a rapire la sposa, ucciderla e seppellirla con ancora indosso l'abito nuziale. Mettiamoci anche le stupende atmosfere che, con quelle fantastiche ambientazioni notturne dominate dai blu ed i viola, sono così prossime a Il Mistero di Sleepy Hollow e l'horror è davvero vicino.
Ed invece ecco il magico Burton che, come è solito fare quando tratta di fantasmi, maschere e cadaveri, si diverte a capovolgere il pensiero comune!
Era già successo in Beetlejuice (di cui cita la scena della cena con i mostri che appaiono dietro ai commensali) dove "gli sposi cadaveri" avevano più amore dei traslocanti cittadini; era successo in Batman, dove i cattivi erano sicuramente più umani dei "buoni", e succederà ancora tante altre volte, come in Coraline. Burton è ancora una volta quel crogiolo di inventiva che ibrida splendidamente la favola oscura, qui in perenne ambientazione notturna e ricolma di malinconia, alla dolcezza ed il divertimento di quel mondo che non è proprio "morte" quanto "après-vie".^__^
Insomma, La sposa cadavere è Tim Burton allo stato puro, compresi ovviamente i suoi feticci: Helena Bohnam Carter, Johnny Depp e le fantastiche musiche di Danny Elfman.
Mi piacerebbe dilungarmi sul comparto tecnico ma mi trattengo; mi permetto solo elogiare l'uso delle fantastiche Canon Eos-1D Mark II con lenti Nikon da 14mm/105mm, soluzione eretica ed assolutamente innovativa per l'epoca. Con questa accoppiata i tecnici riuscirono finalmente a riprodurre un'immagine identica a quella delle lenti da 35mm analogiche e quindi a realizzare il primo film in stop-motion animato anche digitalmente! L’unione del comparto digitale con quello più artigianale della stop-motion si è dimostrato uno sposalizio (il termine è scelto con cura ^_^) artistico di grandissimo livello che, a quanto pare, Harryhausen ha amato immensamente.
I più piccoli, che tanto ormai sono molto più svegli di quanto eravamo noi, rimarranno folgorati dalla grafica accattivante ed un po’ creepy, mentre gli adulti potranno divertirsi ad analizzarne più a fondo le simbologie (tantissime ed, a volte, molto profonde) che lo rendono un film da non perdere non solo per gli amanti dell’animazione.
Pensato per Halloween, perché La sposa cadavere è ovviamente una favola nera, grazie ai suoi personaggi indimenticabili e dotati di prorompente umanità, vivi o morti che siano, esplode in una delle più belle storie d'amore (naturalmente struggente come nella pura tradizione burtoniana) mai girate e risulta adattissima per San Valentino. Magari un San Valentino un po' diverso, uno forse grigio nel mondo reale ma coloratissimo in quello della fantasia! :D

sabato 31 dicembre 2022

Gli Argonauti



Titolo originale: Jason and the Argonauts
Nazione: USA
Anno: 1963
Genere: Avventura, Fantastico
Durata: 104'
Regia: Don Chaffey
Cast: Todd Armstrong, Honor Blackman, Nigel Green, Nancy Kovack, Gary Raymond, Niall MacGinnis


Trama:
Giasone è inviato alla ricerca del Vello d'Oro dal re della Tessalia Pelia. Quest'ultimo, però, cerca di sabotare la spedizione perché un oracolo ha predetto che ad ucciderlo sarà proprio il giovane eroe, capitano della Argo, e...

Commenti e recensione light:
Gli Argonauti è, ancora oggi e dopo ben sessant'anni, un eccellente gioiello fantastico-mitologico. Al netto della sua semplicità è un film divertentissimo da seguire grazie al ritmo sempre più incalzante, ai suoi momenti di puro trash (senza mai scadere veramente nel ridicolo) ed, ovviamente, ai suoi fantastici mostri. Pensare che questi interagissero così bene con gli attori già allora è impressionante, altro che CGI!
Poco importa se Le Argonautiche originali siano solo una vaga ispirazione (nonostante l’ottima gestione della storia di Ercole) e che Todd Armstrong interpreti un Giasone per nulla tormentato come invece la storia vorrebbe perché, in fondo, rispecchia perfettamente i dettami del peplum all'americana, dove ogni angoscia esistenziale era bandita per non turbare le famiglie.
In questo Don Chaffey, ottimo mestierante, si è dimostrato adattissimo perché perché la corsa è frizzante, divertente ed esotica quanto basta: scegliendo le suggestive le musiche di Bernard Herrmann (che quello stesso anno musicò Gli uccelli di Hitchcock) e la luminosità dei colori Eastman, ha ammantato tutto il film di una grandiosità che non è invecchiata di un giorno.
E poi c'è l'apporto impagabile di Ray Harryhausen! Persino lui considerava questo "il suo miglior film" e, ammirando il suo lavoro, personalmente trovo che abbia ampiamente dimostrato che la magia esiste davvero. Le scene che ha firmato, dallo scontro con le arpie, inquietanti e perfettamente integrate nell’azione, al gigantesco Talos, l'Idra ed, infine, la spaventosa orda di scheletri guerrieri, sono entrate tutte nell'antologia del Miglior Cinema. La scena degli scheletri è così rinomata da essere omaggiata a profusione: così a memoria mi tornano alla mente Guillermo Del Toro, che gli ha praticamente dedicato il suo kaiju movie (prima o poi Pacific Rim ve lo metto ^_^), Sam Raimi, il cui esercito di scheletri ne L'Armata delle Tenebre è quasi identico a 30 anni di distanza, ed ovviamente Don Bluth ed i suoi scheletri risorti dal fuoco in Taron, che devono aver impressionato tantissimo anche quel giovanissimo Burton che, guarda caso, si è poi appassionato di stop motion.
Regista ed attori hanno fatto tutti un lavoro molto più che discreto e se gli incredibili pupazzi animati, frutto del virtuosismo di Harryhausen, rubano la scena, a noi restano comunque ben 100 minuti di divertimento in cui la noia è bandita, 100 minuti di puro ritmo, 100 minuti di un classico la cui aura Cult non si è assolutamente dissipata né, probabilmente, si affievolirà in futuro! :D




A tutti voi, miei cari lettori:

Felice 2023!!

^__^

sabato 24 dicembre 2022

Le 5 leggende



Titolo originale: Rise of the Guardians
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Animazione, Fantastico
Durata: 90'
Regia: Peter Ramsey


Trama:
L'Uomo Nero è tornato e viene ad oscurare, con la sua ombra malefica, i sogni di tutti i bambini. Al Polo Nord, presso il quartier generale di Babbo Natale, dopo tanti secoli di pace i mitici guardiani della fantasia sono colti impreparati ma l'Uomo della Luna arruola nelle loro file il giovane Jack Frost, spensierato e dispettoso Spirito dell'Inverno, e...

Commenti e recensione light:
Nato da un'azzeccatissima intuizione di William Joyce, il ciclo de I Guardiani dell'Infanzia (di cui troverete nella cartella i primi due volumi come mio personale regalo di Natale ^_^) racconta la storia dietro alle storie. Chi sono davvero i personaggi delle fiabe? Si conoscono? Sono amici?
Joyce aveva lavorato con Disney e Pixar, quindi conosceva l'ambiente e non aveva dubbi sul valore della sua opera ed infatti scatenò una bella lotta tra case di produzione. Ne ha vinto i diritti un entusiasta Guillermo del Toro, da sempre affascinato da fiabe e temi mitologici, possibilmente anche un po' dark. Ha cooptato il Pulitzer David Lindsay-Abaire a scrivere, con lo stesso Joyce, la sceneggiatura ed ha convinto entrambi della sua personalissima visione del "fantastico". Se c'è un vero autore di questo film è senza alcun dubbio il nostro genio messicano!
In Le 5 leggende, dedicato ad un pubblico (prevalentemente!) infantile, Guillermo si è trattenuto dagli eccessi horror del Labirinto del Fauno o, semplicemente, di Trollhunters, ma ha comunque permeato tutto il film con una sfumatura un po' più oscura della classica favola buonista di Natale. In effetti il cattivissimo Pitch (diminutivo di Pitch Black, cioè Buio Pesto che, da noi, corrisponde all'Uomo Nero) può fare davvero paura ma sono le sfumature "in ombra" di tutti gli altri personaggi a stupire lo spettatore ed a spingerlo ad immaginarne uno spessore assolutamente inatteso. Un po' inquietante, forse, ma molto più umano!
Lindsay-Abaire e Joyce hanno scritto un'ottima sceneggiatura, cosa rara ultimamente, basandola più sull'impianto epico-avventuroso che sulle facili battutine e sdolcinate citazioni tanto di moda negli ultimi anni. È una sceneggiatura lineare, chiara, ideale per i bambini ma anche ricca di spunti di riflessione adatti a tutte le età.
Lo staff della DreamWork, ovviamente, non ha bisogno di presentazioni ma qui, creando un The Avengers fantasy che si avvicina molto allo stile di Dragon Trainer, si è distinto in modo particolare. L'impianto visivo è spettacolare, con un uso del 3D finalmente adeguato che lascia a bocca aperta e, approfondendo, non posso che ammirare tutti i pregi di questo film: le scenografie studiate nei minimi particolari per riflettere le personalità dei loro abitanti, un'animazione fluida, attiva, in costante movimento (che purtroppo è causa degli screenshots di qualità discutibile) ed una fotografia magnetica che empatizza con il subconscio dello spettatore.
Nella versione originale, infine, il cast vocale con Chris Pine, Alec Baldwin, Hugh Jackman e Jude Law, è di gran lusso. Benché sia doppiato splendidamente, se ne avete la possibilità cercate di godervelo in inglese.
Quasi dimenticavo, questo è il film di esordio alla regia di un allora semisconosciuto Peter Ramsey ma che oggi ha alle spalle una discreta, e molto premiata, filmografia. Anche qui il nostro Guillermo ha fatto centro! ^_^
Le 5 leggende incanta in modo speciale per la forza dei sentimenti che emana, costringendo i più piccoli ad una facile immedesimazione e chi lo è stato tanto tempo fa a riscoprire il bambino che è in sé. È un vero piacere perdersi in questa storia divertente, commovente, edificante e dal sapore universale. :D


BUON NATALE A TUTTI!!! :D
ed un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

giovedì 23 dicembre 2021

Klaus - I segreti del Natale



   

Titolo originale: Klaus
Nazione: Spagna
Anno: 2019
Genere: Animazione, Avventura, Commedia
Durata: 97'
Regia: Sergio Pablos

Trama:

Jasper, il peggior postino dell'Accademia, viene mandato in servizio su un'isola vicina al circolo polare artico, dove i litigiosi abitanti non scrivono lettere. Jesper sta per gettare la spugna quando conosce un solitario falegname di nome Klaus; grazie a questa improbabile amicizia prova a cambiare qualcosa e...

Commenti e recensione:
Benché questo sia il suo debutto alla regia, Sergio Pablos non è uno sconosciuto: è cresciuto nei ranghi degli animatori del Rinascimento Disney ed è, tra le altre cose, l'autore di Cattivissimo me. Suoi sono gli indimenticabili Pippo di In viaggio con Pippo (di cui Japser è quasi certamente un parente) ed Ade di Hercules ma ha dato vita anche a molti side-characters amatissimi, quali Frollo, Tantor in Tarzan ed il Dottor Doppler ne Il pianeta del tesoro.
Anche se c'è tantissima Disney, in questo film Pablos non ha esitato a mettere molto di più ed è divertente scoprire le mille citazioni, alcune palesi ed altre talvolta davvero ben nascoste, che ci ha infilato. La più ovvia è quella a Yojinbo (o alla sua versione western Per un pugno di dollari). ^__^
Tecnicamente Klaus è un gradevolissimo ritorno al passato, con il suo 2D in tecnica mista ed un design dei personaggi variegatissimo ed estremamente, se non esageratamente, caratterizzante: Klaus, Jesper ed Alva sono i più realistici, i Krums e gli Ellingboes hanno forme sproporzionate, arrotondate e caricaturali, ed il popolo dei Sámi (che parla una lingua tutta sua, mai tradotta) ha un aspetto regale e fiero.
Oggi il 2D può apparire un limite tecnico ma leggetelo piuttosto come una scelta precisa che partecipa del messaggio del testo. Certo, pensando a tutti i nuovi cartoon interamente realizzati al computer, fanno quasi tenerezza questi artisti che hanno dovuto disegnare a matita ogni personaggio e, soprattutto, ogni location creando 3160 layut di scena... ma ne è valsa sicuramente la pena! Lo speciale software francese, inventato per l'illuminazione scenica, è solo un'elegante aggiunta tecnologica ad un film realmente frutto di matite e pennelli.
Peccato che questo film, primo lungometraggio animato targato Netflix, non sia praticamente mai passato per le sale perché così non abbiamo un metro di paragone ufficiale ma l'emittente dichiara che circa 30 milioni dei suoi abbonati l'hanno visto e, se fossero andati al cinema, si potrebbe parlare di un vero successo; spiace solo che non abbia vinto il meritatissimo Oscar perché è sicuramente migliore di Toy Story 4.
Pablos ci ha regalato un film di pura magia in cui crea una delle genesi di Babbo Natale più intriganti e sorprendenti della storia del cinema; è una meraviglia per i più piccoli ma, soprattutto, un tuffo al cuore per i più grandi. La verità è che ti aspetti un filmino ed, invece, scopri un gioiello assolutamente imperdibile, da vedere e rivedere mille volte! :D



BUON NATALE A TUTTI!!! :D
ed un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

domenica 7 marzo 2021

I maestri del tempo

 

Titolo originale: Les maîtres du temps
Nazione: FRA
Anno: 1982
Genere: Animazione, Fantascienza
Durata: 75'
Regia: René Laloux
Disegni: Moebius

Trama:
Il piccolo Piel è l'ultimo sopravvissuto sul pianeta deserto Perdide. Grazie al robot Mike riesce a contattare Jaffar, amico del padre ed avventuriero dello spazio, che cambia rotta per cercare di salvarlo ma...

Commenti e recensione:
Lo straordinario successo, sia di critica che di pubblico, de Il pianeta selvaggio, toccò Laloux relativamente poco; benché ne fosse il regista e l'artefice, quasi tutti gli onori andarono al più famoso Topor, artista dalla fortissima personalità, molto noto per il suo lavoro nel collettivo surrealista Panique che, insieme a Jodorowski ed Arrabal, proprio in quegli anni aveva esposto al Grand Palais.
Laloux raccolse ben pochi frutti ma furono abbastanza per convincerlo ad insistere, primo dopo Méliès, a fare fantascienza animata nella terra di Verne e decise di avviare la produzione di ben sei film per la TV, di un'ora ciascuno, ispirati ad altrettanti romanzi di Stefan Wul. Il titanico progetto prevedeva una direzione artistica diversa per ogni film, affidata ai disegnatori di punta della rivoluzionaria rivista Métal Hurlant. Ovviamente, dopo l'entusiasmo iniziale e fatti i debiti conti, si ripiegò su di un unico lungometraggio basato sull'adattamento del romanzo "L'orfano di Perdide" con le magiche illustrazioni di Moebius.
Moebius (al secolo Jean Giraud) aveva già lavorato per il cinema, soprattutto nel progetto Dune di Jodorowski (sempre lui!) ed i disegni che preparò con Giger vennero poi ripresi, benché non accreditati, da Linch. E vi ricordate le auto ed i costumi di Tron? Sono sempre suoi. Per Laloux il grande artista ha sviluppato una varietà di ambienti e personaggi paragonabile solo ai fumetti di Valerian!
I maestri del tempo (orrenda traduzione di "maîtres" che dovrebbe essere, invece, "Signori") ebbe enormi problemi di produzione, soprattutto legati al costo dell'animazione. Per risparmiare si fece tutto in Ungheria, all'epoca molto Oltre Cortina, ed a questo viene data la colpa della discontinuità qualitativa nel film: le scene sul pianeta Perdide, con le splendide foreste e tutta la sua fauna, sono dei veri gioielli mentre quelle nell'astronave, ad esempio, sono rigide e sgraziate. Laloux dovette lavorare come uno schiavo per sistemare al meglio le scene durante il montaggio e giocare tantissimo con la traccia audio per nascondere i difetti più evidenti. In un certo senso, I maestri del tempo si ascolta almeno quanto si guarda perché ogni immagine rimanda ad un suono specificatamente creato per l'occasione. Questa cura per il dettaglio nella creazione di un immaginario così esotico, ed a tratti fiabesco, è la vera firma e la ragione del successo dei lavori di René Laloux.
Les maîtres non è mai stato doppiato in italiano (in realtà, anche la traccia in francese è successiva perché il film fu pensato in inglese, come accade più tardi per molti lavori di Besson) ed è per questo che ve lo propongo solo sottotitolato. Doveva sfruttare il boom dell'universo di Guerre Stellari e limitarsi ad essere un "semplice" sci-fi d'azione, come nel romanzo, ma grazie all'amore di Laloux ed all'arte di Moebius (che qui ricorda spesso di Folon) è diventato poesia, meravigliosamente adatta tanto ai bambini quanto agli adulti.
Da vedere assolutamente! :D 

 

DEDICO QUESTO POST A ReeBee
che ci ha fornito il rarissimo DVD
di cui ho lasciato il link qui sotto.
GRAZIE!!!

 

PS: mi sono permesso di aggiungere, nella cartella, anche il bonus muto del DVD "Les escargots" (Le lumache), sempre diretto da Laloux ma disegnato da Topor; sono certo che lo apprezzerete. ; )


sabato 30 gennaio 2021

Il pianeta selvaggio

 

Titolo originale: La planète sauvage
Nazione: FRA
Anno: 1973
Genere: Animazione, Fantascienza
Durata: 72'
Regia: René Laloux
Disegni: Roland Topor

Trama:
Sul pianeta Ygam vivono i giganteschi Draag ed i minuscoli Oms. Gli oms-domestici sono usati come animali da compagnia mentre gli oms-selvaggi vivono clandestinamente. Allevato dalla figlia del capo dei Draag, l'Om Terr scappa e si unisce ad una comunità di Oms-selvaggi, insegna loro come difendersi dai Draag e...

Commenti e recensione:
Il pianeta selvaggio è, senza nulla togliere a I maestri del tempo e Gandahar, il massimo capolavoro di René Laloux, regista poco noto qui in Italia benché sia uno dei più grandi maestri dell'animazione adulta. Lontanissima, sia per scelta che per necessità (1), dagli standard Disney, è un'opera sì spigolosa ma impressionante, un incubo fantascientifico ad occhi aperti che ipnotizza e cambia per sempre il nostro modo di guardare il mondo e la natura. Realizzato con un'animazione bidimensionale e con ampio uso della stop-motion, predilige (vedi 1) la staticità al dinamismo, con la camera che non penetra mai lo spazio, sempre distante, spesso immobile ed i cui pochi movimenti si limitano a qualche misurata carrellata laterale o zoom. La messa in scena, dunque, è quasi teatrale e straniante e, di conseguenza, anche la regia risulta altrettanto semplice. Attenzione: semplice ma minuziosa e decisamente non banale!
Laloux si avvale della strepitosa colonna sonora del jazzista Alain Goraguer, autore di musiche che fondono il rock progressivo e psichedelico al free jazz, incremementando l'atmosfera allucinata che pervade l'intero film. Un orecchio infantile percepirà, senza pensarci troppo, la bella sincronia con le immagini, l'attinenza di emozioni ben calibrata tra la storia e la musica ma chi ha un minimo di cultura musicale di quegli anni non potrà non ammirare le sonorità che rimandano, tra gli altri, ai Pink Floyd, Alan Parson e Penguin Cafe Orchestra. Giusto per farvi piacere, ho aggiunto l'OST nella cartella. ^_^
Va bene musica e regia ma sappiamo tutti che un film di animazione vive, prevalentemente, di disegni e qui arriva l'artista che ha reso il film un'opera indimenticabile, il gigante del neosurrealismo che animò la scena artistica degli anni '70 europei, Roland Topor. Lo abbiamo già incontrato, in queste pagine, a fianco di Jodorowsky ma anche come coautore dei disegni della Città delle donne di Fellini e, prima o poi, lo rivedremo in Ratataplan di quel Nichetti che gli era così simile. Il suo tratto, la sua assurda poesia e la bellezza della sua arte fanno de Il pianeta selvaggio un capolavoro assoluto dove ogni inquadratura ed ogni scena sono opere d'arte. Grazie a lui il film vinse, nel 73, il Premio Speciale della Giuria di Cannes e si trattò di una vera rivoluzione perché fu il primo film d’animazione (e animazione "povera", per di più!) a vincere un premio che non appartenesse alla propria categoria specifica.
Ottimo film dalle forti suggestioni letterarie, intrigante, diverso e d'autore, senza età, consigliato sia agli amanti del buon cinema che agli appassionati di fantascienza, Il pianeta selvaggio è così carico di significati e di livelli di lettura che, indipendentemente dalla vostra formazione culturale, saprà sicuramente scuotere le vostre emozioni più profonde! :D


giovedì 31 dicembre 2020

Ralph Spaccatutto




Titolo originale: Wreck-it Ralph
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Animazione, Avventura, Fantascienza
Durata: 101'
Regia: Rich Moore

Trama:

Per anni, Ralph ha avuto il ruolo del cattivo in un famoso videogioco. Con una mossa ardita, si lancia in un'avventura all'insegna dell'azione per dimostrare a tutti di essere un autentico eroe ma finisce in Sugar Rush, il gioco dell’esuberante Vanellope von Schweetz, e...   

Commenti e recensione:
Ralph Spaccatutto è il 52° lungometraggio della Pixar Disney, con la raffinata grafica Pixar Disney e la più classica delle storie Pixar Disney. È talmente Pixar Disney che non ci verrebbe mai in mente di considerarlo un film Disney Pixar! Insomma, inutile girarci intorno: Ralf Spaccatutto è, in tutti i modi e per tutte le caratteristiche, uno dei più bei film Pixar, indipendentemente dal logo in apertura. XD
C'è davvero tanto degli studios della Lampada da Tavolo, come la pregevole fattura dei movimenti più meccanici e sincopati che distinguono i personaggi dei vecchi arcade da quelli dei nuovi giochi, o le atmosfere apocalittiche, ad alta definizione, che Ralph incontra subito dopo aver abbandonato la sua palazzina bidimensionale, ma le influenze pixariane non si limitano alla grafica o all'arte visiva perché l'arcade è un microcosmo affine a quelli di Monsters & Co e Toy Story (anche se la ribellione di Ralph lo assimila al Jack di Nightmare Before Christmas). Ai temi politically correct tanto cari alla Disney (il riscatto del cattivo buono rispetto alla condanna senz'appello del cattivo cattivo) si mescola quell'ironia leggera ed a tratti dissacrante di stampo Pixar a cui perfettamente si innesta lo "stile Moore", magnifico regista che ha diretto così tanti episodi de I Simpson e Futurama. A lui dobbiamo una serie di scene indimenticabili come la riunione dei "Bad Anon" ovvero dei "Cattivi Anonimi" (tra cui uno dei fantasmini di Pac Man, Zangief di Street Fighter, Satine di Diablo) o l'improbabile amore tra Felix ed il sergente "trucida scarafoidi" Calhoun, il cui matrimonio precedente ricorda tanto quello di Beatrix Kiddo in Kill Bill. È proprio la commistione di stili il vero valore aggiunto di questo Disney, che è quanto di più diverso ci possa essere da un "Classico" ma è certamente un film riuscitissimo.
Ralph Spaccatutto poteva facilmente diventare un simpatico zibaldone di citazioni e riferimenti nerdofili, con un bel po' di azione e di personaggi buffi e, in realtà, a me sarebbe anche bastato. Rich Moore però (e forse anche la Disney ma non ci scommetterei) ha voluto offrirci di più: un film che ha un cuore pulsante, artistico ed umano. La sceneggiatura, pur affrontando temi profondi quali la solitudine, la manipolazione del prossimo, l’accettazione del diverso ed il libero arbitrio come solo i cartoon riescono a fare, non ha una singola sbavatura e non abusa mai del videogioco per "vincere facile". Con la sua girandola di divertimento ed emozioni che fa scorrere velocissimo il film, oltre a divertire tantissimo il pubblico il più variegato possibile riesce persino a commuoverlo a più riprese, soprattutto nel finale con la sua morale tutt'altro che scontata. Consigliatissimo a tutti, grandi e piccoli, nessuno escluso! :D




Anche quest'anno è passato
ed i prossimo, senza troppa fatica,
dovrebbe riuscire ad essere migliore.

Felice 2021!!
^__^

mercoledì 9 dicembre 2020

Pagemaster - L'avventura meravigliosa




Titolo originale: The Pagemaster
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Fantastico, Animazione, Avventura
Durata: 75'
Regia: Joe Johnston, Pixote Hunt
Cast: Macaulay Culkin, Christopher Lloyd, Mel Harris

Trama:
Il timido Richard Tyler trova riparo dal temporale in una biblioteca e vi si risveglia sotto forma di cartone animato. Vuole tornare alla normalità ma anche con l'aiuto di tre libri dall'aspetto umano dovrà darsi molto da fare e...  

Commenti e recensione:
Negli anni ’90 Pagemaster riprende, quasi fuori tempo massimo, il filone fantastico ed avventuroso con piccoli eroi che era stato gettonatissimo nel decennio precedente. In realtà si scoprirà, negli anni a venire, che il genere ha ancora una certa vitalità e che dovrebbe sopravvivere... almeno finché i bambini continueranno a crescere. ^_^
Per questo film Johnston sfrutta uno dei filoni base del genere: la fuga nella lettura; anche Bastian ne La Storia Infinita si rifugiava, al chiuso e ben lontano dalle grinfie dei bulli, con un libro pronto a regalargli un’esperienza straordinaria. Ritengo che questo topos nasca dall'associazione della lettura delle fiabe prima di andare a dormire, da parte dei genitori o, più avanti, dai bambini stessi, a letto e magari con una torcia elettrica, con la fantasia pre-onirica che si scatena. [Piccola parentesi intellettualoide] Le fiabe stesse, dopotutto, non nascono come semplici racconti per bambini ma come narrazioni simboliche per descrivere il percorso iniziatico verso la conoscenza e proprio la fantasia liberata, e poi controllata, è una delle strade che fa crescere e matura. [Fine parentesi intellettualoide]
Nel suo film successivo, quel Jumanji che già vi ho proposto anni fa, lo strumento per l'evasione dalla realtà e, contemporaneamente, di riflessione e crescita, sarà un gioco da tavolo ma il processo logico alla base della storia è identico. Non è una banale ripetizione, è che questi -distacco, iniziazione, crescita e ritorno- sono i percorsi formativi fin dall'età della pietra; non serve approfondire né la trama né i personaggi perché sono solo tappe e maschere di una storia antica e già nota al destinatario del messaggio.
Perché dico tutto questo? Perché chi ha criticato la mancanza di spessore di Pagemaster e del suo povero protagonista e la superficialità della storia (e sono stati in tanti, credetemi) si è evidentemente scordato le regole base della favolistica e, soprattutto, le motivazioni che le hanno generate: le strutture mentali infantili stesse. Johnston, invece, queste regole le conosce molto bene, come la ripetizione degli schemi ed il tripartitismo delle storie, e le sfrutta scientemente. Ecco quindi i tre accompagnatori, Horror, Avventura e Fantasy, così simili, non a caso!, ai tre spiriti de Il Canto di Natale. Ognuno farà da cicerone in una macroarea del mondo letterario, ed ognuno regalerà a Richard un punto di vista nuovo. Chi non ha capito niente del film ritiene che il messaggio sia un'incitazione a leggere (analisi ovviamente sbagliata perché l'assurda cultura di Richard, in un periodo pre-internet, poteva venire solo da una sua già esistente passione per i libri) mentre è invece un invito a "fare cose mai fatte per diventare le persone che non si è mai state".
Dopo aver speso 27 milioni di dollari, Pagemaster ne incassò nelle sale appena 13 e Macaulay si beccò una candidatura al Razzie Award come peggior attore eppure, paradossalmente, in VHS ebbe un successo incredibile! Questo perché l'home video, che non richiedeva alcun aiuto da parte degli adulti (anzi, se ben ricordo erano ibranatissimi) era il mezzo privilegiato di tutti i bambini, unici e veri destinatari del film. Ed infatti, benché siano passati molti anni, quegli ex bambini ricordano ancora oggi con affetto questo film e lo rivedono sempre con grande piacere (malgrado Mr Hyde tormenti ancora i loro incubi). Non importa che i disegni siano di una qualità inferiore a quelli coevi della Disney o di Don Bluch, non importa che la trama sia superficiale e sconclusionata, non importa che la bicicletta di Richard sembri una versione tarocca delle moto di CHiPs o che a Christopher Lloyd tocchi un ruolo che, nella vita reale, gli costerebbe una denuncia per abusi, conta solo che, al termine delle avventure visionarie e fantastiche, ci si senta cresciuti, più maturi, piccoli adulti idealizzati, esattamente come ci succedeva dopo aver letto, prima di dormire, le pagine del Gatto con gli stivali o di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Se siete tra questi ex bambini ed avete consumato irrimediabilmente la vostra videocassetta, sapete già cosa fare. Se siete tra quelli che hanno criticato questo film perché non lo capiste, forse può interessarvi un nuovo approccio. Se invece siete semplicemente dei bambini diversamente grandi, allora siete ancora abbastanza infantili da apprezzare e godere di questo piccolo e bistrattato cult! :D 

 

domenica 8 novembre 2020

Mary e il fiore della strega


Titolo originale: Meari to Majo no Hana (メアリと魔女の花)
Nazione: JAP
Anno: 2017
Genere: Animazione, Fantastico
Durata: 102'
Regia: Hiromasa Yonebayashi

Trama:
Mary va a trascorre le vacanze nella casa di campagna della prozia Charlotte e si annoia. Nei boschi vicini trova un magico fiore ed una scopa volante, grazie ai quali approda al rinomato Endors College, università per streghe nascosta tra le nuvole, e...  

Commenti e recensione:
Lo studio Ponoc, fondato da Hiromasa Yonebayashi, è nato come un rifugio per gli esuli della Ghibli, costretti alle dimissioni dopo i fiaschi al botteghino nipponico di quel gioiello che fu La Principessa Splendente di Takahata e di Quando c'era Marnie, proprio di Yonebayashi. Mary e il fiore della strega è il primo film uscito da quelle mura ed è, come era ovvio visti i componenti del team (gente tipo Kazuo Oga e Yoji Takeshige, ovvero il top del top!), di un livello tecnico altissimo; il soggetto poi, preso da un delizioso libro della Mary Stewart, rispecchia perfettamente le tradizioni ghiblesche. C'è tantissimo Ghibli in questo film, del resto Yonebayashi ha lavorato a La città incantata ed Il castello errante di Howl, ha diretto Arrietty e Marnie e, dopo la scomparsa di Yoshifumi Kondō, a suo tempo lo si era indicato come un possibile erede di Miyazaki. I richiami alle tecniche, alle atmosfere ed allo stile del Maestro sono evidenti al punto che appare chiaro l'intento di non voler assolutamente attuare un "divorzio" da quel modello. Sfondi, inquadrature, character design, colori e musiche, tutto parla un linguaggio troppo noto per non presumere che l'idea sia quella di suggerire allo spettatore di trovarsi di fronte ad un nuovo film Ghibli.
Qual'è, dunque, il problema di Mary? Semplicemente manca Miyazaki: ne manca l'inarrivabile poesia e la capacità tutta sua di inserire, talvolta in dettagli secondarissimi, quella scintilla di amore e dolcezza che lo caratterizza. È accaduto anche per alcuni film della Ghibli, come Arietty o Terramare, solo che da questo, proprio perché segno di una ripartenza, ci si aspettava di più.
Forse un po' troppo di più, perché anche se siamo ancora ben lontani dal perfetto connubio tra stile e narrazione, tra forma e sostanza, che ha garantito a certe produzioni l'egida di capolavori, Mary e il fiore della strega il suo degno lavoro lo fa egregiamente. Yonebayashi non è Miyazaki? Bella forza, e chi lo è? Non potendo competere col Maestro, riduce il suo target di riferimento prevalentemente ai bambini e, a loro, sa davvero parlare. Il suo film ha meno sfaccettature, anche per esigenze di tempo, e si limita a narrare la storia ma la racconta bene ed in modo coinvolgente. Se è inevitabile compararlo ad un Ghibli (anche perché le musiche di Takatsugu Muramatsu che fanno davvero il verso a quelle di Jo Hisaishi) almeno non paragoniamolo ad un Miyazaki Senior! Rispetto ad un Goro, ma anche un Kondō o un Hiroyuki Morita, questo film regge assolutamente il confronto e, in realtà, segna anche molti punti.
Sicuramente perfetto per i bambini, Mary e il fiore della strega può piacere, sia per la bellezza tecnica che per la storia, anche agli adulti "diversamente giovani", come me e come molti di voi.
Da rivedere e rivalutare! :D

martedì 6 ottobre 2020

Frankenweenie


Titolo originale: Frankenweenie
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Animazione, Commedia, Horror, Fantascienza
Durata: 87'
Regia: Tim Burton

Trama:
Dopo la morte del suo amato cane Sparky, investito da una macchina, il giovane Victor sfrutta il potere della scienza per riportarlo alla vita. Victor cerca di tenere nascosta la sua creazione ma lo Sparky redivivo viene scoperto con terrore dai vicini di casa e...  

Commenti e recensione:
Correva l'anno 1984 e l'allora ventiseienne Timothy William Burton consegnava alla Disney il suo secondo cortometraggio intitolato Frankenweenie (letteralmente Franken-sfigato). Il regista fin dall'inizio aveva pensato di sviluppare questa storia in un lungometraggio in stop-motion ma problemi legati al budget lo costrinsero ad adattarsi ad una più pratica live action. Bisogna ammettere che ci provò davvero! Mise in campo un cast eccezionale, da Daniel Stern a Shelley Duvall, richiamando l'acclamatissimo Barret Oliver, reduce da La storia infinita, e scovando addirittura una giovanissima Sofia Coppola. Quando ne terminò la lavorazione, la Disney, dando prova di un acutissimo senso per gli affari, lo accusò di aver sprecato le risorse della compagnia con una pellicola che non sarebbe mai stata adatta ad un pubblico di bambini e lo licenziò. Poco meno di trent'anni dopo Tim Burton, richiamto da una Disney con la coda tra le gambe, è finalmente riuscito a realizzare il suo vecchio progetto, riportando in vita tutti i personaggi nel film d'animazione stop-motion che tanto sognava ed integrando la storia originale con nuovi passaggi e sfumature. Il fatto di aver potuto disporre di un’ora e mezza di tempo (nonché di un sacco di soldi!) gli ha permesso di realizzare un vero capolavoro perché l’iniziale tenerezza si è fusa con la maturità acquisita negli anni da un Burton sempre e comunque nostalgico.
Frankenweenie è il film più burtoniano di sempre. Col suo magico mix di bianco e nero e 3D, antico e modernissimo, è un film che, nella sua semplicità, mette in discussione tutto e tutti, adulti e bambini inclusi ma, soprattutto, il regista stesso che, per l’occasione, si apre come forse mai prima d'ora. A chi non conoscesse Burton basterà vedere solo questo per comprenderlo: è tutto qui, in novanta minuti. Perché Frankenweenie è palesemente un'opera d'amore: amore per gli amici perduti, per un'infanzia ricca di sogni e visioni (magari macabri, sì, ma ognuno ha i suoi), per il suo simpaticissimo bull terrier e per un padre ed una madre amorevoli e comprensivi nei confronti di un figlio tanto strano. Dopo pochissimo ci si dimentica che stiamo guardando dei pupazzi minuscoli, mossi con certosina pazienza e dedizione da appassionati artigiani, e che il film è, per di più, in bianco e nero. Non è la qualità assoluta dell'animazione, è proprio il nostro cuore a dipingere il grigio di tutte le sfumature dell'arcobaleno. È quella splendida magia che era mancata nella prima versione live, come Burton ben sapeva, e che adesso la Disney si è finalmente decisa a concedere al suo straordinario figliol prodigo.
Questa è senz’altro una delle più accattivanti favole contemporanee; sognante e deliziosa come poche altre hanno saputo essere, merita di essere vista, rivista e ri-rivista ancora! :D

domenica 2 agosto 2020

Atlantis - L'impero perduto


Titolo originale: Atlantis: The Lost Empire
Nazione: USA
Anno: 2001
Genere: Animazione, Avventura
Durata: 95'
Regia: Gary Trousdale, Kirk Wise

Trama:
Milo Thatch, cartografo e linguista, sogna di portare a termine il sogno del nonno, famoso esploratore: ritrovare la mitica Atlantide. In possesso di una mappa, Milo decide di unirsi alla spedizione del capitano Rourke e parte alla ricerca dell'isola scomparsa ma...

Commenti e recensione:
Nel 2001, frutto del lavoro di due grandi come Trousdale e Wise, reduci dai successi de La bella e la bestia e Il gobbo di Notre Dame, uscì il secondo grande flop della Disney: Atlantis - L'impero perduto. Fu un disastro così totale che, come la povera Ailin di Taron, la bellissima Kida è diventata "l'altra principessa dimenticata" e, ancora oggi, non la troverete in nessun raduno della Casa del Topo, definitivamente cancellata dalla memoria storica. Peccato perché di "contenuto umano" da mostrare ne avrebbe avuto davvero tanto! ç_ç
Ma Atlantis era davvero così brutto?
Ovviamente no! Era solo l'ennesimo coraggioso esperimento, fortemente osteggiato da una grossa fetta della Disney, di puntare ad un pubblico meno infantile e più avventuroso. Se è stato prodotto è solo perché l'idea di Atlantide solleticava i manager che già intravedevano una nuova attrazione nelle Adventurelands dei loro parchi giochi.
Trousdale e Wise ce la misero davvero tutta, dallo staff tecnico (questo è uno dei pochissimi Disney girato in 70mm anamorfico ed il primo ad usare così tanta GCI) a quello prettamente creativo. Ispirandosi a grandi come Kurosawa e Spielberg per i movimenti di camera e le scene di azione, hanno anche cooptato Mike Mignola (suoi sono i tratti spigolosi e meno morbidi rispetto ai Classici) e persino Mark Okrand, mitico linguista inventore del Klingon (nonché gran visir di milioni di nerd) per l'atlantideo. Proprio perché pensato per un pubblico più maturo, esattamente come fu per Taron anche qui non ci sono canzoncine ma "solo" una colonna sonora di accompagnamento, peraltro affidata a James Newton Howard, il quale approcciò il progetto come un film in live-action e decise di utilizzare differenti sonorità per il mondo moderno di superficie e per quello sommerso ed antico di Atlantide, dando vita a quello che è, a mio avviso, il suo lavoro migliore.
Gli seneggiatori pescarono a piene mani nel meglio del meglio dell'avventura di Verne, da 20.000 leghe sotto i mari a Viaggio al centro della Terra nonché (ma non lo ammetteranno mai!^_^) ai lavori di Miyazaki e Hanno: Laputa e Nadia - Il mistero della pietra azzurra. Certo Il fantozziano Milo è una copia sputata di Jean e le principesse atlantidee sono chiaramente imparentate. Indiana Jones ha regalato il bel personaggio della fatale Helga Katrina Sinclair, coscia lunga e spacco alla Jessica Rabbit, palesemente ricalcato sull'Elsa Schneider de L'Ultima Crociata, ma il prodotto finale è, onestamente e nei limiti della Disney, originale. Non fosse uscito subito dopo Shrek, che tra l'altro segnò la fine dell'animazione da amanuensi, forse avrebbe avuto qualche possibilità in più perché, paradossalmente, si rivolgeva quasi allo stesso pubblico. Aveva anche lo stesso tipo di umorismo, spesso al limite di quello da caserma e con gag molto azzeccate. Aveva, in più, sfumature decisamente postadolescenziali (quanti altri film Disney conoscete in cui, dopo neanche mezz’ora, si contano più di 160 morti di morte violenta?) e addirittura adulte come il chiaro messaggio anti-imperialista/anti-colonialista e quello, mai troppo ribadito, del rispetto ambientale.
Poi, come al solito, la Disney sbagliò tutto il lancio del film mancando totalmente il target di riferimento.
Presentato come "per bambini" fece un tale tonfo (86 milioni di utili che, nel loro linguaggio, significa fiasco) da spingere il presidente Shumacher a dichiarare: Ci era sembrata una buona idea allontanarsi, per una volta, dalla solita struttura da fiaba ma abbiamo mancato il bersaglio. Questo mise la pietra tombale su tutto il progetto e quindi: addio serie TV, ambientazioni Adventureland, merchandising e sequel (che comunque comparve nel 2003 assemblando i primi episodi TV già quasi pronti).
Circa otto anni dopo arrivò James Cameron, ripresentò la stessa storia con le stesse dinamiche, questa volta in chiave fantascienza live action e 3D, la distribuì per il target giusto e con Avatar diventò ricchissimo. Miracoli di Hollywood.
Atlantis - L'impero perduto non è un capolavoro ma decisamente non è da buttare via, anzi!, basta non fare i confronti col Re Leone o Cenerentola e goderlo per l'avventura e la creatività di cui è ricchissimo! :D

sabato 23 maggio 2020

Epic - Il mondo segreto


Titolo originale: Epic
Nazione: USA
Anno: 2013
Genere: Animazione, Fantasy, Avventura
Durata: 86'
Regia: Chris Wedge

Trama:
Mary Katherine, diciassettenne, torna alla casa d'infanzia per ricucire i legami con un padre da sempre perso nell'ossessione del minuscolo popolo. Dapprima scettica nei confronti delle teorie paterne, la risoluta ragazza si dovrà ricredere quando, per un magico incontro...

Commenti e recensione:
Epic ha una trama classica; per quanto raccolga nuclei tematici importanti, non risulta avere nulla di originale. Né ha necessità di farlo, approfittando invece di presentare un amalgama di storie già viste, come è giusto che sia per una bella favola. L’umano catapultato in una civiltà in miniatura come in Arthur e il popolo dei Minimei di Besson, l’esaltazione di una natura pigmentata in Avatar di Cameron, il tema dell’ecologia in Ferngully di Kroyer, per non parlare dei mille altri rimandi che vanno da La Storia Infinita ad Alice a Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi (quest’ultimo citato, esplicitamente, nella scena del gatto gigantesco che rincorre la sua preda umana, disorientata dalle mutate proporzioni ma, per i puristi, anche Radiazioni BX: distruzione uomo di Jack Arnold ^_^) non sono solo citazioni (o peggio: plagi) quanto l'utilizzo di stereotipi e topoi della favolistica. Epic è il ritorno alla vecchia e cara fiaba d'avventura, ambientata non in mondi paralleli o spazi intertemporali ma in luoghi semplici, quotidiani e vicini, come i nostri giardini o gli alberi di una foresta incontaminata.
Epic, come ci avvisa il titolo, punta anche al grandioso e lo fa con una spettacolarità ricercata soprattutto dal punto di vista tecnico. Wedge cura ogni dettaglio (e lo amplifica attraverso un ambizioso, ma non per forza necessario, uso del 3D) creando ambientazioni sorprendenti in immensi scenari dai colori vivi e luci espressive. Un lavoro davvero titanico, considerando che ogni scena è ricca di personaggi ed infiniti particolari. L’aspetto artistico del film è davvero impeccabile e dimostra che la Blue Sky sa osare ed osa! È infatti nelle parti prettamente action, dall’incipit tra gli alberi (che ricorda il Tarzan disneyano) alle evoluzioni coi rapidissini colibrì, quasi un omaggio alla celebre sequenza dell’inseguimento con gli speeder de Il ritorno dello Jedi, che il film da il suo massimo.
La sceneggiatura è, come ho detto, limitata all'essenziale ma decisamente non da buttare via, con una struttura narrativa sicura e collaudata in cui si inseriscono (superficialmente) temi come l'armonia familiare, la capacità di sognare, la voglia di ribellione e la necessità della crescita e dell'assunzione di responsabilità. D'altronde, alle spalle c'è quel gigante di William Joyce (quello vivo, non l'altro XD), autore di splendidi romanzi per l'infanzia ed ottimo disegnatore. L’epica lotta tra le forze del bene e del male, per conquistare il dominio di mondi fatati, è un tema ricorrente del genere fantasy e Joyce l'ha sapientemente condito, senza esagerare, degli elementi tipici del romanzo di formazione, fiabesco e d’avventura, passando dal comico al drammatico al favoloso con grande fluidità. E poi ci sono le splendide musiche di Danny Elfman, perfetto commento sonoro ad eventi e sentimenti messi in scena.
Epic è stato molto sottovalutato, soprattutto da chi si aspettava da Chris Wedge qualcosa di paragonabile all'Era Glaciale, invece è un film perfetto per il suo target: i bambini. Se ne avete, o se siete "diversamente giovani" voi stessi, preparatevi a godere di un'ora e mezza di spettacolo davvero ben fatto, professionale ed affascinante! :D

sabato 25 aprile 2020

La collina dei conigli


Titolo originale: Watership Down
Nazione: UK
Anno: 1978
Genere: Animazione, Drammatico
Durata: 92'
Regia: Martin Rosen

Trama:
Quintilio, un coniglio che ha il dono di presagire i pericoli incombenti, induce alla fugga dalla colonia natia un drappello di simili che gli credono. Mentre il gruppo viaggia verso la collina della libertà, soccorre il giovane e petulante gabbiano Kehaar che diventerà un loro efficiente alleato, soprattutto quando verranno minacciati da una colonia lager, e...

Commenti e recensione:
Splendidamente tratto dal libro di Rchard Adams (che trovate nella cartella) questo film di Martin Rose è, giustamente, considerato il capolavoro dell'animazione britannica. È bene notare, tuttavia, che la principale differenza fra la scuola americana e quella inglese è che la prima vuole venderti giocattoli, la seconda psicofarmaci.
Ci ho messo anni anche solo per osar rivedere questo titolo che, da bambino, traumatizzo me, mio fratello ed i miei genitori. Poverini questi ultimi, incautamente abbindolati dal grazioso gruppo di teneri coniglietti, i delicati disegni ad acquarello ed il fatto che fosse un cartone (cartone animato = roba per bambini, garanzia totale!); credevano di mostrarci un filmetto adatto ai più piccoli ed hanno passato anni temendo che diventassimo serial killers. Accidenti, c'era pure la colonna sonora di Grafunkel, cosa poteva andare storto?
Dopo nemmeno sette minuti, il minimo necessario per farti abbassare la guardia, Quintilio ha la visione di una collina che gronda sangue. Da qui segue una coniglietta del gruppo che viene portata via da un rapace in un secondo, così. Un attimo prima c’è, quello dopo è rimasto solo un ciuffo di peli. Non parliamo della scena dei conigli gassati, dopo la quale ogni film sull’Olocausto è tutta discesa. Moltissime sono le tematiche in comune con il successivo (e sempre britannico) Le avventure del bosco piccolo che, forse, alcuni di voi ricorderanno... fosse solo per il prestigioso record di morti/minuto, detenuto fino all’arrivo del Trono di Spade. Anche ne La collina dei conigli la caducità della vita di questi poveri animali dinanzi al pericolo è uno dei temi portanti ma, colpo di scena, qui c'è sangue vero e la sofferenza degli animaletti è fin troppo realistica per un film per bambini. Il trucco? NON È UN FILM PER BAMBINI! Perché se è vero che tutta la favolistica è piena di queste tematiche, racconti estremamente truculenti pieni di cannibalismo, avvelenamenti, omicidi su commissione e genitori orribili, La Collina dei Conigli ne enfatizza ogni dettaglio.
È solo una volta capito che questo film è destinato ESCLUSIVAMENTE agli adulti che se ne coglie la vera bellezza. Ne La collina dei conigli c’è davvero molto più della violenza e della dura legge del più forte che vige in natura perché, alla fine, emerge il senso di speranza: l’idea che anche la più piccola, e proverbialmente timorosa, creatura del regno animale possa attuare grandi imprese di coraggio ed astuzia fino ad essere capace di cambiare il proprio destino. La pelle che si piega sotto l’artiglio prima di cedere, la bocca sbavante, il fianco squarciato, le fauci piene di sangue del cane, l’occhio allucinato del coniglio che sta morendo soffocato non sono un "gore" per infanti ma gli strumenti necessari per mostrare la società sbagliata, crudele ed egoista che l'autore, in felice compagnia di Bradbury, Orwell, Dick e tutto quel filone artistico del distopico, temeva stessimo per scegliere. Adams optò per la natura, nel bene e nel male, da contrapporre all'invasione - che qui vediamo anche passiva, con le trappole nei campi ed i cani da guardia - del genere umano. Rosen accoglie le sue tesi (e lo rifarà con I cani della peste nell'82) e le avvolge nella spettacolare bellezza dei fondali, nel dettaglio quasi scientifico della gran varietà di piante dell’ambientazione (paiono uscite da un almanacco di illustrazioni botaniche) e nella caratterizzazione espressiva dei suoi personaggi. Il risultato è un film crudo e violento ma anche, sempre che si sia abbastanza adulti, bellissimo e profondissimo, ricco di richiami e citazioni (tutta la prima parte è palesemente ripresa dalla Bibbia) e di una, stavo per dire umanità ma Adams avrebbe preferito "animalità", che davvero di rado si ha l'opportunità di ammirare.
Mandate a letti i bambini, preparatevi ad un film forte e godetevi questo assoluto capolavoro del Cinema! :D

 ATTENZIONE!!! ASSOLUTAMENTE NON E' UN FILM PER BAMBINI!



Dedicato a francofatati
per il suo ottimo gusto e tutta la sua pazienza.
(dopotutto ha aspettato solo da gennaio 2016)
^__^

giovedì 6 febbraio 2020

Ethel & Ernest


Titolo originale: Ethel & Ernest
Nazione: UK
Anno: 2016
Genere: Drammatico, Animazione, Slice of life
Durata: 94'
Regia: Roger Mainwood
Soggetto: Raymond Briggs

Trama:
Ethel è una cameriera che aspira a migliorare la sua condizione quando si innamora del lattaio Ernest e lo sposa, mettendo poi alla luce il piccolo Raymond. I tre vivono nella Londra degli anni Quaranta nel periodo in cui i bombardamenti tedeschi seminano il terrore in città. Mentre Raymond viene mandato al sicuro in campagna, Ethel ed Ernest cercano nella vita di tutti i giorni di fare fronte alla guerra e...

Commenti e recensione:
Ethel & Ernest è un film definito "drammatico" ma questo è vero solo nel senso più antico del termine, quando stava ad indicare genericamente "storia" (ed infatti, i tre generi classici -tragedia, commedia e satira- erano tutti sottogruppi del drama). Non c'è "drammaticità" in senso moderno (e sicuramente non c'è "tragedia"!) in questo splendido capolavoro, solo le piccole e grandi cose della vita; ed è proprio per sottolineare questo concetto che preferisco usare il più nuovo termine Slice of life, magari già presente fin dall'Ottocento ma noto, alla nostra generazione, per l'uso raffinato e spesso poetico che ne hanno fatto gli autori giapponesi, con le loro tenui storie di normalità. Storie di vita quotidiana, come ce ne sono a milioni. (Stra)ordinarie.
Raymond Briggs ha confezionato un’opera intima e preziosa che ha giustamente scalato tutti i vertici editoriali britannici e, grazie alla bravura di Roger Mainwood che l'ha traslata su pellicola, ne ha fatto un film strabiliante che tocca nel profondo per la sua purezza, sincerità e dolcezza solo narrando di due persone meravigliosamente ordinarie, i suoi genitori. Londra è guardata dalla finestra di una casa in periferia, l’occhio non si sposta mai per un secondo dal microcosmo familiare, l’affiatamento ed il legame sono illustrati e narrati con emozione ed è molto toccante osservare come la vita sociale e politica di una generazione che ha vissuto tutto il novecento venga assorbita e commentata da una coppia che, dopo anni di matrimonio e amore, sa ancora stupirsi ed apprezzare ogni piccolo gesto. Di Raymond Briggs, e della sua deliziosa grafica dal tratto eloquente ed i colori che rendono perfettamente i toni agrodolci della narrazione, ricorderete forse il bellissimo Quando soffia il vento, animato da Murakami nell'86. Come quello, anche Ethel & Ernest è per un pubblico adulto ma è sempre toccante e straordinario al contempo. Le piccole e grandi preoccupazioni e gioie sbocciano su un fertile supporto di linee e colori, di suggestioni che scaturiscono da un tratto sfocato, da un contorno appena abbozzato. Della rispettosa messa in scena dell’opera di Briggs (uno sforzo artistico ed economico che lascerà un segno nella storia dell’animazione inglese) resteranno senza dubbio i fondali accurati e minuziosi, i colori pastello, questa sorta di solare e vivace realismo da illustratore/paesaggista, ma anche i tratti tremolanti che catturano la vecchiaia malandata di Ethel e di Ernest, quella velata, pudica e pietosa trasparenza che suggerisce il dolore e la morte senza enfatiche sottolineature, in un contrasto grafico/estetico commovente, straziante ed illuminante. Ancora una volta, l’animazione di qualità si dimostra uno straordinario strumento di rappresentazione, idealmente privo di limiti e confini.
Ethel & Ernest è un inno alla tenerezza, arte viva, pura e, senza ombra di dubbio, una vera magia per gli occhi ed il cuore; da vedere assolutamente! :D

mercoledì 1 gennaio 2020

Avatar - la leggenda di Aang




Titolo originale: Avatar: The Last Airbender
Nazione: USA
Anno: 2005
Genere: Animazione, Avventura, Fantastico
Durata: 24' x 61 episodi
Regia: Giancarlo Volpe, Lauren MacMullan, Dave Filoni
Sceneggiatura: Aaron Ehasz, Michael Dante DiMartino, John O'Bryan, Bryan Konietzko

Trama:
Aria, Acqua, Terra e Fuoco sono quattro nazioni legate dal destino ma l'esercito del fuoco ha brutalmente invaso gli altri e, dopo un secolo, quasi non vi è speranza di vedere cambiare il corso di questa distruzione. Solo l'Avatar, dominatore di tutti e quattro gli elementi, è in grado di riportare l'ordine ma il giovanissimo Aang dovrà imparare tanto per meritare questo titolo e...

Commenti e recensione:
Nel 2005 la Nickelodeon distribuì il risultato del mastodontico lavoro di Dante DiMartino e Konietzko e lasciò il mondo senza fiato! Era mai possibile creare una serie animata, ufficialmente "per ragazzi" ma da subito apprezzata da un pubblico vastissimo, così riuscita da essere, ancora oggi, ai primissimi posti in tutte le classifiche? E non sto parlando solo di animazione, intendo davvero "tutte" le serie TV, comprese quelle blockbuster di questi ultimi anni? Sì, perché la fantastica coppia, rapidamente coadiuvata da Aaron Ehasz, ha capito che, per fare davvero un'opera valida, era indispensabile costruire un intero mondo, esattamente come fece Tolkien.
Avatar attinge intensamente dall’arte e dalla mitologia asiatica per creare il proprio universo immaginario. Escludendo lo stile grafico del cartone, che si ispira esplicitamente alle opere di Miyazaki e della Gainax (scatenando così l'interminabile disputa sul fatto che questo sia un cartoon o un anime), la serie agglomera filosofie, religioni, miti, costumi, tradizioni e arti marziali asiatiche. Tutte le sue influenze culturali più esplicite (a parte qualche azzeccatissima strizzatina d'occhio al XX secolo occidentale) riguardano l’arte e la storia dell'oriente, dall’Induismo al Taoismo al Buddhismo ed allo Yoga in una miscela potenzialmente insostenibile ma che dà vita ad un universo coerente e vitale, grazie anche ad una bellissima e mai invasiva colonna sonora.
Ognuna delle nazioni (e qui il termine è molto preciso perché parliamo di popoli rigidamente separati) del mondo di Avatar contiene al suo interno elementi culturali di Stati asiatici diversi e specifici: la Nazione del Fuoco rispecchia maggiormente i giapponesi, il Regno della Terra (vasto e più variegato al suo interno) i cinesi della dinastia Qing, i Nomadi dell’Aria sono chiaramente tibetani mentre le Tribù dell’Acqua si rifanno al popolo Inuit. Anche gli stili di combattimento, le tecniche e le armi di lotta sono diversificate e basate sulle antiche arti marziali e ad ognuno dei domini corrisponde un determinato stile del mondo reale: il Tai Chi per il Dominio dell’acqua, lo stile Hung Gar per il Dominio della terra, lo stile Shaolin della Cina settentrionale per il Dominio del fuoco e lo stile Ba Gua Zhang per quello dell’aria. Per alcuni soggetti principali, addirittura, sono state individuate tecniche più specifiche, che meglio si adattavano alle caratteristiche del personaggio, come lo stile Chu Gar della Mantide Religiosa del Sud, che utilizza un particolare movimento dei piedi e viene utilizzato da Toph Bei Fong per compensare la sua cecità e la contraddistingue con un Dominio della Terra unico, mentre lo stile Shequan (o "pugilato del serpente") è proprio dalla principessa Azula. Questa cura per i particolari marziali ha generato alcuni tra i più bei combattimenti della storia del cinema, anche qui non solo di animazione!
Già queste prime righe basterebbero a giustificare l'importanza de La Leggenda di Aang ma il vero valore dell'opera è nella precisione con cui vengono delineati tutti i personaggi, dai più importanti, ovviamente, fino alle comparse. Di ognuno scopriamo la storia e, soprattutto per i principali, vediamo lo sviluppo e la maturazione di episodio in episodio. Più del semplice spostamento fisico da una località all'altra, quello del viaggio, inteso soprattutto come crescita interiore, è uno dei temi portanti del cartoon. La maggior parte dei personaggi è costituita da adolescenti, con un'età compresa tra i dodici ed i sedici anni e questo comporta una tempesta emotiva che la serie riesce a rappresentare con grande cura, presentandoci un campionario di sentimenti estremamente vario e realistico: ci sono coraggio, timore, senso di inadeguatezza, egoismo, amore, amicizia, orgoglio, la dicotomia tra un'inaspettata maturità e la prevedibile puerilità, tutte sensazioni che coinvolgono sia i protagonisti che gli antagonisti, non meno complessi ed affascinanti. Sì, indubbiamente i personaggi sono il punto di forza di Avatar: ognuno di essi possiede personalità e motivazioni uniche e ben costruite, talmente convincenti ed accattivanti da rendere impossibile odiare anche solo uno di essi, fosse pure il più crudele e spietato dei villain. Gli stereotipi comportamentali, per quanto presenti, sono utilizzati con criterio, in contesti che li rendono plausibili e sopportabili, senza che questo comporti il rinunciare ad una buona dose di originalità. Nel corso dei sessantuno episodi il gruppo di eroi entrerà a contatto con numerose figure molto eterogenee, traendone preziosi insegnamenti o fungendo essi stessi da ispirazione per gli altri, realizzando una continua e reciproca maturazione psicologica. Anche i rapporti che instaurano mutuamente sono brillanti e profondi.
Insomma, La Leggenda di Aang è un capolavoro sotto ogni aspetto ed è davvero un'opera di rara bellezza. Sebbene concettualmente la storia sia semplice, la sceneggiatura è realizzata così magistralmente che ogni episodio aumenta il pathos narrativo facendo sì che non ve ne sia nemmeno uno inutile, dalla prima puntata fino all'ultima scena della terza serie. Con la sua purezza di trama, world building, temi e la complessità dei suoi personaggi è una storia che parla tanto agli adulti quanto ai bambini.
Questa non è una serie "normale", non va solo guardata ma, per apprezzarne appieno la sua ricchezza, rivista più volte e, sempre, ammirata! :D






sabato 19 ottobre 2019

Zootropolis


Titolo originale: Zootopia
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Animazione, Azione, Avventura, Commedia
Durata: 108'
Regia: Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush

Trama:
A Zootropolis la piccola coniglietta Judy Hoops scopre presto che essere il nuovo membro di una forza di polizia composta da animali grandi e forti non è facile. Determinata a mostrare il suo valore, Judy coglie l’opportunità di risolvere un complicato caso, anche se questo vorrà dire allearsi con l’astuta volpe Nick Wilde e...

Commenti e recensione:
Zootropolis è il 55° classico Pixar, oops, Disney. Scusate, la svista è legittima perché l'ifluenza della casa di Emeryville è diventata così significativa nel mondo animato che, ormai, detta legge a tutti. I software usati in sono gli stessi del piccolo capolavoro che è stato Inside Out, la produzione è di un Clark Spencer che, da anni, fa la spola tra le due aziende e, incredibile, non ci sono cantatine inutili. (⊙_☉)
Però, formalmente, questo è un Disney. È così tanto Disney che può permettersi persino di prendersi in giro senza timore di beccarsi una causa.
È un Disney, soprattutto, perché dobbiamo abituarci al fatto che con il mitico Walt l'azienda non ha molto altro in comune che il cognome, perché già da tempo i canoni morali, etici ed ideali che ci propone non sono quelli della Bella Addormentata, sono diventati più moderni, attuali e profondi. "La vita non è uno stupido cartone in cui basta una canzone per far realizzare i tuoi sogni e fare quello che vuoi", che detto in un classico Disney è come organizzare una gara di bestemmie creative in parrocchia, per citare il commento di DocManhattan. Ed è vero; ormai la Disney sostituisce "sogno" con "progetto". Basta quindi con le varie Fate Turchine e Geni delle lampade, basta Principesse che aspettano il bacio liberatore; giusto o sbagliato che sia, l'infanzia non è più spronata a sognare ma deve imparare a progettare e, visto che c'è, deve farlo anche da sola, senza salvifici interventi esterni.
Però tanta storia, tanta cultura della Casa, ancora rimane e la troviamo tutta in questa splendida Topolinia moderna, un mix di animali antropomorfi (altro topos-lino degli Animation Studios), ottimo veicolo per mettere in luce i nostri pregi e difetti in modo divertente. Che poi, come Topolinia, è tutt'altro che un'utopia! Perché di cosa parla veramente Zootropolis? Di razzismo e preconcetti, tanto per far capire come oggi, in Disney, considerino i bambini. E per ribadire il concetto, sono più intelligenti anche le gag abilmente sparse per tutto il film, capaci di far più che sorridere anche i genitori di accompagno... che poi sono loro che pagano il biglietto. Insomma: la Disney è finalmente maturata come il suo pubblico! :D
E poi c'è la trama, davvero ben scritta, che riprende, a più di trent'anni di distanza da Basil l'Investigatopo, il Giallo e addirittura il Noir. Per molti bambini questo potrebbe essere il primo poliziesco della vita e l'intento di avvicinare al genere il giovane pubblico è evidentissimo. Zootropolis è prevedibilmente ricchissimo di citazioni ("Io sono nato pronto!" esclama Nick Wilde) e richiama spesso le atmosfere di titoli come Chinatown, L.A. Confidential, Il Terzo Uomo, 48 Ore, Arma Letale e Beverly Hills Cop. Eppure, seppur attingendo a mani basse dal genere buddy anni '80 e dai più celebri plot twist di stampo complottistico, non sono i richiami alla cultura pop l'asse portante del film quanto piuttosto lo sviluppo di una trama ricca di ritmo e di comprimari realistici e credibili. In generale, si ride più per le allusioni al mondo reale, dal ruolo della stampa scandalistica all'evasione fiscale, che per i tanti rimandi ai mostri sacri del grande e del piccolo schermo. Howard, Moore e Bush (i primi due hanno alle spalle successi come Rapunzel, Bolt e Ralph Spaccatutto), grazie anche ad un duo che buca lo schermo hanno realizzato un vero gioiello che assicura, per tutta la sua durata, divertimento e colpi di scena, rivelandosi perfetto per coinvolgere a più livelli grandi e piccoli.
Poco pubblicizzato qui da noi, Zootropolis è comunque diventato il secondo film di maggior incassi del 2016, dietro solo a Civil War, e questo quasi esclusivamente grazie al passaparola; se anche voi l'avete mancato, ora è proprio il caso di rimediare! :D

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