venerdì 12 gennaio 2018

Volere volare


Titolo originale: Volere volare
Nazione: ITA
Anno: 1991
Genere: Commedia
Durata: 95'
Regia: Maurizio Nichetti, Guido Manuli
Cast: Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro, Mariella Valentini, Patrizio Roversi, Remo Remotti

Trama:
Maurizio fa il rumorista dei cartoni animati ed è timido, imbranato, un vero disastro. Lei è Martina, eccentrica assistente socio-affettiva che vive in attesa del grande amore romantico, quello che fa sognare. Tra i due scocca la scintilla, fissano un appuntamento, cominciando a frequentarsi ma l’imprevisto è dietro l’angolo: un'improbabile "malattia professionale" colpisce il nostro rumorista e...

Commenti e recensione:
Il primo film di Nichetti Ratataplan era praticamente muto ed ebbe, meritatamente ma a sorpresa, un grandissimo successo; poi negli anni i suoi personaggi sono evoluti fino ad arrivare finalmente a questa avventura in cui il protagonista rimane sempre nel suo mondo surreale ma con qualche, riuscitissimo!, dialogo in più.
Il paragone con Chi ha incastrato Roger Rabbit?, uscito solo tre anni prima, è inevitabile (e fu persino sfruttato per la campagna pubblicitaria) ma Nichetti aveva questo sogno nel cassetto da una vita e gli ci sono voluti cinque anni per realizzarlo. Per chi lo segue dall’inizio della sua carriera non è difficile pensare che un personaggio così avrebbe prima o poi partorito un’idea simile; senza dimenticare che il suo primo ruolo da protagonista fu l'Allegro non troppo di Bruno Bozzetto, quando Zemeckis non si sapeva nemmeno chi fosse.
Volere volare è un’opera a sé stante, non paragonabile a nessun’altra pellicola italiana, non solo per l’uso della tecnica mista ma per le numerose trovate a dir poco geniali. I personaggi di contorno sono tutti riuscitissimi e rimangono impressi per le loro peculiarità: i due architetti gemelli baffuti che si presentano a casa di Martina per vederla vestirsi al mattino, il professore anziano con la voce da bambino, l’impiegato (interpretato da Renato Scarpa) che fa sedere Martina su una fotocopiatrice per avere le sue mutande su carta, il cuoco che cosparge Martina di cioccolata fondente (e mi fermo per non citare tutto il cast!) sono figure che, complici le situazioni surreali, non si scordano più! A fare da contorno, una Milano notturna e malinconica in zona Navigli che neanche Woody Allen avrebbe saputo cogliere meglio.
Con Volere volare Nichetti celebra la magia del cinema e la fonde con la realtà, la "sua" realtà. Il suo personaggio ha evidenti richiami al Monsieur Hulot di Tati nel suo essere stralunato e nel rapporto significativo con suoni e rumori (davvero godibile la scena del film erotico con i suoni tipici dell'animazione XD) e c'è anche il forte richiamo al mondo disneyano, grazie alla collaborazione con Guido Manuli che giustamente ne firma la regia, ma il risultato totale è molto superiore alla semplice somma dei componenti. Dinamico, irrazionale, divertentissimo, supportato da una bravissima Angela Finocchiaro e dai suoi fidi cartoon, il film è basato tutto sull'estro di Nichetti che riesce a tirare fuori di tutto e di più dalle situazioni quotidiane. È un'inno all'animazione e alla sfrenata allegria infantile.
Nichetti non è solo una macchietta, è anche un furbo direttore d'orchestra cinematografica, un'orchestra che ruota intorno al suo estro di grande attore e comico. Che poi la bravissima Finocchiaro vada in giro mezza o tutta nuda praticamente in ogni scena senza rendere il film sconcio è un premio alla sua grandissima capacità di regia. Alla fine, il film risulta più casto di una fiction di poco successo.
Maurizio Nichetti merita appieno la definizione di Piccolo Buster Keaton lombardo che gli fu appiccicata ai tempi di Ratataplan e, realizzando questo gioiellino, ha raggiunto l'apice della sua troppo corta carriera. È sicuramente tra i registi più creativi che l'Italia abbia mai avuto e, se avesse trovato un ambiente culturalmente più alto, avrebbe certamente ricoperto il ruolo che Marceau ha avuto in Francia: riferimento per tutta una generazione di surrealisti. O forse no, perché Nichetti, come Keaton o Hulot, è e rimarrà sempre un bambino e tra altri cinquanta o più anni probabilmente sarà ancora fresco come oggi. Volere Volare è uno scioglilingua cinematografico che presenta i più raffinati ammiccamenti, puri e metaforici, alla maschera da cartoon che ognuno di noi porta ed è un magistrale esempio di comicità intelligente e non volgare. Insomma, un film adulto che piace ai bambini e che appassiona perfino gli anziani. Da vedere assolutamente! :D


venerdì 5 gennaio 2018

Tora! Tora! Tora!




Titolo originale: Tora! Tora! Tora! (トラ・トラ・トラ)
Nazione: USA-JAP
Anno: 1970
Genere: Guerra, Storico
Durata: 140'
Regia: Richard Fleischer, Kinji Fukasaku, Kinji Fukasaku
Cast: Martin Balsam, Soh Yamamura, Joseph Cotten, Tatsuya Mihashi, E.G. Marshall, James Whitmore, Takahiro Tamura

Trama:
L'Impero giapponese, a seguito dell'allenza con le potenze dell'Asse, è intenzionato ad allargare la propria sfera d'influenza verso il Sud Est asiatico. Il principale ostacolo all'espansione nipponica è rappresentato dagli Stati Uniti, ostili al Giappone dai tempi dell'invasione della Manciuria nel 1937. In vista di un inevitabile conflitto, l'alto comando giapponese stabilisce così un piano d'attacco a sorpresa di Pearl Harbour, situato nelle Hawaii, dove è concentrata la maggior parte delle forze navali statunitensi. Il segnale dell'attacco sarà Tora! Tora! Tora!

Commenti e recensione:
Tora! Tora! Tora! è, a tutti gli effetti, due film fusi insieme: due cast totalmente diversi hanno realizzato le scene che vedono da una parte protagonisti i giapponesi, dall'altra gli americani. Questa diversificazione non si è limitata alla ripresa delle scene ma persino alla realizzazione della sceneggiatura che, anche se non accreditato nei titoli, per le scene giapponesi si deve ad un certo Akira Kurosawa. Nel 1970 il regista giapponese era già quel mostro sacro tutt'oggi riconosciuto e avrebbe anche dovuto dirigere quanto da lui scritto. In effetti cominciò a realizzare le riprese ma con la sua maniacale attenzione a tutti i particolari irritò terribilmente i produttori americani del film, preoccupati del fatto di non poter rispettare costi e tempi di realizzazione. Dopo 20 giorni di lavoro Kurosawa venne letteralmente licenziato (anche se ufficialmente si è sempre parlato di dimissioni per motivi di salute) e quel poco che ha realizzato non compare nemmeno nel film. Il rischio, in una produzione di questo tipo, era quello di un evidente scollamento tra le scene che vedevano coinvolti i due diversi cast. Questo non è accaduto solo grazie ad un lavoro di montaggio che ha dello spettacolare! Il montaggio generale del film, comprese le scene giapponesi, è frutto delle scelte del regista americano Richard Fleischer che può quindi essere accreditato del principale lavoro di regia. Cosa curiosa: nella versione del film distribuita in Giappone, Toshio Masuda e Kinji Fukasaku compaiono come i registi principali e Fleischer viene presentato solo come co-regista: quando le esigenze commerciali superano quelle artistiche! (cioè quasi sempre) XD
Ma perché sforzarsi tanto a realizzare un film in questo modo? Non bastava fare una bella storia, magari con una sottotrama d'amore (come poi è successo con il discutibile blockbuster Pearl Harbor di Michael Bay) per far cassa? Non in quegli anni, mentre i veri protagonisti erano ancora vivi (fra cui lo stesso colonnello Genda, che prese parte alle riprese in qualità di consigliere tecnico) e la scena mondiale era cambiata. Serviva qualcosa che rompesse con lo stereotipo del giapponese cattivo (che nel frattempo era diventato un alletato indispensabile, ad esempio nella guerra di Corea) e che provasse a presentare un quadro obiettivo di entrambe le parti e, oserei dire soprattutto, mostrare all'occidente le motivazioni delle scelte politiche e le diverse tendenze nel governo nipponico. La documentazione di base fu ricavata da un libro di Gordon Prange, docente di storia all'Università del Maryland ed ex membro dello Stato Maggiore del generale MacArthur e completata dalle testimonianze dei superstiti. Questo rende Tora! Tora! Tora! più un docufilm che un semplice film di guerra.
La lunghezza di Tora! Tora! Tora!, risultato della puntigliosa ricerca effettuata per la sua realizzazione, rende forse la prima parte un tantino lenta ma è indispensabile per poter inquadrare alla perfezione la reale situazione dei fatti. Col senno di poi, sembra veramente incredibile che, da parte americana, siano stati ignorati gli evidenti elementi che indicavano come imminente un attacco da parte giapponese.
Tornando al film, bisogna fare un plauso a chi, con sagacia, ha scelto il cast degli attori. Pur trattandosi di espertissimi caratteristi (ritroviamo anche quel Joseph Cotten appena visto in Latitudine Zero), nessuno all'epoca era particolarmente noto e ciò contribuisce ancora una volta a dare credibilità a quanto si sta guardando. Nulla da eccepire sulla recitazione, la scuola americana è un'enorme fucina di talenti e anche attori, per così dire, di secondo piano sono sempre all'altezza della situazione, a volte più di tante affermate stelle di Hollywood.
Spettacolari, per l'epoca, gli effetti speciali! Non vi era ovviamente nessun tipo di aiuto digitale e tutte le esplosioni ed incidenti sono reali; più volte si è sfiorata la tragedia.
Malgrado non si tratti di un film recente, è ancora perfettamente in grado di appassionare ed entusiasmare, non solo gli amanti di film storici e bellici ma anche chi desidera trascorrere un paio d'ore di puro intrattenimento! :D


Del tutto inatteso, oggi abbiamo doppiato la boa dei
cinque milioni di visualizzazioni.
Mi sembra ancora incredibile!
 
GRAZIE A TUTTI VOI!!!


domenica 31 dicembre 2017

The Butterfly Ball




Titolo originale: The Butterfly Ball
Nazione: UK
Anno: 1976
Genere: Musicale
Durata: 90'
Regia: Tony Klinger
Cast: Roger Glover, Ian Gilliam, David Coverdale, Vincent Price, Twiggy

Trama:
Vari personaggi, tutti animali, vanno al gran ballo della Farfalla. Questo è lo storico concerto che si tenne alla Royal Hall il 16 ottobre 1975 sulle musiche del concept album "The Butterfly Ball and Grasshopper's Feast" di Roger Glover, basato sulle poesie per bambini del libro omonimo di William Plomer.

Commenti e recensione:
Nel 1973, in Gran Bretagna, riscuote un discreto successo un libro per bambini di William Plomer narrante la storia di tutti gli animali decisi a non tener conto delle loro differenze ed a vivere per sempre in armonia e pace in nome del motto "Love Is All". Un lungometraggio animato musicale doveva essere la naturale conseguenza e per la colonna sonora, dopo il candido rifiuto di Jon Lord (tastierista dei Deep Purple), fu chiesto a Roger Glover (bassista che aveva da poco lasciato i Deep Purple) che accettò con palese entusiasmo. Roger decise di fare le cose decisamente in grande: alzò il telefono e contatto un bel po’ di amici e conoscenti della fervente scena musicale di metà anni '70 per partecipare all’opera che aveva in mente ed un nutrito numero di musicisti di grande talento, tra cui spiccano Ray Fenwick (Ian Gillian Band) alla chitarra, Les Binks (Judas Priest) ai tamburi e Eddie Hardin (The Spencer Davis Group) al piano, risposero. Preziosissima fu anche, fra le altre, la collaborazione di un certo Eddie Jobson al violino (Roxy Music, UK e Jethro Tull)! Roger decise di far interpretare ogni personaggio della storia ad un cantante diverso e qualche nome potrebbe suonare “familiare”: David Coverdale, Glenn Hughes e Ronnie James Dio. The Butterfly Ball si sviluppa in venti tracce, spesso molto brevi per ragioni narrative, che accompagnano l’ascoltatore in un mondo fatato e visionario, quasi da Alice nel Paese delle Meraviglie, in cui si incontrano alcuni degli ospiti che si stanno recando alla grande festa. Proprio ad enfatizzare l’animo onirico e fiabesco Roger Glover, fra gli arrangiamenti complessi, raffinati e multiformi che caratterizzano il lavoro, lasciò grande spazio alle influenze psichedeliche che andavano per la maggiore all’epoca.
Il monumentale lavoro di Roger purtroppo non fu usato per lo scopo per cui era nato: il cartone animato non venne mai realizzato (ad eccezione del video di "Love Is All"). Si rimediò in parte, nell’ottobre 1975 con la riproposizione live alla Royal Albert Hall dell’intero disco con tutti i cantanti, Ronnie escluso perché impegnato con i Rainbow ma degnamente sostituito nientemeno che da Ian Gillian. In realtà, sebbene la pellicola non vide mai la luce, quella che avrebbe dovuto esserne la colonna sonora venne registrata e diffusa nel 1974 con tanto di quel corto animato quale video promozionale cantato meravigliosamente da Ronnie James Dio (che con il compagno degli ELF, l'estroso pianista Mickey Lee Soule, collabora anche nella stesura di un paio di testi: "Harlequin Hare" e "Together Again") e arrivò in cima alla classifica nei Paesi Bassi.
La magica serata alla Albert Hall fu immortalata con la regia di Tony Klinger e si tratta di un vero e proprio concerto dal vivo intervallavato da clips e filmati narrati dalla celebre voce di Vincent Price. Altro attore presente nel cast è Twiggy (che canta, peraltro, "Homeward" in sostituzione di Ronnie James Dio), molto famosa in quel periodo per poi spegnersi in un lungo periodo d'anonimato interrotto (credo nel 1993) dall'invito a partecipare all'horror "Body Flags (Corpi Estranei)" del maestro John Carpenter.
A parte la mancanza di Ronnie James Dio , questo concerto vide la conferma della presenza di David Coverdale (Deep Purple, Solist, Whitesnake) e Glenn Hughes (Trapeze, Deep Purple, Toni Yommi’ s Black Sabbath, Solist): ossia proprio coloro che nei Deep Purple (Mk III) sostituirono giust’appunto Gillan e Glover. Ospiti, non presenti nell'album in studio, sono i già citati Jon Lord e Ian Gillan (cantante e compagno d'avventura di Glover tanto negli Episode Six quanto nei Deep Purple Mk II): quest'ultimo ebbe modo, poi, di dichiarare che proprio la calorosa accoglienza di quella sera lo convinse a continuare la sua carriera dopo la fuoriuscita fortemente polemica (dissidi con Blackmore mai risolti) dai Deep Purple.
Sfortunate vicende cinematografiche a parte (oltre alla mancata realizzazione del cartone, Tony Klinger fece effettivamente del suo meglio riuscendo a far percepire anche al pubblico non in sala quanto fosse stata eccezionale quella serata ma, a causa di un budged davvero irrisorio -e non pochi problemi tecnici!- si lamentò spesso lui stesso del risultato finale del film), The Butterfly Ball rimane un esempio folgorante e difficilmente superato di rock opera a tutto tondo: dalla mirabolante varietà di stili e generi che si possono ascoltare, alla finezza, classe e complessità degli arrangiamenti fino agli straordinari ospiti dietro al microfono. Il gran ballo della farfalla e della cavalletta è un appuntamento a cui semplicemente non si può mancare! :D

Un calorosissimo e
FELICE ANNO NUOVO
a tutti voi, miei cari amici!


****************
Ovviamente dedico questo post al gentilissimo GRAZIE che, con grande tenacia, è riuscito a trovare questo incredibile DVD. 
A causa di ciò, è stato spinto a tradimento dal sottoscritto, con l'infausto aiuto del Vecchio Zio Pietro, ad aprire prima uno, poi due e, attualmente, ben 6 blog su cui condividere le sue scoperte. :O
Ben consapevole di quante pene gli stia facendo passare, posso solo iniziare a sdebitarmi ricordandovi di andarlo a visitare dai link che trovate, giustamente!, nell'elenco dei miei amici. ; )
 

venerdì 29 dicembre 2017

Latitudine Zero




Titolo originale: Latitude Zero - Ido zero daisakusen (緯度0大作戦)
Nazione: JAP
Anno: 1969
Genere: Fantascienza
Durata: 105'
Regia: Ishirô Honda
Cast: Joseph Cotten, Cesar Romero, Patricia Medina, Akira Takarada, Mari Nakayama

Trama:
Durante una missione scientifica nella zona equatoriale del sud del Pacifico, a causa di un'eruzione vulcanica sottomarina, Ken Tashiro, Jules Masson e Perry Laughton precipitano, gravemente feriti, negli abissi. Al loro risveglio si ritrovano a bordo dell'Alpha, uno straordinario sottomarino al cui comando c'è Craig McKenzie, del territorio utopico chiamato "Latitudine Zero" dove vivono uomini quasi immortali. I tre si troveranno coinvolti in una guerra sottomarina contro il terribile dottor Malic, intenzionato a dominare il mondo e...

Commenti e recensione:
Nel magico mondo del Cinema esistono i B-movies e i Cult B-movies; questo è uno Stra-Cult!
Siamo di fronte ad un capolavoro assoluto della fantascienza giapponese anni ’60: trama ridicola, attori imbalsamati ed effetti speciali puerili, eppure...
Prima di tutto, ricordiamoci che Ishirô Honda è nientepopodimeno che il venerabile papà di Godzilla, girato nel '54, ed è quindi l’inventore del kaiju! Come curriculum già questo è notevole ma aggiungiamoci che era il secondo regista fisso di Kurosawa di cui divenne, soprattutto negli ultimi anni, una sorta di consigliere speciale e a cui dobbiamo capolavori come Kagemusha, Ran, Sogni, Rapsodia in agosto e Madadayo. :O
Fatta la doverosa premessa, questa bizzarra rivisitazione di "20.000 leghe sotto i mari", frutto di una produzione nippo-americana (la composizione del cast è equamente divisa tra attori asiatici e occidentali) sopperisce alla pochezza dei mezzi finanziari con un'inventiva incredibile. Il risultato è un delirio pop pieno di incongruenze e nonsense, effetti speciali con miniature, mostri di stoffa e personaggi assurdi: insomma abbastanza per divertirsi, a patto di entrare nell'ottica di un cinema ormai sempre più lontano ed ingenuo ma dal fascino irresistibile. Fantastiche le scenografie e gli effetti speciali dei modellini, in questo caso di fantasiosi sommergibili più simili ad astronavi e muniti di armi e gadget quanto meno curiosi. La storia di Latitudine Zero, vista anche l'ambientazione, fa acqua da tutte le parti ma si rischia di soffermarsi su un elemento poco importante: quello che conta è la suggestione che sa creare! Come nel vedere l'invasato Dottor Malic di Cesar Romero, sì, lui, il fantastico Joker dei telefilm Batman anni '60, scambiare le improbabili considerazioni con l'altrettanto poco credibile compagna Lucrezia, l'attrice Patricia Medina, per una mad couple matura e dai vestiti eccentrici. O il rigidissimo Joseph Cotten, quel comandante McKenzie dal sangue freddo del sommergibile Alpha, così simile al futuro Capitano Nemo di Nadia da scatenare inevitabili paragoni. A confronto, risultano abbastanza trascurabili i tre bellimbusti capitati in mezzo al mare, che poi dovrebbero essere gli eroi principali ma tant'è, e gli attori giapponesi che sono in genere poco convincenti e in ruoli di secondo piano ma, tra loro, ritroviamo un Akira Takarada che sarà, per tutta la vita, indissolubilmente legato al maestoso Godzilla.
Il mondo sommerso di Latitudine Zero rispecchia l'idea che si aveva all'epoca del futuro, con grandi spazi verdi e architetture avveniristiche, viste oggi superate e anche vagamente nostalgiche, con scenari foto-montati e disegnati su fondali finti, un luogo popolato da giovani e belle ragazze in bikini (!) molto disponibili. Una di queste, la dottoressa Ann Burton (Linda Haynes), appare ai suoi ospiti mezza nuda (per l'epoca) già nelle prime scene. Latitudine Zero ha inoltre in serbo una galleria di mostri-freaks davvero sorprendenti, scaturiti dalla fantasia perversa di Honda ed attribuiti al Dottor Malic, impegnato sull'inospitale isola Mastio Rosso in esperimenti folli che incrociano uomini e animali e che fa il verso a L'isola del dottor Moreau in una sorta di H.G.Wells in versione psichedelica. È qui che possiamo ammirare i più assurdi gorilla-pipistrello della storia (imperdibile lo scontro tra i protagonisti e le bestie volanti all'interno di un laboratorio sotterraneo) e il terribile ed improbabile grifone gigante, metà leone e metà uccello (e 100% peluche! XD), al centro del distruttivo finale con ancora presenti i sommergibili coinvolti in esplosioni e crolli assortiti, tutti figli dell'Atomica. Un'ultima parola sui costumi ed, in particolar modo, su quelli "da battaglia" indossati nel finale: dorati, muniti di jetpack e guanti spara-gas-e-fuoco erano (e spero siano ancora) il sogno di ogni bambino! ^__^
Da vedere assolutamente ma tassativamente con lo spirito giusto! :D


domenica 24 dicembre 2017

Scrivimi fermo posta




Titolo originale: The Shop Around the Corner
Nazione: USA
Anno: 1940
Genere: Commedia
Durata: 97'
Regia: Ernst Lubitsch
Cast: James Stewart, Margaret Sullivan, Sara Haden, Frank Morgan, Felix Bressart

Trama:
Alfred Kralik e Klara Novak lavorano entrambi come commessi nel negozio di articoli di pelle di proprietà del signor Matuschek. Entrambi coltivano segretamente un amore epistolare con un anonimo corrispondente: nessuno dei due osa rivelarsi per primo, temendo una disillusione. In realtà si scrivono tra loro, senza rendersene conto. Anzi più s'innamorano l'uno dell'altro a mezzo lettera, più si trovano insopportabili nella vita e...

Commenti e recensione:
Tra il 1939 e il 1941 Hollywood sforna una serie di film che, sotto le spoglie della commedia, si propone di tastare il polso della società americana con sguardo più freddo, chirurgico, meno incline a lasciarsi affascinare dai lustrini della belle epoque. Il celebrato Lubitsch non è più al passo con i tempi? È il tramonto del maestro berlinese? No! Scrivimi fermo posta, che esce nel 1940, dimostra quanto la sua rodatissima macchina-cinema sia un sistema aperto e sensibile ai mutamenti, alle deviazioni di rotta e alle inquietudini che investono quegli anni, senza tuttavia snaturarsi. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra, eppure Lubitsch continua ad adattare testi teatrali di sofisticata frivolezza (in questo caso si tratta della commedia omonima di Nikolaus Laszlo) ma la Budapest di Scrivimi fermo posta non è affatto da operetta ed è sottilmente scossa dal vento gelido di un Natale di recessione. I protagonisti non sono più coloro che usufruiscono del lusso ma coloro che lo dispensano senza goderne (i commessi di un negozio); e l’amore tra Alfred Kralik (James Stewart) e Klana Novak (Margaret Sullavan) è contrastato in primis dalla minaccia della disoccupazione. Ciò detto, il film si dipana come una godibilissima girandola di equivoci, malizie femminili e schermaglie tra sessi in piena tradizione vaudeville. "Lui ama lei, lei ama lui; non lo sanno": da un meccanismo tanto collaudato, Lubitsch trae un film che oltre alla consueta arguzia incanta per la precisione millimetrica dei tempi, per le rapide e brillanti caratterizzazioni, per alcune gag memorabili (la scatola che suona Oci Ciornie XD), e ovviamente per l’obliquo, sfuggente e struggente Stewart. La domanda sorge spontanea: perché Budapest? Chiunque altro avrebbe usato questa location per giustificare motivi più o meno profondi o sfruttare qualche gag. Lubitsch invece no, per lui è solo un non-luogo in cui sfoggiare il suo mirabile equilibrio di ironia e romanticismo. Non a caso i vari remake (I fidanzati sconosciuti di Robert Z. Leonard e C’è post@ per te di Nora Ephron) si sviluppano senza traumi in altri non-luoghi, Chicago e New York; ovviamente tra l'opera di Lubitsch e queste, per quanto gradevoli, non c'è paragone ed è inutile dire chi esca vincitore dalla sfida. Insomma, questo film è un capolavoro che tesse un elogio tenero all’amore ed inoltre è un invito a non fermarsi alle apparenze, che spesso ingannano, bensì a guardare bene sotto la superficie delle persone per scoprire cosa realmente si nasconde dentro ognuno di noi.
Nota tecnica: Peccato che il DVD, peraltro abbastanza ben fatto, abbia scelto il formato 4:3, come per i vecchi VHS (di cui probabilmente è un riversaggio >_<). La qualità era comunque più che accettabile e, trattandosi di un titolo più che raro, non ho resistito a proporvelo.
Da (ri)vedere assolutamente, possibilmente in famiglia e davanti ad un bell'albero di Natale! :D


BUON NATALE A TUTTI!!! :D
e un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

martedì 19 dicembre 2017

Zazie nel metrò




Titolo originale: Zazie dans le métro
Nazione: FRA
Anno: 1959
Genere: Commedia
Durata: 92'
Regia: Louis Malle
Cast: Catherine Demongeot, Philippe Noiret, Hubert Deschamps, Antoine Roblot, Jacques Dufilho, Vittorio Caprioli

Trama:
Zazie, una ragazzina di provincia in visita a Parigi, sfugge alla sorveglianza dello zio per girare liberamente la città. Di avventura in avventura, conosce una serie di singolari personaggi, con i quali viene anche coinvolta in una rissa, ma il suo più vivo desiderio è quello di fare un viaggio in metropolitana e...

Commenti e recensione:
Dal romanzo omonimo di Raymond Queneau (e la sceneggiatura di Jean-Paul Rappeneau!) Louis Malle ha presentato, nel lontano '59, questa commedia velocissima (anzi, questo "Manifesto della Nouvelle Vague"!) e vero e proprio cult per i francesi, non a torto bisogna dire. Il cinema è visto come un registro narrativo, un canone recitativo, uno stile estetico, una tecnica visiva che favoleggia ad libitum sulla realtà. L’impossibile diviene fantastico, curioso, spiritoso, come in una comica, una caricatura, un cartone animato, laddove l’effetto deformante è un invito ad aguzzare la vista per mettere a fuoco l’originalità del tratto e gustare la genialità della trovata. Nelle intenzioni di Malle, lo sguardo dello spettatore non deve adagiarsi su una mera riproduzione del dato reale ma deve invece partecipare, con uno sforzo di attenzione, all’impegno creativo di chi per lui artisticamente lo reinventa, lo infioretta, lo smeriglia, sottraendo veridicità ma aggiungendo divertimento. Poi ne esalta, come in un’opera pittorica, le forme, i colori, il dinamismo, portandone alla luce il recondito contenuto di poesia. Realizzare questo film fu una sfida notevole: bisognava accordare nella tonalità giusta, dare al burlesque una misura che ne garantisse leggerezza ed eleganza, fare del paradosso divertimento e poesia, tradurre in ritmo e immagini un’invenzione verbale brillante, mobile, sempre in ebollizione, facendo girare la macchina vorticosamente, al passo col tempo del racconto, sulle montagne russe di un circo metropolitano dove tutto è rigorosamente reale e straordinariamente irreale insieme. E bisognava, infine, definire il mondo straripante, frivolo, logorroico ed eterogeneo che Zazie attraversa, con la cadenza della satira: cogliere, cioè, quelle venature di malinconia che sempre affiorano nel rappresentare il mondo alla rovescia. Zazie è il sogno di un’ombra, dunque il suo sogno (viaggiare sul métro parigino) è sogno nel sogno ma nel momento in cui questo si avvera lei dorme: il sogno è esterno al sonno. E allora qual è il confine fra realtà e sogno? Zazie e la sua frenetica avventura parigina non lasciano spazio né tempo per le risposte, è esperienza dadaista allo stato puro, personaggi e situazioni costruiscono un carosello che non finisce mai di stupire e divertire, far pensare a quanto ci sia di vero in tutto questo e far scappar via con una risata, mentre avvertiamo la mano ferma di una regia che spinge e frena al punto giusto, traduce la folle velocità e il ritmo serrato dei dialoghi di Queneau in un linguaggio cinematografico che ingaggia col cinema la stessa lotta che Roland Barthes segnalava tra Queneau e la Letteratura. È metacinema che svela i meccanismi del cinema, dal doppiaggio, che altera spesso le voci, al montaggio stralunato dove le scene, come tessere di un puzzle, sono lanciate in aria e fatte ricadere sul tavolo ad intersecarsi in infinite combinazioni, dove i “cieli di carta” regolarmente vengono strappati e la realtà fa capolino per poi sparire subito, dove i personaggi sfilano in un catalogo di tipi umani da teatro dell’arte, una polifonia che, mentre propone un teatro dell’impossibile, svela subito il suo ancoraggio profondo con tutte le possibilità del reale, messe a nudo dalla presenza costante di questa bimbetta sorniona e filosofica, piccolo demone o anche folletto, che si diverte a smontare i pezzi del baraccone con irritante ed eversiva irriverenza. C’è un fare cinema che del cinema adotta gli stilemi classici, mutuando da vecchie comiche e slapstick i passaggi più esilaranti ed esibendo citazioni da Tati, ma intanto inventa quelle nuove strade che tanto contribuirono allo sviluppo di una Nouvelle Vague da cui, pure, Malle si dichiarò sempre estraneo. Certo non è un caso che questo sia stato tra i film più amati da Truffaut. La lunga ombra di Zazie si proietta sui registi francesi fino ad oggi ed è impossibile non riconoscerne il segno nei lavori di Jean-Pierre Jeunet, come Amelie, Delicatessen o La città perduta.
Lo stile di ripresa è originalissimo, dall'inizio alla fine Zazie nel metrò è cinema fatto di velocità e di un ritmo che non cala mai invano, inventivo e fantasioso grazie ad una macchina da presa che, come i personaggi di una Parigi viva e pulsante, non è mai ferma e corre in continuazione. Ottima inoltre la fotografia ed eccezionali sono sia la piccola Catherine Demongeot (con i suoi dieci anni, la sua sfrontatezza e maleducazione spontanee ed i denti che devono ancora trovare la loro strada) che il giovanissimo Philippe Noiret e l'ingiustamente misconosciuto Vittorio Caprioli.
Da (ri)vedere assolutamente! :D

venerdì 15 dicembre 2017

C'era una volta... Pollon




Titolo originale: Ochamegami monogatari korokoro Poron (おちゃめ神物語コロコロポロン)
Nazione: JAP
Anno: 1982
Genere: Animazione
Durata: 24' x 46 episodi
Regia: Takao Yotsuji

Trama:
Pollon, la vivace figlia del dio Apollo, è impaziente di diventare una dea a tutti gli effetti e, nel tentativo di compiere buone azioni, insieme all'inseparabile amico Eros, dio dell'amore, porta scompiglio su e giù per il monte Olimpo (rappresentato come un posto simile alla Terra dei giorni nostri, con televisione e supermercati).

Commenti e recensione:
Se un'intera generazione sa della Rivoluzione Francese grazie a Lady Oscar, almeno tre hanno scoperto i miti greci con Pollon! Perché chi l’ha detto che la mitologia non sia moderna e divertente? Infatti è sia moderna che divertente ed il lavoro fatto "seriamente" da I cavalieri dello zodiaco ha avuto un precedente tragicomico proprio in Pollon. Lavoro più che educativo, dato che i bambini (e noi ai tempi) comprendono che la mitologia non è esattamente questa ma che è bella e degna di essere studiata. Detto ciò, chi si dimentica le filastrocche buffe come “Sono Apollo e mi trastullo, vado a zonzo e faccio il bullo” o la celeberrima “Sembra talco ma non è, se lo assaggi o lo respiri, ti dà subito l'allegria!” della polverina che "sembra droga ma droga non è"? ( ͡° ͜ʖ ͡°)
Decisamente è una storia che non ha perso nulla del suo smalto e che attraversa tutte le età, anche per le gag comprensibili solo ad un pubblico adulto. Questa inventata figlia di Apollo, assieme all'amico Eros, piccolo, bruttissimo e sporco, fa rivivere in chiave umoristica e satirica i principali miti olimpici ma, allo stesso tempo, li riscrive lasciandoci un quadro esilarante e rimasterizzato dei miti. Miti che non di rado sono stati rivisti in chiave nipponica, con Poseidone che alla cintola ha una bottiglia di saké o Apollo e gli dei che fanno baldoria notturna come dei colletti bianchi giapponesi. Lo stile di disegno è simpaticissimo, molto colorato e infantile (nel senso buono del termine) ma anche arguto allo stesso tempo (basti pensare ad Era che è vestita come una dominatrice con tanto di frusta!). L'animazione è forse un po' statica ma non è un problema, c'è la storia! In Italia siamo stati particolarmente fortunati perchè abbiamo potuto godere di due elementi fondamentali per il successo della serie, secondo solo a quello in patria. Prima di tutto l’incredibile doppiaggio. Sfido chiunque abbia visto Pollon da bambino a non ricordarsi l’esatta impostazione della voce dei personaggi più famosi: la stridula Pollon, il gracchiante Eros o lo scorbutico Zeus. Leggendo qua e la (perché il mio giapponese non arriva a questi livelli) vedo che molte trovate sono invenzioni nostrane, totalmente assenti dalla versione originale: i vari papino, pennuto, poppante... sono tutti termini ideati di sana pianta dai nostri bravissimi doppiatori! Bisogna ammettere che senza questa parlata la serie perderebbe molto del suo fascino. E poi la sigla: gli anni '80 in Italia sono stati particolarmente famosi sotto questo aspetto e quella di Pollon è giustamente sui i gradini più alti di un ipotetico podio. Cantata da una Cristina D’Avena al suo apice, è rimasta in testa a chiunque l’abbia ascoltata almeno una volta (se invece non l’avete mai sentita, provate vergogna di voi stessi e rimediate subito!). Tutti gli episodi scorrono veloci e, come le ciliegie, uno tira l'altro.
Dobbiamo tanto a Hideo Azuma, creatore del manga Olympos no Pollon e, tra le altre cose, di Nanà Supergirl, e se avesse continuato a sniffare "talco" forse non sarebbe sprofondato nella depressione né sarebbe scappato dal suo laboratorio, abbandonando i suoi lavori e la famiglia, finendo per vivere da senzatetto (ha poi designato questa storia nella sua opera Disappearance Diary), sparito dagli schermi e riciclato in lavori lolicon di minima qualità ç_ç. Peccato. Ma ci ha lasciato Pollon e ce ne faremo una ragione. Grazie Hideo Azuma! ツ
Da rivedere? Senza il minimo dubbio! :D

venerdì 8 dicembre 2017

Non per soldi... ma per denaro




Titolo originale: The Fortune Cookie
Nazione: USA
Anno: 1966
Genere: Commedia
Durata: 125'
Regia: Billy Wilder
Cast: Jack Lemmon, Walter Matthau, Harry Davis, Judi West, Ron Rich, Harry Holcombe

Trama:
Un onesto cameraman della televisione, durante una telecronaca, viene investito da un gigantesco giocatore nero di football americano. Non si fa nulla ma suo cognato, un truffaldino avvocato, lo convince a simulare la paralisi per farsi pagare un favoloso indennizzo. La compagnia d'assicurazione fiuta l'inganno ma l'astutissimo legale riesce a sfuggire tutti i trabocchetti e...

Commenti e recensione:
"Per qualche tempo potete ingannare tutti, potete ingannare qualcuno per sempre ma non potete ingannare tutti per sempre". Ecco, in una frase, la morale di questa bellissima commedia di Billy Wilder (ma ne ha dirette mai di brutte?), scritta sul bigliettino di un biscotto della fortuna di un pasto cinese (da cui il titolo originale "The Fortune Cookie"), col furbo avvocato Walter Matthau che, dopo averlo buttato via, pronuncia un laconico "Questi cinesi. Che ne sanno!", chiudendo ad arte uno dei folgoranti capitoletti che compongono questo film.
Nonostante non sia fra i più citati di Wilder, Non per soldi... è importante per almeno due motivi. Primo perché fu un successo di pubblico che rimise in carreggiata il regista viennese dopo il flop commerciale e critico (almeno negli Stati Uniti) di Baciami Stupido. Poi, e soprattutto, perché lanciò la fantastica coppia Lemmon-Matthau, praticamente inventata da Wilder che scrisse la sceneggiatura, insieme al fido Diamond, avendo già in mente i due attori. Una coppia d'assi della commedia che ha fatto la storia del cinema brillante. Inutile dire che qui i due fanno veramente faville con Matthau che furoreggia nei panni del vulcanico Willie (uno che "troverebbe una scappatoia nei dieci comandamenti" ^__^) dalla voce bassa e dal tono truce, la faccia di gomma e dal classico andamento dinoccolato. Un'interpretazione maiuscola che, tra l'altro, gli fece vincere un meritatissimo Oscar... oltre a causargli anche un attacco cardiaco due mesi dopo l'inizio delle riprese. Lemmon invece, costretto quasi sempre da un busto e un collare, ha meno occasioni di mettersi in mostra ma riesce comunque a risaltare nei momenti più riflessivi e ad essere anche divertente come nella scena del balletto sulla sedia a rotelle o quando viene sottoposto alle torture dei "luminari" che dovrebbero accertare l'entità della sua invalidità. E noi italiani che crediamo di aver inventato tutto. XD
Il film per il resto è molto semplice, una commedia lineare e magari un po' scontata, leggera nei temi trattati e con un Wilder a fine carriera che non si impegna troppo nella critica sociale (giusto un pochino ma con grande delicatezza, lui che era stato a dir poco feroce, in passato) e con uno di quei bei lieto fine dell'ultimo minuto che tanto piacevano al maestro. In sostanza, si ride e non ci si annoia mai; da rivedere sicuramente! :D

venerdì 1 dicembre 2017

Tomboy


Titolo originale: Tomboy
Nazione: FRA
Anno: 2011
Genere: Drammatico
Durata: 84'
Regia: Céline Sciamma
Cast: Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson, Sophie Cattani, Mathieu Demy

Trama:
Laure, 10 anni, è appena arrivata in un nuovo quartiere con i genitori e la sorellina. Un po' per gioco, un po' per realizzare un sogno segreto, Laure decide di presentarsi ai nuovi amici come Mickaël, un maschio. Il modo in cui si veste e si pettina, l'impeto con cui si azzuffa e gioca a calcio, non sembrano lasciar dubbi sulla sua identità e Mickaël è accettato nella comitiva. L'inizio della scuola però è dietro l'angolo e il gioco dei travestimenti si complica, tanto più che i genitori sono all’oscuro di tutto e Laure/Mickaël ha stretto un legame speciale con la coetanea Lisa...

Commenti e recensione:
Tomboy tocca un argomento delicatissimo e certamente non facile da descrivere come quello dell’età pre-adolescenziale; aggiungiamoci ancora il tema gender visto dagli occhi di una bambina e ben si comprende come questo secondo lavoro della bravissima Céline Sciamma fosse una vera sfida. Che sia riuscito davvero ottimo, regia compresa, stupisce ad ogni visione.
Sciamma osserva il microcosmo dei bambini con tenerezza e acume ma senza facili semplificazioni: maschi e femmine in formazione non sono quegli esseri asessuati che gli adulti vorrebbero che fossero. Natura e società impongono le loro leggi e, in particolare la società, i loro modelli con cui confrontarsi e scontrarsi, perché spesso sono più legati a stereotipi che a veri bisogni. Così Laure, mentre decide di trasgredire facendosi passare per maschio, finisce inconsciamente per aderire a quelle che ritiene debbano essere necessariamente le caratteristiche dell'altro sesso. Non so dove la Sciamma abbia scovato una bambina-attrice eccezionale come Zoé Héran, bellissima nella sua indeterminatezza, con la giusta dose di innocenza mista ad un bisogno di esplorare e capace di esprimere, con un solo sguardo o un primo piano, pagine intere di dialogo. È il tipo di perla che un regista scopre una volta nella vita, se non fosse per la risata cristallina e contagiosa della sorellina che rende la piccola Malonn Lévana, che da sola regge più di una scena importante, addirittura magnetica! A ben guardare, si può dire tranquillamente che tutto il cast minorile è di livello incredibile e questo mi fa pensare che, in realtà, il merito sia in buona parte da ascrivere alla bravura della regista.
Céline Sciamma, nel descrivere Laure, va oltre quella che avrebbe potuto costituire la gabbia episodica di un racconto di travestimento infantile e lascia lo spettatore con domande più ampie intorno alla definizione della sessualità propria di ogni individuo. Più che nei dialoghi (sempre piuttosto minimalisti) è nell'eloquenza espressiva dei primi piani che risiede tutta la forza di questa fiaba del reale, un'incursione in un mondo che agli adulti appare distante anni luce. La Sciamma sembra entrare in punta di piedi nei mondi di queste protagoniste, sole nel loro affrontare per la prima volta le asperità della vita, sospendendo il giudizio (come è giusto che sia), evitando i cliché ed aggirando quello che poteva essere il rischio di rendere morboso o troppo drammatico lo sviluppo filmico. E in fondo noi non sapremo mai se Laure vuole essere Mickäel perché si sente maschio, o se è il riflesso della società (ossute e senza forme è difficile sentirsi ragazze) a rimandarle quell'immagine. Nell'insieme, siamo invitati a partecipare ad una piacevole passeggiata nell'anticamera del mondo adulto, ancora privo di malizia eppure già sorprendentemente doloroso.
Il film è stato adottato, per ovvi motivi, dalla comunità GLBT (Gay Lesbian Bisex Transgender), vincendo premi “di categoria” da Berlino a San Francisco passando per Torino. La regista però non incasella la protagonista in nessun profilo specifico (vedi il finale) e racconta di appassionarsi alle storie di identità sessuale anche e soprattutto per motivi cinematografici: “Le storie di identità raccontano di doppie vite, di bugie, di sotterfugi, di relazioni intricate, di disvelamenti. Hanno elementi di suspense, di thriller: sono perfette per fare un film che sia allo stesso tempo d'autore e appassionante, mai noioso”. È il caso di Tomboy, film poetico e al contempo semplice che merita sicuramente di essere visto! :D

venerdì 24 novembre 2017

Azumi 2


Titolo originale: Azumi 2: Death or Love (あずみ 2: Tsū Desu oa Rabu)
Nazione: JAP
Anno: 2005
Genere: Azione, Chambara
Durata: 108'
Regia: Shusuke Kaneko
Cast: Aya Ueto , Yuma Ishigaki , Chiaki Kuriyama , Shun Oguri , Kenichi Endo , Kai Shishido

Trama:
Dopo la morte dello zio e di quasi tutta la squadra di killer da lui creata, Azumi, l'assassina, deve completare la missione che le era stata affidata: uccidere l'ultimo generale che continua ad essere a favore della guerra. Durante la sua missione verrà aiutata da guerrieri che la affiancheranno nella lotta e...

Commenti e recensione:
Il primo Azumi del 2003 era stato girato, e bene, dal mestierante Ryuhei Kitamura ed aveva una buona storia ed una discreta messa in scena. Questo sequel, ma chiamiamolo più correttamente "seconda parte"!, è diretto invece da Shusuke Kaneko, regista attivo nei film di "mostri" alla Godzilla sin dai primissimi '80 e che si è fatto davvero notare con i due capitoli live action di Death Note.
Visto il successo del primo film, Kaneko deve impegnarsi molto per non far sfigurare il suo Azumi 2 e lo fa mettendo in scena il secondo capitolo delle avventure della "ragazzina più letale dello schermo" in modo davvero pulito e ben riuscito, con una buona prova degli attori (tra i quali spicca la bellissima, brava e inquietante Chiaki Kuriyama che tutti ricordano come la Gogo di Kill Bill) e l'ottimo livello sia della fotografia che delle scene action. Alla sceneggiatura si aggiunge un nome forse poco noto qui in Italia ma di primissimo livello nel mondo Manga: Yoshiaki Kawajiri! Anche se, per merito suo, alcuni personaggi sembrano, ai nostri occhi occidentali, usciti da un raduno cosplay, non lasciatevi ingannare e calatevi nel giusto spirito Anime che questo film richiede.
Rispetto alla prima parte, i combattimenti sono davvero coreografati meglio e, secondo i maligni, la dolcissima Aya Ueto "questa volta da prova di saper anche recitare". È un commento che non approvo ma, effettivamente, in questa pellicola è davvero più brava. I dialoghi forse non sono tutti perfetti ma comunque ben curati, mentre combattimenti mozzafiato e sangue a gogò condiscono un piatto già abbastanza saporito e che si gusta fino in fondo, con piacere e senza mai annoiarsi. Cigliegina sulla torta: il finale è davvero bello e ricco di splatter. Un ottimo Chambra anche questo e, per chi se lo fosse perso, assolutamente da vedere! :D

venerdì 17 novembre 2017

Azumi


Titolo originale: Azumi (あずみ)
Nazione: JAP
Anno: 2003
Genere: Azione, Chambara
Durata: 128'
Regia: Ryûhei Kitamura
Cast: Aya Ueto, Shun Oguri, Yuma Ishigaki, Hiroki Narimiya, Kenji Kohashi

Trama:
Dopo la battaglia di Sekigahara, un samurai viene ingaggiato dallo shogun di Tokugawa per allevare un gruppo di ragazzini e farli diventare dei provetti assassini, capaci di uccidere gli alleati di Toyotomi e prevenire un'altra guerra civile. Raccolti dieci giovani orfani, si ritira in montagna dove comincia il loro addestramento, che si protrae per dieci, lunghi anni. Al termine di tale periodo i cinque sopravvissuti sono diventati letali ma, già dopo il primo omicidio, si trovano braccati da sicari intenzionati a prendere le loro teste e...

Commenti e recensione:
Ryuhei Kitamura non è un regista eccezionale ma ha dalla sua una buona tecnica ed un buon senso del ritmo e riesce a mette in scena una trama semplice ma dotata di una bella dose di vendetta e sangue. Un film che parte subito benissimo, trasportando lo spettatore in un mondo dominato dalla guerra, dall'odio e dalla ferocia. L'ultima prova che i prescelti devono affrontare, a pochi minuti dall'inizio, è già di per sé una bella idea ed è messa in scena in modo assolutamente glaciale e non banale.
Spesso i passaggi cross media hanno esiti abbastanza infelici. Si pensi al rapporto controverso tra videogiochi e cinema: se si dovessero citare le pellicole riuscite di questo genere ci si limiterebbe a pochissime unità. Con i fumetti i risultati sono forse mediamente migliori ma ci vorrebbe coraggio ad affermare che i film ispirati a manga meritino tutti indistintamente una visione, dato che spesso si è costretti ad assistere a produzioni la cui qualità si può definire quantomeno dubbia.
Kitamiyura, invece, gira come se fosse in un cartoon: zoom sbilenchi, carrellate laterali velocissime e tantissimo ritmo per un film che non annoia, anzi!, e che rende partecipe anche grazie ad una buona sceneggiatura (ripresa pari pari dall'omonimo manga seinen di Yū Koyama) ed alla discreta prova degli attori. Anche la fotografia, la colonna sonora ed il montaggio sono di livello, facendo sì che la pellicola resti sempre sopra la media di produzioni analoghe. Insomma, nel complesso un film leggero ma messo in scena con perizia e senza pretenziosità varie e che si fa ampiamente perdonare qualche manchevolezza in nome di uno spettacolo rilassante e senza troppi pensieri, ben girato e una volta tanto interpretato in maniera accettabilissima. Davvero un ottimo chambra! :D

venerdì 10 novembre 2017

La storia fantastica


Titolo originale: The princess bride
Nazione: USA/Gran Bretagna
Anno: 1987
Genere: Commedia, Avventura, Fantastico
Durata: 98'
Regia: Rob Reiner
Cast: Cary Elwes, Robin Wright, Mandy Patinkin, Peter Falk, Chris Sarandon

Trama:
Il piccolo Jimmy è malato ed è quindi costretto a letto. Suo nonno decide di leggergli qualcosa, non sopportando il fatto che passi tutto il tempo a giocare coi videogiochi. Riuscirà la bellezza di una fiaba sul magico mondo di Florin, della pricipessa Bottondoro e del malvagio principe Humperdinck a fargli scoprire la bellezza della fantasia?

Commenti e recensione:
Trent'anni fa usciva questo gioiello di Reiner, palesemente destinato ad essere uno Stracult. Perché? Ma è facile: è il non plus ultra dei cappa-e-spada, il massimo esponente del fiabesco avventuroso e non si fa mancare nulla. Una storia in una storia, due protagonisti belli, capaci, forti, intelligenti e tenuti in vita dalla forza straordinaria del Vero Amore; la quintessenza del guerriero vendicativo per eccellenza; scambi di battute arguti in ogni frangente; scenografie fintissime e kitsch che rendono il tutto ancora più gradevole; Peter Falk e soprattutto André the Giant. Grazie alla capacità di Goldman, che adattò magistralmente il suo splendido libro (che trovate allegato), con Reiner sono riusciti a far entrare nel film: pirati, giganti, spadaccini in cerca di vendetta, prìncipi malvagi, roditori giganti, torture, miracoli, vero amore, e il tutto senza creare la benché minima confusione. Fantastici!
La storia è leggera, volutamente ricca di luoghi comuni e prevedibili colpi di scena ma il fatto che questi siano creati di proposito evita che siano scontati e noiosi, offrendo invece uno sguardo divertito sui clichè del genere e gli attori scelti si sono dimostrati perfetti per le parti (anche se praticamente nessuno di loro ha avuto grandi ruoli al di fuori di questo film). E alla fine, quello che conta non è tanto l'ovvio messaggio di fondo (il vero amore supera ogni ostacolo) ma la capacità di attrarre e soddisfare adulti e bambini per motivi diversi. I più piccoli vengono catturati dalle invenzioni fantastiche, dai duelli all’arma bianca e dall’atmosfera avventurosa che si respira in ogni inquadratura, mentre i più grandi e i più smaliziati possono godersi lo spirito disincantato della narrazione e l’ironia in punta di penna dell’autore. Poi, ciò che resta nel cuore sono gli iconici personaggi: Fezzik, il gigante buono e tonto con la passione per le rime, Westley, l’uomo in nero che ogni ragazzino sogna di diventare e Bottondoro (pessimo adattamento italiano dell’inglese Buttercup >_<), un’incantevole Robin Wright al suo debutto sul grande schermo. E naturalmente l’indimenticabile Inigo Montoya, invincibile spadaccino spagnolo tanto devoto alla memoria del padre da aver dedicato tutta la sua esistenza alla ricerca dell’uomo che lo aveva ucciso: "Hola. Mi nombre es Inigo Montoya...". ^__^
Menzione a parte per la colonno sonora, altro fiore all’occhiello del film, che vanta la presenza di musiche curate dal chitarrista dei Dire Straits Mark Knopfler, e non so se mi spiego.
Incredibilmente, complice una campagna pubblicitaria non all’altezza, il film non ebbe alcun successo al botteghino ma ciò non gli ha impedito di ritagliarsi una consistente fetta di appassionati, specialmente dopo l’uscita della versione home video e ora, proprio per il trentennale, esce nuovamente e addirittura restaurato nelle sale USA e UK in un omaggio come a pochi film è mai stato concesso. Do per scontato che l'abbiate già visto tutti, quindi questo è un film di rivedere assolutamente e, per prescrizione medica, dopo cena almeno una volta al mese! :D

venerdì 3 novembre 2017

Il 13° guerriero


Titolo originale: The 13th Warrior
Nazione: USA
Anno: 1999
Genere: Avventura, Fantastico
Durata: 102'
Regia: John McTiernan
Cast: Antonio Banderas, Diane Venora, Vladimir Kulich, Omar Sharif, Bennis Storhoi, Sven Wollter

Trama:
Costretto all'esilio dal suo califfo per aver sedotto la donna di un'altro, Ahmed Ibn Fahdlan è inviato come ambasciatore il più lontano possibile. Obbligato da una profezia a seguire un gruppo Vikinghi, dovrà portare soccorso al villaggio di Rothgar, che viene regolarmente attaccato da un'orda di demoni metà umani metà animali. Nel corso del viaggio verso il nord Europa, Ahmed, che apprende la lingua dei suoi compagni e l'uso delle loro armi, si troverà ad affrontare le sue paure e...

Commenti e recensione:
Malgrado questo sia stato uno dei flop di botteghino più colossali degli anni '90 (andò sotto di più di 30 milioni di dollari >_<) Il 13° guerriero si è comunque giustamente conquistato, col tempo, un'aura di cult e, personalmente, trovo che McTiernan abbia realizzato uno dei suoi lavori migliori. Capace di maneggiare l’action con grande dovizia (vedi i cult Trappola di cristallo e Predator) anche qui è tornato a miscelare i generi e questa volta con uno uno script di grande presa, adattando un romanzo di uno degli scrittori più cinematografici di sempre: Michael Crichton. Crichton è stato addirittura il produttore e questo, per uno come me che "divorava" ogni suo scritto, avrebbe dovuto essere una garanzia. Paradossalmente è proprio la sceneggiatura, ogni tanto anche Omero dormiva, l'unico neo del film ma è abbondantemente riscattato da tutto il resto! Il 13° guerriero funziona perchè non si lascia andare all’effettaccio speciale o alla febbre da CGI e tutto è decisamente realistico, la messinscena ricalca tensione di Predator, con una location selvaggia e inospitale acuita da una minaccia sconosciuta e letale. Davvero riuscita, e anche abbastanza realistica, la rappresentazione del Medioevo: i vichinghi sono rozzi, brutali, sporchi e selvaggi. Non c’è spazio per armature brillanti e armi luccicanti, i combattimenti sono spesso veloci, violenti e si concludo senza vie di mezzo: vittoria o morte. Il tutto è enfatizzato dalla presenza del civilizzatissimo arabo, perché anche questo è Medioevo.
Nel complesso, il mestiere dietro la macchina da presa di McTiernan, la buona alchimia nel il cast (Antonio Banderas, davvero efficace e credibile, lo rivedremo così incisivo anche nel successivo La maschera di Zorro, prossimamente "su questi schermi" ^__^), gli splendidi paesaggi, la maestosa colonna sonora di Goldsmith, qualche strizzatina d'occhio, in una manciata di sequenze, anche all'horror e un senso dell'epica che a tratti straripa prepotente compensano largamente i limiti di scrittura e ci regalano un'Avventura con i fiocchi che si rivela davvero avvincente. Assolutamente da rivedere e, per chi si fosse lasciato fuorviare dalla critica dell'epoca, sicuramente da rivalutare! :D





dedico questo post al carissimo
G R A Z I E
 che non solo mi ha rimediato 
un DVD introvabile (e dovrò faticare parecchio per sdebitarmi ^_^)
ma ha "saltato la barricata" e iniziato una nuova, 
grande avventura aprendo ben due (2!!!) blog!

c'era una volta 404 e c'era una volta 106


COMPLIMENTI 
E BUONA FORTUNA!


venerdì 27 ottobre 2017

East is East


Titolo originale: East is East
Nazione: UK
Anno: 1999
Genere: Commedia
Durata: 96'
Regia: Damien O'Donnell
Cast: Om Puri, Linda Bassett, Jordan Routledge, Archie Panjabi, Jimi Mistry

Trama:
Per George Khan, Gengis per i suoi ragazzi, la vita è una battaglia. Orgoglioso di essere pakistano, proprietario di un avviato negozietto di "fish and chips", l'uomo non ha intenzione di arrendersi alla cultura "free" che si respira nell'Inghilterra degli anni Settanta. Ma la moglie (inglese) e i figli hanno altre idee per la testa e...

Commenti e recensione:
Sembra impossibile ma ci fu un tempo, neanche tanto lontano!, in cui si poteva ancora ridere sull'integrazione culturale; addirittura su quella islamica :O. Oggi, anche solo pubblicare questo titolo mi mette una certa apprensione ma mi auguro che tutti capiscano che questo film sul "melting pot" è un vero capolavoro cinematografico ed una commedia che avrebbe entusiasmato Capra! Meritatissimo sia il successo a Cannes che, pur non avendo nomi di spicco hollywoodiani, di botteghino.
Tratto dalla commedia omonima di Ayub Khan-Din (anche questo un successo al London's Royal Court nel '96), il film dell'esordiente Damien O'Donnell non è, come si è detto spesso, un nuovo The Full Monty ma una "commedia etnica d'epoca" che intreccia variazioni su una storia di integrazione fra immigrati asiatici e britanni puri. Dai muri incombono i manifesti del politico conservatore Enoch Powell (che voleva rimandare gli immigrati a casa loro) e si capisce bene che la pellicola poteva facilmente assumere risvolti drammatici. Invece il regista ha preferito sottolinearne gli aspetti da commedia, un po' alla Monicelli, avvalendosi dell'interpretazione del grande attore indiano Om Puri e dell'eccellente Linda Bassett, molto più che una spalla. Saporito e leggero, il film conquista per una sua grazia insolita ma nel divertire lascia anche la curiosità, già alla sua uscita e ancora di più oggi, su come e quanto sia cambiata la situazione dal 1971.
Da rivedere e riapprezzare! :D


venerdì 20 ottobre 2017

Panda! Go, panda! - Panda! Go, Panda! Il circo sotto la pioggia


Titolo originale: Panda kopanda (パンダコパンダ) - Panda Kopanda amefuri sākasu no maki (パンダコパンダ 雨ふりサーカスの巻)
Nazione: JAP
Anno: 1972-1973
Genere: Animazione, fantastico
Durata: 72' (39'+33')
Regia: Isao Takahata
Soggetto & sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Trama:
La piccola Mimiko, dopo aver accompagnato la nonna a prendere il treno per un viaggio, rimane sola. Tornata alla sua abitazione, l'attende una sorpresa: due panda vi hanno trovato rifugio, un piccolo e il gigantesco padre. Innamoratasi di loro a prima vista, la piccola decide di viverci insieme senza immaginare i guai che ne deriveranno...
Nella seconda avventura, Mimiko e i suoi amici panda stringono amicizia con un tigrotto fuggito da un circo e che si è nascosto nella loro casa, accudendolo fino a quando il cucciolo non è pronto a tornare da sua madre. Successivamente, una forte pioggia crea un'ondata di piena che sommerge l'intero villaggio: i nostri eroi decidono di andare a salvare il loro amico e tutti gli altri animali del circo, in pericolo di annegamento e...

Commenti e recensione:
Takahata e Hayao Miyazaki sono agli albori della loro fortuna e nel 1971 i due autori hanno alle spalle l’insuccesso commerciale del capolavoro La grande avventura di Hols (sì, arriverà... prima o poi! ^_^), oltre al lavoro sulla prima serie di Lupin III. Inizialmente avrebbero voluto realizzare un adattamento animato di Pippi Calzelunghe ma, non avendo la stessa tenacia e fortuna di Walt Disney con l’autrice di Mary Poppins, si sentrono rispondere da Astrid Lindgren un secco NO! Quando il governo cinese regalò allo zoo di Ueno, Tokyo, due esemplari di panda gigante, decisero di cavalcare l’onda della "Pandamania" esplosa in Giappone girando un mediometraggio basandosi proprio sui tanti disegni preparatori che Miyazaki aveva realizzato per Pippi. Alla faccia di chi ha sempre immaginato il Maestro "superiore alle logiche di botteghino". XD
Il passo era semplice perché sia Pippi che Mimiko introducono il tema, caro ad entrambi, degli orfani. Se il mondo della Lindgren era stato traumatizzato dai disastri della Grande Guerra, nella generazione di Miyazaki e Takahata in Giappone è altissima l’incidenza di minori diventati orfani a causa della Seconda e questo è un fatto che ha segnato profondamente l’evoluzione dell’immaginario nipponico, almeno quanto la bomba atomica stessa. Quasi tutti i personaggi del duo, da quelli di Conan a La tomba delle lucciole e Laputa saranno orfani ma forti e determinati (con maggiore o minore fortuna ç_ç) mentre i pochi che hanno una famiglia ne saranno comunque separati.
Ma questo è il futuro! Nel 1971 troviamo Miyazaki che scrive, Takahata che dirige e Panda, Go Panda! che diventa un divertissement di due autori in vena di spensieratezza e desiderosi di realizzare un prodotto per bambini, lontano dalla complessità psicologica di Hols. Solo in filigrana rientrano i temi cari ai due artisti e anche i trascorsi nel seriale: la dinamica d’interazione fra l’indipendente Mimiko e la gente del suo paese (a metà fra il serio e il faceto) che riecheggia il lavoro di Takahata ne Lo specchio magico, mentre il dinamismo delle scene d’azione e la vena caricaturale che accompagna le autorità del posto risentono di Lupin III – e in un divertito ribaltamento dei ruoli troviamo anche Yasuo Yamada, doppiatore originale di Lupin, nella parte di un poliziotto. ^_^
Tecnicamente, i disegni prediligono il tratto chiaro e un certo senso di morbidezza delle figure, impostate all’immediatezza e pronte per essere ridisegnate dal pubblico più giovane, mentre l’animazione oscilla fra momenti più particolareggiati e altri basati più sulla forza espressiva dei sentimenti messi in campo che sulla precisione dei movimenti. La telecamera è quasi sempre ad altezza della bambina, se non più bassa, rendendo ancora più immediata l'immedesimazione dei più piccoli con la protagonista. La vena politica degli autori, all’epoca molto forte, resta in secondo piano ma si estrinseca in una visione al solito alternativa rispetto al modello giapponese tradizionale: la neo-comunità messa in piedi da Mimiko si propone infatti come velata satira della famiglia-tipo, dove domina sì un legame forte tra i componenti ma soprattutto una vena ironica, che trova la sua sublimazione nella divertita distruzione del nido e, successivamente, della città; il tutto affrontato con infantile entusiasmo e un ottimismo ravvisabile nel rapporto con le autorità. In questo modo, Papanda è sì costretto a tornare allo zoo ma in una dinamica da semplice “lavoro d’ufficio” che non gli impedisce la sera di tornare tranquillamente a casa per far baldoria con Pan e Mimiko. Col senno di poi, Panda, Go Panda! colpisce soprattutto per il lavoro d’anticipazione rispetto alle più celebrate opere dei due autori: le figure dei due Panda, infatti, precorrono nettamente le creature de Il mio vicino Totoro, mentre l’inondazione finale prefigura lo scenario di Ponyo sulla scogliera. Allo stesso tempo, il gusto per la caratterizzazione antropomorfa degli animali, in rapporto a una visione satirica della società, fornisce un primo stadio rispetto al lavoro che Takahata porterà avanti in Pom Poko. L’indipendenza di Mimiko – che della storia è la vera anima in grado di dirigere le azioni dei due Panda con la sua incontenibile energia – sebbene possa considerarsi un cascame del comportamento altrettanto giocoso e anticonformista di Pippi Calzelunghe, fornisce a sua volta un modello per i tanti bambini dal carattere forte che i due autori elaboreranno in futuro.
Panda, Go Panda! (e il suo sequel, che io continuo a considerare semplicemente un "secondo tempo") resta un delizioso esperimento d’autore, godibile per il sincero slancio di una visione capace, con semplicità, di portare avanti un’idea di cinema e di estetica. In Italia è rimasto inedito per quattro decenni ma nel 2012 è stato fortunatamente recuperato da Dynit, per la gioia di tutti gli appassionati che ne attendevano la riscoperta.
Il film era ed è destinato a un pubblico di bambini molto piccoli, infatti Miyazaki lo realizzò con l’obiettivo di farlo vedere al figlio appena nato, eppure... Sì, me lo sono goduto tutto. ^__^
Da (ri)vedere? Assolutamente! :D


venerdì 13 ottobre 2017

Il gioiello del Nilo


Titolo originale: The Jewel of the Nile
Nazione: USA
Anno: 1985
Genere: Avventura
Durata: 104'
Regia: Lewis Teague
Cast: Kathleen Turner, Michael Douglas, Danny DeVito, Spiros Focas, Alicia Verdés

Trama:
Jack e Joan, l'intrepido avventuriero e la romantica scrittrice, sono a bordo del loro yacht: lui si gode la vacanza, lei sogna di tornare in città. Durante un party, la donna viene avvicinata da un affascinante sceicco che la convince a scrivere la sua biografia e la porta con sé nel suo regno sul Nilo. Jack, improvvisamente geloso, la segue e si ritrova con lei coinvolto nella caccia a un misterioso "gioiello" e...

Commenti e recensione:
Molto spesso ritornano. ^__^
Dopo l’ottimo successo di All’inseguimento della pietra verde arriva il conseguente, quanto improrogabile, sequel. Eppure non è certo da cestinare e infatti fu molto fortunato al botteghino (incassò poco di meno primo episodio... e quindi comunque tantissimo!) e se dal punto di vista critico il paragone con il precursore si risolve con una netta sconfitta per questo secondo episodio, lo spirito di fondo rimane quello: un’avventura in terre lontane ed affascinanti. Che poi è tutto quello che si può e deve chiedere a un film del genere!
Ovviamente perdere un regista brillante come Zemeckis è senza dubbio un duro colpo e il film può (non) “vantarsi” anche di una sceneggiatura sostanzialmente più claudicante sotto quasi tutti i punti di vista ma rimangono i tre interpreti chiave ed è soprattutto l’alchimia tra Douglas e la Turner che ancora una volta, se non ancor di più (visto appunto quanto scritto pocanzi) è la trave portante di tutta la vicenda. E De VIto? Sempre esilarante. ^_^
Da rivedere? Per una bella serata di assoluto svago e senza pensieri, sicuramente sì! :D


venerdì 6 ottobre 2017

All'inseguimento della pietra verde


Titolo originale: Romancing the Stone
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Avventura
Durata: 105'
Regia: Robert Zemeckis
Cast: Michael Douglas, Kathleen Turner, Danny DeVito, Zack Norman, Alfonso Arau

Trama:
La scrittrice di romanzi rosa, Joan Wilder, si ritrova costretta a recarsi in Colombia per consegnare la mappa di un ipotetico tesoro ad una banda di malviventi, in cambio del rilascio della sorella, rapita da questi. Giunta nel luogo, la bella scrittrice si caccia immediatamente nei guai ma fortuna vuole che nel suo cammino incontri per caso un avventuriero di nome Jack Colton, in cerca di fortuna. Tra i due, dopo reciproca diffidenze e scaramucce varie, scoppierà l’amore per il più romantico e avventuroso finale rosa?

Commenti e recensione:
Pur sembrando un classico film di avventura a sfondo romantico All'inseguimento della pietra verde rappresenta il primo grande incasso commerciale del regista Robert Zemeckis al quale seguiranno numerosi successi quali Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit? e soprattutto Forrest Gump. Fin dalle prime battute del film appare chiara la fonte di ispirazione di Zemeckis, ovvero quell’Indiana Jones spielberiano che qualche anno prima aveva sbancato i botteghini riscuotendo un enorme successo di pubblico. All’inseguimento della pietra verde ne ricalca il genere e lo spirito, mischiando avventura e forti dosi di humor e aggiungendo, in più rispetto al film di Spielberg, una componente romantica, rappresentata dall’incontro scontro tra i due protagonisti.
Resta indiscutibile, soprattutto, l'elevata abilità nel confezionare il prodotto: script eccellente, originalità totale, stile registico perfetto, cast brillante. Il risultato finale funziona ed avvince, mostrando tutte le potenzialità di un autore in grado di coniugare fantasia, estro e competenza professionale.
Il film forse non è straordinario, sicuramente inferiore rispetto sia al citato Indiana Jones ma anche ai successivi lavori del regista, che spiccano, rispetto a questo, per maggiore originalità e stile. La trama però è coinvolgente al punto giusto, l’ironia emerge rigogliosa e in generale è una pellicola che si lascia guardare senza chiedere troppo allo spettatore e soprattutto senza prendersi troppo sul serio, divertendosi a fare il verso, fin dalle prime scene, al filone romantico-avventuriero. Le ragioni del tanto successo vanno ricercate anche nell’eccezionale affiatamento della coppia di protagonisti, ovvero il duo Douglas-Turner, che si ripeterà con successo qualche anno dopo nel celebre La guerra dei Roses. Da rivedere? Senza alcun dubbio! :D


venerdì 29 settembre 2017

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore


Titolo originale: Moonrise Kingdom
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Commedia
Durata: 94'
Regia: Wes Anderson
Cast: Jared Gilman, Kara Hayward, Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton

Trama:
Anni Sessanta: per poter vivere liberamente il loro amore, un ragazzo e una ragazza sono costretti a scappare dall'isoletta del New England dove vivono. Di fronte alla loro fuga, i loro concittadini adulti si organizzano in vari gruppi per ritrovarli e riportarli all'ordine ma così facendo sconvolgono l'ordine e la tranquillità cui sono abituati e...

Commenti e recensione:
Benvenuti in un viaggio simpatico, sarcastico, satirico, ironico, tra le pieghe sottili del proibizionismo e della voglia di ribellione, tra i risvolti colorati dell’innocenza e dell’istinto, tra gli stretti corridoi della burocrazia e dell’età adulta. Questo è uno di quei film che sfida ad andare oltre, che divide gli spettatori in due: quelli che lo apprezzano, e quelli che lo amano, ovvero quelli che si fermano in superficie e quelli che scavano a fondo. ^__^
Wes Anderson continua a dimostrarsi uno dei più grandi registi del decennio, capace di creare "piccoli" capolavori del calibro de I Tenenbaum, Il treno per il Darjeeling e ancora Fantastic Mr. Fox e Grand Budapest Hotel, restando sempre sul limitare tra il New York style e il folle. E se, talvolta, questa sua capacità ha creato dissensi, qui è riuscito a mettere tutti d'accorto perché, mentre raggiunge i suoi massimi livelli nell’estetica, nella colonna sonora, così raffinata e curata nella strumentistica, nella fotografia dagli intensi colori pastello, immergendoci in incantevoli piccoli paesaggi della Nuova Inghilterra, racconta un amore tra dodicenni così forte e consapevole, così puro e sensuale da far impallidire tutte le altre storie.
Wes ci propone una sceneggiatura particolare e fuori dalle righe (scritta con Roman Coppola) ed un film interpretato coralmente in ognuna delle sue componenti per tener sempre viva una realtà ribelle, diversa. Tutto sembra essere descritto dal punto di vista un po’ stralunato dei ragazzi: i personaggi, i luoghi, le istituzioni, i dialoghi. Nessun personaggio è davvero normale fino in fondo e forse è proprio questa la sottile satira sollevata nei confronti della società: proprio i più rigorosi e conformisti saranno colpiti ed affondati mentre i sentimenti e le storie più pure e coinvolgenti saranno vissute proprio dai ragazzi, quelli strani, quelli che all’inizio sembrano essere esclusi dal mondo sociale e alla fine, come in ogni film che si rispetti, passano sotto l’arco del cambiamento e conquisteranno tutti.
Regia magistrale, in completa sintonia con ogni singolo elemento; attori, comparse, tutto si muove e si evolve con lo stesso linguaggio. Se del cast non si possono non citare, tra gli altri, un bravissimo Bruce Willis e un eccellente Edward Norton (forse non necessari ma certamente la loro presenza ha richiamato tanti spettatori al box office e dato loro l’opportunità di apprezzare un film dalla premessa non proprio irresistibile), i veri giganti di questo film sono i due assolutamente sconosciuti e non professionisti (spero solo per poco!!!) Jared Gilman e Kara Hayward, novelli “Romeo e Giulietta”, molto meno drammatici e molto più avventurosi, strani, stralunati, straordinari!
Diciamoci la verità, Moonrise Kingdom non è un film mainstream, eppure è riuscito ad incantare critici e spettatori e quindi: lasciatevi trasportare anche voi da un’innocente, disinibita, storia d’amore tra due strani dodicenni in fuga dalla loro realtà fatta di regole e conformismi. :D


sabato 23 settembre 2017

Video Girl Ai


Titolo originale: Video Girl Ai (電影少女, lett. "La ragazza del video")
Nazione: JAP
Anno: 1992
Genere: Commedia, Drammatico, Ecchi, Fantascienza, Sentimentale
Durata: 29' x 6 episodi
Regia: Mizuho Nishikubo, Masakazu Katsura

Trama:
Yota Moteuchi è un sedicenne timido e imbranato. Innamorato ma incapace di dichiararsi, col cuore infranto si imbatte in un misterioso videonoleggio in cui affitta subito quello che sembra un film per adulti. Rincasato, inserisce il nastro nel videoregistratore e, magicamente, la bellissima Ai esce dallo schermo in carne, curve e ossa, irrompendo nella sua vita e...

Commenti e recensione:
Premessa importante: l'anime "Video Girl Ai" nasce come OAV per reclamizzare il manga omonimo, non per aggiungere qualcosa rispetto a quanto già pubblicato nei volumetti. Secondo l'intenzione degli autori, vedendo gli OAV si era invogliati ad acquistare il manga e questo è il percorso consiglio anche a voi: dopo aver visto l'anime, leggete il manga!
Detto questo, anche se limitati gli OAV lasciano scorgere in pieno la storia che viene narrata nei manga e diventano, a tutti gli effetti, un gioiellino del genere shōnen in cui, alla classica situazione degli amori adolescenziali con tutti i turbamenti che si portano con sé (tema iper-inflazionato), si aggiungono alcuni elementi nuovi che assomigliano tanto a un colpo di genio. La ragazza dolce e devota che, improvvisamente, si materializza nella vita di un ragazzo cambiandola per sempre (situazione già vista in Lamù) è apparentemente uno dei desideri nascosti di molti adolescenti timidi: la bambola gonfiabile viva di Pigmalione. Un elemento più innovativo, però, è quello di aver fissato un limite temporale agli eventi: sapere che la vita di Ai è limitata aggiunge intensità agli eventi raccontati. L'ambientazione è pacchianamente e splendidamente anni '80: dalla tecnologia (splendida l'idea del VHS!) ai personaggi che sfoggiano capi firmati di palese derivazione occidentale, dalle tonalità tenui e alla moda, che vivono le loro avventure (e disavventure) sentimentali in una Tokyo dal sapore autunnale, bagnata da vivaci pioggerelline e invasa da migliaia di ombrelli trasparenti, dipinta con fondali in acquarello che evocano un malinconico effetto seppia, perfetto come un ritocco fotografico che richiami ricordi passati. Inoltre, le vicende dei protagonisti sono piacevolmente intricate e rispecchiano con molto gusto la situazione (ipoteticamente!) tipica dei ragazzi che vivono le loro prime storie d'amore. Impossibile non immedesimarsi. :)
Il ritmo è buono, le situazioni comiche sono ben amalgamate con i momenti più sentimentali e riflessivi e, cosa rara, anche la colonna sonora è particolarmente valida, con una menzione speciale per la sigla finale "Ano hi ni": difficile non commuoversi ascoltandola dopo aver visto gli episodi più sentimentali. Non dimentichiamo il motivo davvero vincente di questa serie: le ragazze di Masakazu Katsura sono le più carine del mondo!
Deliziosi e da vedere assolutamente sono gli extra incorporati alla fine di ogni episodio: il "Teatrino catodico" che compare in coda, dopo l'anticipazione della puntata successiva, è paragonabile al materiale aggiuntivo presente nei DVD e Bluray odierni. Tra questi è impossibile non citare quello de secondo episodio, in cui alcuni spezzoni della puntata sono stati ridoppiati in dialetto ed è un vero spasso sentir parlare Yota in siciliano, Ai in veneziano, Moemi in aretino e Takashi in italiano aulico del medioevo.
Proprio perché questa serie doveva essere solo pubblicitaria, gli episodi sono relativamente pochi ma, credetemi, assolutamente sufficienti. Inoltre, proprio come progettato, è impossibile resistere alla tentazione di leggerne, subito dopo, i manga (che naturalmente trovate nella cartella ^__^).
Allora, torniamo tutti adolescenti, in quel modo che forse non siamo mai stati se non nei ricordi, e godiamoci la vitalità di Ai, il sogno erotico predigitale. :D


sabato 9 settembre 2017

Un lupo mannaro americano a Londra


Titolo originale: An American Werewolf in London
Nazione: USA
Anno: 1981
Genere: Horror, Commedia grottesca
Durata: 97'
Regia: John Landis
Cast: Jenny Agutter, Griffin Dunne, David Naughton, Brian Glover, John Woodvine

Trama:
David e Jack, due turisti americani in vacanza in Inghilterra, vengono attaccati da un lupo mannaro in una piovosa notte di luna piena. Jack muore, David viene ricoverato, ferito, in ospedale. Nei giorni successivi guarisce ma comincia a sentirsi un po' strano e...

Commenti e recensione:
John Landis è un autore straordinario, capace di reinventare la commedia americana e, a volte, a sfociare in altri generi. Cosa succede quando il regista di Animal House si cimenta nell’horror? Cosa ne esce? Un cult, of course. Un lupo mannaro americano a Londra non è solo un capolavoro unico nella ventina di film lupeschi di Hollywood ma è anche un fantastico miscuglio tra puro humour, anche nero, e grande horror che guarda al passato. Opera iconica destinata a rimanere nell'immaginario collettivo degli appassionati del cinema horror e non, il film non lesina nel mostrare una sana violenza ma la stempera con un'altrettanto sana e dissacrante ironia (prendendo di mira, sacrilegio!, anche i reali inglesi ^__^). L'intero film diverte e spaventa al contempo, volando sulle ali di un ritmo indiavolato che, tra citazioni (verbali e non a classici e star del passato come Lon Chaney e Bela Lugosi) e intrusioni in terreni parzialmente esterni come nell'iconica sequenza del cinema porno, non lascia un attimo di fiato fino agli ultimi istanti. Puro concentrato di spettacolo avvincente e vagamente malinconico, tutto sempre giocato sulla decostruzione del filone della Nuova (pelosa) Carne.
Il cast che, oltre all'allora promessa David Naughton nei panni del protagonista, vanta la bellezza di Jenny Agutter e la simpatia del Griffin Dunn, futuro one-man-show del Fuori Orario (1985) di Scorsese, si adatta con istintiva semplicità ai rispettivi ruoli, donando la giusta dose di solo apparente disimpegnata duttilità a personaggi più profondi di quanto inizialmente appaia. Ancora oggi, a trentacinque anni di distanza, cattura completamente lo sguardo la tutt'ora terrificante sequenza della trasformazione in lupo mannaro firmata dal guru Rick Baker (meritatissmo Premio Oscar per il trucco), sicuramente il più significativo tra i tanti passaggi geniali dei cento minuti di magnetica visione.
Da rivedere assolutamente! :D


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