lunedì 19 ottobre 2020

E io mi gioco la bambina


Titolo originale: Little Miss Marker
Nazione: USA
Anno: 1980
Genere: Commedia
Durata: 104'
Regia: Walter Bernstein
Cast: Walter Matthau, Julie Andrews, Tony Curtis, Sara Stimson, Brian Dennehy, Bob Newhart

Trama:
La vita del burbero allibratore Tristezza viene sconvolta dall'arrivo di una simpatica bambina di sei anni che un suo debitore, poi trovato morto in un fiume, gli ha lasciato come pegno per un prestito e...  

Commenti e recensione:
Questa deliziosa commedia americana è stata realizzata con almeno dieci anni di ritardo, sfacciatamente fuori tempo massimo, eppure Bernstein, malgrado non sia un Billy Wilder o Blake Edwards, è riuscito a farla sembrare perfettamente in linea con quelle bellissime degli anni ’50 e ’60. In realtà è quasi impossibile, vedendola, datare Little Miss Marker (il titolo in italiano non rende completamente il senso profondo che l’originale voleva dargli) al 1980. Vuoi per lo stile, vuoi per le luci, la musica (di uno straordinario Mancini!) e, soprattutto, per il cast, chiunque direbbe che si tratti un lavoro coevo a La stangata. Molti critici dell'epoca storsero il naso davanti a questa "mancanza di modernità" (Francesco Mininni lo definisce un "film gradevole e divertente: peccato che sia anche inutile", sic) ma rivedendolo oggi, a quarant'anni di distanza e pochi in meno rispetto ai lavori a cui fa il verso, possiamo veramente apprezzarne la riuscitissima bellezza.
Tratta da un breve racconto del giornalista newyorkese Damon Runyon (1880-1946), la pellicola Little Miss Marker del '35 impose al pubblico la piccola Shirley Temple, facendola diventare una vera stella del cinema. Da allora sono stati realizzati altri tre remake: Come divenni padre, del '49 con Bob Hope, 20 chili di guai e una tonnellata di gioia del '62 (che potete trovare da HD4ME) con un bravissimo Tony Curtis ed, infine, questo. Sì perché metà del successo di questi lavori è proprio nella presenza di attori di grandissimo calibro; in questa versione abbiamo Julie Andrews e Tony Curtis insieme a caratteristi d'eccezione quali Bob Newhart e Brian Dennehy (lo sceriffo perfido di Rambo, ricordate?) che servono, soprattutto, a sostenere la formidabile faccia di bronzo di Walter Matthau. Fin dal primo minuto è scontato che finirà con l'affezionarsi alla bambina ma, dove altri sarebbero fatalmente scaduti nella sdolcinatezza, lui mantiene il ritmo frizzante con le sue battute ciniche, con un'insensibilità (apparente) che diventa motore di comicità e che riesce a rendere divertenti anche momenti che altrimenti sarebbero diventati svenevolmente commoventi. Certo, la Andrews e Curtis (che a 20 anni di distanza recita nel ruolo opposto a quello che ebbe nel '60) sono bravissimi eppure è la piccola Sara Stimson a riuscire, nonostante l’età, a tener testa al grande Matthau ed a dare al film le venature più delicate.
E io mi gioco la bambina è una tenera ma non sdolcinata commedia gangster, ambientata nella New York della grande depressione (che, da generazioni, esiste solo nell'immaginario collettivo) che sfrutta benissimo i suoi assi: un imprevedibile e burbero Matthau da una parte, una irresistibile bambina dall'altra, un villian che non si prende troppo sul serio come Curtis ed una Andrews a donare un tocco di femminilità alla storia. Con Bernstein e Mancini, tutti insieme hanno creato un prodotto di ottimo livello, ben ritmato, splendidamente recitato e, soprattutto, adatto a tutta la famiglia; da gustare più e più volte! :D

martedì 6 ottobre 2020

Frankenweenie


Titolo originale: Frankenweenie
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Animazione, Commedia, Horror, Fantascienza
Durata: 87'
Regia: Tim Burton

Trama:
Dopo la morte del suo amato cane Sparky, investito da una macchina, il giovane Victor sfrutta il potere della scienza per riportarlo alla vita. Victor cerca di tenere nascosta la sua creazione ma lo Sparky redivivo viene scoperto con terrore dai vicini di casa e...  

Commenti e recensione:
Correva l'anno 1984 e l'allora ventiseienne Timothy William Burton consegnava alla Disney il suo secondo cortometraggio intitolato Frankenweenie (letteralmente Franken-sfigato). Il regista fin dall'inizio aveva pensato di sviluppare questa storia in un lungometraggio in stop-motion ma problemi legati al budget lo costrinsero ad adattarsi ad una più pratica live action. Bisogna ammettere che ci provò davvero! Mise in campo un cast eccezionale, da Daniel Stern a Shelley Duvall, richiamando l'acclamatissimo Barret Oliver, reduce da La storia infinita, e scovando addirittura una giovanissima Sofia Coppola. Quando ne terminò la lavorazione, la Disney, dando prova di un acutissimo senso per gli affari, lo accusò di aver sprecato le risorse della compagnia con una pellicola che non sarebbe mai stata adatta ad un pubblico di bambini e lo licenziò. Poco meno di trent'anni dopo Tim Burton, richiamto da una Disney con la coda tra le gambe, è finalmente riuscito a realizzare il suo vecchio progetto, riportando in vita tutti i personaggi nel film d'animazione stop-motion che tanto sognava ed integrando la storia originale con nuovi passaggi e sfumature. Il fatto di aver potuto disporre di un’ora e mezza di tempo (nonché di un sacco di soldi!) gli ha permesso di realizzare un vero capolavoro perché l’iniziale tenerezza si è fusa con la maturità acquisita negli anni da un Burton sempre e comunque nostalgico.
Frankenweenie è il film più burtoniano di sempre. Col suo magico mix di bianco e nero e 3D, antico e modernissimo, è un film che, nella sua semplicità, mette in discussione tutto e tutti, adulti e bambini inclusi ma, soprattutto, il regista stesso che, per l’occasione, si apre come forse mai prima d'ora. A chi non conoscesse Burton basterà vedere solo questo per comprenderlo: è tutto qui, in novanta minuti. Perché Frankenweenie è palesemente un'opera d'amore: amore per gli amici perduti, per un'infanzia ricca di sogni e visioni (magari macabri, sì, ma ognuno ha i suoi), per il suo simpaticissimo bull terrier e per un padre ed una madre amorevoli e comprensivi nei confronti di un figlio tanto strano. Dopo pochissimo ci si dimentica che stiamo guardando dei pupazzi minuscoli, mossi con certosina pazienza e dedizione da appassionati artigiani, e che il film è, per di più, in bianco e nero. Non è la qualità assoluta dell'animazione, è proprio il nostro cuore a dipingere il grigio di tutte le sfumature dell'arcobaleno. È quella splendida magia che era mancata nella prima versione live, come Burton ben sapeva, e che adesso la Disney si è finalmente decisa a concedere al suo straordinario figliol prodigo.
Questa è senz’altro una delle più accattivanti favole contemporanee; sognante e deliziosa come poche altre hanno saputo essere, merita di essere vista, rivista e ri-rivista ancora! :D

sabato 26 settembre 2020

L'erba di Grace


Titolo originale: Saving Grace
Nazione: UK
Anno: 2000
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Nigel Cole
Cast: Brenda Blethyn, Craig Ferguson, Leslie Phillips, Martin Clunes, Tchéky Karyo

Trama:
Nella verde e tranquilla Cornovaglia, una dolce signora si trova a dover affrontare debiti e misfatti del defunto marito. Senza farsi prendere dallo sconforto e senza dimenticare la sua gentilezza tutta di provincia, trova il modo di far fruttare il proprio pollice verde: dagli innesti di orchidee passa alla coltivazione intensiva di marijuana e...

Commenti e recensione:
C'è un'Inghilterra fatta di casette nel verde e personaggi da operetta che, come le nostre pizza e mandolino, è chiaramente stereotipata; è un'Inghilterra che sembra uscita dalle pagine di P. G. Wodehouse, dove i personaggi alla Bertie Wooster e l'inimitabile Jeeves si muovono in un ambiente palesemente idealizzato che noi, forestieri ma svegli!, riconosciamo immediatamente come di fantasia.
Poi arrivano le decine di telefilm alla Barnaby o i film di Nigel Cole & Co che ti fanno venire tutti i dubbi del mondo: possibile che quell'Inghilterra esista davvero?
L'erba di Grace è una commedia nel più classico stile inglese, un mix adorabile di stereotipi british, sempre uguali eppure sempre così azzeccati che diverte senza mai strafare. Attori che più inglesi non si potrebbe, nebbie e grigiore che solo in Cornovaglia, tè delle cinque, feste parrocchiali e, per contrasto, le risate nonsense e contagiose che tutti conosciamo. Il film è brillante e Cole lo dirigge con la dovuta umiltà di un'opera prima, si permette solo qualche bellissima ricercatezza di ripresa e fotografia e quel tocco delicato con cui esalta l'indiscutibile bravura recitativa della simpatica protagonista. Proprio per questo il suo delizioso "Hashish e vecchi merletti", accompagnato da musiche che rimandano ai fantastici anni '70, valse subito una meritatissima nomination ai Golden Globes all'esordiente regista.
L'erba di Grace
è un gradevolissimo film anticonformista che strizza l'occhio alle sempre più rare comunità hippy, vivace e divertente, tra vecchine che sorseggiano tè "stupefacenti" e criminali improvvisati che mal si destreggiano negli affari di spaccio. È perfetto per una serata davvero rilassante e, ogni volta che lo si guarda, fa venir voglia di cambiare aria.
O magari anche di fumarvela. ^__^


giovedì 3 settembre 2020

Outlander - L'ultimo vichingo


Titolo originale: Outlander
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Azione, Avventura, Fantascienza, Horror
Durata: 115'
Regia: Howard McCain
Cast: Jim Caviezel, Sophia Myles, Jack Huston, Ron Perlman, John Hurt, Owen Pattison


Trama:
Norvegia, anno 709 dopo Cristo. Mentre i vichinghi si fanno la guerra, dal cielo precipita sui fiordi una navicella spaziale con il guerriero umanoide Kainan. Purtroppo a bordo s'è salvata anche una creatura, selvaggia ed in cerca di vendetta, che inizia a seminare morte nelle nordiche langhe e...

Commenti e recensione:
Howard McCain, affascinato dalla lettura del Beowulf, ci mise circa sette anni, dalla scrittura all'uscita, a realizzare questo suo film.
Outlander, uno dei più begli esempi di commistione di generi degli ultimi anni: fanta-western iniziatico che intreccia Howard, James Cooper e Robert Heinlein (ma che poteva benissimo essere anche una storia di Zagor ^_^), pareva perfetto per sfruttare l'onda lunga de Il Signore degli Anelli e, invece, McCain si è trovato quasi subito a combattere con fondi limitatissimi (infatti è girato in Canada invece della Nuova Zelanda). Il suo debutto nelle sale è stato continuamente rimandato dalla Weinstein Company, proprietaria dei diritti di distribuzione, salvo poi essere finalmente rilasciato direttamente sul mercato Home Video.
Perchè mai questo trattamento? Di certo non perchè è un film brutto, semmai il contrario. McCain dirige il racconto con brio ed impedisce che il montaggio iperveloce confonda l'azione evitando così che i protagonisti si riducano a caricature. È anche un buon esempio di cinema digitale dal cuore analogico ed è capace di spruzzare una ricca dose di citazioni intelligenti, da Predator ad Alien a L'uomo chiamato cavallo e tanti altri. Il "problema" è che Outlander - L'ultimo Vichingo è decisamente diverso dai (brutti) film horror di successo dati in pasto negli ultimi anni agli amanti del genere, sempre più di bocca buona. A cominciare dal ritmo della narrazione, indiscutibilmente lento ma di un lento che non annoia mai e che, anzi, permette alla pellicola di sviluppare per bene i suoi personaggi e le sue molteplici situazioni. In pratica, non ci troviamo di fronte ad un horror fantascientifico tutta azione e poco cervello, megakolossal inconcludente e senza costrutto, ma ad una pellicola dove orrore, mostri e sangue si mischiano armoniosamente con amore, romanticismo e dramma. Decisamente troppo per dei produttori commerciali!
Il film è quasi privo di colonna sonora (ok, non è un difetto ma penso si sia persa un'occasione a non lasciarla a qualche viking metal band come Enslaved, Unleashed o Tyr) perché si è preferito dare più spazio agli effetti speciali, al rumore dei combattimenti e delle spade (che gli attori destreggiano con vera maestria!) per far entrare lo spettatore nella storia. Ron Perlman, John Hurt e, soprattutto, Jim Caviezel non solo si dimostrano dei veri professionisti ma calzano perfettamente i loro ruoli.
E poi c'è "il mostro". A conti fatti, è il Moorwen il vero protagonista di Outlander. Creatura frutto dell’ingegno di Patrick Tatopulos (Indipendence Day, Ultimatum alla Terra, Pitch Black e chi più ne ha più ne metta), deve il suo nome al Morlock di La Macchina del Tempo di Wells e si ispira alle nemesi di Beowulf nell’omonimo poema epico. Fin dai tempi de Lo Squalo si è capito che il nemico è metà film. La metà occupata da questo mostruoso incrocio tra lupo, drago, serpente e camaleonte è a dir poco terrificante: un incubo perfido, senza pietà, truculento e feroce come se ne sono visti pochi sullo schermo! Eppure, mano a mano che si va avanti con il film, la sua rabbia, la sua sete di sangue e vendetta appaiono meno illogiche e la sua mostruosità inferiore a quella dell’Uomo, certo futuristico ma che continua a commettere gli stessi massacri che abbiamo visto ripetersi all’infinito. In un certo senso il Moorwen assurge a castigo divino, a punizione inflitta a quell’umanità che fin dall’alba dei tempi non ha saputo fare altro che violentare una natura che, di quando in quando, trova comunque il modo di ribellarsi.
Outlander si inserisce in quel filone di film a basso budget ma dall'ottima resa, come Pitch Black, in cui l'intelligenza della regia supplisce alla stupidità della produzione. Vien quasi da pensare che Weinstein l'abbia presa quasi come un'offesa personale (e non è che gli manchino altri e noti difetti caratteriali) e, approfittando della difficoltà di catalogazione del titolo, lo abbia messo su una delle sue famigerate black list. Fosse solo per fargli dispetto verrebbe voglia di vederlo ma è stata una vera gioia scoprire che il film ha davvero tanto da offrire e regala una serata di avventura diversa ed intelligente. Da non perdere! :D



***Attenzione!***
L'algoritmo di Google sembra aver "dimenticato" questo blog e, quando lo cercate, vi rimanda al sito di backup.
Non preoccupatevi, da lì potete tranquillamente rientrare qui dentro e seguire le mie proposte come sempre.



sabato 22 agosto 2020

Avventure di un uomo invisibile


Titolo originale: Memoirs of an Invisible Man
Nazione: USA
Anno: 1992
Genere: Commedia, Fantascienza
Durata: 106'
Regia: John Carpenter
Cast: Chevy Chase, Sam Neill, Daryl Hannah, Michael McKean, Stephen Tobolowsky

Trama:
Nick Halloway, agente di cambio a San Francisco, arrivista, edonista, mediocre, diventa invisibile durante un incidente scientifico. Un funzionario dei servizi segreti, che vuol impadronirsi di lui per servirsene come spia ed accrescere il proprio potere, gli da una caccia spietata e...

Commenti e recensione:
Puro divertissement, Memoirs of an Invisible Man (memorie e non avventure, una differenza fondamentale che, ancora una volta, la traduzione italiana non si degna di considerare) è un gioiellino fantascientifico, insolito nella filmografia di John Carpenter, precursore dei tempi ed, al contempo, capace di un affettuoso sguardo cinefilo agli albori della 7ª arte. Carpenter si dimostra capace come pochi di portare avanti il proprio discorso antropologico anche quando è costretto a lavorare su commissione: la storia di Nick Halloran, strizzando l’occhio a tutto un genere cinematografico omaggiato dalla sobrietà stessa dei toni scelti dall’autore, racconta ancora una volta, in puro stile Carpenter, la dura battaglia tra realtà e fantasia e la necessità umana di trovare una dimensione di riconoscimento essenziale con cui poter sopravvivere al mondo, in questo caso nel drammatico momento della solitudine cui è costretto l’invisibile Chase, finalmente consapevole della necessità di "essere visti". Il fugace scambio di battute tra i protagonisti, "È bello vederti", "È bello essere rivisto", è fondamentale per stabilire la qualità dell’approccio carpenteriano al tema dell’invisibilità, che non è il potere codificato da H.G. Wells capace di rendere il singolo individuo una sorta di pericolo ambulante o un supereroe, quanto una variabile impazzita in grado di ridefinire la percezione del sé e l’approccio con gli altri. Nick Halloway, viene detto chiaramente, era invisibile prima ancora di diventarlo: un uomo solo, senza amici, impegnato in giornate sempre uguali fra l’arte dell’arrangiarsi e quell’agire sbruffone di chi non ha niente da perdere. Impossibilitato ad "essere visto" può iniziare un processo utile finalmente a "vedere" se stesso ed il mondo e, paradossalmente, è solo da invisibile che diventa interessante. Purtroppo per lui, anche per la CIA. A fronte di tanta acutezza tematica, il film resta comunque una commedia romantica dai dialoghi fulminei alla Hawks, discreta ma puntuale nelle citazioni (Nick che si toglie le bende è un bell'omaggio al film di Whale), con atmosfere metropolitane opprimenti alla 1997: Fuga da New York. Sembra quasi che Carpenter abbia tentato di intrecciare Starman con Intrigo internazionale.
Il cast, per quanto improbabile, è particolarmente adatto. Carpenter riesce nell’impresa di far sembrare Chevy Chase, il caratterista da National Lampoon’s Vacation, un vero attore e, con la sua regia, lo dota di una rispettabilità ed una capacità d’indagine psicologica del personaggio per lui inusitata (un po’ come accadrà a Jim Carrey con la svolta semi-seria di The Truman Show). Con la bella Daryl Hannah dev'essere stato più semplice: è dolce come lo zucchero ma, attenzione!, è molto più della classica "bionda in pericolo"! Particolarmente azzeccato è anche il Sam Neill versione pre-Jurassic Park, molto convincente come spietato e paranoicamente maligno mastino dei Servizi.
Spaziando dalla sci-fi all’horror, e passando per l’adventure, John Carpenter ha dimostrato, nel corso della sua carriera, una dote indiscutibile: la capacità di garantire standard sempre al di sopra della media. Pur trattandosi, in questo caso, di un copione scontato (tratto dal libro omonimo di H.F. Saint e non da Herbert George Wells), Carpenter riesce a stemperare la prevedibilità della storia da un lato profondendo quella sua tipica mistura di tensione e (black)humor, dall’altro deviando le traiettorie della commedia convenzionale in quelle della farsa (oltre a saper dosare con cura il tasso glicemico della love story dei due protagonisti).
Avventure di un uomo invisibile è un film farcito di citazioni (oltre all’Uomo invisibile del ’33 ci scappano anche Hitchcock e molti altri) ma soprattutto di autocitazioni: non sono i ricordi di Nick Holloway quelli che scorrono sullo schermo bensì quelli del regista stesso che ha visto, in questo progetto precedentemente rifiutato da Ivan Reitman e Richard Donner, l’occasione per provare a dimostrare a chi non aveva saputo apprezzare Grosso guaio a Chinatown che il suo cinema è molto più ricco di quello cui l’etichetta di "regista horror" che gli è stata affibbiata farebbe pensare. Un cinema spesso sottovalutato ma bellissimo e di cui questo film è sicuramente un perfetto esempio: un (potenziale) blockbuster intelligente, poetico e leggero, da vedere con grande piacere! :D

domenica 16 agosto 2020

Miracolo sull'8ª strada


Titolo originale: Batteries not Included
Nazione: USA
Anno: 1987
Genere: Commedia, Fantascienza, Fantastico
Durata: 106'
Regia: Matthew Robbins
Cast: Jessica Tandy, Hume Cronyn, Michael Carmine, Frank McRae, Elizabeth Peña

Trama:
La speculazione edilizia sta costringendo a sloggiare, anche con la forza, la gente di un quartiere popolare di New York. Unici a resistere in un palazzo fatiscente sono cinque inquilini, di cui due molto anziani. In loro aiuto arrivano dallo spazio due dischi volanti, minuscoli e laboriosissimi, e...

Commenti e recensione:
Miracolo sull'8ª strada è una strana fiaba fantascientifica, di quelle che soltanto gli anni '80 potevano tirare fuori. Giocando con un'idea che, tutto sommato, rientra nei concetti proposti ripetutamente da Spielberg, ricorda molto la poetica di Miyazaki dei piccoli sentimenti. Proprio perché è una fiaba non vuole dare troppe lezioni ma soltanto intenerire i cuori, soprattutto dei giovanissimi, e lo fa con gag, bontà a profusione e minuscole astronavi che acquistano, in un contesto infantile, una perfetta credibilità. Poi, se si prova a fare una lettura più approfondita ed adulta, possiamo anche trovare il rapporto uomo/macchina, la terza età, la meschinità degli speculatori e mille altre cose ma, come per il coevo Totoro, quella parte è solo accennata, in trasparenza, utile magari a qualche studioso ma abilmente nascosta alla prima, più ingenua eppure più corretta, visione.
Il progetto iniziale era di farne un episodio da inserire nella serie televisiva The Amazing Stories ma il bravo Spielberg se ne innamorò e decise di svilupparlo, e produrlo, per il circuito cinematografico. La storia non si allontana molto dai cliché sulla terza età angariata dal capitalismo, nell'indifferenza della convulsa metropoli americana. Al di là dell’arrivo dei simpatici alieni (perfetta la costruzione del rapporto umano-extraterrestre: il timore, la meraviglia ed, infine, una progressiva conoscenza reciproca) è la tematica sociale a farla da padrona: l’anziano duo Cronyn-Tandy (storica coppia anche nella vita privata) funziona perfettamente ed immedesima completamente lo spettatore sia nelle condizioni economiche precarie dei protagonisti che nello stato in cui si ritrovano a vivere gli ultimi anni di vita. Insieme a degli effetti visivi di pregevole fattura, Batteries not included (il suo bellissimo titolo originale) offre un pizzico di fantasia nel degrado urbano senza sovvertire le regole ma rimescolando in, salsa robotica, i vari E.T. e Starman.
Grazie all’attenta supervisione di Spielberg, il film di Robbins è scorrevole e la trama, per quanto semplice, è puntellata da una ironia dolceamara che disegna molto accuratamente il disagio di tanti abitanti dei sobborghi newyorkesi prima dell’avvento di Giuliani, il sindaco che consegnò alla Grande Mela la sua nuova identità.
Miracolo sull'8ª strada ha avuto una sfortunata distribuzione italiana, soprattutto a causa dello sbagliatissimo titolo capresco (nel senso di Frank Capra ^_^) che l'ha fatto confondere con il delizioso Miracolo nella 34ª strada del '94 con Attemborough nei panni di Babbo Natale e l'ha relegandolo, per associazione, a film natalizio; oggi il titolo è praticamente dimenticato da tutte le reti televisive. È anche per sfatare questo sciocco pregiudizio che ve lo propongo in piena estate: perché possiate apprezzare un film ben fatto, dolcemente intelligente e perfettamente godibile in qualsiasi stagione! :D

sabato 8 agosto 2020

Hot Shots! 2


Titolo originale: Hot Shots! Part Deux
Nazione: USA
Anno: 1993
Genere: Comico
Durata: 87'
Regia: Jim Abrahams
Cast: Charlie Sheen, Lloyd Bridges, Valeria Golino, Richard Crenna, Brenda Bakke

Trama:
Tug Benson, rimbecillito presidente degli Stati Uniti, invia tre missioni consecutive in Medio Oriente per liberare i soldati americani, facendoli sistematicamente catturare da un perfido despota. Benson decide allora che solo l'eroe "Topper" Harley può riuscire nell'impresa e...

Commenti e recensione:
Che belli che erano i tempi in chi si poteva rinnegare il "politically correct" e misurare il grado di civiltà con la capacità di autoridicolizzarsi, scherzando su chi si prende troppo sul serio... e fa ridere comunque! Cosa rara per un sequel, il seconto Hot Shots! è persino migliore del primo, fra battute groucho-marxiane ed una demenzialità dove l'importante è appunto non prendersi mai sul serio, pur facendo finta di essere seri.
Dal primo episodio mantiene il filo conduttore, basandosi però su un Rambo rivisitato argutamente invece che su Top Gun, ma Abrahams ha sicuramente affinato la tecnica ed il film non cala di livello per tutta la sua durata. Regia ed interpretazione dei personaggi sono perfette, tutto è orchestrato e cadenzato con competenza, senza mai eccedere nella scontatezza ritrita né ardire nulla che si allontani da un immaginario mainstream dalla presa sicura sul grande pubblico e, infatti, si ride tutti dall'inizio alla fine. Pur essendo una produzione leggera e spassosa, perfetta per una serata divertente tra amici, ha alcune scene che sono entrate di pieno diritto nell'Olimpo dei grandi classici della risata.
Ovviamente non è solo Stallone ad essere ripetutamente preso in giro, il regista non risparmia nemmeno Star Wars, Zorro, Terminator e mille altri film (così a memoria mi vengono ancora Lilli e il Vagabondo, Basic Insticts, Apocaly... ma che dico, metà del divertimento è cercarli da soli! ^__^), ottenendo un mix geniale di acuto umorismo. Il contesto serio della vicenda, scandito da volti famosi o meno noti, dà una bellissima patina di credibilità alla storia ma tutto sprofonda nel demenziale appena si guardano i dettagli: il vero film è quello in secondo piano e, infatti, va visto su più livelli.
E più volte.
E vi farà ridere ancora ed ancora, ogni singola volta! :D

domenica 2 agosto 2020

Atlantis - L'impero perduto


Titolo originale: Atlantis: The Lost Empire
Nazione: USA
Anno: 2001
Genere: Animazione, Avventura
Durata: 95'
Regia: Gary Trousdale, Kirk Wise

Trama:
Milo Thatch, cartografo e linguista, sogna di portare a termine il sogno del nonno, famoso esploratore: ritrovare la mitica Atlantide. In possesso di una mappa, Milo decide di unirsi alla spedizione del capitano Rourke e parte alla ricerca dell'isola scomparsa ma...

Commenti e recensione:
Nel 2001, frutto del lavoro di due grandi come Trousdale e Wise, reduci dai successi de La bella e la bestia e Il gobbo di Notre Dame, uscì il secondo grande flop della Disney: Atlantis - L'impero perduto. Fu un disastro così totale che, come la povera Ailin di Taron, la bellissima Kida è diventata "l'altra principessa dimenticata" e, ancora oggi, non la troverete in nessun raduno della Casa del Topo, definitivamente cancellata dalla memoria storica. Peccato perché di "contenuto umano" da mostrare ne avrebbe avuto davvero tanto! ç_ç
Ma Atlantis era davvero così brutto?
Ovviamente no! Era solo l'ennesimo coraggioso esperimento, fortemente osteggiato da una grossa fetta della Disney, di puntare ad un pubblico meno infantile e più avventuroso. Se è stato prodotto è solo perché l'idea di Atlantide solleticava i manager che già intravedevano una nuova attrazione nelle Adventurelands dei loro parchi giochi.
Trousdale e Wise ce la misero davvero tutta, dallo staff tecnico (questo è uno dei pochissimi Disney girato in 70mm anamorfico ed il primo ad usare così tanta GCI) a quello prettamente creativo. Ispirandosi a grandi come Kurosawa e Spielberg per i movimenti di camera e le scene di azione, hanno anche cooptato Mike Mignola (suoi sono i tratti spigolosi e meno morbidi rispetto ai Classici) e persino Mark Okrand, mitico linguista inventore del Klingon (nonché gran visir di milioni di nerd) per l'atlantideo. Proprio perché pensato per un pubblico più maturo, esattamente come fu per Taron anche qui non ci sono canzoncine ma "solo" una colonna sonora di accompagnamento, peraltro affidata a James Newton Howard, il quale approcciò il progetto come un film in live-action e decise di utilizzare differenti sonorità per il mondo moderno di superficie e per quello sommerso ed antico di Atlantide, dando vita a quello che è, a mio avviso, il suo lavoro migliore.
Gli seneggiatori pescarono a piene mani nel meglio del meglio dell'avventura di Verne, da 20.000 leghe sotto i mari a Viaggio al centro della Terra nonché (ma non lo ammetteranno mai!^_^) ai lavori di Miyazaki e Hanno: Laputa e Nadia - Il mistero della pietra azzurra. Certo Il fantozziano Milo è una copia sputata di Jean e le principesse atlantidee sono chiaramente imparentate. Indiana Jones ha regalato il bel personaggio della fatale Helga Katrina Sinclair, coscia lunga e spacco alla Jessica Rabbit, palesemente ricalcato sull'Elsa Schneider de L'Ultima Crociata, ma il prodotto finale è, onestamente e nei limiti della Disney, originale. Non fosse uscito subito dopo Shrek, che tra l'altro segnò la fine dell'animazione da amanuensi, forse avrebbe avuto qualche possibilità in più perché, paradossalmente, si rivolgeva quasi allo stesso pubblico. Aveva anche lo stesso tipo di umorismo, spesso al limite di quello da caserma e con gag molto azzeccate. Aveva, in più, sfumature decisamente postadolescenziali (quanti altri film Disney conoscete in cui, dopo neanche mezz’ora, si contano più di 160 morti di morte violenta?) e addirittura adulte come il chiaro messaggio anti-imperialista/anti-colonialista e quello, mai troppo ribadito, del rispetto ambientale.
Poi, come al solito, la Disney sbagliò tutto il lancio del film mancando totalmente il target di riferimento.
Presentato come "per bambini" fece un tale tonfo (86 milioni di utili che, nel loro linguaggio, significa fiasco) da spingere il presidente Shumacher a dichiarare: Ci era sembrata una buona idea allontanarsi, per una volta, dalla solita struttura da fiaba ma abbiamo mancato il bersaglio. Questo mise la pietra tombale su tutto il progetto e quindi: addio serie TV, ambientazioni Adventureland, merchandising e sequel (che comunque comparve nel 2003 assemblando i primi episodi TV già quasi pronti).
Circa otto anni dopo arrivò James Cameron, ripresentò la stessa storia con le stesse dinamiche, questa volta in chiave fantascienza live action e 3D, la distribuì per il target giusto e con Avatar diventò ricchissimo. Miracoli di Hollywood.
Atlantis - L'impero perduto non è un capolavoro ma decisamente non è da buttare via, anzi!, basta non fare i confronti col Re Leone o Cenerentola e goderlo per l'avventura e la creatività di cui è ricchissimo! :D

domenica 26 luglio 2020

Sono un fenomeno paranormale


Titolo originale: Sono un fenomeno paranormale
Nazione: ITA
Anno: 1985
Genere: Commedia, Fantastico
Durata: 112'
Regia: Sergio Corbucci
Cast: Alberto Sordi, Elsa Martinelli, Eleonora Brigliadori, Pippo Baudo, Claudio Gora

Trama:
Scettico di professione, Roberto Razzi è il popolare conduttore di una trasmissione televisiva durante la quale smaschera finti santoni e medium imbroglioni. Durante un viaggio in India, dove tra i tanti fachiri fasulli ha conosciuto un vero guru, cade da un elefante, batte la testa e...

Commenti e recensione:
C'è stato un tempo in cui i cinepanettoni erano ancora prodotti come si deve (Cecchi Gori), realizzati da registi professionisti (Sergio Corbucci) e scritti in maniera intelligente da abili sceneggiatori (Zapponi e Romoli). Erano gli anni in cui anche un prodotto "popolare" meritava di essere girato degnamente, con una fotografia curata (le scene in India sono superlative) e Sordi...
Beh, Sordi è, come sempre, un vero fenomeno!
Sordi è un attore che, indipendentemente dal copione o dal regista (e talvolta, loro malgrado), riempie sempre lo schermo, anche in ruoli che sono lontani anni luce dal suo vero carattere. Dove, nella vita reale, Sordi è notoriamente cattolicissimo e superstizioso, il presentatore Razzi, quasi una parodia di Piero Anglea, è ateo e scettico. Si potrebbe quasi dire che anticipi Roberto Giacobbo se non fosse, lui stesso, una parodia di Razzi. XD
Sordi compare anche come coautore della sceneggiatura, benché nessuno specifichi cosa abbia scritto. Alcuni arrivano addirittura a suggerire che il suo nome sia lì solo per far bella figura ma se c'è una sua impronta nel copione è senza dubbio la vita privata del soggetto: Razzi è il puro "borghese arrivato" anni '80 (e addirittura sposato con una Elsa Martinelli che è praticamente la grande sarcerdotessa della borghesia!). Il ruolo calza così bene su Sordi che è quasi troppo prorompente per poter essere contenuto persino da un esperto come Corbucci. Il delizioso sketch con il timoroso prete Maurizio Micheli è uno dei rari momenti del film in cui il regista è riuscito a fargli lasciare un po' di spazio anche ai pur degnissimi comprimari.
Malgrado la difficoltà di fondere il fantastico, il soprannaturale, l’irrazionale e perfino il fantasmagorico con il mondo realistico e "concreto" incarnato da Sordi, e malgrado la stroncatura tutt'oggi totale da parte della critica, il pubblico ha accolto più che degnamente il Fenomeno paranormale tanto che, ancora oggi, ha un suo più che nutrito nugolo di fan. Alcuni lo venerano quasi come un messaggio divino ("poveretti" direbbe Sordi se fosse ancora tra noi), altri per la bravura dell'attore ("e vorrei vedere!" continuerebbe il Nostro) ma i più, per fortuna, ne hanno apprezzato la gentile ironia e la leggerezza nel trattare temi altrimenti pesanti. È qui che il tanto bistrattato Corbucci si è dimostrato il bravo regista che era: professionale, senza pretese intellettualoidi (delitto capitale per l'epoca!) e capace di ben intrattenere il pubblico per le due ore a sua disposizione, firmando quella che fu l'ultima memorabile prova di un grandissimo attore.
Senza alcun impegno mentale, filosofico o artistico, da rivedere, rivalutare e godere. :D

sabato 18 luglio 2020

Victor Victoria


Titolo originale: Victor/Victoria
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Commedia, Musicale
Durata: 133'
Regia: Blake Edwards
Cast: Julie Andrews, Robert Preston, James Garner, Lesley Ann Warren, John Rhys-Davies

Trama:
Victoria Grant è un'attrice squattrinata che, grazie alla guida dell'amico gay Toddy, raggiunge la fama diventando il conte polacco Victor Grazinski che, a sua volta, si diverte nel travestirsi da donna assumendo le sembianze di Victoria e...

Commenti e recensione:
Victor Victoria è un classico del cinema dell’ambiguità, del travestimento, della precarietà dei ruoli sessuali ed è stato possibile solo grazie ad un Blake Edwards degno dei grandi austrotedeschi di Hollywood Ernst Lubitsch e Billy Wilder. L’omaggio al cinema germanofono tra le due guerre, con i suoi giochi più di ombra che di luce, è tra l'altro esplicito già dalla decisione di rifare un classico del 1933, Viktor und Viktoria, di Reinhold Schünzel (per non parlare della Dietrich nella prima scena ^_^).
Sebbene la struttura sia quella di una commedia musicale ed i dialoghi, magistralmente scritti dallo stesso regista, siano un'infilata continua di perle, Edwards modella la sua opera come se fosse un film muto, nelle trovate ricorrenti (il bicchiere infranto, il cameriere impiccione), nelle inquadrature (geniale il campo lungo all'esterno del ristorante, quasi un ricordo del Club dei 39 di Hitchcock) e nel ritmo, davvero travolgente. La centralità dell'immagine, quella maschera che il nodo del racconto, è ribadita dalla cura ossessiva e commovente con cui è ricostruita in studio una Parigi fantastica ed inverosimile, nella quale la commedia sofisticata e lo slapstick s'incontrano e si legano indissolubilmente, tanto che nella scena finale non riusciamo più a considerare separatamente l'aerea raffinatezza della musica di Mancini e le irresistibili buffonerie che si susseguono davanti ai nostri occhi. Julie Andrews è affascinante, sommamente ambigua ed infinitamente deliziosa nella parte della vita e riesce finalmente a far dimenticare la sua Mary Poppins, mentre James Garner ha una tale autoironia da reggere una parte, per quegli anni, davvero ingrata. Merita una commento a parte la splendida Lesley Ann Warren: lei non fa la pupa del gangster, è LA PUPA per eccellenza, scesa dall'Olimpo a ricordarci quanto sia difficile fingersi stupidi, ignoranti e superficiali; solo la Olive di Jennifer Tilly in Pallottole su Broadway può vantarsi di avere raggiunto un simile livello di demenziale perfezione e, credetemi, il mio è un grande complimento!
Ovviamente la critica, per non ammettere di aver riso ad una commedia e provare a darsi un tono, ha voluto scavare psicanaliticamente il copione e ne ha dato le versioni più incredibili, convincendo addirittura il mondo LGBT che il film fosse un inno alla loro lotta. Niente di più falso, naturalmente, perché questo è invece tanto l'elogio dell'inventività quanto una denuncia di cosa povertà e fame, di chaplinesca memoria, possano spingere a fare. Più di un cult per la cultura gay potrebbe essere, magari, una bandiera per l'emancipazione della donna sul lavoro ma, anche qui, significerebbe solo guardare il dito invece della Luna. Se è vero che simulazioni, doppi, repliche, specchiamenti e rispecchiamenti si sposano in un perfetto lavoro teorico sulla caducità e l'obsolescenza dei ruoli sessuali nella ipermodernità, l'opera è però, prima di tutto e soprattutto, una commedia dai ritmi impeccabili.
La verità è che Victor Victoria è il capolavoro di un genio. Quasi seguendo parallelamente le orme del suo personaggio protagonista, Edwards punta a realizzare l’irrealizzabile: tocca e ribalta le sfumature del tema che caratterizza la sua storia e ne innalza ogni aspetto, tanto reale, quanto ambiguo. Il suo humour è sottilmente feroce, pacato, tagliente ma dosato con tanta intelligenza e delicata eleganza da creare una fiaba profondamente umana.
Forse perché siete fan di Julie Andrews o di Edwards, o magari amate i musical, oppure avete la predilezioni per le commedie intelligenti o avete solo voglia di passare un paio d’ore in allegria; qualunque sia il motivo per cui avete scelto di vedere Victor Victoria avete fatto centro. Avrete il piacere di gustarvi una pellicola che, grazie ai suoi interpreti in stato di grazia, ai suoi dialoghi spumeggianti ed intelligenti ed al suo messaggio profondamente civile ma divulgato senza toni cattedratici, è la summa artistica della Commedia.
Da non perdere, senza se e senza ma! :D

domenica 12 luglio 2020

Predator


Titolo originale: Predator
Nazione: USA
Anno: 1987
Genere: Avventura, Azione, Fantascienza, Horror
Durata: 107'
Regia: John McTiernan
Cast: Arnold Schwarzenegger, Carl Weathers, Elpidia Carrillo, Bill Duke, Jesse Ventura

Trama:
Una squadra di commandos americani in missione nella giungla amazzonica è attaccata da un terribile extraterrestre che affligge quei posti sperduti da anni e...

Commenti e recensione:
Pur vantando nella sua filmografia grandi blockbuster quali Trappola di cristallo, Caccia a Ottobre Rosso e Die Hard (e scusate se è poco), Predator è il maggior successo di botteghino di John McTiernan. Appena uscito diventò subito un cult grazie ai sorprendenti effetti speciali della sua strana creatura ed alla presenza di un Arnold Schwarzenegger in gran forma, lanciatissimo dai precedenti Conan, Terminator e Commando. Sebbene venga catalogato come film fantascientifico, Predator si presenta soprattutto come un film d’azione che strizza l’occhio al genere horror. Inizia come un film di guerra dai toni ordinari, per poi evolvere in un ibrido horror-fantascientifico ambientato nella giungla fino a trasformarsi in uno dei più cruenti body-count mai visti al cinema ed, infine, ascendere a capolavoro assoluto del genere.
Privo di momenti di calo e con personaggi ben caratterizzati, si accompagna alle epiche musiche di Alan Silvestri, semplicemente perfette a scandire i vari momenti del film, tanto le fasi di meditazione quanto di preparazione alla battaglia fino a quelle di autentica violenza; in certi momenti l'audio esita qualche istante prima di esplodere, mantenendo sempre un filo di tensione equilibrato e riuscito.
Predator di McTiernan è nato da un’idea scherzosa (far combattere Rambo contro E.T. LOL) ma venne presa maledettamente sul serio nello sviluppo dell’intreccio e rappresenta uno dei pochissimi action-horror che non risente dell’età. Prese palesemente spunto dai film di guerra più in voga all’epoca (Platoon, ad esempio) e gestì correttamente lo stereotipo dei militari solidali in lotta contro il nemico; la sola innovazione è che, questa volta, non è umano bensì un misterioso extraterrestre, a tratti quasi sovrannaturale. Praticamente la solita trama insomma, eppure si capisce subito che c'è qualcosa in più. Forse è l’innegabile carisma di Schwarzy, per una volta calato in un personaggio con un buon livello di spessore (ovviamente relativo al contesto di cui si parla ^_^) che è naturalmente l’eroe indiscusso dell’intera vicenda e del suo indimenticabile finale. O forse è l’azzeccata caratterizzazione di tutti i personaggi della squadra che ricorda e cita, come idea di fondo, la compagnia de I Cannoni di Navarone. Più probabilmente, il valore aggiunto è proprio lo Yautja, l'alieno realizzato da un incredibile Stan Winston, che aveva già lavorato in Alien. Il mostro è semplicemente perfetto, funzionale e "credibile" tant’è che, a decenni di distanza, continuano a fare sequel senza modificarne sostanzialmente le caratteristiche.
Predator, soprattutto a causa della location, non fu un film facile da realizzare. Girato in Messico tra Puerto Vallarta e Palenque, causò enormi problemi alla troupe ed al cast. Sciami di insetti velenosi, malattie e risorse di cibo scarse e, spesso, andate precocemente a male ostacolarono la realizzazione del film ma, nonostante ciò, John McTiernan ce la fece e ci donò un capolavoro senza tempo. Da (ri)vedere sempre volentieri per passare un’ora e mezza di puro godimento e per poter dire, riferendosi a film più recenti che si avvalgono solo dell’impiego massiccio di computer graphic: "Certo che oggi, a Hollywood, fanno un sacco di porcherie!". XD

domenica 5 luglio 2020

Quartet


Titolo originale: Quartet
Nazione: UK
Anno: 2012
Genere: Commedia
Durata: 98'
Regia: Dustin Hoffman
Cast: Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins, Sheridan Smith

Trama:
Cecily, Reggie e Wilfred sono tre anziani cantanti d’opera che vivono a Beecham House, una casa di riposo per artisti, e si preparano ad organizzare il consueto concerto annuale, di raccolta fondi per la loro residenza, che si svolge in occasione del compleanno di Verdi. A rompere questo equilibrio arriva però Jean, ex moglie di Reggie, che si crede ancora una diva e...

Commenti e recensione:
"...intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film" cantava Carboni nell'84 e non si può negare che l'attore, prima di quella canzone, si sia (quasi) sempre cercato delle parti vincenti. Dopo è certamente un po' scaduto ed era ora che, a settantacinque anni suonati, si decidesse di passare dall'altro lato della cinepresa. In realtà ci aveva già provato con Vigilato speciale nel 1978, un gialletto ben fatto ma di cui cedette la firma della regia a Ulu Grosbard (Innamorarsi, Georgia) ed ora risulta come non accreditato su IMDb; strane scelte degli artisti.
Si possono dire tante cose, e non tutte carine, su Hoffman ma non si può negare che qui, con questo gioiellino, abbia davvero lavorato in modo super-professionale! Ha scelto una pièce teatrale deliziosa (di Ronald Harwood) e l'ha girata senza fronzoli, giocando sul sicuro, senza strafare (ovvero: senza fare quello che non sa) realizzando un film che, anche senza grandi interpreti, sarebbe stato un amore. Poi ha cooptato i suoi "magnifici quattro" e l'ha reso un piccolo capolavoro. Il cast very british è perfetto: l’istrionico Billy Connolly è pieno di quell’entusiasmo giovanile tipico di chi non si rassegna al passare del tempo, il serioso Courtenay è l’espressione di chi non si è mai rassegnato per la fine di un amore e la distratta Collins è la simpatica nonna che tutti vorrebbero avere. Menzione a parte per l’altera e magnifica Maggie Smith, star rassegnata ed avvilita dal passare del tempo che è, invece, assolutamente inarrivabile; per quanto contenuta -o forse proprio per questo- la sua performance si carica silenziosamente il peso di un confronto con il passato che va superato e, in qualche modo, dell'intero film. Questo è un vero ed elegantissimo omaggio alla terza età, che anche Hoffman deve sentire, con tutti i suoi valori e le possibilità spesso inespresse. La citazione di Bette Davis «la vecchiaia non è roba per femminucce» è, tra le tantissime battute, quella che riassume al meglio l'intero film... anche se chi la pronuncia non ricorda più chi l'avesse detta e perché. ^_^
Pensato per un pubblico di amanti della musica e dei boeri allo sherry più che dei blockbuster (e già questo basterebbe a meritargli un applauso!) Hoffman imposta tutto il suo lavoro sulla gestione dei suoi quattro attori. Scommetto che, anche senza la sua regia, Smith & Co. sarebbero stati comunque grandiosi ma lui gli ha dato i giusti ritmi e li ha esaltati perfettamente in questa che è una purissima commedia inglese, scritta benissimo e recitata anche meglio. Hoffman non ha un messaggio da lanciare al mondo né una proposta di regia che faccia la differenza ma lascia che i suoi amici suonino le loro corde su una partitura nota ma rodata, di quelle che si fanno ascoltare (e vedere) ogni volta anche se non è mai la prima né l'ultima. E non importa se non ci sia una situazione od un personaggio che non sia scontato e ultraprevedibile, la felicità che si prova a film finito è un tributo a tutti questi vecchietti.
Da vedere (e sentire, perché non ho parlato della splendida musica di Verdi ma ci arrivate da soli ^_^) con affetto, piacere e gioia di vivere! :D

sabato 27 giugno 2020

Quadrophenia


Titolo originale: Quadrophenia
Nazione: UK
Anno: 1979
Genere: Drammatico
Durata: 115'
Regia: Franc Roddam
Cast: Phil Daniels, Leslie Ash, Phil Davis, Mark Wingett, Sting, Ray Winstone

Trama:
I Mods e i Rockers, le due principali bande giovanili britanniche degli anni '60, si preparano al gran giorno in cui si scontreranno, alla spiaggia di Brighton, senza esclusione di colpi. Jimmy è un mod duro e puro, veste un parka, guida una lambretta, ascolta rhythm and blues e cura il proprio taglio di capelli. Dentro di sé la rabbia, pronta ad esplodere, è alimentata dall'odio per un mondo incapace di comprenderlo e...

Commenti e recensione:
Per molti, Quadrophenia non è per niente un capolavoro.
Visto a distanza di tanti anni, ci si rende conto di quanto il film non sia pienamente riuscito: non ha una bella sceneggiatura, gli argomenti sono poco approfonditi, gli stati d’animo dei personaggi non vengono ben delineati, è discutibile il doppiaggio e, inoltre, Sting attore è inguardabile.
Eppure...
Quadrophenia è un cult movie. Uno di quei film usciti nel momento storico giusto, con la storia giusta e la colonna sonora perfetta!
Quadrophenia è un film generazionale, indissolubilmente legato ad un’epoca e ad un movimento di controcultura, o di subcultura, come quella dei Mod, tanto da esserne il manifesto e merita di essere giudicato in valore assoluto. Vederlo con gli occhi di oggi ci permette di valutarne i meriti artistici ma è sbagliatissimo, se non impossibile, svincolarlo dalla sua capacità di cogliere l’essenza di una generazione. Non è un caso se Quadrophenia si pone, già alla sua uscita in sala, come un’operazione nostalgica, impregnata di un senso forte di disillusione e di fine di un’era, incarnata dal finale del film.
Il valore archetipico di Quadrophenia sta proprio nella rappresentazione dell’idealismo dei Sixties, di quella rabbia adolescenziale, dell’esclusione e del fallimento, di quell’energia giovanile, dei ribelli senza causa, un filo conduttore che passa anche per i biker di Easy Rider e gli adolescenti "disturbati" di Cronache della bicicletta di Wakamatsu. Uno spirito di ribellione, un anelito a rompere i muri, un’insofferenza verso le autorità: il ministro che si sente al giornale radio, i genitori, il padre in canottiera, i datori di lavoro che realizzano spot pubblicitari patinatissimi, sono tutti l’immaginario vuoto del mondo borghese. È un crudo spaccato della generazione inglese degli anni ’60 (che poi sarà quella dei '70 nostrani) che si divideva fra i Mods, giovani ben vestiti sotto all'immancabile parka che guidavano scooter italiani come Lambretta e Vespa, ed i Rockers, seguaci del rock and roll americano anni ’50 dai giubbotti in pelle e le grosse motociclette. Una generazione che l’esordiente regista Franc Roddam non miticizza ma di cui, anzi, sottolinea l’assenza di ideali ed ambizioni e la vacuità delle loro azioni. Stili di vita da ribelli che non conducevano a niente, come constata sulla propria pelle il protagonista.
Quadrophenia è la seconda operazione cinematografica degli Who e voleva essere più controllata e personalizzata del Tommy del 1975. Con la sua uscita nel 1979, si colloca in un doppio distacco: sei anni dopo l’album omonimo (che è del ’73) ed ambientato quindici anni prima, all’incirca nel 1964, all’apice del movimento dei Mod, in contemporanea con i primi successi degli Who, che hanno interpretato quel movimento diventandone i portabandiera. Il maggior controllo è reso possibile, paradossalmente, anche dalla ricchezza ottenuta proprio dai proventi delle royalty del film di Ken Russel.
Quadrophenia è cucito sui nuovi gusti dei propri fan e si pone apertamente come un anti-Tommy, non più un musical stilizzato classico, con i numeri canori eseguiti dai personaggi fuori dal "recitativo", quanto piuttosto un film di narrazione puro dove però la musica assume un ruolo fondamentale.
A fine pellicola, o alla fine della sua ennesima visione, Quadrophenia è certamente molto più di un semplice "buon film", è la perfetta commistione di musica e tendenze culturali, spaccato della condizione giovanile di quegli anni ed osservatorio privilegiato su un mondo che, malgrado tutto, ha saputo reinventarsi e, forse, progredire. Forse.
Inutile soffermarsi oltremodo sulla colonna sonora, divenuta leggendaria. La trovate nella cartella insieme all'album originale che fu, a mio avviso, l’album più "Who" di qualsiasi altro lavoro degli Who. È molto più complesso di quello che può apparire ad una prima e superficiale lettura ed è, come questo film, da godere ed amare intensamente! :D

domenica 14 giugno 2020

La grande corsa


Titolo originale: The Great Race
Nazione: USA
Anno: 1965
Genere: Avventura, Commedia
Durata: 150'
Regia: Blake Edwards
Cast: Tony Curtis, Jack Lemmon, Peter Falk, Natalie Wood

Trama:
Due eterni avversari, un gentiluomo ed un imbroglione, organizzano all'inizio del '900 un'audace gara automobilistica con partenza da New York ed arrivo a Parigi. L'imbroglione gareggia con un'auto dotata di mille ingegnosissimi trucchi, non si contano i sabotaggi e...

Commenti e recensione:
Forte del successo della saga de La Pantera Rosa, Blake Edwards, co-autore anche del soggetto, ottiene gli ingenti fondi per comparse, cambi di location, set e macchinari per girare questa commedia slapstick ispirata alla "Great Race" che si tenne nel 1908 da New York a Parigi (35 mila kilometri per sei vetture partecipanti che vide la vittoria, dopo numerosi conteggi tra tempo e km percorsi, dell’americana Thomas-Flyer sulla tedesca Protos). Edwards vi aggiunge anche una suffraggetta femminista, un po’ impicciona ma incantevole, colorando il raid di tanti episodi tra New York, il Far West, l’Alaska, la mitteleuropea Carpania (evidentissima e voluta citazione de Il prigioniero di Zenda) e Parigi e dintorni. Ma, in realtà, l'esile trama è solo una scusa, un riempitivo tra una gag e le mille altre. Non si fa mancare nemmeno le torte in faccia a La Battaglia del Secolo (4,000 torte e cinque giorni di riprese per una scena lunga quattro minuti!) in una gioiosa sarabanda che cita e scimmiotta a man bassa le Comiche tanto amate.
Irresistibile ed anacronistica insieme, la pellicola di Edwards ha fatto epoca anche grazie alle sue invenzioni stravaganti ed ai suoi personaggi al limite della caricatura, tanto da ispirare la serie di cartoni Wacky Races (di grande successo anche da noi e che trovate dal Buon Vecchio Zio Pietro) ed un intero filone di "corse" che arriva fino ai giorni nostri.
Lemmon e Curtis, già insieme in A qualcuno piace caldo, sono come al solito impagabili e la Wood, nei panni di una scalpitante femminista, non credo sia mai stata così avvenente. Lo stolido Peter Falk, non ancora Colombo ma grandissimo caratterista, è forse il migliore in assoluto ed ha una storia particolare: in originale il suo personaggio si chiama Maximilian Meen e fu un'idea nostrana di trasformarlo nel Carmelo italo-americano dall’inflessione sicula (fantastico il "viva Garibbaddi!" urlato a bordo della Hannibal 8!); questo perché i traduttori erano memori del suo recente ruolo di "Joy Boy", ribattezzato da noi appunto Carmelo, in Angeli con la pistola. Paradossalmente ora è più comico in italiano che nell'originale, proprio come accadde ad Ollio. XD
Tra le cose memorabili de La grande corsa ci sono, indubbiamente, le due automobili, uno dei primi casi di giocattoli lanciati da un film. La Leslie Special bianca e oro e la malignamente super accessoriata Hannibal 8 (che io stesso ho amato alla follia ed ho ancora da parte ^_^) entusiasmarono i ragazzini di tutto il mondo e, ancora oggi, se ne possono ancora ammirarne gli originali al The Peterson Automotive Museum di Los Angeles. Se vi mancava una scusa per fare un giro in California... ;)
Uscito quasi in contemporanea con il simile Quei Temerari sulle macchine Volanti di Ken Annakin, ebbe un discreto risultato di pubblico ma certo non di critica che, mai tenera con il genere, stroncò il film. La grande corsa ebbe, però, un successo lento ma crescente, ribadito ad ogni passaggio televisivo, sino a diventare un cult del cinema comedy. In effetti con un budget (di allora) di 12 milioni di dollari, ne incassò in patria alla prima stagione "appena" 25 milioni. Fortunatamente il tempo si sarebbe preoccupato di fare ordine e rendere giustizia; il film continuò a macinare dollari su dollari ed il creatore dell’Ispettore Clouseau e di Hollywood Party è oggi insindacabilmente, e con piena ragione, ritenuto uno dei più grandi maestri della commedia tout court.
Queste sono due ore e mezza di avventure a ritmo indiavolato e gags che rendono sia onore a Stanlio e Ollio, a cui è dedicato il film, che piena giustizia al genere slapstick del muto.
Da (ri)vedere assolutamente e più volte all'anno! :D

domenica 7 giugno 2020

Missing - Scomparso


Titolo originale: Missing
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Drammatico, Giallo
Durata: 112'
Regia: Costa-Gavras
Cast: Jack Lemmon, Sissy Spacek, Melanie Mayron, Janice Rule, John Shea

Trama:
Charles, giovane statunitense che abita in un paese dell'America Latina con la moglie Beth, si è sempre interessato alle condizioni sociali e politiche locali ma, durante un sanguinoso glope, scompare. Il padre, uomo d'affari di New York ricco di contatti, prova a risolvere la situazione ma quello che scopre...

Commenti e recensione:
Capolavoro assoluto di Costa-Gavras, Missing è la sintesi perfetta dei suoi migliori film precedenti: la passione polemica di Z, la sapiente direzione degli attori de La Confessione, il linguaggio controllato, ma al tempo stesso vivace e teso, de L'Amerikano e la capacità di spaziare oltre gli orizzonti della cronaca dell'Affare della sezione speciale. Il film è accuratamente dosato, indirizzandosi contro i burattini (Pinochet e camerati) ed i burattinai (Wall Street e la sua appendice di Washington D.C.) ma è la bravura del regista come sceneggiatore (che gli varrà un Oscar) a fondere alla Storia, come sottotrama, il dramma della famiglia dello "scomparso" Charles Horman, spingendo il pubblico ad una totale immedesimazione nei personaggi. Eccezionali le prove dei due interpreti principali, entrambi candidati all’Oscar: Sissy Spacek è bravissima nel combinare la fragilità e la determinazione della sua Beth, mentre Jack Lemmon, premiato come miglior attore al Festival di Cannes (raro caso in cui Hollywood e l'Europa si sono trovate d'accordo), ci offre un ritratto indimenticabile e struggente dell'anziano padre aggrappato alla speranza di riabbracciare il figlio. La colonna sonora, adattissima, è composta da Vangelis. Se non fosse per la verità storica che racconta, lo si potrebbe guardare anche solo come un meraviglioso ed inquietante giallo a sfondo politico e godere della magnifica interpretazione di un eroe comune, carico di sete di verità e giustizia benché spronato solo da un bisogno intimo personale e non da alti scopi o nobili principi umanitari.
Invece è una storia vera, anche se volutamente criptata per evitare il più possibile che, per qualsiasi cavillo legale, l'opera subisse censure. Il risultato è di grande impatto sociologico ed emotivo, coerente nel messaggio di una denuncia condotta a doppio livello: gli orrori di un Cile tristemente destinato alla dittatura e le ipocrisie del sistema governativo americano, con annesso (e disturbante) scardinamento del concetto stesso di democrazia. Missing, prodotto paradossalmente con i dollari delle multinazionali, esce mentre Reagan inasprisce la tradizionale politica anti-cubana, medita vendette contro il Nicaragua, punisce i guerriglieri del Salvador e copre il tutto con la polvere afghana. L'obbiettivo, centratissimo, di Costa-Gavras è di spiegare ai borghesi dell'una e dell'altra Coast ed alle massaie del Mid West, meglio, di più e più in fretta, gli orrori di un'epoca che la stampa, in un mondo pre-internet, proprio non sa raccontare.
Un film da non perdere, lucido, vero e forte! :D

sabato 30 maggio 2020

Scontro di titani


Titolo originale: Clash of the Titans
Nazione: USA
Anno: 1981
Genere: Avventura, Fantasy
Durata: 118'
Regia: Desmond Davis
Cast: Laurence Olivier, Claire Bloom, Harry Hamlin, Judi Bowker, Maggie Smith, Ursula Andress, Jack Gwillim, Susan Fleetwood, Burgess Meredith, Neil McCarthy

Trama:
Perseo, figlio di Zeus e di Danae, viene abbandonato in mare dal nonno Acrisio. Sul neonato, futuro eroe, veglia il divino padre che gli garantisce dapprima una serena adolescenza, poi l'amore di Andromeda ma...

Commenti e recensione:
Scontro di titani, pellicola sword and sandal anacronistica, uscita fuori tempo massimo nei primi anni '80, è il capolavoro che ha ridato al pubblico, anche se solo per un momento, il gusto di un cinema ormai perduto ed inevitabilmente schiacciato dai nuovi effetti speciali. Distribuito dopo Guerre Stellari del 1977 ed Alien del 1979, è un corpo estraneo nel panorama fantastico; solo l'anno successivo usciranno Blade Runner e Tron, pietre miliari della fantascienza che decreteranno la nascita della nuova (cyber)era, ed il divario tecnico-scenografico non sarà più solo difficile da colmare, sarà assolutamente impietoso. Ray Harryhausen, il maestro degli effetti speciali in stop-motion che ha reso glorioso il cinema degli anni '50 e '60, ne è pienamente consapevole e firma questo suo ultimo lavoro come se fosse il suo testamento spirituale, nonché quello di un'intera epoca cinematografica. Per lo Scontro di Titani Harryhausen da vita a ben otto creature, da Medusa al Kraken, da Calibos a Pegaso, dalla civetta Bubo (che tanto ricorda R2-D2) alla celeberrima lotta contro gli scorpioni giganti. Da questo punto di vista, il film rappresenta il suo massimo sforzo artistico e visivo (tant’è che compare qui anche in veste di produttore) prima di ritirarsi dalle scene. La battaglia tra Perseo e Medusa, ambientata in un tempio sotterraneo in rovina, tra colonne e uomini trasformati in statue di pietra, è una di quelle sequenze che riesce ancora a stupire ed appassionare nonostante siano passati quasi quarant'anni. Memorabili anche tutte le sequenze in cui compare Pegaso, candido destriero alato nonché massima creazione del maestro. La sua non è un'uscita in sordina dato che il lavoro profuso nella creazione dei vari mostri di questo film gli vale l'ennesima nomination agli Oscar! La sua influenza su Hollywood fu tale che, l'anno dopo, gli effetti speciali di Tron non vennero nemmeno citati nella Notte degli Oscar perché, a causa dell'utilizzo del computer, erano considerati poco più che un imbroglio. ;)
Se Perseo è interpretato da un poco carismatico (ma che riuscirà comunque a mettere incinta Ursula Andress sul set ^_^) Harry Hamlin, il resto del cast si avvale di comprimari di gran lusso: Laurence Olivier nei panni di Zeus, Maggie Smith, Claire Bloom, Burgess Meredith e tantissimi altri.
Il film però funziona al di là degli attori perché è l’insieme a stupire e conquistare. Desmond Davis alla regia fa, nel complesso, un ottimo lavoro e le location, da Malta alla piana di Paestum, rendono il film una gioia per gli occhi.
Da (ri)vedere? Se sapete sognare e volete continuare a farlo, assolutamente sì!! :D

sabato 23 maggio 2020

Epic - Il mondo segreto


Titolo originale: Epic
Nazione: USA
Anno: 2013
Genere: Animazione, Fantasy, Avventura
Durata: 86'
Regia: Chris Wedge

Trama:
Mary Katherine, diciassettenne, torna alla casa d'infanzia per ricucire i legami con un padre da sempre perso nell'ossessione del minuscolo popolo. Dapprima scettica nei confronti delle teorie paterne, la risoluta ragazza si dovrà ricredere quando, per un magico incontro...

Commenti e recensione:
Epic ha una trama classica; per quanto raccolga nuclei tematici importanti, non risulta avere nulla di originale. Né ha necessità di farlo, approfittando invece di presentare un amalgama di storie già viste, come è giusto che sia per una bella favola. L’umano catapultato in una civiltà in miniatura come in Arthur e il popolo dei Minimei di Besson, l’esaltazione di una natura pigmentata in Avatar di Cameron, il tema dell’ecologia in Ferngully di Kroyer, per non parlare dei mille altri rimandi che vanno da La Storia Infinita ad Alice a Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi (quest’ultimo citato, esplicitamente, nella scena del gatto gigantesco che rincorre la sua preda umana, disorientata dalle mutate proporzioni ma, per i puristi, anche Radiazioni BX: distruzione uomo di Jack Arnold ^_^) non sono solo citazioni (o peggio: plagi) quanto l'utilizzo di stereotipi e topoi della favolistica. Epic è il ritorno alla vecchia e cara fiaba d'avventura, ambientata non in mondi paralleli o spazi intertemporali ma in luoghi semplici, quotidiani e vicini, come i nostri giardini o gli alberi di una foresta incontaminata.
Epic, come ci avvisa il titolo, punta anche al grandioso e lo fa con una spettacolarità ricercata soprattutto dal punto di vista tecnico. Wedge cura ogni dettaglio (e lo amplifica attraverso un ambizioso, ma non per forza necessario, uso del 3D) creando ambientazioni sorprendenti in immensi scenari dai colori vivi e luci espressive. Un lavoro davvero titanico, considerando che ogni scena è ricca di personaggi ed infiniti particolari. L’aspetto artistico del film è davvero impeccabile e dimostra che la Blue Sky sa osare ed osa! È infatti nelle parti prettamente action, dall’incipit tra gli alberi (che ricorda il Tarzan disneyano) alle evoluzioni coi rapidissini colibrì, quasi un omaggio alla celebre sequenza dell’inseguimento con gli speeder de Il ritorno dello Jedi, che il film da il suo massimo.
La sceneggiatura è, come ho detto, limitata all'essenziale ma decisamente non da buttare via, con una struttura narrativa sicura e collaudata in cui si inseriscono (superficialmente) temi come l'armonia familiare, la capacità di sognare, la voglia di ribellione e la necessità della crescita e dell'assunzione di responsabilità. D'altronde, alle spalle c'è quel gigante di William Joyce (quello vivo, non l'altro XD), autore di splendidi romanzi per l'infanzia ed ottimo disegnatore. L’epica lotta tra le forze del bene e del male, per conquistare il dominio di mondi fatati, è un tema ricorrente del genere fantasy e Joyce l'ha sapientemente condito, senza esagerare, degli elementi tipici del romanzo di formazione, fiabesco e d’avventura, passando dal comico al drammatico al favoloso con grande fluidità. E poi ci sono le splendide musiche di Danny Elfman, perfetto commento sonoro ad eventi e sentimenti messi in scena.
Epic è stato molto sottovalutato, soprattutto da chi si aspettava da Chris Wedge qualcosa di paragonabile all'Era Glaciale, invece è un film perfetto per il suo target: i bambini. Se ne avete, o se siete "diversamente giovani" voi stessi, preparatevi a godere di un'ora e mezza di spettacolo davvero ben fatto, professionale ed affascinante! :D

sabato 16 maggio 2020

Ipotesi di complotto


Titolo originale: Conspiracy Theory
Nazione: USA
Anno: 1997
Genere: Giallo, Commedia, Drammatico, Azione
Durata: 134'
Regia: Richard Donner
Cast: Mel Gibson, Julia Roberts, Patrick Stewart

Trama:
Un tassista paranoico con manie di persecuzione, che ogni giorno attraversa le strade di New York subissando i suoi passeggeri di teorie cospirative da lui stesso elaborate spulciando i quotidiani, denuncia un complotto ai suoi danni da parte della CIA. Alice Sutton, procuratore al Ministero di Giustizia, finisce per ascoltarlo e...

Commenti e recensione:
Richard Donner è (quasi) sempre una garanzia e lo dimostra anche in questo film "minore" e sicuramente migliore di come lo descrivono le critiche. Fondamentalmente Ipotesi di complotto viene accusato di essere solo un "film di star", con Roberts e Gibson, idoli dell'anno, lasciati liberi di pascolare come preferiscono. Trovo questa interpretazione davvero limitatata perché, benché la Roberts sia sempre bellissima e Gibson, che fa il verso a De Niro in Taxi Driver, crei un personalissimo eroe metropolitano, patetico ma indistruttibile, la sceneggiatura di Brian Helgeland (L.A. Confidential), anche se parecchio arzigogolata non è assolutamente da scartare. Cogliendo tutta quella paranoia che in America è quasi una psicosi collettiva, con i suoi riti ed i suoi officianti (oggi via Internet), Donner sviluppa un film che d'azione robusto e divertente che spesso, e malgrado torture e morti, scivola volutamente nella commedia, approfittando anche dell'evidente intesa che c'è tra i protagonisti.
Piccolo aneddoto sul delizioso finale: venne sostituito come ripiego dopo i rapporti del test audience ma, una volta tanto, questo non ci ha condannati a subire le mielosità hollywoodiane toccate a Blade Runner; evidentemente il navigato Donner era più sveglio del giovane Scott!
Mel Gibson è, in assoluto, il mattatore di questo film. Benché creato sulla falsa riga del Rigs di Arma Letale, il paranoico protagonista sa essere, allo stesso tempo, tormentato, innamorato, autoironico e mentalmente instabile e, anche nei momenti più tragici, costringe la pellicola a stemperarsi in un’ironia involontaria (quella voluta c’è, ma altrove). Donner lo dirigge egregiamente, creando una confezione davvero professionale ed efficace per ricchezza di tensione, ritmo, spettacolarità e pathos, e, rispetto agli standard hollywoodiani di quegli anni, è anche insolitamente feroce, soprattutto psicologicamente.
Ipotesi di complotto non è forse al livello di Arma Letale (o dei Goonies o di LadyHawke, tra l'altro autocitato nel film) ma è ricco di idee, di recitazione e tecnica. È uno spettacolo da godere che, pur senza lasciare una profonda traccia di sé, fa passare molto bene una serata, rendendola piacevole ed intrigante. Da vedere! :D

domenica 10 maggio 2020

La città delle donne


Titolo originale: La città delle donne
Nazione: ITA
Anno: 1980
Genere: Commedia
Durata: 134'
Regia: Federico Fellini
Cast: Marcello Mastroianni, Ettore Manni, Anna Prucnal, Bernice Stegers, Donatella Damiani

Trama:
Il cinquantenne donnaiolo Snaporaz abborda, in treno, una bella sconosciuta. La segue fino ad un congresso femminista, dove viene aggredito e dileggiato. Costretto a rifugiarsi in casa del mischilista Katzone, Snaporaz rivive, come in un incubo, i suoi rapporti con l'altro sesso e...

Commenti e recensione:
Nel 1980 Fellini è un regista più che maturo, ormai considerato in tutto il mondo uno dei maestri del cinema contemporaneo; questo gli permette di poter girare ogni tipo di film e, grazie ad essi, togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa. In La città delle donne, col suo autobiografismo al parossismo, infila il dito nella "piaga" che è diventata rappresentativa del suo cinema: la visione del femminino. 1980 è solo una data, in realtà stiamo parlando, sia per tempi di stesura che produzione, degli anni '70 e degli sconvolgimenti socioculturali che stravolsero la mentalità degli italiani. Fellini racconta questi cambiamenti come una favola, un sogno con tutto il suo catalogo di emozioni, ora grottesche ora di alta poesia, pescando a piene mani nella magia di Méliès e ripercorrendo, intenzionalmente, tutte le tappe del suo cinema, come a volersi giustificare o, e questo lo deciderà lo spettatore, redimersi e cambiare con i tempi. Come fosse in un paese delle meraviglie dalla sessualità, il povero Snaporaz in qualche modo ripercorre le tappe e gli episodi dell’eroina di Carroll e, come Alice, emerge dall'onirico magari non più saggio ma, almeno, più conscio di sé. Oppure sarà meglio riaddormentarsi, rituffarsi nell'irrealtà del tunnel oscuro? Proprio questa possibilità di scelta libera il film da ogni angoscia buñuelliana e fa librare alto lo spettatore, ormai perfettamente immedesimato nel protagonista. Tutto questo, Fellini lo racconta con la sua grandissima arte, la sua profonda (o almeno, apparentemente tale) cultura psicanalitica, la sua incredibile creatività e, ammettiamolo, anche tantissimi soldi.
Violentemente contrastato dall'elite intellettuale dell'epoca, che vi vide "solo" una critica ridicolizzante del femminismo e l'elogio (ma dove?) di un machismo veterofascista al tramonto, oggi, con il giusto distacco datoci dal tempo, possiamo finalmente capire il messaggio felliniano: il povero Snaporaz, costantemente in bilico tra idealizzazione e cruda realtà, siamo noi, uomini e donne alla costante ricerca di nuovi equilibri morali e fisici, talvolta salvati dal sogno e talaltra persici dentro ma, come lui, disposti ad andare avanti, in qualche modo.
Da rivedere, con occhi nuovi e più maturi, rivalutare e... rivedere ancora! :D

venerdì 1 maggio 2020

La pazza storia del mondo


Titolo originale: History of the World - Part I
Nazione: USA
Anno: 1981
Genere: Comico
Durata: 92'
Regia: Mel Brooks
Cast: Madeline Kahn, Mel Brooks, Dom DeLuise, Sid Caesar, Gregory Hines

Trama:
Dall'età della pietra alla rivoluzione francese (con il trailer del "prossimamente la seconda parte", di cui non è mai stata prevista una realizzione), la storia del mondo rivisitata, in chiave demenziale e surreale, da Mel Brooks.

Commenti e recensione:
Mel Brooks conferma che non c'è nulla di sacro per lui e ci porta in un viaggio, zeppo di risate, alla scoperta di quello che è successo "veramente" nei secoli.
Forse non è uno dei suoi film migliori: il potenziale c’era tutto ma, magari, non è stato sfruttato al meglio dal re della parodia. Molte idee sono persino geniali (soprattutto in inglese, benché tradotte molto bene) e le ambientazioni sono stupefacenti ma si è criticata la vena di grossolano umorismo, a volte al limite (molto al limite! ^_^) del volgare. È un tratto che Brooks ha sempre avuto anche se qui, forse, si è lasciato un po' andare ed i puritani non gliel'hanno perdonato. In realtà non gli hanno perdonato soprattutto la sua vis comica blasfema (che, invece, a me è piaciuta molto) ma si sa, negli USA puoi scherzare su ben poco senza offendere mortalmente qualcuno. Non è un caso se, nel successivo Essere o non essere dirà «senza battute su ebrei, froci e zingari, non esiste teatro!»; si rferiva al nazzizmo, ovviamente, ma parlava all'America che gli aveva bocciato questo film. Pare che, con il pezzo musical dell'inquisizione di Torquemada, abbia scatenato ire da tutte le parti! Sarò strano io, cresciuto a pane e Monty Python, ma l'ho trovato fantastico.
Forse La pazza storia del mondo (parte I nell'originale perché sfruttare il titolo per una gag è un classico di Mel) non è per tutti, tuttavia è un prodotto che, con lo spirito giusto, riesce davvero a divertire ed intrattenere con trovate, come quella dei comandamenti o dell’ultima cena, davvero esilaranti e destinate a rimanere nella storia del cinema.
Non sarà Frankenstein Junior ma è pur sempre Mel Brooks! :D

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