martedì 22 ottobre 2019

Pecore in erba


Titolo originale: Pecore in erba
Nazione: Italia
Anno: 2015
Genere: Commedia
Durata: 108'
Regia: Alberto Caviglia
Cast: Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Omero Antonutti, Bianca Nappi, Mimosa Campironi

Trama:
Trastevere, Luglio 2006. Il quartiere della Capitale è in subbuglio: lo scrittore, fumettista, stilista di successo, attivista di diritti civili e grande genio della comunicazione, Leonardo Zuliani, è scomparso. I suoi fan si accalcano davanti a casa sua. Ma chi è veramente Leonardo?

Commenti e recensione:
Ricordate Zelig, di Woody Allen? Sulla stessa falsa riga, Alberto Caviglia firma la sua opera prima (ma alle spalle ha una lunga gavetta di assistente alla regia con Özpetek) realizzando un ironico mockumentary sul tema del pregiudizio razziale. Pecore in erba ha il colore inconfondibile di Trastevere, il più romano dei quartieri dell’Urbe, un posto dove sopravvive, benché a fatica, un certo modo di sentirsi "romani de Roma" ma, in realtà, niente è più "romano" delle tv nazionali. Ecco dunque la fusione tra una storia, intelligente e con gag spesso davvero riuscite, e la sua distrorsione dovuta all'incapacità dei media di capirla. E allora, vai con la sfilata di nomi illustri (in cornici illustre!) del calibro di Corrado Augias, Tinto Brass, Enrico Mentana, Mara Venier, Aldo Cazzullo e degli irresistibili Carlo Freccero e Vittorio Sgarbi, che mettono a disposizione della vicenda i propri personaggi televisivi con risultati esilaranti e distruggono il valore pseudo informativo dei salotti tv. Complimenti, Alberto! :D
Benché moderatamente apprezzato nei festival, la critica (quella seriosa che da il nome alla categoria) se non proprio stroncato ha certamente bistrattato questo povero Pecore in erba e, infatti, credo sia passato in tv una sola volta (e, scommetto, solo perché MammaRai ne aveva i diritti e doveva riempire un buco su Rai5). Ma qual'è la colpa di Caviglia? Probabilmente di non essere straniero, di non suonare il clarinetto e non avere un cognome che magari finisca per 'llen; perché se oggi vuoi essere un regista italiano, o fai ridere sguaiatamente alla Cinepanettone o, se ti piacerebbe essere preso sul serio, devi fare mattoni (dimenticando così tutta la tradizione comica e satirica del nostro cinema). E poi, è così sbagliato ridere di un soggetto serio? Come diceva Mel Brooks in Essere o non essere: "senza ebrei, froci e zingari, non esiste teatro!". Ridere per esorcizzare, dunque, per essere sempre nuovi, per non invecchiare, per abbattere le barriere che ci separano e per lasciare che un pizzico di follia ci salvi.
È ovvio che non siamo di fronte ad un capolavoro, è pur sempre un'opera prima e si vede, ma è intelligente, graffiante, spesso veramente comico ed una gran bella serata la fa davvero passare! :D

sabato 19 ottobre 2019

Zootropolis


Titolo originale: Zootopia
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Animazione, Azione, Avventura, Commedia
Durata: 108'
Regia: Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush

Trama:
A Zootropolis la piccola coniglietta Judy Hoops scopre presto che essere il nuovo membro di una forza di polizia composta da animali grandi e forti non è facile. Determinata a mostrare il suo valore, Judy coglie l’opportunità di risolvere un complicato caso, anche se questo vorrà dire allearsi con l’astuta volpe Nick Wilde e...

Commenti e recensione:
Zootropolis è il 55° classico Pixar, oops, Disney. Scusate, la svista è legittima perché l'ifluenza della casa di Emeryville è diventata così significativa nel mondo animato che, ormai, detta legge a tutti. I software usati in sono gli stessi del piccolo capolavoro che è stato Inside Out, la produzione è di un Clark Spencer che, da anni, fa la spola tra le due aziende e, incredibile, non ci sono cantatine inutili. (⊙_☉)
Però, formalmente, questo è un Disney. È così tanto Disney che può permettersi persino di prendersi in giro senza timore di beccarsi una causa.
È un Disney, soprattutto, perché dobbiamo abituarci al fatto che con il mitico Walt l'azienda non ha molto altro in comune che il cognome, perché già da tempo i canoni morali, etici ed ideali che ci propone non sono quelli della Bella Addormentata, sono diventati più moderni, attuali e profondi. "La vita non è uno stupido cartone in cui basta una canzone per far realizzare i tuoi sogni e fare quello che vuoi", che detto in un classico Disney è come organizzare una gara di bestemmie creative in parrocchia, per citare il commento di DocManhattan. Ed è vero; ormai la Disney sostituisce "sogno" con "progetto". Basta quindi con le varie Fate Turchine e Geni delle lampade, basta Principesse che aspettano il bacio liberatore; giusto o sbagliato che sia, l'infanzia non è più spronata a sognare ma deve imparare a progettare e, visto che c'è, deve farlo anche da sola, senza salvifici interventi esterni.
Però tanta storia, tanta cultura della Casa, ancora rimane e la troviamo tutta in questa splendida Topolinia moderna, un mix di animali antropomorfi (altro topos-lino degli Animation Studios), ottimo veicolo per mettere in luce i nostri pregi e difetti in modo divertente. Che poi, come Topolinia, è tutt'altro che un'utopia! Perché di cosa parla veramente Zootropolis? Di razzismo e preconcetti, tanto per far capire come oggi, in Disney, considerino i bambini. E per ribadire il concetto, sono più intelligenti anche le gag abilmente sparse per tutto il film, capaci di far più che sorridere anche i genitori di accompagno... che poi sono loro che pagano il biglietto. Insomma: la Disney è finalmente maturata come il suo pubblico! :D
E poi c'è la trama, davvero ben scritta, che riprende, a più di trent'anni di distanza da Basil l'Investigatopo, il Giallo e addirittura il Noir. Per molti bambini questo potrebbe essere il primo poliziesco della vita e l'intento di avvicinare al genere il giovane pubblico è evidentissimo. Zootropolis è prevedibilmente ricchissimo di citazioni ("Io sono nato pronto!" esclama Nick Wilde) e richiama spesso le atmosfere di titoli come Chinatown, L.A. Confidential, Il Terzo Uomo, 48 Ore, Arma Letale e Beverly Hills Cop. Eppure, seppur attingendo a mani basse dal genere buddy anni '80 e dai più celebri plot twist di stampo complottistico, non sono i richiami alla cultura pop l'asse portante del film quanto piuttosto lo sviluppo di una trama ricca di ritmo e di comprimari realistici e credibili. In generale, si ride più per le allusioni al mondo reale, dal ruolo della stampa scandalistica all'evasione fiscale, che per i tanti rimandi ai mostri sacri del grande e del piccolo schermo. Howard, Moore e Bush (i primi due hanno alle spalle successi come Rapunzel, Bolt e Ralph Spaccatutto), grazie anche ad un duo che buca lo schermo hanno realizzato un vero gioiello che assicura, per tutta la sua durata, divertimento e colpi di scena, rivelandosi perfetto per coinvolgere a più livelli grandi e piccoli.
Poco pubblicizzato qui da noi, Zootropolis è comunque diventato il secondo film di maggior incassi del 2016, dietro solo a Civil War, e questo quasi esclusivamente grazie al passaparola; se anche voi l'avete mancato, ora è proprio il caso di rimediare! :D

martedì 15 ottobre 2019

La banda Baader Meinhof


Titolo originale: Der Baader Meinhof Komplex
Nazione: GER
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 149'
Regia: Uli Edel
Cast: Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Johanna Wokalek

Trama:
Negli anni Settanta Ulrike Meinhof, giornalista borghese e progressista, si unisce al gruppo armato guidato da Andreas Baader per protestare contro la guerra in Vietnam e l'imperialismo, sostenuto dalle istituzioni tedesche nelle quali ancora agiscono uomini dal passato nazista. L'uomo che più li comprese fu anche il loro più irriducibile cacciatore: Horst Herald il capo delle forze di polizia, che...

Commenti e recensione:
È stato definito dalla critica "un lavoro imperfetto" ma La banda Baader Meinhof è un film di grande complessità. Riesce a tenere un buon ritmo per tutta la sua lunga durata (quasi due ore e mezza), coinvolge nel modo giusto e fa riflettere sul rapporto tra i personaggi in scena ed il contesto storico di riferimento. Concitato e profondo, nonostante qualche ridondanza, il film ha dalla sua, oltre ad una colonna sonora notevole e scene d’azione da cardiopalma, una confezione davvero accurata. Il cast stellare teutonico (e dintorni), in notevole forma, propone gli attori più sulla ribalta al momento, scelti e ritoccati così bene da somigliare veramente ai personaggi originali. In particolare meritano una menzione i due protagonisti, Moritz Bleibtreu, che interpreta il carismatico, folle Andreas Baader e, soprattutto, la grandissima Martina Gedeck (Ulrike Meinhof) in evidente stato di grazia.
Il film non vuole instillare morali e, pur nella sua complessità di cronistoria, spesso offre ricche introspezioni nelle ragioni, sogni e frustrazioni di una generazione. La ricostruzione storica, ma soprattutto l’attenzione alla ricostruzione delle azioni della banda, risuonano di un realismo oculato e mai palesemente di parte. Il regista la chiama Drammaturgia a pezzi, un racconto che non esalta gli eroi ma descrive le azioni, dei terroristi quanto dello Stato. Ci riesce anche evitando esaltazioni stilistiche, quali dolly o particolari movimenti di macchina, è infatti la macchina a mano a regnare sovrana, quella "camera-stylo" che trascrive il fatto, la cronaca, e fa rivivere allo spettatore la violenza di una manifestazione bagnata di sangue dalla polizia, una fuga ad un posto di blocco o la vita quotidiana della clandestinità.
La banda Baader Meinhof osa raccontare, col maggior rigore possibile, una storia in Germania scomoda ancora oggi, dopo tanti anni, ed è stato infatti accolto da mille polemiche. Perché in qualche modo, ne escono tutti male: dai membri della Raf, che sembrano quasi farneticanti e confusi ideologicamente, ai militari, al sistema giudiziario ed ai politici. L’unico che si salva è, forse, il superpoliziotto interpretato da Bruno Ganz, evidentemente troppo vecchio per fare il terrorista e, qui, perfettamente nella parte. Ne uscirebbe male anche l'ex DDR, per il suo coninvolgimento in tutti quei fatti, ma il suo ruolo non viene quasi mai accennato. Peccato.
Tuttavia, a parte queste omissioni, il film di Edel resta un’opera onesta che ha il merito di offrire una contestualizzazione storica alla formazione della Raf, mostrando, tra l’altro, come l’organizzazione armata godesse di un ampissimo strato di simpatizzanti, soprattutto tra i giovani. La banda, infatti, raggiunse picchi tali di popolarità che fecero tremare i vertici di tutte le polizie segrete occidentali perché, secondo le stime, un tedesco (dell'Ovest, ovviamente) su quattro sotto i 30 anni tifava per i terroristi! Certo, il fatto che al governo ci fosse il Cancelliere Kurt Kiesinger, che fino al 1945 era stato membro del partito nazista (dove rappresentava il collegamento tra il ministero della Propaganda e quello degli Esteri, mica cotiche) non aiutava per niente. Inoltre, molti giovani non avevano mai perdonato ai propri genitori di essere rimasti indifferenti, quando non addirittura di avere contribuito materialmente, all’ascesa di Hitler. E non dimentichiamo che i regimi di Salazar in Portogallo, Franco in Spagna ed i colonnelli in Grecia continuavano a mietere vittime e non c'erano certezze che il fenomeno non si estendesse nel resto dell'Europa. Che in tanti, nella Bundesrepublik Deutschland, fossero sensibili alle idee della Raf non deve proprio stupire ma, evidentemente, ancora oggi per tanti è difficile parlarne. Un applauso quindi a Uli Edel, il regista caparbio che ha osato addirittura "invadere" il campo che, fino ad allora, era tutto di proprietà della von Trotta!
Meritatamente candidato al premio Oscar come miglior film straniero, va visto con molta attenzione ed assolutamente mostrato (e spiegato!) alle nuove generazioni che, di quel periodo, o non sanno nulla o, ed è pure peggio, ne hanno un'idea totalmente imprecisa.

mercoledì 9 ottobre 2019

Capitan Rogers nel 25° secolo


Titolo originale: Buck Rogers in the 25th Century
Nazione: USA
Anno: 1979
Genere: Fantascienza
Durata: 89'
Regia: Daniel Haller
Cast: Henry Silva, Gil Gerard, Pamela Hensley, Erin Gray, Joseph Wiseman

Trama:
Scongelato dopo un'ibernazione di più di cinquecento anni, Buck Rogers si ritrova nello spazio a combattere Re Draco, il tiranno che vuole invadere la Terra e...

Commenti e recensione:
Leviamoci subito il dente: questo film non è un capolavoro! ^_^
In effetti non è nemmeno di un "vero" film quanto piuttosto l'episodio pilota del serial televisivo, che venne spedito nelle sale (in quegli anni si faceva) a cercare fortuna. Se troverete molte somiglianze con Battlestar Galactica, flop dell'anno precedente, è perché lo staff tecnico delle scenografie e degli effetti (poco) speciali è sempre lo stesso ed ha riciclato tutto quello che ha potuto. Dopotutto, i soldi mica crescono sugli alberi! Vogliamo poi parlare delle citazioni (il termine "plagio" è più corretto ma mi pareva brutto) a Guerre Stellari? Bastano gli screenshots che vi allego.
Troverete anche evidentissime analogie con Flash Gordon (parlo del fumetto più che del film): entrambi, basati su classici saldi eroi americani contro avversari la cui origine extraterrestre a malapena celava assai più vicini pericoli (Mongoli Rossi o gialli sicari di Ming che fossero), furono cult dei comics fantascientifici degli anni '30 ma è il romanzo originale con Buck, Armageddon 2419 A.D. di Philip Nolan, ad essere di qualche anno più vecchio. Certo, Nolan si ispirò pesantemente al John Carter di Burroughs...
Per chi ha letto, ed amato, quei fumetti, il film è sia una delusione che un godimento. Delusione perché, ovviamente, non c'è la bellezza della fantasia che ci mettavamo leggendoli; godimento perché, comunque, il Buck Rogers guascone che fa le sue acrobazie volanti ed è conteso dalle due bellissime rivali, la maliarda draconiana Ardala e la splendida soldatessa Wilma, in un triangolo così simile a quello Gordon-Dale-Aura, risulta effettivamente divertente. Che dire poi dell'anacronistico e ridicolissimo ballo in puro stile La Febbre del Sabato Sera? Impagabile! XD
Purché visto con il cervello debitamente spento, merita una visione proprio perché spensierato e perché, soprattutto, fa passare un'altra serata con questi "vecchi amici" dai costumi kitsch, dimenticati da anni ed ingentiliti dal ricordo nostalgico. :D

venerdì 27 settembre 2019

Il corvo - The crow


Titolo originale: The Crow
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Fantastico, Thriller
Durata: 102'
Regia: Alex Proyas
Cast: Brandon Lee, Ernie Hudson, Michael Wincott, David Patrick Kelly, Bai Ling, Anna Levine

Trama:
Un anno dopo essere stato assassinato con la sua ragazza, il chitarrista rock Eric Draven risorge dalla tomba. Scortato da un corvo e divenuto invulnerabile, si accinge a vendicarsi dei suoi assassini e...

Commenti e recensione:
Tratto dal gran bel fumetto di O'Barr (che non vi allego ma che si trova facilmente online, ad es. qui), pur essendo alla sua prima vera prova Alex Proyas dirigge abilmente un cast di attori semisconosciuti che, sicuramente, ricorderanno per tutta la vita questa esperienza. Il film è cupo e piovoso (e vira prepotentemente verso i toni più scuri) ma è caratterizzato da una narrazione lineare, interrotta solo di tanto in tanto da brevi flashback carichi di pathos che Proyas gestisce perfettamente. L'ambientazione plumbea, in una metropoli trasfigurata che anticipa la Sin City di Miller o la Gotham di Nolan, è perfetta anche senza gli eccessi hollywoodiani e l'accompagnamento musicale è un vero inno al rock gotico e post-punk di quegli anni. La cover di Dead Soul, i Rage Against The Machine, Stone Temple Pilots e, soprattutto, una spettacolare Burne dei Cure che sembra scritta apposta per questo scopo, hanno reso la colonna sonora de Il Corvo un must da avere assolutamente e da sentire in loop!
Quando si parla de Il Corvo, però, la prima cosa che viene in mente è il suo protagonista Brandon Lee, icona indiscussa di una generazione che non smetterà mai di ricordarlo con affetto e, in molti casi, amore. Anche se è vero che parte della sua fama nasce dalla sua morte improvvisa, quasi al termine delle riprese di questo film (una pistolettata da un'arma che doveva essere caricata a salve... sembra un Poirot!), Lee diede davvero tutto se stesso al progetto, portandolo al successo mondiale. Con Il Corvo Brandon è riuscito ad entrare nell’immaginario collettivo di tutti noi e, malgrado i due sequel già usciti, una serie tv e quant'altro sicuramente in arrivo, Eric Draven resta sempre e solo lui. Dal personaggio di Draven (un gioco di parole sul cognome pronunciato come the raven, il corvo appunto) hanno preso spunto in tanti ed il trucco del Joker di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro ne è solo un esempio. Se pensiamo al destino a cui Lee è andato incontro ed all'altissima probabilità di non poter terminare il film (poi salvato grazie alla volontà dell’intera troupe fra trucchi e controfigure, proprio come avvenne ne L'ultimo combattimento di Chen di Lee Senior) possiamo davvero ritenerci fortunati di avere oggi una delle pellicole più amate di sempre che, nel terreno come l'ultraterreno, raggiunge alte vette poetiche sia aggressive che romantiche.
Il Corvo rispecchia prefettamente il termine "cult", perché non è propriamente un Capolavoro (così come non lo furono il Rocky Horror o i Blues Brothers) ma fu subito idolatrato, diventando qualcosa di magicamente epocale, iconico, intoccabile e generazionale, determinando, fin da principio presso i suoi affezionati ed irriducibili estimatori, una sorta di venerazione. Dunque Il Corvo, no, non è forse un capolavoro ma è un film che nessuno di noi, amanti più o meno raffinati della Settima Arte, può trascurare o liquidare in quattro e quattr’otto. Proprio come i veri Cult, il suo ascendente miracolosamente subliminale, il folgorante potere seminale, la sua carismatica, fortissima influenza nella mente e nell’anima degli spettatori, alla fine Capolavoro lo è diventato, a prescindere dalle pecche e dai piccoli, immancabili, difetti.
Più di tutto Il Corvo ci lascia il ricordo indelebile di un uomo che, per la gioia di tutti noi, avrebbe davvero bisogno di un corvo.
Da rivedere assolutamente! :D

venerdì 20 settembre 2019

L'arpa birmana


Titolo originale: Biruma no tategoto (ビルマの竪琴)
Nazione: JAP
Anno: 1956
Genere: Drammatico, Guerra
Durata: 116'
Regia: Kon Ichikawa
Cast: Tatsuya Mihashi, Shoy Tasui, Rentaro Mikuni, Shôji Yasui, Jun Hamamura, Taketoshi Naitô

Trama:
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il soldato giapponese Mizushima decide di non rimpatriare per dedicarsi al culto dei morti nella giungla birmana. Diventa bonzo e ricorda la pagina più sanguinaria della sua esperienza in guerra, quando il suo superiore, pur di non consegnare la sua truppa al nemico...

Commenti e recensione:
Tratto da un racconto di Michio Takeyama, questo grandissimo capolavoro di Kon Ichikawa (girato in uno splendido bianco e nero, anche se solo per motivi economici) è un inno alla pace, contro la crudeltà dei conflitti fra gli uomini e sull'inutilità delle stragi. È anche un monito al popolo giapponese, e più in generale all'intera umanità, che è da apprezzare tanto per la delicatezza del tocco e la poesia che traspare dalle immagini, quanto per l'assunto.
Il cinema giapponese ci ha abituato ad una cultura forte, guerresca e molto dura, qui rappresentata dal comandante dei soldati che si rifiuta di arrendersi agli inglesi. È l’onore del guerriero, del samurai, dei personaggi estremi, disposti a morire anche se inutilmente ma Ichikawa ci mostra l'altra faccia del giapponese, quella del soldato "normale", che non ha nessuna intenzione di morire e vuole la pace spirituale o, quantomeno, tornarsene a casa.
Per molti versi L'Arpa birmana è un film negazionista (in Germania nessuno ha mai osato tanto!) che trascura gli aspetti più marci e deleteri di quella guerra. In realtà, ancora oggi è impossibile, in Giappone, parlare ufficialmente di determinati argomenti (i massacri di Nanchino, le donne di conforto coreane...); per ogni incontro fra i vertici politici con i cinesi o i coreani, occorre un negoziato preliminare su cosa dire e non dire di queste vergogne. Figuriamoci quindi com'era l'aria negli anni '50.
Ichikawa ha quindi "sbagliato"? No, è solo che ha "parlato d'altro" e l'ha capito perfettamente Coppola quando, in una sua intervista su Apocalypse Now, dichiarò:‹‹Nessuno vuole fare un film a favore della guerra, tutti vogliono farne uno contro. Ma un film contro la guerra, ho sempre pensato, dovrebbe essere come L'Arpa Birmana, qualcosa cioè pieno di amore, pace, tranquillità e felicità. Non dovrebbe avere sequenze di violenza che ispirano altra violenza. Apocalypse Now ha scene di elicotteri che attaccano persone innocenti. Quella roba non è contro la guerra››. Infatti, pur iniziando quasi come un "classico" film di guerra, dopo la strage del Colle del Triangolo si trasforma in un profondo viaggio interiore che il protagonista intraprende insieme allo spettatore. E questo, istintivamente, lo capirono tutti ma è l'eccellente commento di Coppola che spiega, in modo chiaro e formale, l'originalità di quest'opera.
Anche se c'è molta cultura giapponese sottintesa (ci sarebbe da scrivere per ore solo dell'importanza dell'atto di indossare il kesa, l'abito monacale, che "trasforma" l'animo di chi lo porta), il film è chiaramente comprensibile anche per noi occidentali. Anzi, praticamente È un film occidentale a tutti gli effetti e, se non fosse stato per l'assoluta ostilità di Visconti, avrebbe sicuramente vinto il Leone di Venezia. Finì per ottenere solo una Menzione Speciale ma, come effetto, il Festival di quell'anno rimase senza un vincitore. Ebbe la stessa sfortuna nella corsa agli Oscar, trovandosi davanti La Strada di Fellini; se non è iella questa?! Come risultato, L'Arpa birmana divenne noto, soprattutto col passare degli anni, solo ai cinefili più attenti e, benché regolarmente citato, ho il sospetto che molti suoi ammiratori non l'abbiano mai visto davvero. Grave errore! È forse il film più pacifista sul conflitto mondiale mai girato, venato di una tristezza infinita che accomuna amici e nemici, stemperando le visioni degli orrori della guerra in una sorta di contemplazione assorta e ieratica. Ancora oggi, è un film che arricchisce e che fa riflettere e quindi: da vedere assolutamente! :D

domenica 15 settembre 2019

Alta tensione



Titolo originale: High Anxiety
Nazione: USA
Anno: 1977
Genere: Commedia, Comico
Durata: 94'
Regia: Mel Brooks
Cast: Mel Brooks, Madeline Kahn, Cloris Leachman, Robert Manuel, Ron Carey, Harvey Korman

Trama:
Il Dr. Richard Harpo Thorndyke arriva come nuovo direttore dell "Istituto Psiconeurotico per Persone Molto Nervose". Ben presto Thorndyke scoprirà inquietanti dettagli sulla struttura sanitaria da lui diretta e...

Commenti e recensione:
Mel Brooks continua la sua personale scia di parodie di generi cinematografici americani, così, dopo il western, l'horror degli anni trenta ed il cinema muto, eccolo dedicarsi al thriller hitchcockiano. Con suspense, psicanalisi, complotti, vertigini, tra parodia e commedia demenziale, Alta tensione è l'omaggio (con dedica) di Mel Brooks al maestro del brivido. Qui vengono prese in giro le pietre miliari della filmografia hitchcockiana, quali, oltre a La donna che visse due volte (che giustamente si chiamava Vertigo), Psyco, Gli uccelli (formidabile la scena del dottor Thorndyke che viene attaccato col guano dai piccioni), Intrigo internazionale, Il delitto perfetto e chissà quanti altri che mi sono sfuggiti.
Pur mancando del tocco assolutamente geniale dei suoi veri capolavori cinematografici, tipo Frankenstein Junior o Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Alta tensione dà comunque prova di tutto il potenziale comico di Brooks e l’interpretazione del premio Oscar Cloris Leachman, così come quella di Madeline Kahn, restano in particolare davvero uniche nel loro genere. Cloris Leachman, che avevamo tutti ammirato nei panni di Frau Blücher, anche qui è una donna terrificante ma, se volete fare piccola ricerca su Google Immagini, rimarrete stupiti da quanto fosse, invece, un vero bocconcino. ^_^
Con le tipiche battute di Brooks sugli ebrei (del resto, il soggetto lo permette benissimo), il tono generale è quello della farsa volutamente grossolana (anche se l'uso dei riferimenti è davvero riuscito!) e, se non si pretende troppo da un film fatto soltanto per divertire, merita ben più che un'occhiata, soprattutto se si ha la cultura di capirne le citazioni! :D

mercoledì 11 settembre 2019

Poltergeist - Demoniache presenze



Titolo originale: Poltergeist
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Horror, Fantastico, Thriller
Durata: 114'
Regia: Tobe Hooper
Cast: Craig T. Nelson, JoBeth Williams, Dominique Dunne, Heather O'Rourke, Zelda Rubinstein

Trama:
I Freeling vivono tranquilli in un elegante centro residenziale fino a quando, una sera, la piccola Carol Anne viene sorpresa a parlare con qualcuno all'interno del televisore. Malgrado l'aiuto di una parapsicologa, strani fenomeni cominciano a verificarsi e...

Commenti e recensione:
A quasi quarant'anni dalla sua uscita si può tranquillamente affermare che Poltergeist sia un cult generazionale, una di quelle pellicole made-in-Amblin attraverso cui Steven Spielberg ha plasmato l’immaginario collettivo.
In origine, dopo il successo di Incontri ravvicinati, avrebbe dovuto girare un nuovo sci-fi ma in chiave horror. Gli addetti ai lavori lo definirono un «Cane di paglia con alieni», denso di scene di violenza e terrore, redento solamente da una sottotrama che vedeva uno degli alieni, Buddy, fare amicizia con il figlio minore della famiglia presa d'assedio. Non sappiamo se questo Night Skies fosse davvero così violento e cattivo, come viene descritto dagli addetti ai lavori, perché la sceneggiatura venne interamente rimaneggiata su quest'ultima sottotrama... e nacque E.T.. L'idea, tuttavia, continuò a frullare nella feconda (anche in termini di box office) testa di Steven e, invece dei temibili alieni, la sfruttò in termini soprannaturali, mantenendo il tono horror ed invitando Tobe Hooper in cabina di regia.
Sulla presenza di Hooper, fantastico autore di Non aprite quella porta, sono stati scritti decine di articoli perché Poltergeist non sembra proprio prodotto dalla sua mano. Certo, la presenza ingombrante di Spielberg, sceneggiatore e produttore, gli tarpava parecchio le ali ma tantissime inquadrature, movimenti di camera, luci e stili di recitazione sembrano davvero frutto di Steven. Solo in poche scene e nel finale, un tripudio di bare che esplodono dal terreno (per la cronaca, gli scheletri erano veri!) si nota finalmente il suo tocco autoriale mentre, nell'insieme, Polgergeist è propriamente un horror all’acqua di rose. Tra chi partecipò alle riprese ci fu chi disse che il suo ruolo fu, al massimo, di assistente. È un difetto? Non saprei, forse avremmo solo avuto un film diverso ma, di pregi, questo Poltergeist ne ha parecchi perché l’America rurale ed oscura di Hooper lascia il posto alla middle class, da sempre il ceto sociale di riferimento di Spielberg. Il sottotesto critico alla medio borghesia (spostare un antico luogo di culto come un cimitero indiano solo per costruire un quartiere alla moda) ed al consumismo americano (la televisione come mezzo di diffusione del "male") donano al film interessanti chiavi di lettura, anche indipendentemente dall'horror. Nessun regista statunitense è riuscito (e riesce) a descrivere la famiglia statunitense media, con tutte le sue paure, i suoi pregi e le sue idiosincrasie, con la dolcezza ed al contempo la durezza di Steven Spielberg. La sua tempesta demoniaca (che anticipa di pochi anni quelle che, virando verso il demenziale, saranno pane quotidiano per i Ghostbusters) colpisce al cuore l’America perché ne svela, una volta di più, le debolezze, i punti fragili, le zone d’ombra.
Al di là di ogni considerazione, perché ammettiamolo, a molti puristi il film non è piaciuto, va comunque dato merito a Poltergeist di aver creato un simbolo estremamente significativo ed abbondantemente utilizzato da allora nel cinema, horror e non solo: la televisione e l’attrazione/minaccia che racchiude e rappresenta. Cliché nato durante il boom di utilizzo ed influenza di questo medium, indagato, raffigurato o solo marginalmente sfruttato in moltissime opere, da Videodrome a The Ring, da Terror Vision a Nightmare 3, da Video Girl AI ai fumetti. Forse Poltergeist – Demoniache presenze, una delle più famose ghost story del new horror, non merita di essere considerato uno dei più riusciti fanta-horror, né degli anni ’80 né di sempre ma, da allora, tutti i registi hanno dovuto farci i conti.
Da rivedere (e magari, senza pregiudizi, rivalutare)? Certamente sì! :D

domenica 8 settembre 2019

Dark Crystal


Titolo originale: The Dark Crystal
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Animazione, Fantasy, Avventura
Durata: 94'
Regia: Jim Henson, Frank Oz

Trama:
Il grande Dark Crystal, che regolava l'equilibrio dell'Universo, si è spezzato causando la divisione del mondo in buoni e cattivi. Solo quando i tre soli convergeranno il Cristallo potrà essere ricomposto, oppure i malvagi regneranno per sempre. Il piccolo Elfo Jen ha l'incarico di trovare i frammenti di cristallo perduti ma i perfidi Skeksis...

Commenti e recensione:
Nel 1975 Jim Henson, acclamato creatore del Muppet Show e di Sesame Street, era terrorizzato dall'idea di passare alla storia come semplice autore di simpatici sketch. Aveva provato a creare The Land of Gorch per il Saturday Night Live Show, una sorta di versione oscura dei Muppets con nuovi pupazzi di un Pianeta Palude che parlavano di sesso ed alcolismo, per affrancarsi da Ernie, Bert e Miss Piggy ma il progetto non riuscì a decollare.
Quelli erano gli anni in cui si cominciava a guardare al pubblico adolescenziale con occhi nuovi, gli anni di Taron di quel Don Bluth che cercava di cambiare la Disney, di E.T., della Storia Infinita, dei Gremlins, di Conan e di quel gioiellino che fu Ladyhawke (sarebbero tutti usciti negli '80 ma è allora che cominciavano ad essere prodotti); anni in cui gli autori cercavano di dare uno spessore nuovo alla "cultura giovanile" e che riscopriva le versioni originali delle fiabe classiche; anni in cui non si aveva paura di far paura.
Con il vecchio amico e collega Frank Oz (l’uomo a cui dobbiamo, tra le mille altre cose, Yoda di Star Wars) Henson colse l'occasione e si lanciò nella produzione di The Dark Crystal, una pellicola fantasy con, per protagonisti, solo pupazzi animatronici e burattini e, soprattutto, una storia ben più cupa rispetto alle produzioni precedenti, ricca delle atmosfere tipiche dei fratelli Grimm.
Il risultato di tante fatiche (cinque anni di lavorazione ed una schiera agguerrita di animatori, tecnici, esperti di elettronica ed effetti speciali, capaci di dar vita ad animatronics ancora adesso all’avanguardia) è questo lungometraggio, personalissimo nel segno visivo, in cui l’invenzione grafica si accompagna ad antiche memorie sepolte nell’inconscio ed ad un estroso senso dello humour. Un film in cui gli incubi infantili s’intrecciano a dotte sofisticherie (innumerevoli sono i richiami figurativi a Hieronymus Bosch, Pieter Brueghel ma anche Max Ernst). Con tuffi al cuore, soavi parentesi ed un gusto del grottesco che dà un’originale espressività agli abitanti di questo capriccioso bestiario, Henson ha raccolto degnamente la preziosa lezione di Ray Harryhausen.
E poi esplose il "difetto Taron"! In quegli anni, ma per molti versi ancora oggi, regnava sovrana l'ombra lunghissima del "Fantasy per famiglie" che, per il grande pubblico, continuava ad essere simboleggiato da Biancaneve e La bella addormentata. Un pregiudizio che, sul piano del marketing, coincide
   1) con l'acquisto dei biglietti del cinema da parte dei genitori per gli spettatori più piccoli e
   2) col mancato acquisto da parte dei ragazzi un po' più grandicelli, più legati alla TV.
Di norma era solo alla fine del liceo che si ricominciava ad andare al cinema e tutta la fetta di mercato a cui era destinato il film disertava le sale. Costato 25 milioni di dollari, ne portò a casa solo 45 milioni (sia a causa delle lamentele dei genitori che della concorrenza nelle sale di E.T.). Sempre meglio di altri titoli, come il bellissimo Legend di Scott, perché, comunque, nessuno riuscì a negare l'eccezionale bellezza delle immagini; si piazzo, nell'elenco annuale, poco dopo Rambo e addirittura sopra Conan il barbaro. Insomma, The Dark Crystal se la cavò per il rotto della cuffia e, grazie a ciò, Henson ha potuto produrre il bellissimo Labyrinth – Dove tutto è possibile che, Muppets a parte, è certamente il suo vero capolavoro cinematografico (e dove non osò più far recitare solo pupazzi).
E oggi? Oggi Dark Crystal (per misteriosi motivi, noti solo ai distributori nostrani, da noi perse il "The"; probabilmente pensarono che non ne comprendessimo il significato) rimane un film bellissimo, fantastico e surreale, in grado di dare davvero molto a chi è ancora capace di stupirsi! :D

martedì 20 agosto 2019

La donna della domenica


Titolo originale: La donna della domenica
Nazione: ITA
Anno: 1975
Genere: Giallo
Durata: 105'
Regia: Luigi Comencini
Cast: Marcello Mastroianni, Jacqueline Bisset, Jean-Louis Trintignant, Aldo Reggiani, Pino Caruso, Claudio Gora, Lina Volonghi

Trama:
A Torino viene misteriosamente ucciso un architetto implicato in faccende poco pulite. Le indagini portano il commissario Santamaria ad indirizzare i suoi sospetti su alcuni esponenti dell'alta società, in particolare su Anna Carla, moglie di un grosso industriale, e sul suo confidente, un dottore omosessuale ma...

Commenti e recensione:
Trovandosi a lavorare sul fortunatissimo (e vendutissimo!) romanzo di Fruttero e Lucentini, che conferì al giallo una dignità fino ad allora negata in Italia, Comencini era ben conscio del rischio di venire accusato di aver tradito la ormai troppo nota storia. Fu per questo che restò, il più possibile, fedele al libro ed il suo film, a metà tra una epigona commedia all’italiana ed un giallo a pieno titolo, riuscì a superare agilmente il vaglio del pubblico, ottenendo persino il benestare della critica dell’epoca. In realtà il lungometraggio comprime, ed esalta, la trama gialla del libro a scapito della complessità dell'esercizio letterario ma si pone come esempio "nobile" di giallo all'italiana, sfruttando la scia dei Bava, Fulci ed Argento. Ciò avvenne attraverso l'impiego di attori di primo piano e grande richiamo commerciale, sceneggiatori navigati come Age e Scarpelli, eleganza formale a scapito della compiaciuta violenza dei film allora in voga. Certo non mancano le scene di suspence, godibili anche da chi è poco avvezzo al cinema giallo e, in tal senso, il film ha lo stesso carattere divulgativo presente anche nel cartaceo: avvicinare il pubblico ad un genere cinematografico considerato, a torto, di serie b.
Comencini, che è stato un regista sempre accorto, invisibile ma non per questo senza carattere, ci immerge in una Torino afosa, disabitata e "respingente", così come è respingente l’ambiente in cui si svolgono i fatti per il romano (addirittura siciliano, nel romanzo) commissario Santamaria; la compostezza formale della regia si manifesta quindi come un'idea ben precisa della messa in scena che, con una patina di freddezza che accresce il valore della sua composizione, esalta perfettamente questi respingimenti. Ci possono essere sfioramenti, talvolta, ma le distanze rimangono e sono perfettamente rappresentate.
Se la non ispiratissima colonna sonora di Morricone (quasi un autoplagio di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto) è appena adeguata, la recitazione del trio principale del cast, Mastroianni-Trintignant-Bisset, è invece magistrale. La loro interpretazione è così azzeccata da renderli indistinguibili dai personaggi del libro e questo, ammettiamolo, non capita spesso! Ma non è tutto: a contribuire alla vera riuscita del film è la pletora di formidabili caratteristi italiani che vi partecipano. Grandissimo Claudio Gora, che compare per i primi dieci minuti e riesce a rendersi odioso in modo davvero intollerabile; grandissimo Pino Caruso come commissario De Palma, con la battuta sempre pronta ispirata al sarcasmo tipicamente siciliano; grandissimi Gigi Ballista e Franco Nebbia, gli intellettualoidi da operetta, ma la migliore in campo è senz'altro una fantastica Lina Volonghi, sboccata, maleducata e sgradevolissima nei panni della vedova Tabusso. Ma dove sono finiti questi "attori minori" di cui erano così pieni i teatri di quegli anni?
Comencini, con queste splendide collaborazioni, ha realizzato IL giallo all'italiana (che magari per Fruttero e Lucentini doveva essere "alla torinese" ma tant'è) e, grazie al suo sforzo, ha dato alla luce un intero affascinante sottogenere.
Da vedere assolutamente! :D

giovedì 15 agosto 2019

Il grande e potente OZ



Titolo originale: Oz: The Great and Powerful
Nazione: USA
Anno: 2013
Genere: Fantastico, Avventura
Durata: 127'
Regia: Sam Raimi
Cast: James Franco, Mila Kunis, Rachel Weisz, Michelle Williams, Zach Braff, Joey King

Trama:
Quando Oscar Diggs, illusionista dalla discutibile etica di un piccolo circo, viene trasportato dal polveroso Kansas nel fantastico Regno di Oz, pensa di aver vinto alla lotteria: fama e fortuna a sua completa disposizione. Questo finché non incontra tre streghe, non convinte che lui sia il grande mago che tutti credono, e...

Commenti e recensione:
Il Grande e Potente Oz può definirsi un prequel de Il mago di Oz del '39. L’intento è quello di spiegare, prendendo spunto da alcuni accenni presenti nei 14 romanzi (che però non hanno mai chiarito un granché) come un illusionista da strapazzo sia diventato il Mago di Oz. In tempi di riproposizioni filmiche di favole ed archetipi, una figura come quella del Mago di Oz non poteva, prevedibilmente, lasciare indifferenti i produttori hollywoodiani ma, a differenza di Burton nel suo blockbuster Alice nel paese delle meraviglie, Sam Raimi non cede alla trappola autoreferenziale e preferisce omaggiare Baum e l'amatissimo classico di Fleming. L'intera pellicola, nonostante il profluvio di effetti in cgi, è disseminata di rimandi agli albori del cinema, alle "lanterne magiche", i giochi di ombre (il bacio finale dietro la tenda, la ripresa delle silhouette dei personaggi mentre stanno per cadere da una rupe) e tutto l'insieme di trucchi artigianali che hanno reso meravigliosa quest'arte. Allo stesso livello, e forse in maniera ancora più convincente, dello Hugo Cabret di Scorsese, Sam Raimi mette in scena un meta-film che tenta un'ammirevole riflessione sulla circolarità della messa in scena e sulla potenza delle immagini (Oz è senza alcun dubbio un fan di Méliès più che dei fratelli Lumière).
Raimi si dimostra il regista perfetto per questa produzione: grazie al suo estro e la sua fantasia tira le fila dell'abbastanza esile racconto con maestria dispiegando, dopo una prima parte di girato in un perfetto bianco e nero apparentemente in 4:3, uno sfavillio di colori luminescenti e scene fantasmagoriche in gran formato che sottolineano il vero pregio del film: la sua sontuosità.
Sul fronte del casting, certo non possiamo non pensare a come sarebbe stato Oz se l'avesse interpretato Robert Downey Jr. (come inizialmente previsto) ma James Franco riesce splendidamente a far suo il ruolo di strafottente ed arrivista. Brave e adatte anche le ragazze, soprattutto Mila Kunis ma, ammettiamolo, sono poco più che di contorno.
Forse 130 minuti sono un po’ troppi, una limatina qua e là avrebbe potuto conferire alla pellicola un maggior ritmo ma il film rimane comunque godibilissimo per un pubblico di ogni età, anche se nei più piccoli, d'anagrafe o di spirito, l’appagamento sarà sicuramente maggiore.
Uno spettacolo per gli occhi! :D







martedì 13 agosto 2019

Il pianeta proibito


Titolo originale: Forbidden Planet
Nazione: USA
Anno: 1956
Genere: Fantascienza
Durata: 98'
Regia: Fred McLeod Wilcox
Cast: Walter Pidgeon, Leslie Nielsen, Anne Francis, Warren Stevens, Jack Kelly

Trama:
Nel 2200 una missione spaziale scende su Altair. In tutto il pianeta, di un'intera colonia terrestre solo il professor Morbius e sua figlia, serviti dal robot Robby, sono sopravvissuti alle incursioni di mostruose quanto misteriose entità. Gli astronauti però cominciano a nutrire qualche sospetto e...

Commenti e recensione:
Ci sono film che hanno fatto la storia della fantascienza ma non questo; Il pianeta proibito È la Storia della fantascienza!
Senza Il pianeta proibito la sci-fi adulta forse non esisterebbe come la conosciamo oggi. Non avremmo avuto Star Trek, per esempio; non ci sarebbe stato Solaris, lo stesso 2001 sarebbe ancora nel limbo e, probabilmente, persino Alien non avrebbe mai visto la luce.
Fin dalla prima stesura del copione si capiva che questo film avrebbe cambiato i canoni stessi del genere, con Irvin Block e Allen Adler (poi con l'aiuto di Cyril Hume, che firmò la sceneggiatura) che osarono addirittura rielaborare, in trasposizione fantascentifica, La Tempesta. Block psicoanalizza Shakespeare e materializza i fantasmi dell’inconscio, obbligando la fantascienza ad uscire dall’anticomunismo in cui era stata incanalata (vedi L’invasione degli ultracorpi, anch’esso del '56) per diventare allegoria degli spazi interni dell’essere umano, abissi oscuri abitati da angosce capaci di sgretolare ogni cosa. Il pianeta proibito abbandona l'idea dei blocchi contrapposti e lancia un messaggio più universale, trovando nella mente stessa dell'essere umano il vero pericolo per se stesso e per gli altri. Il ribaltamento culturale è paragonabile solo a quello che generò Blade Runner quando mostrò, ad un pubblico abituato a ben altro, un futuro sporco, piovoso e disumanizzato.
La Metro Goldwyn Meyer investì molte risorse nel progetto (quasi due milioni di dollari) e, oltre all'enorme lavoro per la realizzazione delle location, molto venne speso anche per gli effetti visivi. Alla MGM venne concesso, in prestito dalla Disney, un vero e proprio mago degli effetti speciali, l'artista Joshua Meador che, due anni prima, aveva curato la parte visiva di 20.000 leghe sotto i mari e la cui mano è riconoscibilissima nell'integrazione delle immagini animate all'interno della pellicola.
Oggi non fa notizia se un certo gruppo chiamato Daft Punk cura le musiche di un film come Tron: Legacy; nel 1956 però le cose erano molto diverse e fu per molti scioccante che si affidasse la colonna sonora del Forbidden Planet alla coppia Louis e Bebe Barron. Precursori della musica elettronica, i coniugi Barron erano ben conosciuti nel campo del cinema sperimentale e come creatori di effetti sonori ma vennero selezionati principalmente in quanto virtuosi del suggestivo strumento theremin. Il risultato fu la prima colonna sonora "elettronica" nella storia del cinema mainstream che, se pure ha diviso per anni il pubblico tra entusiasti e detrattori, rimane un fondamentale contributo al progresso nel campo delle musiche da film come le conosciamo oggi. E scusate se è poco!
Il confronto tra Leslie Nielsen (al suo esordio su grande schermo) ed un interprete d'alta scuola quale Walter Pidgeon si presta a tante ed interessanti divagazioni psicoanalitiche, capaci di nobilitare un genere fino ad allora usato prevalentemente per scopi ludico/commerciali, mentre ingentiliscono la scena i curiosi accenni sessuali della bella, ammiccante ed adorabile Ann Francis. Con i suoi vestiti piuttosto discinti e scollati e le sue particolari abitudini (nuota "nuda" nella piscina del laboratorio ^_^) crea scompiglio nell'equipaggio da troppo tempo dimentico del fascino e della sensualità di una donna, risvegliando così desideri sopiti e passioni tenute per troppo tempo a freno. Trovo che faccia molto "marineria britannica ottocentesca" ed aggiunge una deliziosa ed ossimorica patina vintage al futuro.
Una voce a parte la merita il fantastico Robby, magari non il primo robot completo mai visto sullo schermo, come dicono alcuni (così a memoria mi viene Maria di Metropolis), ma certamente il primo che risponde alle tre leggi della robotica di Asimov. Fu l'oggetto cinematografico più costoso mai costruito all'epoca e, infatti, venne riutilizzato diverse volte da altri registi. Ebbe così tanto successo da meritarsi un film tutto suo intitolato Il robot e lo Sputnik. In realtà, all'interno del complicatissimo e pesante costume di plastica costruito da Robert Kinoshita, si alternavano due interpreti di bassa statura che, più volte, rischiarono di finire folgorati dai cavi elettrici che alimentavano il testone del robot.
Se non fosse stato per tutto quanto scritto sopra, il film sarebbe diventato un bel episodio dei primi Star Trek (e infatti Gene Roddenberry si è lasciato isprare così tanto che è impossibile non vedere, oggi, il Capitano Kirk al posto di Nielsen) ma no, Wilcox ha voluto davvero fare il grande salto e si è giustamente ritagliato un posticino nell'Olimpo della Settima Arte. E se dico "ino" è solo perché la strada che ha aperto ha generato capolavori incredibili, che lo hanno un po' messo in ombra ma che gli sono debitori in modo totale e che dovrebbero rendergli molto più che un semplice omaggio.
Da vedere sicuramente! :D

sabato 3 agosto 2019

Mister Hula Hoop


Titolo originale: The Hudsucker Proxy
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Commedia
Durata: 111'
Regia: Joel Coen
Cast: Tim Robbins, Jennifer Jason Leigh, Paul Newman, Charles Durning, John Mahoney, Bruce Campbell

Trama:
Il giovne Norville Barnes viene assunto da una grande ditta della Città. Grazie alla sua geniale idea per un gioco, scala fulmineo i vertici dell'azienda ma l'avidità è dietro l'angolo e...

Commenti e recensione:
Mister Hula Hoop è uno degli esempi più riusciti dell’operazione Avant-Pop di recupero e rielaborazione di materiali propri della cultura popolare. In questo caso Joel e Ethan Coen, con la collaborazione di Sam Raimi, riprendono l’immaginario della screwball comedy, proponendone stilemi, visioni (ed esagerazioni) per ammiccare allo spettatore con piglio postmodernista, sorprenderlo e spiazzarlo con inserti onirici ed una deliziosa commistione con il cinema di Frank Capra attraverso l’esplicito (e spassoso) riferimento all’angelo Clarence de La vita è meravigliosa. [La screwball comedy è quella che, in italiano, viene solitamente detta commedia sofisticata (il termine si tradurrebbe con commedia svitata o commedia ad effetto) e si riferisce alla commedia stanunitense degli anni trenta e primi quaranta, tipo Acadde una notte, sempre di Capra, chiusa parentesi da intellettualoide ^_^].
I Coen hanno costruito un prodotto profondamente cinefilo, autoreferenziale, attento alla perfezione formale quanto compiaciuto e manierista che, in termini più prosaici, significa un film bellissimo e davvero ben ralizzato! :D
Sono l’espressionismo visivo di una scenografia ed una regia al limite della perfezione formale (e citazionistica), la recitazione slapstick di Robbins e Paul Newman e quella esagerata, ritmica, decisamente al cardiopalma (in buona sintesi: magistrale!) di Jennifer Jason Leigh nei panni della giornalista Amy Archer, a fare della pellicola un vero cult per cinefili.
I 25 milioni di budget sono ottimamente spesi: gli attori caratterizzano perfettamente i loro personaggi e nessuno appare sottotono, gli effetti visivi, i colori e le ambientazioni sono ottime, ogni fotogramma è pervaso da una verve brillante e briosa. Cosa chiedere di più?
Da vedere (e per molti, da rivalutare, visto che fu un discreto flop di botteghino) e soprattutto rivedere, perché non si esaurisce con la prima visione ma, anzi, acquista sempre più valore in quelle successive. :D

sabato 27 luglio 2019

Rollerball


Titolo originale: Rollerball
Nazione: USA
Anno: 1975
Genere: Fantascienza
Durata: 128'
Regia: Norman Jewison
Cast: James Caan, Maud Adams, John Houseman, John Beck, Moses Gunn, Pamela Hensley

Trama:
Nel mondo del futuro (2018!) lo sport più popolare è il violentissimo rollerball. In realtà è molto più di uno sport, è una forma di consenso, una maniera per controllare la popolazione. Campione per un decennio è stato Jonathan, ma i capi hanno deciso che ormai deve perdere e....

Commenti e recensione:
Caratterizzato da scene estremamente spettacolari, che per la prima volta hanno fatto guadagnare agli stuntman il diritto di apparire nei titoli di coda, Rollerball di Norman Jewison è l'archetipo dei film di fantascienza sociologica. È basato sull'ennesima rappresentazione di una società distopica, completamente pacificata ma anche dittatoriale, che usa uno sport violentissimo, il rollerball appunto, come unica valvola di sfogo delle pulsioni aggressive dei propri cittadini. Lo spunto, come sappiamo, era abusato già nel 1975 e, benché la trama offra una riflessione sempre valida ed un inedito finale positivo, non è per questo che il film è diventato un classico. Con il suo ritmo sincopato, calmo e riflessivo nel mondo quanto indiavolato nell'arena, Rollerball trascina gli spettatori in un’emozionante ed agghiacciante visione di un futuro in cui l’aggressività umana si scatena tutta su una pista estremamente violenta, senza esclusione di colpi. Il gioco in crescendo, in cui la posta è sempre più alta ed il rispetto per la vita umana sempre più basso, è spettacolare.
Alla sua uscita il pubblico si precipitò a vedere questa impressionante interpretazione del domani, lasciandosi appassionare dalla lotta del grande Jonathan e dalla più creativa e tecnologica visione del futuro dopo Kubrick. Il film ha un ritmo perfettamente bilanciato: europeo, quasi francese nei momenti di vita quotidiana (ricorda molto i tempi di Fahrenheit 451), mentre è molto americano nel giallo e nell'azione. D'altronde Jewison non è un regista qualsiasi ed ha al suo attivo capolavori come Jesus Christ Superstar, La Calda Notte dell'Ispettore Tibbs, Il violinista sul tetto, solo per citarni alcuni.
Mentre il grosso dei critici è rimasto impressionato dalla visione che il regista dà di un destino controllato dalla corporazione e della sua manipolazione dell’aggressività umana, altri invece hanno accusato la pellicola di aver oltrepassato la sottile linea che divide la retorica anti-violenza dal tipo di pericoloso divertimento che dice di condannare. Secondo Jewison, invece, non c’è neppure una scena gratuita, anzi ha ribadito che "è impossibile parlare di violenza senza mostrarla". Ed invero, il Rollerball che ne è venuto fuori è un film singolare e stimolante, abilmente congegnato, esaltato dall’avvincente regia, la brillante sceneggiatura e la straordinaria interpretazione di James Caan. Già, una nota a parte merita la merita infatti l’interprete principale, che si dimostra eccezionalmente capace di dare uno spessore ed un’umanità combattuta al protagonista, rendendo Jonathan un puro "eroe greco" che va avanti, contro il destino e gli dei, e ne paga tutte le conseguenze.
A rendere grande Rolleball è stato anche l'uso sapiente delle scenografie e delle location. La sede della corporazione, ad esempio, era nel quartier generale della BMW di Monaco, allora inaugurato da pochissimo; sempre a Monaco, nell'Audi Dome, furono invece realizzate le riprese delle azioni di gioco. Quella visione del futuro tutta "design anni '70", che era così avanti, da catalogo di una Expo mondiale nel suo mix di interni arancioni ed esterni da avanguardia architettonica, di mantelli da donna ed abiti attillati con la zip per gli uomini, riesce a far futuro ancora oggi. Un futuro forse vintage ma che conserva il suo fascino asettico e distante, anche se immaginato più di quarant'anni fa ed il 2018, anno in cui si svolge la storia, è già passato.
Questo è un film ingiustamente sottovalutato, o meglio, non valutato quanto meriterebbe ma, anche senza tutto il resto (che, come ho già scritto, è tantissimo!), è un SuperCult già solo per aver inventato il gioco del rollerball. Ormai è entrato nell'immaginario collettivo ed ha influenzato generazioni di registi e creativi vari. Hunger games, il recente Alita l'angelo della battaglia ma anche Colpo Secco con Paul Newman e, per molti versi, Il gladiatore di Scott non esisterebbero se Jewison non ci avesse donato questo capolavoro. Il mondo del fumetto, poi, si è approrpiato del soggetto in mille modi (penso, ad esempio, a Nathan Never) e non dimentichiamoci che, senza Rollerball, non avremmo avuto uno dei più bei giochi per Amiga di sempre! ^_^
Questo film enorme, assolutamente imperdibile per chi ama le distopie futuristiche e non disdegna una buona dose di violenza, con un finale ogni volta da brividi (e che si può leggere in molti modi) non è solo "da vedere", come consiglio spesso, ma da rivedere e, soprattutto, studiare con estrema attenzione, perché quel futuro passato è, per tanti versi, molto presente.
In una scala da 0 a 2001 - Odissea nello spazio, dove lo posiziono? Sicuramente sul podio! :D

giovedì 25 luglio 2019

Le stagioni di Louise


Titolo originale: Louise en hiver
Nazione: FRA
Anno: 2016
Genere: Animazione
Durata: 75'
Regia: Jean-François Laguionie

Trama:
L'ultimo treno dell'estate parte dalla località balneare di Biligen, riportando in città gli ultimi vacanzieri e dimenticando l'anziana Louise. Poco male, pensa la donna, i parenti si accorgeranno presto della sua assenza e verranno a prenderla. Ma non è così e....

Commenti e recensione:
Forse voi ricorderete Jean-François Laguionie dal suo splendido La tela animata, che vi ho proposto qualche anno fa, ma ai più, benché faccia cinema dagli anni '60 (e alcune sue opere abbiano fatto la storia dell'animazione) questo nome è completamente sconosciuto. Magari questo meraviglioso Le stagioni di Lousie (ma preferisco Louise en hiver, suona meglio e suggerisce di più) è proprio l'occasione giusta per scoprirlo anche se, all'alba dei suoi 80 anni, credo che del nostro giudizio gli importi davvero poco. Laguionie è sì un regista e sceneggiatore di cartoni aminati ma è, soprattutto, un grandissimo artista, figlio della più alta cultura francese e dal tratto vicinissimo alle più belle opere di Folon (per anni, prima di internet, ho pensato fossero la stessa persona!) ed al tardo surrealismo nord europeo, quello permeato dalla profonda vena poetica di Moebius e Magritte.
Il tempo passa, le stagioni quasi si confondono e la solitudine assume il volto speciale dei ricordi, della nostalgia di un passato mai veramente elaborato, rivisto con un'umana dolcezza che solo l'età sa riconoscere come amica fidata. Ecco cos'è l'intensità di questo film, che si sviluppa, oltre che nel tono pacato e leggermente ironico del racconto, soprattutto nel modo in cui si fondono il realismo delle immagini e la tecnica del guazzo che le illustra, apportando tali colori e una tale matericità che il naturalismo è presto superato e ci sprofonda nella sfera del poetico. Nonostante la varietà grafica, i corpi di Louise e dei suoi cari si sposano perfettamente con gli sfondi dipinti a mano grazie ai raffinati giochi di luce ed alla composizione dai tratti netti in puro stile ligne claire del fumetto franco-belga. Sembra quasi che il colore sia disciolto nell’acqua del mare, che si confonda col vento ed il rumore della risacca, mentre la musica del piano di Pierre Kellner fa da perfetto contrappunto alla rappresentazione delle memorie e dei sogni più intimi e profondi. Attenzione: esiste il rischio di lasciarsi distrarre, per qualche minuto, di tanto in tanto, dal tono flemmatico che accompagna la passeggiata quotidiana sulla spiaggia di Biligen, nonluogo tanto caro all'autore, ma è un rischio contemplato, forse perfino voluto. Lungo la costa della Normandia Laguionie ha passato l’infanzia e lì, dove nacquero poeti come Maupassant, apprende quel modo di essere umano e artistico, quella dimensione fatta di solitudine e libertà. Come Louise, Laguionie nasconde il suo desiderio di rivalsa, di sentirsi forte ed indipendente, abbastanza da sopravvivere, più che alla fame, alla consapevolezza di stare invecchiando e di essere abbandonato(a?) da tutti. Lui è Louise, Louise è il suo cinema e questo cinema richiede di entrare nel film in punta di piedi, quasi accarezzando la materia pittorica e la texture, accettando la sua sfida gentile lanciata al rumore, alle storie pirotecniche, allo spettacolo spettacolare. Perché Laguionie non teme i silenzi ed i vuoti, anzi rischia ogni tanto di scivolare sulla sua trasparenza, il tratto delicato, le leggerezza del tocco, fino quasi a scomparire. Ma riesce anche ad evocare la vertigine di uno sguardo gettato oltre la scogliera o rendere la paura e la (ri)scoperta della libertà. E quando il film sembra quasi compiacersi troppo della propria lirica diversità, arriva una piccola idea narrativa, un suono, un gesto, un dialogo tra il cane e Louise, a riprenderci al volo, come fossimo aquiloni che si sono allontanati troppo, e ci riporta coi piedi per terra, dentro il vento, tra le onde del mare.
Le stagioni di Lousise è un vero capolavoro, una pellicola delicata ed estremamente intima, una piccola rarità nel panorama dell’animazione moderno da vedere, rivedere e sognare! :D

venerdì 19 luglio 2019

Chinatown


Titolo originale: Chinatown
Nazione: USA
Anno: 1974
Genere: Giallo
Durata: 131'
Regia: Roman Polanski
Cast: Jack Nicholson, Faye Dunaway, John Huston, Perry Lopez, John Hillerman, Darrell Zwerling

Trama:
L'investigatore Gittes è è incaricato da una sedicente signora Mulwray di indagare sulle presunte scappatelle del marito, Hollis Mulwray, ingegnere capo del Dipartimento Acque, oppostosi fermamente alla costruzione di una diga idealmente in grado di mettere fine alla siccità. Ma nulla è come appare in una città in mano alla speculazione edilizia e....

Commenti e recensione:
Pur non amando particolarmente Polanski, come il sottoscritto, è impossibile non ammirarlo per questo suo indiscutibile capolavoro. Chinatown è sì un omaggio meraviglioso al noir degli anni '40, con le sue luci taglienti e le ombre cupissime, ma Polanski riesce ad andare ben oltre i Philip Marlowe da Il grande sonno, stoici pur di fronte alle sconfitte. Il Gittes che ha creato no, non è uno stoico, non accetta imperterrito la sconfitta, ne rimane sconvolto. Il profondo pessimismo dell'autore, unito all'utopia di un'umanità più idealista e ribelle (in fondo, una metafora dei movimenti di protesta di quegli anni) è, ancora oggi, incredibilmente più attuale del "semplice" Bogart. L'elevato tasso di denuncia etica e politica non era certo inedito nel genere noir ma raggiunge qui livelli tali di violenza da essere spiegabili solo dal riuscito incontro tra il genere letterario hard boiled, incarnato dai romanzi giallo-polizieschi di Raymond Chandler, con la nuova sensibilità post-moderna che, negli stessi anni, sanciva il trionfo di Arancia Meccanica e dell'ispettore Callaghan. In un crescendo impressionante, dalla lievità delle prime scene alla discesa nell'abisso umano più cupo, Polanski ci porta al finale da urlo, con quel clacson suonato che ha fatto storia e in cui la risorsa del sonoro, per come viene utilizzata, vola ai tempi di M di Fritz Lang ed, infine, alla fatidica (ed ormai storica) frase: Lascia perdere Jack. È Chinatown.
Bastava questo per fare un capolavoro, eppure Polanski non si limita ed amplifica il racconto con una narrazione implacabile nella sua rigorosità. Pur senza considerare il cast inarrivabile, tra cui spicca un monumentale Jack Nicholson, i dialoghi scattanti, densi, carichi di informazioni eppure comprensibili come da tradizione del cinema classico, ed una regia così precisa, con una camera da presa che alterna perfettamente piani-sequenza, contropiani, riprese a mano, campi lunghi e primi piani che è vera perfezione formalista, fanno di Chinatown una delle massime espressioni del cinema (non solo noir) di tutti i tempi.
L’aspetto squisitamente estetico dei personaggi risplende di un accurato perfezionismo d’annata, una sorta di proiezione del divismo che qui trova sfogo in quei vestiti sempre curati, eleganti, propri della borghesia, i volti sempre fotogenici (finché non vengono deturpati), perfettamente modellati. È importante capire che l’estetica di Chinatown è elegante e raffinata perché esprime la mitologia della "buona società", non è quindi un vezzo del regista quanto una necessità espressiva e dai significati semiotici ben precisi: poliziotti e membri di multinazionali varie sono sempre tratteggiati con l’apparenza dell’integrità morale, eppure...
Da vedere (e nel mio caso, rivalutare) sicuramente! :D

mercoledì 17 luglio 2019

Sanjuro


Titolo originale: Subaki Sanjuro (椿三十郎)
Nazione: JAP
Anno: 1962
Genere: Azione
Durata: 96'
Regia: Akira Kurosawa
Cast: Toshirō Mifune, Tatsuya Nakadai, Takashi Shimura, Takako Irie

Trama:
Il samurai Sanjuro Tsubaky salva nove uomini braccati. Scopre che sono legati ad un funzionario fatto arrestare ingiustamente dai signori locali perché in possesso delle prove riguardanti le loro irregolarità amministrative e...

Commenti e recensione:
Adattato da un romanzo di Shugorō Yamamoto, Sanjuro è il seguito ideale di Yojimbo. Dopo il grande successo di quest'ultimo, i produttori insistettero molto con Kurosawa perché ripetesse il suo exploit (soprattutto economico) ma il Maestro, come suo solito, pur accettando aveva intenti assai diversi. Questa volta, anziché mettere in scena una parodica e stilizzata apologia dell'avidità umana (poco più di una scusa per un altro jidai-geki) decide di approfondire uno dei suoi temi feticcio: il rapporto tra allievo e maestro. Per ottenere questo effetto, Kurosawa ci propone quindi un Sanjuro più vecchio (almeno di una decina d'anni), più maturo e saggio, dove la sua (innegabile) abilità con la spada è quasi secondaria. Invece del classico chanbara chiesto dai produttori, Kurosawa incentra il film sui protagonisti e la loro crescita caratteriale. Il risultato è incisivo e convincente, costellato da inserti morali e momenti quasi teneri nella loro lieve ironia, come i siparietti tra Sanjuro e gli inesperti guerrieri. Non più quindi quella contaminazione tra avventura, epica e western ma una profonda umanità che innerva ogni scena; l'andamento è addirittura quasi fiabesco e colpisce nel segno.
Sanjuro è importante anche perché Kurosawa vi scrive le regole dei suoi grandi capolavori successivi; è un film geometricamente impressionante, come dimostrano le tante scene dove moltissime persone occupano tutto lo spazio fisico dell'inquadratura senza apparentemente intralciarsi gli uni con gli altri. Eppure non si tratta di scelte esclusivamente estetiche (come verrebbe a volte di pensare per Wes Anderson) quanto strumenti visivi per sottolineare dei concetti. Nelle inquadrature, la posizione di Mifune rispetto ai nove sembra sempre suggerire l'idea di quell'interno/esterno, tipicamente giapponese, intesa come appartennenza o meno ad un gruppo. Sanjuro è quasi sempre collocato esternamente a qualunque capannello, sottolineando la sua condizione di rōnin, al di fuori di qualunque casta ed obbligo ma, allo stesso tempo, rappresentando il suo essere libero o, meglio, non vincolato.
Ovviamente è sempre notevole la performance dell'ottimo Mifune, vero padrone della scena sia nelle parti dialogate che, comunque, nell'utilizzo della spada (una menzione d'onore spetta per lo splendido finale!) che esalta, sulle affascinanti note di Masaru Satō, l'incredibile raffinatezza della fotografia in bianco e nero.
Un vero capolavoro che, anche se non fosse in questa bellissima edizione restaurata, sarebbe sempre da rivedere! :D

venerdì 12 luglio 2019

Joyeux Noël - Una verità dimenticata dalla storia


Titolo originale: Joyeux Noël
Nazione: FRA, GER, BLG, UK
Anno: 2005
Genere: Drammatico, Commedia, Guerra
Durata: 115'
Regia: Christian Carion
Cast: Diane Kruger, Benno Fürmann, Guillaume Canet, Gary Lewis, Dany Boon

Trama:
Sul fronte della I Guerra Mondiale, nella notte di Natale del '14, i soldati accampati dietro le trincee francesi, scozzesi e tedesche, improvvisamente decidono di deporre le armi e di scambiarsi auguri, sigarette e calorose strette di mano. Questo avvenimento sconvolgerà le vite dei protagonisti e...

Commenti e recensione:
Christian Carion, già regista del delizioso Una rondine fa primavera, scrive e dirige Joyeux Noël, una pellicola ispirata ad una storia vera che oggi ci appare tanto magica quanto vergognosa. La vigilia di Natale del 1914, un gruppo di soldati prussiani, francesi e scozzesi impegnati a combattere in Francia, improvvisarono una tregua natalizia e trascorsero la Notte Santa scambiandosi le razioni alimentari e bevendo insieme e, il giorno dopo, giocando anche a calcio. A Santo Stefano ripresero i loro ruoli consueti. I rispettivi comandi non presero affatto bene questo atto di pacifismo ed adottarono misure draconiane nei confronti dei loro sottoposti, perché "la guerra non può perdonare la disobbedienza". Questo episodio è stato rinnegato dai vari eserciti fino agli anni '70 (perché i generali, si sa, vivono a lungo) e, ancora oggi, il film è stato fortemente criticato da molti esponenti militari.
Pur con i dovuti distinguo, è impossibile non vedere in Joyeux Noël ben più che un omaggio al magnifico Orizzondi di gloria di Kubrick. Però Carion non è Kubrick e riesce a far passare il suo messaggio, pur forte e profondo, con il garbo e la delicata ironia che lo contraddistinguono, creando un film carico di commovente umanità e pacifismo che colpisce per la sua universalità e fa riflettere, ancora una volta, sull'assurdità del conflitto armato.
Ottimo il cast che annovera, tra gli altri, Diane Kruger, Benno Furmann e Daniel Bruhl per i tedeschi, Guillaume Canet e Michel Serrault per i francesi e Gary Lewis, quello di Billy Elliot, per la Scozia. È il bel risultato di una coproduzione europea ben riuscita, sottolinata anche dall'uso delle diverse lingue parlate in scena. Per qualche misterioso motivo il nostro doppiaggio, per il resto molto buono, ha cancellato queste differenze e tutti parlano in un unico idioma creando scene surreali e paradossali, con soldati di fazioni opposte che si domandano vicendevolmente se qualcuno capisce la loro lingua... tutti in italiano! Forse la distribuzione temeva che non sapessimo leggere i sottotitoli. Mah.
Presentato al Festival di Cannes ed in lista per gli Oscar, Joyeux Noël ha sbancato nei botteghini d'oltralpe ed è stato meritatamente premiato un po' ovunque ma, come spesso accade, qui in Italia è comparso nei cinema come una meteora ed in TV, se non sbaglio, ha avuto un solo passaggio. Menomale che ci siamo noi a cercare di mantenere vive queste piccole perle della settima arte.
Da vedere? Senza alcun dubbio! :D

martedì 9 luglio 2019

Una pallottola spuntata 33¾ - L'insulto finale


Titolo originale: Naked Gun 33 1/3: The Final Insult
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Comico
Durata: 90'
Regia: Peter Segal
Cast: Leslie Nielsen, George Kennedy, Priscilla Presley, O.J. Simpson, Fred Ward, Kathleen Freeman

Trama:
Il tenente Drebin, ritiratosi dopo le nozze con la sua Jane, è richiamato in servizio quando un terrorista progetta di mettere una bomba alla serata degli Oscar. Infiltratosi nel carcere di Statesville, si guadagna la fiducia del terrorista dinamitardo e...

Commenti e recensione:
Tutto ha una fine e, nel 1994, venne il turno della mitica saga comica partorita dal trio ZAZ. Unico film della trilogia a non vedere dietro la macchina da presa il creatore David Zucker, rimpiazzato dall'esordiente su grande schermo Peter Segal, Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale continua sull'irrefrenabile scia parodistica dei precedessori, con altri classici del cinema ad essere presi di mira. Già dal rocambolesco prologo, chiara parodia della scena cult de Gli intoccabili (omaggio a sua volta all'iconica sequenza della scalinata di Odessa de La Corazzata Potemkin) ci troviamo catapultati in una rivisitazione comica di titoli intramontabili come Thelma & Louise, Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà e Guardia del corpo. Se c'è, forse, qualche sbavatura, è interamente nascosta dalla prova del cast, ormai perfettamente affiatato ed abituato al ritmo sempre-a-rotta-di-collo.
Gioiello nel gioiello, un'intera esilarante mezz'ora finale, vera e propria apoteosi della risata, con tanto di nomination e film candidati alle statuette nuovi di zecca modulati ancora una volta su altri capisaldi moderni e non della Settima Arte, chiude nel migliore dei modi il percorso di una saga entrata a pieno titolo nella storia di genere.
Raramente il terzo film di una serie riesce a reggere il paragone con i precedenti ma questo concede a Frank Derbin un commiato davvero riuscito. Da gustare, assolutamente senza pensare! :D

sabato 29 giugno 2019

Una pallottola spuntata 2½ - L'odore della paura


Titolo originale: The Naked Gun 2½: The Smell of Fear
Nazione: USA
Anno: 1991
Genere: Comico
Durata: 90'
Regia: David Zucker
Cast: Leslie Nielsen, George Kennedy, Priscilla Presley, O.J. Simpson, Robert Goulet

Trama:
Il dottor Mainheimer, uno dei massimi scienziati mondiali, sta per presentare pubblicamente uno studio sul risparmio energetico. La cosa non piace ai boss delle attuali fonti d'energia (petrolio, carbone, nucleare) che lo fanno rapire e sostituire con un sosia. Tocca al tenente Frank Drebin sventare il piano dei cattivi e...

Commenti e recensione:
"Squadra che vince non si cambia" e il team dietro al successo dell'originale fa di nuovo centro. Se la trama è un po' più labile del precedente (tanto era solo un pretesto) il film è sorretto da un ritmo forsennato di gag e battute che attraverso il demenziale omaggiano, ancor più del primo episodio, i grandi classici del cinema. Da Casablanca a Ghost, da Hollywood Party a L'uomo nel mirino, solo per citarne una manciata, Una pallottola spuntata 2½ è una fucina continua di citazioni più o meno velate e/o individuabili sia dal grande pubblico che da quello più prettamente cinefilo. Come hanno fatto a mettere così tanti riferimenti in meno di un'ora e mezza è, per me, un mistero! Formidabile, ancora una volta, l'incredibile verve dei dialoghi, giocati continuamente sui i doppi sensi. Ad impreziosire questo festival di comicità slapstick, evitando elegantemente i facili lidi della volgarità gratuita, è ovviamente lo straordinario corpo filmico di Leslie Nielsen, mai pago nel rientrare nei panni del tenente più imbranato e simpatico di sempre.
Fosse solo per il piacere di una bella, sana e lunga risata, è da rivedere, anche più volte! :D

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