venerdì 22 giugno 2018

L'uomo che fuggì dal futuro


Titolo originale: THX 1138
Nazione: USA
Anno: 1971
Genere:Fantascienza
Durata: 95'
Regia: George Lucas
Cast: Robert Duvall, Donald Pleasence, Maggie McOmie, Dan Natchsheim, Joy Carmichael, David Munson

Trama:
Nel 25° secolo gli uomini vivono sottoterra, sono tutti uguali, non hanno nomi ma sigle, vestono di bianco e non hanno rapporti sessuali. Assumono droghe che li rendono mansueti e le pulsioni sono risolte da macchine ed ologrammi. Malgrado i mille controlli ideati per sopprimere sul nascere sentimenti e germi di pensiero, l'immatricolato THX 1138 e la sua compagna LUH 3417 si riscoprono umani, attratti l'uno verso l'altra. Fulmineo scatta il meccanismo repressivo e...

Commenti e recensione:
Ad anni luce da una galassia lontana lontana (e da American Graffiti che, in Italia, uscì per primo ^_^) THX 1138 è una storia di fantascienza distopica con tratti orwelliani (la tv che controlla ogni mossa del privato), con riferimenti a Metropolis di Lang (la città sotterranea e il mondo di superficie) e pieno zeppo di citazioni di fumetti e romanzi del genere (da Buck Rogers ad Arthur C. Clarke a, ovviamente, Bradbury), con dentro molti dei temi del dibattito degli anni psichedelici come la liberazione sessuale, la cultura delle droghe, l’oppressione del mondo adulto, ecc. Non è certo un caso che proprio George Lucas abbia definito il suo lavoro più politico “non un film sul futuro ma sul 1970”. Più che in debito, però, THX 1138 è in credito con tantissime opere successive tra cui sicuramente The Island o Equilibrium ma anche Matrix o The Truman Show. È stato poi trasposto in un libro, parodiato (magnificamente!) ne Il Dormiglione, citato in decine di giochi come Fallout e film, a partire da diversi episodi di Star Wars fino ai videoclip come Calling All Girls dei Queen. In breve, ha fatto la storia! °O°
La cosa più incredibile è che fu realizzato da un Lucas appena venticinquenne, pur se supportato da uno staff e attori di livello, tra cui un grandissimo Robert Duvall, e da un discreto budget messogli a disposizione nientepopodimeno che da Francis Ford Coppola. Non dimentichiamoci che è solo grazie a quest'ultimo, e alla sua disponibilità a rischiare in prima persona per produzione indipendente, se la sua Zoetrope fu il trampolino di lancio dei migliori registi di quella generazione fantastica che includeva De Palma, Scorsese, Milius, Spielberg e Schrader. In Italia, dare così tanto credito ad un esordiente sarebbe stato, ed è tutt'ora, inconcepibile.
Al botteghino dell’epoca il film non ebbe grande successo e, in effetti, ci sono anche aspetti che possono non piacere. Il film è lento e fortemente intellettuale, a tratti filosofico, e la sperimentazione, sia scenica che di linguaggio, possono renderlo ostico. Anche la storia, in sé, è un po’ confusa e priva di colpi di scena; da questo punto di vista, si tratta certamente di un lavoro acerbo (ma che dire allora del Solaris di Tarkovskij?). Ai più pazienti ed attenti, però, risulterà ben evidente il talento che traspare dalla pellicola, quella brillante scintilla che crescerà fino ad essere una stella indiscussa, nel bene e nel male, della cinematografia contemporanea!
Da vedere assolutamente e, sforzandosi intensamente di dimenticare Woody Allen XD, da rivalutare! :D

sabato 16 giugno 2018

Fuga da Los Angeles


Titolo originale: Escape from L.A.
Nazione: USA
Anno: 1996
Genere: Azione, Avventura, Fantascienza
Durata: 100'
Regia: John Carpenter
Cast: Kurt Russell, A.J. Langer, Steve Buscemi, Georges Corraface, Stacy Keach, Valeria Golino, Peter Fonda, Michelle Forbes

Trama:
Quindici anni dopo la folle impresa nel carcere di massima sicurezza di New York, l'ultimo soldato anarchico degli Stati Uniti, Jena Plissken (di nuovo arrestato dalle forze dell'ordine) viene costretto a un'altra missione: recarsi a L.A. ed intercettare Utopia, la figlia del presidente che flirta con un guerrigliero terzomondista. L'impresa non è facile: la città degli angeli è diventata una terra di nessuno in mezzo al mare e...

Commenti e recensione:
Più un remake che un sequel, Fuga da Los Angeles è forse il film più apertamente nichilista della carriera di Carpenter. Ideato inizialmente come un classico blockbuster (o almeno, questa era l'impressione), il film si è poi rivelato uno specchio deformante per tutto ciò che oggi caratterizza la città di Los Angeles, Hollywood in particolare e il Mondo in generale. Ingiustamente ignorato dal pubblico e massacrato dalla critica come “un sequel mal riuscito” (è la definizione che troverete dovunque... tra le più gentili), questo film è, a mio avviso, quasi un capolavoro. 1997 Fuga da New York era poco più che un fumettone, con pochi effetti speciali ed un approccio alla realtà, sottosotto (magari molto sotto ^_^), quasi bonario ed ottimistico. Qui invece Carpenter ci mostra una Los Angeles che più cupa non si può, degli effetti speciali volutamente assurdi e pacchiani (è già il '96 ed il computer è una cosa ben diversa dai "cervelli elettronici" d'antan) ed un Jena così nero di carattere e di animo da fare davvero paura. Se a New York Plissken aveva dato una speranza al mondo, limitandosi a distruggere l’importante nastro essenziale per la (presunta) pace nucleare, in questo film, dopo aver visto a che punto il degrado umano può arrivare, è tremendamente più drastico e cinico. Normale che non sia stato apprezzato. XD
Kurt Russel è immenso, ancor più che nel primo episodio, nel rappresentare un personaggio negativo, un criminale con una dubbia moralità che è, però, comunque ben superiore a quella dei governanti del mondo. Ed il fatto di essere giustamente invecchiato di 15 anni (tanta è stata l'attesa tra un film e l'altro) lo rende molto più maturo e credibile. Su Carpenter, invece, nemmeno provo a commentare: stupisce sempre e non delude mai ed ha creato un film che, tra passaggi di pura tamarraggine, di trash estremo e colpi di genio unici, non scade mai nel banale. Senza contare la "firma" del regista: un finale che è così incredibile che ti fa vernir voglia di rivedere tutto il film, anche solo per l’ultima scena. :O
Se non l'avete mai visto, non perdetelo; se l'avete visto e non l'avete apprezzato, riguardatevelo e provate a rivalutarlo!
E se, come me (e giuseppe ^__^), l'avete visto ed amato, rigodetevelo perché temo che questa sia un'occasione davvero rara! :D

giovedì 14 giugno 2018

Alexandr Nevsky


Titolo originale: Alexandr Nevsky (Алекса́ндр Не́вский)
Nazione: URSS
Anno: 1938
Genere: Storico
Durata: 151'
Regia: Sergej M. Ejzenstejn
Cast: Cast: Nikolay Cherkasov, Nicolaj Ochlopkov, Andrei Abrikosov, Aleksandr Abrikosov

Trama:
La Russia, dopo aver respinto un'offensiva svedese, è stretta nella morsa dei Mongoli a sud-est e dall'esercito Teutone-Livone che avanza dall'ovest. Le città più importanti cominciano a cadere; prima tra tutte Pskov ed anche la capitale Novgorod rischia la stessa fine. Il popolo decide di affidare il comando dell'esercito al Principe Aleksandr Nevskij, che ben si era distinto sul Neva durante la guerra contro gli svedesi e che, nel frattempo, si era ritirato a vita privata sul lago Plestceevo ma l'aristocrazia è contraria a questa decisione e...

Commenti e recensione:
Film patriottico su ordinazione, d'accordo, ma propaganda da leccarsi le dita! Ciò che importa è che la maestria di Ejnzenstejn, dopo il suo tour di formazione in America, cambia radicalmente registro rispetto alle sue opere precedenti: non più "la massa" di Sciopero o de La corazzata Potëmkin ma "un eroe". Di ritorno in patria, su ordine diretto di Stalin, Ejzenstejn fatica a trovare un suo spazio nella produzione statale, che ha abbandonato la spinta rivoluzionaria e sperimentatrice voluta da Lenin a favore di un realismo socialista che esalti le gesta di contadini e operai. Un’esaltazione che deve però, appunto, abbandonare la massa a favore del singolo, dell’uomo forte, unico possibile argine all’avanzata del fascismo europeo. Via quindi alla propaganda nazionalistica al posto dell'ideologia marxiana: eroe nazionale popolare, attori professionisti, sceneggiatura lineare. E poi la battaglia! Solo per questa (37 minuti) Ejzenstejn s'impegna nelle sue ricerche plastiche e crea geniali ed originali soluzioni di linguaggio audiovisive. Se Mel Gibson ha poutuo girare Braveheart, o Scott Il gladiatore, lo devono solamente grazie all'Aleksandr Nevskij. Guardando le scene di battaglia, le inquadrature, le espressioni, non si può non ammirare come Ejzenstejn abbia fatto scuola insegnando a tutti come si realizza una battaglia in un film, quali inquadrature usare per esaltare al massimo la tensione e come evidenziare le emozioni dei soldati che si preparano a difendere la loro patria. Tutte cose che oggi ci appaiono scontate ma che, nel '38, certamente non lo erano.
E poi: il sonoro. Nonostante arrivi in piena epoca sonora, e faccia della parola la maggiore arma di propaganda, l'Aleksandr Nevskij è edificato come se si trattasse di un film muto. Lo dimostrano in particolare le sequenze di dialogo: i primi piani dei personaggi a cui sono affidate battute sono sempre intervallati facendo ricorso ad un montaggio dialettico. I dialoghi, d’altro canto, sono tutti ripresi in primo piano, mentre per le sequenze che devono trasmettere allo spettatore la dimensione storica (ed epica!) della vicenda narrata, la scelta si sposta in direzione di totali, campi lunghi e a volte lunghissimi. Ogni singolo personaggio occupa il quadro in un modo preciso, atto a restituire al pubblico il valore morale ed il “campo” in cui il personaggio inquadrato combatterà.
Ma il vero anello di congiunzione tra questo film e l’epoca del muto – cui Ejzenstejn diede un contributo che, per quanto riguarda lo sviluppo della grammatica cinematografica, non ha molti pari nella storia del cinema – è nell’utilizzo della strepitosa colonna sonora, firmata da Sergej Prokofev. L’enfasi della composizione di Prokofiev accompagna, con metrica di rara precisione, la progressione narrativa, ma prima ancora emotiva, di tutta la pellicola. Il commento musicale che sovrasta le truci immagini della repressione della popolazione di Pskov da parte dell’armata germanica devasta e raggela anche a distanza di quasi un secolo. Per queste sue qualità fu definito un "oratorio plastico" e paragonato, da Moravia, alle opere religioso-nazionali di Verdi. Al film vennero tributate accoglienze trionfali, grande successo di pubblico, pioggia di onori e Stalin che disse: "Sergej Michailovic, dopo tutto, sei un buon bolscevico", probabilmente salvandogli la vita. Può essere ma, con gli occhi di oggi, questo film è soprattutto il capolavoro di un gigante e della sua eccezionale capacità di sperimentare e scoprire nuovi linguaggi, tutti destinati a diventare di indiscutibile riferimento per la settima arte!
Da rivedere o (se si è stati così sfortunati da essersi lasciati traviare dai superficiali commenti di Fantozzi >_<) da scoprire assolutamente! :D

E per chi volesse "farsi una cultura", anche di questo film (ma non diventi un'abitudine ^_^) vi propongo la meravigliosa colonna sonora! ;)










Incredibile, oggi abbiamo superato i
sei milioni di visualizzazioni

NON POTRÒ MAI RINGRAZIARVI ABBASTANZA!!!
 


venerdì 8 giugno 2018

1997: Fuga da New York


Titolo originale: Escape from New York
Nazione: USA
Anno: 1981
Genere: Avventura, Fantascienza
Durata: 99'
Regia: John Carpenter
Cast: Kurt Russell, Lee Van Cleef, Donald Pleasence, Isaac Hayes, Ernest Borgnine, Harry Dean Stanton

Trama:
Nel 1997 l'intera isola di Manhattan è stata trasformata in un gigantesco penitenziario nel quale i detenuti la fanno da padroni. È in questa sub-città che il Presidente, precipitato con il suo aereo, viene tenuto in ostaggio. Per liberarlo viene inviato il truce Jena Plissken che, in caso di successo, vedrà la sua chilometrica fedina penale ripulita, oppure...

Commenti e recensione:
La Manhattan dipinta da John Carpenter è una realtà oscura e criminale, che ricorda moltissimo l’ambientazione de I Guerrieri della notte di Walter Hill, uscito nella sale appena due anni prima. E non è soltanto il buio, a rimarcare questa assonanza, bensì tutto il contesto noir nonché le diverse bande presenti nei quartieri della città. Siamo agli inizi degli anni ’80 e l’America ha vissuto la recessione, le dimissioni di Nixon sono ancora fresche, permangono le scorie post Vietnam e la decadenza urbana è un tremendo effetto collaterale di tutto questo. Nei titoli di testa è lo stesso Carpenter a porre l’accento sulla questione, scrivendo “1997:now”, come a voler sottolineare da subito la grande metafora che rappresenta, per lui, questa pellicola. Non è un caso se, appena un anno dopo, verrà prodotto Blade Runner.
Alcuni critici l'hanno quindi giudicato un film politico: Fuga da New York è un film politico quanto un porno è un documentario di anatomia. Certo, ci sono le frecciatine all'imperialismo americano, la Statua della Libertà decapitata (solo sui poster, visto che il budget non lo permise ^_^), una visione alquanto pessimistica del futuro e la violenza come unica risposta efficace... ma di quanti titoli potremmo dire cose simili? Ovviamente Carpenter esprime il suo pensiero e lo fa attraverso Jena Plissken: è lui, in fondo, che cambia e matura, passando dallo status di antieroe nichilista a quello di ultimo baluardo di una visione morale – pienamente carpenteriana – che permette allo scherno finale di ergersi quale assoluta forma di resistenza alla deriva del mondo. Il regista newyorkese contrappone l'imperialismo americano e quanto ne consegue - la terza guerra mondiale e il supercarcere di massima sicurezza - all'antieroe Plissken, un mito per i detenuti ma anche e uno strumento nelle mani del potere (poiché ricattato) e Carpenter si schiera dalla sua parte, quindi si mette contro tutti: i politici, i militari, i criminali. Infatti Plissken è solo, sia quando collabora con l'esercito, sia quando si allea con i fuorilegge. Solo e letale, per gli uni e per gli altri, esattamente come un Eastwood in Per un pugno di dollari. Perché è di questo che stiamo parlando: un dopobomba cyberpunk che parla con la voce di Sergio Leone! ;)
La verità è che 1997: Fuga da New York è una pietra miliare del Cinema, un film che fa scuola e che partecipa alla creazione di un filone così ricco di cult e prodotti che attualmente consideriamo fondamentali che senza i quali buona parte della cultura attuale sarebbe monca.
Il glaciale Kurt Russell, il disgustoso Donald Pleasence e la straordinaria regia di John Carpenter fanno di questa pellicola un’opera sempre attuale e sempre strepitosa da vedere! :D


Anche oggi, un extra: la stupefacente colonna sonora originale, scritta da Carpenter stesso! ;)

venerdì 1 giugno 2018

Grease - Brillantina


Titolo originale: Grease
Nazione: USA
Anno: 1978
Genere: Musicale
Durata: 110'
Regia: Randal Kleiser
Cast: John Travolta, Olivia Newton-John, Jeff Conaway, Barry Pearl, Michael Tucci, Kelly Ward

Trama:
Nel corso delle vacanze estive, Danny conosce e passa molto tempo insieme a Sandy, una ragazza che però deve tornare in Australia. Sicuro di averla persa, il ragazzo la ritrova invece all'inizio dell'anno scolastico poiché, trasferitasi da Sidney, si è a sua volta iscritta alla "Rydell" e...

Commenti e recensione:
Inutile dilungarsi troppo sulla trama di Grease che, da qualsiasi punto di vista lo si analizzi, è assolutamente superficiale ma, e nessuno potrà negarlo, il film è un vero e proprio cult della storia del musical. Moltissime le pellicole e le opere teatrali che, seppur labilmente, trovano le proprie basi ispiratrici nel lavoro diretto da Randal Kleiser e debuttato nelle sale nel 1978. Con il suo stile assolutamente patinato, tanto da raggiungere picchi che oggi sarebbero definiti squisitamente kitsch, Grease più che un film è una vera e propria icona, rappresentativa di un modo di vivere, ormai socialmente superato ma sempre di forte impatto. I pantaloni a vita alta e dai colori sgargianti, i foulard infiocchettati attorno al collo, i capelli cotonati o stretti in boccolose code e le volteggianti gonne a ruota che, seppur tipiche della storia del costume degli anni Cinquanta, vengono ancora identificate con questi anni proprio grazie ai costumi del musical che li ha trasformati in simboli distintivi di un'ideologia. Per non parlare della colonna sonora, rimasta per molte settimane in testa alle classifiche di molti paesi e ancora oggi parte integrante della formazione musicale di molti (ex) adolescenti. In Gran Bretagna i duetti "You're The One That I Want" e "Summer Nights" arrivarono entrambi in vetta alle classifiche e sono, ancora oggi, rispettivamente al quinto e al ventisettesimo posto tra le vendite ufficiali di singoli di tutti i tempi. °O°
La pellicola è un fumettoso ed intrigante adattamento di Kleiser (nel curriculum, l’avventuroso-romance Laguna Blu e il fantascientifico per ragazzi Navigator ^__^) dell’omonimo musical di Jim Jacobs e Warren Casey che riporta intatta sullo schermo l’atmosfera easy della controparte teatrale ma a cui aggiunge due fascinosi e talentuosi divi del momento come John Travolta, reduce dal successo de La febbre del sabato sera (credo che Henry Winkle, il Fonzie di Happy Days che rifiutò la parte, si stia ancora mangiando le mani!) e la splendida Olivia Newton-John, al suo secondo ruolo da protagonista dopo il musical inglese del ’70 Tomorrow. Come ho già fatto notare più volte in queste pagine, questi attori venivano preparati davvero benissimo!
Grease è un film da vedere e rivedere, una volta magari anche in lingua originale e con i sottotitoli di supporto per apprezzare la funzione decisamente narrativa dei siparietti musicali. :D

Piccolo extra, penso gradito: la mitica colonna sonora originale! ;)

venerdì 25 maggio 2018

L'uomo dai 7 capestri


Titolo originale: The Life and Times of Judge Roy Bean
Nazione: USA
Anno: 1972
Genere: Western
Durata: 124'
Regia: John Huston
Cast: Paul Newman, Jacqueline Bisset, Anthony Perkins, Tab Hunter, Ava Gardner

Trama:
Alla fine dell'Ottocento, il bandito texano Bean diventa giudice e amministra la giustizia con metodi poco ortodossi e tanta forca. Il magistrato è anche barista e venera l'attrice inglese Lily Langtry, che non ha mai visto. La civiltà arriva anche in quelle lande selvagge e il pittoresco personaggio sparisce, ma tornerà verso il 1920 a difendere, pistola in pugno, la propria figlia dalle prepotenze di un avido capitalista rappresentante della nuova America, ancor più spietata della vecchia e...

Commenti e recensione:
Ispirato alle gesta del realmente esistito “giudice” Roy Bean, L'uomo dai sette capestri è uno dei due soli western realizzati da John Huston. Anomalo, bizzarro, anti-romantico, percorso da un'ironia farsesca e sottilmente crudele: la decostruzione di un genere cinematografico e dell'immaginario della Frontiera, così centrale nel cinema americano, passa anche attraverso questo insolito film che sembra avere non pochi punti in comune con La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah (che abbiamo rivisto con piacere grazie al caro Zio Pietro ^_^). Huston si basa su uno script cruento e amaramente nostalgico di John Milius (che lo "incastra" tra un Il caso Scorpio è tuo e Corvo rosso non avrai il mio scalpo °O°) e condisce quest'elegia sul tramonto del West – soppiantato dall'arrivo della cosiddetta civiltà – con toni da comedy sprezzante (e spiazzante), folli sparatorie, orsi da compagnia, squilibrati killer albini... In realtà Milius contestò il lavoro ("ha rovinato il miglior film che avessi mai scritto" che però, con i suoi $300.000 fu per decenni il più pagato della storia) perché Hudson lo trasformò in, orrore!, commedia. Nel suo testo, Roy Bean era duro, violento e leggendario. Era un relitto, una rarità, un pezzo da museo, un despota illuminato e isolazionista, che guidava una vera e propria polis con mano sicura – e verso un’inevitabile sconfitta, nel momento in cui questa si fosse aperta al resto d’America. È un uomo che, pienamente aderente al canone-Milius, si costruisce da solo la sua realtà, il suo mondo, la sua libertà. Proprio per questo, mentre la civiltà stava sgomitando per arrivare ovunque, la sua è un’epopea da perdente, la parabola di un uomo con una forte fibra morale ed una fiducia incrollabile nella giustizia come lui stesso la interpreta. Bean era testardo, prepotente, onesto e incorruttibile, la ricetta perfetta per venire spazzato via da un treno carico carico di furbizia, sotterfugi e – gasp! – progresso. Ma ci discuti tu con un all star game di gente divertita, famosa e con alle spalle I cinque volti dell'assassino, Lo spaccone, Butch Cassidy... mentre tu la gloria devi ancora meritartela?!? A denti stretti, come si suol dire, abbozzò ma basta una scena a spiegarci quello che avrebbe voluto dire: Bean, reduce da una rapina in banca andata a buon fine, entra in un bordello in mezzo al nulla per bere e scopare: la colazione dei campioni, almeno finché papponi e puttane non gli vedono il luccichìo dell’argento in tasca, lo riempiono di botte, lo legano ad un cavallo e lo spediscono a morire nel deserto. Bean viene salvato da una Victoria Principal, di una bellezza difficilmente spiegabile, che gli dona una pistola e la possibilità di riscattarsi. Il giudice lo fa a modo suo: entra nel bordello urlando come un ossesso e massacra tutti. Nel corso della sparatoria vediamo, tra le altre cose, gente che vola fuori dalla finestra del locale e un tizio che, nel tentativo di estrarre la pistola, si spara in mezzo alle gambe. Tutti ridono. Questa non è "commedia", avrebbe potuto essere Tarantino!
Ma Hutson era di un'altra pasta e, spalleggiato da Newman, ritenne bastasse una mano più leggera per far passare il suo messaggio e, senza alcun dubbio, ci riescì perché creò questo che è, lo stesso, un vero capolavoro. Originale, coerente e godibile, con brevissime apparizioni geniali di mostri sacri come Anthony Perkins, Ava Gardner e dello stesso Huston ma, paradossalmente, è solo Paul Newman il vero mattatore! Fin troppo bello per il ruolo, con una barba finta che a tratti rivela in maniera quasi comica la sua natura posticcia, ci mette il cuore pur con l’aria di uno che si sta divertendo troppo; il carisma è innegabile, lo schermo è sempre pieno di lui e se il suo costante gigioneggiare non sempre funziona, quando lo fa, soprattutto in qualche dialogo brillante e assai moderno, la sindrome di Stendhal è dietro l’angolo.
Aggiungo solo che oltre alla splendida fotografia di Richard Moore, una menzione particolare va data alla colonna sonora di Maurice Jarre (candidata all'Oscar).
Da (ri-)vedere assolutamente! :D


sabato 19 maggio 2018

Un pesce di nome Wanda


Titolo originale: A Fish Called Wanda
Nazione: GB
Anno: 1988
Genere: Commedia
Durata: 108'
Regia: Charles Crichton
Cast: Jamie Lee Curtis, John Cleese, Kevin Kline, Michael Palin, Stephen Fry, Jeremy Child, Roger Hume, Tom Georgeson

Trama:
In trasferta a Londra, un quartetto di lestofanti americani compie un furto di gioielli negli Hatton Gardens, sofisticato centro commerciale delle pietre preziose. Si tratta di Otto West, oriundo italiano, di George, capo banda, del pavido e balbuziente Ken Pile e della sfrontatissima Wanda, che in pubblico spaccia Otto come fratello, ma che in realtà ha dimestichezza con tutti. George però...

Commenti e recensione:
I Monty Python non esistono più dal 1988 ma, per fortuna, ogni tanto hanno ancora lavorato insieme. Un pesce di nome Wanda è stato un trionfale ritorno, se non del sestetto completo, almeno di una sua parte: John Cleese ne scrive la sceneggiatura, lo interpreta e lo dirigge (sebbene non sia accreditato), Michael Palin fa da fondamentale comprimario, mentre a Crichton spetta la regia "ufficiale". Il risultato è una pietra miliare della comicità: costruzione solidissima, perfetta integrazione di humour inglese e action-comedy all’americana, gag irresistibili e feroce ironia bipartisan sul mondo anglosassone. Cleese e Kline vinsero meritatamente gli Oscar per la miglior sceneggiatura originale il primo e attore non protagonista il secondo (con in più una nomination di Crichton come miglior regista) e il film fu un tale trionfo commerciale e di critica che venne acclamato come una delle commedie più riuscite e divertenti della storia del cinema!
Il cast è stellare: oltre ai già elogiati Cleese e Palin, la parte dei leoni la fanno la coppia di amanti Jamie Lee Curtis e Kevin Kline. La prima, sexy, spassosa e che mette in mostra una vis comica innata, è capace di passare in un secondo da criminale esperta ad ingenua studentessa di legge con il solo apporto di un paio di occhiali (altro che Superman!). Il secondo è strepitoso nel dar vita, con il suo Otto West, ad un personaggio indimenticabile che rischiava, nelle mani sbagliate, di trasformarsi in una macchietta e che invece diventa il mattatore di tutto il film, rimanendo saggiamente in bilico tra stupidità, cattiveria e candida ingenuità di un americano ottuso, violento ed eccessivo. Fantastico il pastiche di battute nazionaliste, arti marziali, filosofi rimasticati ed un uso personalissimo dello spagnolo (in originale parla in italiano, godetevelo! ^__^). Tra le due coppie, la stupidità statunitense e la rigidità inglese sono ugualmente prese di mira e bacchettate.
In definitiva, questa è una commedia di truffe, rapine, equivoci e tradimenti in un continuo e repentino susseguirsi di gag azzeccate e dialoghi brillanti, attori in stato di grazia, ritmo sostenuto, classe e risate a vagonate. Assolutamente da non perdere! :D


Piccola curiosità: Un pesce di nome Wanda ha acquistato fama anche per via (e questa non è una gag dei Python, sebbene l'abbiano sicuramente apprezzata) di un certo danese di nome Ole Bentzen, vittima di un fatale attacco cardiaco per le troppe risate durante la visione del film. Siete disposti a correre lo stesso rischio? Io sì! XD


giovedì 10 maggio 2018

Pan - Viaggio sull'isola che non c'è


Titolo originale: Pan
Nazione: USA
Anno: 2015
Genere: Avventura, Fantastico
Durata: 111'
Regia: Joe Wright
Cast: Hugh Jackman, Amanda Seyfried, Rooney Mara, Garrett Hedlund, Nonso Anozie, Levi Miller, Cara Delevingne, Kathy Burke

Trama:
Peter è un dodicenne sveglio con una insopprimibile vena ribelle ma nel triste orfanotrofio di Londra dove ha vissuto tutta la vita queste qualità non sono ben viste. In una notte incredibile Peter viene trascinato dall’orfanotrofio dentro un mondo fantastico, popolato da pirati, guerrieri e fate, chiamato Neverland. Lì si ritrova a vivere straordinarie avventure, combattere battaglie all’ultimo sangue e a tentare di svelare l’identità segreta di sua madre, che lo aveva abbandonato tanto tempo prima e...

Commenti e recensione:
Dopo i suoi splendidi Hanna, Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina, Joe Wright ci presenta una vera e propria favola live-action, di quelle che negli ultimi anni Hollywood, e in particolare la Disney, sta sfornando a ritmo blockbuster-continuo. Non è un remake (tipo Bella e la Bestia, per capirci) quanto un prequel come il riuscitissimo Maleficent. Immagino che la Warners non volesse restare in platea a guardare i successi, soprattutto economici, della concorrenza e, assunto uno dei migliori cast immaginabili (Hugh Jackman, lo stesso Wright alla regia e poi Marianelli alle musiche, la Durran ai costumi, uno staff tecnico per degli effetti 3D da oscar!) e investendo un budget da capogiro ha risposto con questo Pan - Viaggio all'Isola che non c'è. Poi qualcosa non va: dei 150 milioni di dollari investiti ne ha incassati poco più di un quinto, diventando uno dei flop commerciali più pesanti di sempre.
Eppure le premesse per un successo c'erano tutte, compresa una storia sempre avvincente; cosa è andato storto? In primo luogo, la scenggiatura (di Jason Fuchs, che pure ha fatto una bella figura con Wonder Woman) che dopo un primo tempo ottimo, si perde un pochino. Poi, una campagna pubblicitaria che ha mirato, probabilmente, al pubblico sbagliato che è andato a vedere il film con aspettative assolutamente sproporzionate. In realtà, benché Pan non brilli sicuramente per una trama perfetta, per dei dialoghi aulici o per l'interpretazione di Jackman (non peggiore di quella di Dustin Hoffman in Hook, a dire il vero), rimane un film divertente, ricco di avventura e magia, che strizza l’occhio al classico ma buttandoci dentro una storia originale ed innovativa. A mio modesto avviso questo dovrebbe bastare, perché regala comunque una bella serata a chiunque non abbia poi così tanta voglia di crescere (anche se purtroppo non restitusisce i 90 milioni di dollari mancanti alla Warner XD). Dopotutto, cosa c’è di più bello che chiudere gli occhi e viaggiare verso una terra fantastica ricca di magia e divertimento dove crescere è l’ultimo dei problemi?
Da rivedere, con lo spirito giusto!, e rivalutare. ;D



Non posso non dedicare questo postal mio carissimo Gigi che, 
con tigna invidiabile, si cimenta ancora una volta in un bellissimo blog:


Tantissimi auguri Gigi e
BUONA FORTUNA!

venerdì 4 maggio 2018

Il giardino delle parole


Titolo originale: Kotonoha no niwa (言の葉の庭)
Nazione: JAP
Anno: 2013
Genere: Animazione, Sentimentale
Durata: 46'
Regia: Makoto Shinkai

Trama:
Takao è un ragazzo insoddisfatto, che ha fretta di crescere e ben pochi amici. In un giorno di pioggia decide di saltare la lezione scolastica e di fermarsi in un giardino. Qui, sotto un gazebo, conoscerà Yukino, di qualche anno più grande ma che lo colpisce immediatamente per il suo fascino malinconico. I due si incontreranno più volte, senza mai prestabilire l'appuntamento successivo, sempre e solo nei giorni di pioggia. Ad ogni incontro i due si aprono sempre più l'uno all'altra e...

Commenti e recensione:
Già prima di Your Name. la maestria di Makoto Shinkai, dopo aver conquistato il Giappone, si è a poco a poco fatta strada anche in Occidente godendo di meritata fama: ogni sua opera, che sia un corto, un medio o un lungometraggio, è stata sistematicamente ricoperta di elogi e premi. Il perché è presto detto: Shinkai ha un talento ed una sensibilità unici. Il suo stile, inconfondibile, combina alla perfezione il classico character design nipponico con ambientazioni fotorealistiche graziate da una meravigliosa ed ispirata fotografia. Le sue scene sono talmente ben disegnate da rendere ogni fotogramma un piccolo quadro. Tecnicamente Il Giardino delle Parole è una gioia per gli occhi, un calderone di animazione tradizionale, CGI, rotoscoping e fondali dipinti in Photoshop dallo stesso Shinkai sopra alle foto scattate a Shinjuku. Il risultato è una carrellata iperrealista dal fascino incredibile, un piccolo mondo moderno incredibilmente evocativo per chi quei luoghi non li ha mai visti di persona, e ancora più d'effetto per chi il parco Gyoen, i dintorni della stazione di Shinjuku o il profilo dell'NTT Docomo Yoyogi Building li conosce bene. Se per voi la trama è tutto o ricopre un ruolo di spicco, come tra l'altro è giusto che sia, potreste avere qualche perplessità ma se per una volta vi lasciate vincere dalla tentazione di provare qualcosa di più Zen e meno concreto, quasi certamente finirete con l'apprezzare questo gioiello. Perché un conto è non raccontare nulla risultando noiosi e senza veicolare uno straccio di emozione, ben altra cosa è creare qualcosa di unico e diverso, dove l'estetica vince sulla sostanza e lo fa meravigliosamente bene. La verità è che Shinkai non è solo un grande artista, è anche un regista ed uno sceneggiatore con la rara dose della sintesi che riesce a farci conoscere un intero mondo nell'arco anche solo di una manciata di minuti, qui solo 46, facendoci immergere in esso e, soprattutto, riuscendo a commuoverci immancabilmente ogni volta. Oppure siete fatti di pietra.
Se non l'avete ancora fatto, guardatevelo. Se l'avete già visto, rivedetelo! :D

venerdì 27 aprile 2018

Frankenstein di Mary Shelley


Titolo originale: Mary Shelley's Frankenstein
Nazione: USA
Anno: 1994
Genere: Drammatico, Horror
Durata: 110'
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Robert De Niro, Kenneth Branagh, Helena Bonham Carter, Tom Hulce, Hugh Bonneville, John Cleese, Ian Holm

Trama:
Il giovane Victor Frankenstein, sconvolto dalla morte di parto della madre, studia medicina e si occupa dei misteri della vita umana. Impianta quindi un sofisticato laboratorio e mette a punto, assemblando parti di cadaveri, una Creatura vivente che, colta dall' ira per essere stata abbandonata dal suo creatore fugge e...

Commenti e recensione:
Dopo il successo del Dracula di Bram Stoker, nei primi anni Novanta la TriStar Pictures realizzò l’ambizioso progetto di riportare sul grande schermo altre pietra miliari dell'orrore e decise di affidare il Frankenstein a Francis Ford Coppola, già regista del Dracula. Lui però declinò l’offerta, rimanendo nel progetto in veste di produttore e lasciando così la regia allo “shakespeariano” Kenneth Branagh. Questo passaggio di consegne condurrà a una convivenza artistica alquanto problematica tra i due registi e il nuovo Frankenstein di Mary Shelley è da considerarsi essenzialmente un film branaghiano in tutti i suoi pregi, spesso sottaciuti dalla critica, e anche i suoi difetti. Scelto per sé il ruolo principale, Branagh affida la fondamentale figura del mostro ad un nome di prima importanza come Robert de Niro e si circonda di attori eccelsi quali Helena Bonham Carter, John Cleese e Ian Holm.
Elegante e vibrante, Frankenstein di Mary Shelley è un'opera che non lesina in sequenze disturbanti (in Italia il film è stato vietato ai minori di 14 anni) e che, pur sfiorando gli eccessi, riesce sempre a mantenersi, seppur in bilico, su un certo equilibrio narrativo/visivo di indubbio fascino, trasformando il film da semplice Horror a un molto più profondo Drammatico. Coraggiosa e ispirata anche nelle sue non invisibili imperfezioni, la pellicola è ricca di una forza imponente che si eleva sia nel comparto tecnico, con una fotografia che gioca sulle tonalità dei colori e dei contrasti, che per una colonna sonora magniloquente che ben immerge nelle atmosfere ottocentesche del racconto.
Ottima la prova attoriale, soprattutto da parte dei due personaggi principali: Branagh propone finalmente una figura credibile di Frankenstein, diviso tra la sete di conoscenza (e l'ossessione di sconfiggere la morte) e l'amore per l'Elizabeth, mentre de Niro, su cui è stata cucita una versione della creatura più umanizzata e fedele al romanzo, riesce a risultare intenso e sofferto anche sotto l'inquietante trucco.
Portare sugli schermi un film il cui soggetto è stato al centro di cult indimenticabili comportava dei rischi notevoli: Branagh li ha corsi e ne ha pagato le conseguenze ma ci ha dato un'intera famiglia di personaggi incredibilmente umani e ben più profondi di quelli creati da una ragazzina che, anche se molto dotata, era appena diciottenne.
Da vedere e ruvalutare! :D

mercoledì 25 aprile 2018

Il mio West


Titolo originale: Il mio West
Nazione: ITA
Anno: 1998
Genere: Western, Commedia
Durata: 110'
Regia: Giovanni Veronesi
Cast: Leonardo Pieraccioni, David Bowie, Harvey Keitel, Alessia Marcuzzi

Trama:
Ai confini con il Canada sorge Basin Field, villaggio tranquillo immerso nella campagna. C'è un saloon gestito dalla seducente Mary, l'ufficio postale, i negozi e le stalle. E c'è Doc, medico condotto nonviolento per natura, con la moglie e il figlio. La tranquillità del paesino viene sconvolta dall'arrivo di Jack Sikora, sanguinario pistolero che cerca di battersi con il suo acerrimo rivale, Johnny Lowen e...

Commenti e recensione:
Ci sono momenti in cui un attore, una volta raggiunta la fama e, soprattutto, la disponibiltà economica, decide di realizzare il film dei suoi sogni. In questi momenti felici l'artista si eleva e può dimostrare di valere ancora di più. Citando Nonciclopedia, Il mio West è “il film che Leonardo Pieraccioni ha sempre sognato di fare e che purtroppo è riuscito a fare”. XD XD
Va bene, questo NON è un capolavoro però scorticarlo e distruggerlo come hanno fatto critica e pubblico l'ho trovato eccessico. Il problema di questo film è che ha indispettito praticamente ogni possibile pubblico: gli amanti del Western tradizionale, quelli dello Spaghetti, gli avventurosi e persino i buonisti; in ultimo addirittura i fan di David Bowie (e sì che sono disposti a perdonargli tantissimo!). Eppure...
Conscio di non poter diriggere al giusto livello, Pieraccioni passa la regia a Giovanni Veronesi e, per motivi ancora non del tutto chiariti, riesce ad arruolare nel cast Harvey Keitel e David Bowie. E non in due ruoli marginali, tipo cammeo o comparsata dopo una cenetta e un fiasco di vino sui colli fiorentini, ma come veri e propri coprotagonisti. David Bowie, in particolare, interpreta uno spietato Jack Sikora, il "cattivissimo" insomma! °O°
Ricalcando l'impalcatura del tipico film di Leone con rallenti, accordi “morriconiani” e lirismi vari, il tutto infarcito di una serie infinita di citazioni a John Ford e Howard Hawks, Leonardo prova davvero a dare, anche se probabilmente fuori tempo massimo, una nuova vita ad un genere che deve aver amato tantissimo. Evidentemente questo amore non è riuscito a trasmetterlo, pur avendo a disposizione ben 10 miliardi di lire (ne incassò 4 >_<), un cast stellare e, per non farsi mancare nulla, anche le tette della Marcuzzi, però la sua serata te la fa passare. Insomma, abbiamo digerito il Western sukiyaki e quello splatter di Tarantino; dopo tutti questi anni possiamo anche liberarci dai pregiudizi ed accettarne uno girato in Garfagnana e con accento toscano.
Da vedere ma solo con lo spirito giusto e assolutamente senza pretese! ^__^

venerdì 20 aprile 2018

Sesso e potere


Titolo originale: Wag the Dog
Nazione: USA
Anno: 1997
Genere: Commedia
Durata: 99'
Regia: Barry Levinson
Cast: Robert De Niro, Dustin Hoffman, Anne Heche, Denis Leary, Willie Nelson, Andrea Martin, Denis Leary

Trama:
Quando a pochi giorni dalle elezioni scoppia lo scandalo delle avance del presidente a una scout girl in visita alla Casa Bianca, Conrad Brean, il cervellone che si occupa dell'immagine del presidente inventa nel giro di pochi minuti una guerra all'Albania. Per far credere a tutti che la guerra sia veramente scoppiatachiede aiuto a Stanley Motts, produttore hollywoodiano e...

Commenti e recensione:
Con un tono quasi profetico (pochi mesi dopo l'uscita del film scoppiò il celeberrimo scandalo Sexgate che travolse l'amministrazione Clinton ^__^), Barry Levinson dirige una commedia satirica sul mondo della comunicazione e della propaganda politica in un epoca non ancora invasa dal mondo di Internet. Da noi arrivò un po' più tardi e sembrò quasi si trattasse di un "instant movie" (quei film, quasi sempre televisivi, che prendono lo spunto da fatti di cronaca recenti e ne sfruttano l'ondata emozionale), ma è solo un caso o, più probabilmente, il frutto di un'aria che si respirava da anni. Lascio il verbo al passato? Mi sa che è vero ancora oggi. XD
Sesso & potere, orrida “traduzione” italiana del titolo originale Wag the Dog (che deriva da un gioco di parole spiegato in una didascalia all'inizio del film), rappresenta uno dei migliori risultati ottenuto da Barry Levinson. Tra controllo dei mass media, cinismo delle alte sfere istituzionali e manipolazione dell'opinione pubblica, il risultato è un ritratto al vetriolo delle meschinità a stelle e strisce. Al regista manca forse quel pizzico di coraggio per realizzare un'opera davvero incisiva ma la graffiante sceneggiatura di Hilary Henkin e David Mamet (nominata all'Oscar), basata sul romanzo American Hero di Larry Beinhart, colpisce nel segno. Ottimi De Niro ma è Hoffman a rubare la scena (nominato all'Oscar come miglior attore protagonista), il cui Stanley Motss è basato sulla figura dell'eccentrico Robert Evans, direttore di produzione della Paramount Pictures. Impietosamente stroncato o semplicemente ignorato dalle opposte fazioni della critica ideologicamente schierata, il film è un'invettiva contro il "Potere" corrotto, ipocrita e menzognero che strumentalizza l'onnipotenza dei mass media per guidare il consenso nel paese. In tempi di spettacolarizzazione del modo di fare politica e di guerre tempestivamente trasmesse "in diretta", il film può sembrare sorpassato dalla realtà di ogni giorno ma il sostrato fantapolitico e le implicazioni sociologiche che conducono alle estreme conseguenze l'ipotesi della creazione di una cronaca virtuale è tuttora inquietante e invita alla riflessione.
Da (ri)vedere! :D


Ovviamente questo post è dedicato al mio caro


che ha deciso di prendersi una meritata vacanza dall'upload.
I suoi fantastici post restano ancora tutti attivi e, nell'attesa che finisca 
di disintossicarsi dalla "blogghite"
voglio rinnovargli tutto il mio affetto.

 Per tutto, GRAZIE!!!
 (mi sento un po' coplevole nei tuoi confronti ^__^)




*********************



Avendo saltato una settimana, ho un altro annuncio da fare.
Forse l'avrete già notato ma, nell'elenco degli Amici, sono ricomparse le pagine di 

MAX e di Puffetta! :D
Tantissimi auguri, amici e
BUONA FORTUNA!



venerdì 6 aprile 2018

Fantastic Mr. Fox


Titolo originale: Fantastic Mr. Fox
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: Animazione, Commedia, Avventura
Durata: 88'
Regia: Wes Anderson
Cast: George Clooney, Meryl Streep, Jason Schwartzman, Bill Murray, Wallace Wolodarsky

Trama:
Il signore e la signora Fox vivono in un albero insieme ai figli, al Tasso, al Coniglio e alla Donnola. Non lontano dimorano tre disonesti agricoltori, Boggis, Bunce e Bean, che il signor Fox deruba tutte le sere per procurarsi la cena. Ma un giorno il trio di contadini decide di vendicarsi e...

Commenti e recensione:
Consapevole del rapporto non propriamente idilliaco con una parte del suo uditorio (anche il pubblico, probabilmente incapace di cogliere la sottile arguzia delle sue messe in scena, gli ha spesso voltato le spalle), Wes Anderson ha pensato bene di andarsi a complicare ulteriormente la vita, estraendo dal cassetto un racconto di Roald Dahl e scegliendo la via dell’animazione in stop-motion per dargli vita sul grande schermo. Un bell'azzardo che ancora una volta, a mio modestissimo avviso, gli frutta un piccolo capolavoro! Perfetta commedia da salotto buono newyorchese, gustosa incursione nell’humour di stampo britannico, delirante e agitatissimo hellzapoppin’ animato, tenero ritratto delle turbe adolescenziali...: Fantastic Mr. Fox è tutto questo e ancora di più, confezionato in un’elegante animazione passo-uno che sfoggia un lavoro di charachter design da leccarsi i baffi! :D
Anderson non è mai troppo interessato alla "storia", ciò che più lo affascina sono i personaggi, ciò che fanno è quasi un pretesto per vestirli, vederli all'opera con altri personaggi o inseriti in contesti scenici possibilmente bizzarri. Ecco quindi la casa dei Tenenbaum, gli abissi di Stive Zissou, il Grand Budapest Hotel. Qui abbiamo un intero mondo ricreato a mano, il che vuol dire non solo paesaggi (il sottoterra, le fattorie, l'interno degli alberi), ma anche dei personaggi dalle sembianze tutte da inventare (un attore, per quanto lo puoi truccare, rimane una persona con delle proprie peculiarità). Si potrebbe quindi dire che siamo di fronte all'opera di Wes Anderson più personale da un punto di vista estetico. Allo stesso tempo, il fatto di rifarsi, almeno a grandi linee, ad un libro preesistente, lo aiuta a non perdersi troppo dietro il suo perfezionismo da "fotografo delle immagini" (una definizione che, per via della tecnica stessa dello stop-motion, calza ancor più che in passato!^_^) e a raccontare al contempo una storia con un inizio e una fine. Se infatti ciò che si poteva lamentare a Anderson era il fatto di sembrare sempre più attento alla confezione che al contenuto, con Fantastic Mr Fox finalmente si può dire che i due aspetti siano curati quasi allo stesso livello. Sono tante le battute e le sequenze realmente divertenti (e non solo "snob"), così come sono apprezzabili, forse proprio perché non sono troppe, le situazioni non-sense. E per il doppiaggio? Le cadenze, i suoni, i timbri e tutto l'apparato vocale dei formidabili George Clooney, Meryl Streep e Bill Murray sono inarrivabili e giustificano da sole un intero mondo di pensare che appartiene tutto al regista ma, devo ammetterlo, anche la traccia italiana ha parecchi pregi. L'esistenza di una morale della favola piuttosto "cinica" (se si è animali, anche se civilizzati, si rimane animali) chiude bene un racconto che scorre via piacevolmente facendo rimpiangere solo la sua breve durata (meno di novanta minuti ç_ç).
Forse non sarà, come ha detto qualcuno ultimamente, un regista indispensabile ma è sicuramente una delle figure più creative, folli e autoriali (in senso di regista che porta lo spettatore nel suo mondo) del cinema contemporaneo.
Da vedere? Sì. Da apprezzare? Senza alcun dubbio! :D




dedico anche questo post al carissimo
G R A Z I E
 che con tenacia incredibile sposta i suoi preziosi up 
da una pagina all'altra. 
Oggi potete trovare tutti i suoi lavori qui:

clone4 - la miniera di  G R A Z I E

(la parte in corsivo l'ho aggiunta io, perché la merita! ^__^)

COMPLIMENTI 
E BUONA FORTUNA!


venerdì 30 marzo 2018

Sukiyaki Western Django


Titolo originale: Sukiyaki Uesutan Jango (スキヤキ・ウエスタン ジャンゴ)
Nazione: JAP
Anno: 2007
Genere: Azione, Western
Durata: 98'
Regia: Takashi Miike
Cast: Hideaki Ito, Masanobu Ando, Koichi Sato, Kaori Momoi, Yusuke Iseya

Trama:
A centinaia di anni dalla battaglia di Dannoura, i clan dei Genji e degli Heike si fronteggiano di nuovo in una povera città di montagna in cui aleggia la leggenda di un tesoro sepolto. Yoshitsune comanda i suoi Genji vestiti di bianco, mentre Kiyomori capeggia gli Heike, in abiti rossi. Un bandito solitario, oppresso da un carico di ferite emotive e dotato di un incredibile talento, giunge per caso in città e...

Commenti e recensione:
Sukiyaki Western Django è un film che esagera, a volte esce fuori dal vaso e straripa con un'impeto minaccioso, ma che senza dubbio ha il merito di donarci una visione del tutto originale di un genere che ha fatto la storia del cinema. Nelle due ore (98 minuti nella versione internazionale tagliata e, per me, di gran lunga migliore) traboccanti di richiami e citazioni, idee e trovate, personaggi di indubbio fascino e, a tratti, addirittura eccessivamente caricaturati, Miike reinventa il western con una splendida interpretazione del classico eroe da frontiera, cupo e solitario. Ma è Miike, e i canovacci tipici rimangono spesso stravolti: da chi si getta nel combattimento con una spada, pronto a sfidare i proiettili, allo smodato uso di una futuristica mitragliatrice, fino alla forte componente grottesca e visionaria che emerge nei siparietti comici. I minuti finali sembrano una riedizione in chiave western dei classici yakuza, di cui è prolifico autore, e dei polizieschi hard boiled, conditi con una visione a 360° che fa sue mille influenze da ogni luogo cinematografico conosciuto. E tutto funziona proprio perché c'è vero amore per il cinema! L'eterno incontro delle due mani che si avvicinano strizzando l'occhio a Duello al sole sono un gioiello di questo gioco che il regista giapponese e Tarantino hanno pensato proprio in un ristorante del Lido Veneziano, a dimostrazione che il sogno del cinema esiste ancora e Leone San non potrà che sorridere, a modo suo, da qualche parte in cielo.
Prendendo a piene mani dallo "spaghetti" e non dalla sua controparte di stampo hollywoodiano, Sukiyaki Western Django lascia poco spazio all'epica pura risultando sporco e graffiante, viaggiando al limite dell'assurdo, sempre sul punto di cadere ma capace di rimanere in piedi grazie alla bravura dei suoi attori ed alla mano impeccabile di un regista ormai diventato culto. È giusto parlare di "tarantismo" o sarà il caso di miikizzare il regista americano? Certo è che Corbucci e Franco Nero saranno molto sorpresi della paternità putativa di questo "macaroni western"! ^__^
Da vedere? Assolutamente sì! :D


venerdì 23 marzo 2018

La spada nella roccia


Titolo originale: The Sword in the Stone
Nazione: USA
Anno: 1963
Genere: Animazione, Fantastico
Durata: 75'
Regia: Wolfgang Reitherman

Trama:
Il piccolo Artù, detto Semola, vive in Inghilterra nella casa di Sir Ettore dove lavora come sguattero e scudiero di Caio. Quando Semola arriva, per caso, alla casa del mago Merlino, questi decide di insegnargli le cose della vita e dargli un'istruzione. Con lui Semola sperimenterà cosa significa essere un pesce, un uccello e uno scoiattolo e, con il gufo Anacleto, imparerà anche a leggere e a scrivere. Basterà a renderlo qualcosa di più di un semplice scudiero?

Commenti e recensione:
Ultimo lungometraggio a vantare la diretta supervisione di Walt Disney, la pellicola è un adattamento dell’omonimo romanzo firmato da T. H. White (che purtroppo non sono riuscito a trovarvi ma che dovreste leggere tutti!), dove il giovanissimo Semola incappa nel suo destino, incarnato dal mago vestito di azzurro che, vista la verve, la simpatia e l’ostinazione a dare aiuti non richiesti non poteva non diventare uno dei personaggi leggendari di casa Disney. Malgrado un libro così valido, la trama è piuttosto classica e non è certo lei ad elevare il film bensì le peculiarità di quelle che dovrebbero essere semplici spalle. Personaggi minori che rivendicano con simpatica prepotenza un ruolo da co-primari, come il gufo Anacleto, ligio alla disciplina ed assai sardonico, o l’infantile trasformista Maga Magò, incarnazione perfetta della crudeltà e della volubilità di un adulto che non ha mai voluto maturare. Il mondo dei grandi qui appare pieno di figure autoritarie (attenzione, non autorevoli!) e Semola impara, come ogni bambino, che non sempre gli adulti hanno ragione e che al mondo le ingiustizie esistono, eccome. Nonostante sia edulcorato, lo scontro tra il mago e Semola e tra il ragazzo e Sir Ector inscena con un’insospettabile leggiadria il processo di maturazione del bambino che deve diventare abbastanza forte da difendere le sue idee a costo di dare dei dispiaceri.
La spada nella roccia è un piccolo cult a rara maggioranza maschile nell’universo principesco al femminile di casa Disney ed ha insegnato ad intere schiere di bambini che non importa quanto si sia piccoli ed insignificanti, perchè con cervello e cuore si può arrivare ovunque, perfino sul trono d’Inghilterra! (Oltre ad aver fatto conoscere a tutti l'esistenza di un posto chiamato Honolulu ^__^). Da rivedere assolutamente! :D


venerdì 16 marzo 2018

Constantine


Titolo originale: Constantine
Nazione: USA
Anno: 2004
Genere: Azione, Thriller, Fantastico
Durata:121'
Regia: Francis Lawrence
Cast: Keanu Reeves, Rachel Weisz, Shia LaBeouf, Djimon Hounsou, Max Baker, Pruitt Taylor Vince, Tilda Swinton

Trama:
John Constantine è stato all'inferno ed è tornato indietro. Nato con un potere che non voleva, la capacità di individuare gli angeli e i demoni che si confondono fra gli umani, Constantine si è ucciso per sfuggire alle visioni che lo tormentavano. Ma ha fallito, è stato riportato in vita suo malgrado e cerca di rimediare pattugliando i confini terreni tra inferno e paradiso combattendo i seguaci del diavolo.

Commenti e recensione:
Nel 2005 l'uscita di Constatine, ispirato al personaggio creato da Alan Moore per la DC Comics, suscitò enorme scandalo tra i fan per come prendeva un anti-eroe scorretto, biondo e inglese e lo trasformava in un Keanu Reeves moro ed americano. Il fatto è che è troppo lontano dal materiale di partenza per poter soddisfare i fan accaniti. Allora, dimentichiamoci per un momento lo splendido fumetto e facciamo finta di esserci recati a vedere una storia "originale" scritta appositamente per lo schermo. ^_^
In quest'ottica, in realtà Constantine risulta film piuttosto ben fatto, dall’inizio alla fine. Scorrevole, mai pesante, a volte forse fin troppo veloce ma coerente e piacevole. Alcune battute alla Buffy – l’ammazzavampiri lo rendono meno horror e più fantasy, strappando un sorriso o una risata al momento giusto, tanto per alleggerire l’atmosfera cupa e tetra della quale la pellicola è permeata. Ben gestiti i momenti di suspance, anche se gli esperti del genere se li aspetteranno già. Peccato solo per alcuni buchi narrativi, anche se non particolamente significativi (un assistente che ad un certo punto sparisce e poi riappare come se nulla fosse o un amuleto protettivo che non serve proprio a nulla) e per la sensazione che ci sia un messaggio subliminale, neanche tanto nascosto, di una qualche campagna antifumo. XD
Nel complesso un buon lavoro ben svolto, soprattutto considerando che il regista è al suo esordio. Keanu Reeves fa la sua figura nel ruolo di bello-e-dannato (ed è anche la ragione del successo di botteghino della pellicola, visto che era reduce di Matrix), affascinante soprattutto quando combatte i demoni in giacca e cravatta. La bella poliziotta Rachel Weisz si affranca dalla parte troppo leggera che aveva interpretato nei film de La Mummia e si dimostra tranquillamente all'altezza. Spettacolari infine gli effetti speciali, mai esagerati e che lasciano alla trama il giusto spazio narrativo di una storia non troppo raccontata e a tratti da indovinare.
All'uscita delle sale si sentirono commenti come "Sembra il remake di 18 film diversi tutti in uno..." e questo faceva capire di non essere in presenza del capolavoro dell'anno ma basta questo per affossare una pellicola? A mio avviso, il vero metro di valutazione è e resterà sempre la risposta alla fatidica domanda: Ma stasera mi sono divertito? Per me Constantine merita un bel Sì. :D


venerdì 9 marzo 2018

Abenobashi: Il quartiere commerciale di magia


Titolo originale: Abenobashi Mahō Shōtengai (アベノ橋魔法☆商店街)
Nazione: JAP
Anno: 2002
Genere: Parodia, Commedia, Demenziale
Durata: 24' x 13 episodi
Regia: Hiroyuki Yamagau

Trama:
Sasshi e Arumi, amici d'infanzia, vivono da sempre nel quartiere commerciale di Abenobashi, nella periferia di Osaka. Quando, una mattina, il nonno di Arumi provoca un incidente e rompe la statua di una divinità protettrice, i due ragazzi si trovano magicamente trasportati in un mondo molto simile al loro, eppure infinitamente più bizzarro e...

Commenti e recensione:
Gainax è sempre stato uno studio dotato di particolare attenzione verso l’aspetto innovativo e il più possibile originale. Audace sperimentatore, soprattutto nei suoi primi anni ha saputo garantire un alto livello qualitativo mediamente costante non tanto per mezzo di rivoluzioni narrative bensì, anche senza scomodare Neon Genesis Evangelion, per follie registiche e ingegnose vivacità. Come per Le situazioni di Lui e Lei o Gurren Lagann, misero lo stesso impegno anche in questo spassoso Abenobashi: Il quartiere commerciale di magia tratto dal manga di Satoru Akahori. In totale vena demenziale, o addirittura lisergica, Abenobashi quasi esplode per l'enormità di spunti ed invenzioni visive, deliranti riverenze ed improbabili citazioni, il tutto frullato in una pazza gestione complessiva che non rinuncia comunque a certe parentesi angosciose e imprevisti spunti riflessivi.
Dopo un primo episodio che si mantiene su semplici atmosfere simpatiche, tipiche di una giovanile commedia agrodolce, e salvo un paio di rallentamenti più maturi e seriosi necessari all’approfondimento narrativo della trama generale, Abenobashi si struttura in irresistibili puntate autoconclusive, ognuna delle quali, presentando una improbabile trasformazione del quartiere, omaggia un po’ di tutto, dal cinema all’animazione, senza risparmiare nulla e nessuno. Impossibile elencare la mole di opere che viene sconquassata dall’irruenza comica dei due protagonisti (così a memoria, tra le varie: Star Wars, Terminator, Venerdì 13, Indiana Jones, Odissea nello Spazio, Sailor Moon, Gundam, Yattaman, Capitan Harlock, passando per meno specifiche situazioni cinematografiche come yakuza-movie, storie di guerra e scenari fantasy, alle quali si aggiunge una parodistica colonna sonora che riprende parecchi temi famosi) e che travolge lo spettatore con squilibrati episodi che passano da una citazione all’altra senza alcun criterio organico. Le singole storie, infatti, urlatissime e schizoidi, presentano fondamenta assai esili, dei fragili stracci narrativi da spiegazzare, torturare, rivoltare in inarrestabili velocità comiche. Si ride, e di gusto!, perché Yamaga, Hanada e Akahori scrivono tonnellate di dialoghi esilaranti, ottimamente gridati dai due simpatici protagonisti e dal numeroso cast di comprimari e non c’è spazio (e chi se ne importa, in fondo ^_^) per chiedersi cosa diavolo stia succedendo.
La cura sonora e grafica (splendido il chara design di Kenji Tsuruta, tanto nel realismo quanto nelle esagerate deformità) confeziona un’opera che garantisce ottimi, assurdamente folli momenti comici, sapientemente incastrati in una storia generale che, pur volutamente poco accennata, nasconde profondi, inaspettati risvolti drammatici.
Passando alla parte visuale, Abenobashi riunisce sì le menti dello studio Gainax ma anche l'esperienza dei disegnatori dello studio Mad House! Il risultato è un delirio di animazioni che penso abbia divertito parecchio anche gli addetti stessi.
Intercalando le splendide citazioni alle miniavventure nei mondi di fantasia di Abenobashi, si è creata un'opera che saprà divertire non pochi, anche se sono avvantaggiati coloro che sapranno cogliere ogni sfumatura sui personaggi citati, imitati e anche presi un tantino in giro. Cosa rara, la lunghezza della serie risulta ben calibrata: meno episodi non avrebbero dato la possibilità di illustrare storia e follie; di più avrebbero soltanto "allungato il brodo" finendo probabilmente per stancare. In definitiva, un anime assolutamente demenziale, ma al contempo serio quando e quanto serve, che in 13 episodi sa far divertire e riflettere a qualunque età! :D


venerdì 2 marzo 2018

Giù al nord


Titolo originale: Bienvenue chez les Ch'tis
Nazione: FRA
Anno: 2007
Genere: Commedia
Durata:106'
Regia: Dany Boon
Cast: Kad Merad, Dany Boon, Zoé Félix, Philippe Duquesne, Line Renaud, Michel Galabru

Trama:
Philippe Abrams è il direttore dell'ufficio postale di Salon-de-Provence ed è sposato con Julie, donna soggetta alla depressione che gli rende la vita impossibile. Per farle piacere e per farsi trasferire in Costa Azzurra, Philippe tenta un inghippo ma viene scoperto e trasferito a Bergues, una cittadina del Nord del paese. Per gli Abrams, sudisti accaniti pieni di pregiudizi, il Nord è l'inferno: una regione perennemente ghiacciata, abitata da persone rudi che parlano un dialetto incomprensibile, il Ch'tis!

Commenti e recensione:
Campione di incassi di tutti i tempi in Francia con 140 milioni di euro – a fronte di 11 milioni di budget – e oltre 21 milioni di spettatori, Giù al Nord (Bienvenue chez les Ch’tis) è ideato, scritto, diretto e interpretato da Dany Boon, comico poliedrico (teatro, tv, cinema) famosissimo in patria e, a parte il duetto con Daniel Auteuil per Il mio migliore amico che vi ho già mostrato, quasi sconosciuto da noi.
Caso al botteghino e ancor più fenomeno sociale, Giù al Nord mette alla berlina i pregiudizi, stranamente invertiti rispetto a quelli nostrani, dei francesi del sud verso quelli del nord. Un successo quasi inatteso perché il tema non era dei più semplici: il Nord sopra Parigi (l'area di Lille) è considerato dai nipoti di Asterix un luogo buio, dove fa freddo e piove sempre, abitato da gente rude, poco socievole e dai gusti strani. Per di più parlano un dialetto-lingua detto Ch'timi perché in quell'idioma la 's' suona 'ch' e il 'toi' e 'moi' diventano 'ti' e 'mi'.
Semplicemente straordinario Kad Merad, sudista al limite del leghismo, così come lo stesso Dany Boon, svampito e leggermente zoticone dal cuore immenso. Attraverso simili personaggi, caricaturali fino al midollo, e pescando a pieni mani nei clichè francesi del Nord-Pas de Calais, Boon è riuscito nell'impresa di realizzare una commedia socio-etnografica veramente divertente e, se proprio uno vuole, anche meritevole di riflessioni.
Meritato successo in Francia, Giù al Nord è stato però un azzardo per le distribuzioni oltre confine visto che il prodotto è così colmo di tradizioni e riferimenti all'attualità di un particolare paese che è quasi impossibile farlo attecchire altrove. La nostrana Medusa, però, non sembra tenerne particolarmente conto; probabilmente memore, a torto!, della grande riuscita di Don Camillo oltr'Alpe, dimostra di capire poco il suo pubblico e i risultati si sono visti. Anche se è ammirevole la soluzione trovata per il così temuto dialetto C'this, trasformato in Italia in una "lingua inventata", a volte con cadenze bolognesi e strisciate volgari (che però fanno ridere), gli spettatori meno superficiali sentono di "perdersi" qualcosa durante la visione. Come risultato, nelle nostre sale non ebbe un grande ritorno e, per rimediare, Medusa ne comprò i diritti e ne realizò un remake dal discreto successo di botteghino ma che non ha nulla del valore dell'originale; un classico. ^__^
Precisiamo subito: la pellicola non vuole certamente dettar scuola! Non è un prodotto artistico né con la puzza sotto il naso, è semplicemente costituito di cose semplici, sceneggiatura semplice, siparietti semplici e battute semplici adatte per un pubblico non necessariamente smaliziato. È quindi chiaramente realizzato per chi chiede semplicità ed è contento di spendere per guardare-e-non-pensare e Boon gli da esattamente quello che vuole: un bel film sui buoni sentimenti. Sicuramente Giù al nord può essere valutato al meglio visionandolo (ancora più che per altre pellicole) in lingua originale e con conoscenze popolari che a noi italiani sono quasi del tutto ignote ma, anche per chi non potrà goderselo in francese e pur perdendo (forse) il senso di alcune battute, merita assolutamente una serata! :D


venerdì 23 febbraio 2018

Il pianeta del tesoro


Titolo originale: Treasure Planet
Nazione: USA
Anno: 2002
Genere: Animazione, Avventura, Fantascienza
Durata: 95'
Regia: Ron Clements, John Musker

Trama:
Jim Hawkins scopre la mappa del tesoro del capitano Flint e parte alla sua ricerca a bordo di un vascello volante. Lì conosce John Silver, cuoco di bordo e cyborg; a dispetto del suo aspetto innocuo, John è in realtà un pirata senza scrupoli che cercherà di prendere il posto del comandante per arrivare per primo al tesoro. Basteranno il coraggio e l'intraprendenza del giovane Jim a risolvere le cose?

Commenti e recensione:
Clements e Musker, i due veterani degli studios e registi di titoli indimenticabili come La Sirenetta, Alladin ed Hercules, lavorano in sincronia per dar vita ad un titolo da una vita sogno nel cassetto di entrambi: prettamente di stampo avventuristico, con moltissima azione e la camera raramente ferma. E se questa descrizione vi fa venire in mente J.J. Abrams non dovete vergognarvi. ;)
Smontato e rimontato in chiave fantascentifica il classico di Stevenson, hanno cercato di avvicinarlo alle giovani generazioni, soprattutto al pubblico teen maschile a cui è chiaramente indirizzato, seguendo fedelmente le indicazioni della storia iniziale. Uno dei punti di forza de Il Pianeta del Tesoro è senza dubbio l'estetica adottata. Fra i film di Musker&Clements si tratta senza dubbio di quello visivamente più elaborato, in cui le caricature e le stilizzazioni lasciano il passo ad animazioni più complesse e sfondi assolutamente ricercati. Gli scenari fanno un grande uso di computer grafica, che qua e là mostra i segni del tempo ma ha ancora oggi una resa pittorica e cromatica eccezionali che danno al tutto un effetto veramente appagante. Inoltre ogni location, ogni abito, ogni oggetto presente in scena segue una regola ben precisa: il rapporto tra la componente fantascientifica e quella più puramente settecentesca di ogni elemento è rigorosamente di 30-70% e dovete solo guardare gli screenshots per capire cosa intendo. L'atmosfera retrò dunque prevale per una precisa scelta autoriale, donando al film un sapore classico che non ci si aspetterebbe da un'avventura spaziale. Ma a rendere indimenticabile Il pianeta del tesoro è soprattutto l'abilità dei suoi immensi animatori, primo fra tutti Glen Keane, supervisore di Silver e uno dei più grandi artisti della storia Disney. Nell'animare il cyborg, Keane scatena tutto il suo talento dando vita ad un personaggio indimenticabile, un duro dal cuore tenero, incredibilmente in equilibrio tra saggezza e ipocrisia. Le espressioni, la mimica facciale e i suoi movimenti imprimono nella memoria ogni singolo fotogramma in cui questo meraviglioso personaggio appare, valorizzando ancor di più gli sforzi per integrare la sua componente biologica con la ferraglia in CGI che lo completa. Silver è senza dubbio una vetta della storia dell'animazione. D'altro canto, il vero protagonista è proprio lui e non certo il giovane Jim che è lì solo per posizionare l'obiettivo alla giusta altezza: quella del ragazzino in cui immedesimarsi.
Detto questo, putroppo, Il Pianeta del Tesoro fu un pesante insuccesso e portò la dirigenza a staccare la spina all'animazione tradizionale. I due film successivi, Koda, fratello orso e Mucche alla riscossa, vennero completati in tutta fretta proprio con questa triste consapevolezza. Come possa un film così bello aver avuto una sorte tanto immeritata è una cosa che può spiegarsi solo analizzando il contesto dell'epoca: nel 2002, quando il film uscì nelle sale, in pochi sapevano della sua esistenza. La campagna pubblicitaria c'era stata eppure questo gioiello passò in sordina, snobbato da un mercato che non vedeva più di buon occhio il marchio Disney. Erano gli anni in cui si producevano anche due Classici all'anno e che, troppo spesso, venivano confusi con i lungometraggi a marchio Pixar o gli scadenti “cheapquel” prodotti dal reparto televisivo e spesso mandati anche nelle sale. Il proliferare di prodotti tanto diversi, usciti con una tale frequenza, disorientò fortemente il pubblico che aveva ormai smesso di fidarsi di una Disney che cambiava faccia e stile ogni sei mesi. Era venuto meno l'Evento, era venuta meno la riconoscibilità e a farne le spese furono proprio lavori come questo, brutalmente ignorati pur avendo dimostrato che era possibile innovare rimanendo nel solco della tradizione. Limitando l’arena del confronto ai Classici Disney, ci troviamo di fronte a una delle opere più mature, sperimentali e originali della Casa del Topo; e sì che, alla fine, è una trasposizione del semi-omonimo romanzo. ^__^
Questo è un cartone di fantascienza che può non piacere ai puristi del genere ma che certo può far passare più che piacevolmente un’ora e mezza a tutti gli appassionati Disney che siano, al tempo stesso, amanti di film d’avventura e formazione. Perché la verità è che Il Pianeta del Tesoro nasce come film d'avventura ed è come tale che va visto! Non avrà l'incanto delle fiabe Disney ma ha il ritmo e la spettacolarità di un buon prodotto che sa garantire una bella serata in famiglia. Da rivedere e rivalutare! :D



PS: Una volta tanto, un Disney non infarcito di Musical inutili e discutibili! XD

venerdì 16 febbraio 2018

Battle Royale


Titolo originale: Battle Royale (バトル・ロワイヤル Batoru Rowaiaru)
Nazione: JAP
Anno: 2000
Genere: Grottesco, Fantascienza, Drammatico, Azione
Durata:114'
Regia: Kinji Fukasaku
Cast: Takeshi Kitano, Tatsuya Fujiwara, Aki Maeda, Taro Yamamoto, Kou Shibasaki, Masanobu Ando, Chiaki Kuriyama

Trama:
I giovani giapponesi sono troppo esagitati e, per disciplinarli, viene emanato il Battle Royale Act: ogni anno una scolaresca viene estratta a sorte e catapultata su un'isola deserta. Quest'anno tocca agli studenti del prof. Takeshi, che li controlla insieme ad un nucleo militare, ad essere costretti a giocare alla "battaglia reale". Ognuno riceve un'arma diversa, che sia un bazooka o una pinza per le ciglia, e poi via! Alla macchia!
Scopo del gioco: uccidere tutti gli altri entro tre giorni.
Regole: nessuna.

Commenti e recensione:
Ultima opera completa di Fukasaku Kinji (morì durante la realizzazione del sequel, probabilmente di vergogna >_<) Battle Royale è il suo film più famoso nonché testamento artistico. Lo avevamo già visto in queste pagine dietro alla cinepresa di Tora! Tora! Tora! e, per i più esperti (e fruitori delle reti minori ad orari impossibili!) è il padre dello yakuza-eiga moderno. Impietoso come sempre, dietro un impianto a metà fra lo slasher movie e il survival game, Fukasaku torna a riflettere sulla complessa condizione sociopolitica del suo paese posando lo sguardo, così come fece in Lotta senza codice d'onore, su un contesto di caos e crudeltà regolato dalla legge del più forte. Che lo spietato gioco messo in scena non sia altro che la metafora di un Giappone sempre più individualista e competitivo è cosa chiara fin dai primi momenti; quello che invece si configura come elemento di novità è il tono ironico e demitizzante nascosto dietro l'alternanza dei registri (epico, sentimentale, grottesco, tragico, ecc.) che, mettendo lo spettatore al corrente della natura “fittizia” e metaforica della pellicola (riscontrabile nella violenza esagerata, negli atti di eroismo spropositati, nel suono fasullo degli addii in punto di morte), lo obbliga alla partecipazione riflessiva dei fatti narrati. Come è giusto che sia, perché il soggetto è potentissimo ed è un'opera che non può e non deve lasciare indifferenti. Battle Royale è stato, quasi suo malgrado, uno dei più eclatanti casi cinematografici del 2000 ed era davvero molto tempo che non si registrava tanto clamore (seppur limitato al paese d'origine) attorno ad un'opera cinematografica. Oltre alle aspre polemiche di varie associazioni c'è stata persino una seduta straordinaria del parlamento per impedirne l'uscita nei cinema, avvenuta poi più o meno regolarmente. Pare che il primo ministro si sia addirittura adoperato per farlo bandire in tutto il mondo ma, nell'era di internet e della globalizzazione, questi assurdi interventi censori sono per fortuna destinati a fallire miseramente. ^__^
A dirla tutta, dopo la visione del film viene sinceramente da chiedersi il perché di tutto ciò; violento lo è sicurmente ma non più di altri e ci sono stati film, anche provenienti proprio dal paese del Sol Levante, che hanno osato sicuramente di più. Il fatto che i protagonisti siano dei ragazzini di quindici anni che si uccidono barbaramente (e si vede anche nella recitazione imperfetta o nell'eccessività di troppi amori dichiarati in punto di morte) con tutto ciò che ne consegue sul piano di un presunto valore diseducativo dell'opera, può essere uno dei motivi di tanta acredine ma, anche in questo caso, Battle Royale non sarebbe certo il primo film (e nemmeno Anime, se proprio vogliamo) a trattare l'argomento. Quello che ha sicuramente dato più fastidio è il fatto che, a differenza di altri, ha toccato un nervo scoperto della società nipponica: il Giappone spinge i giovani, e non solo, ad una competitività esasperata e fa del successo, nello studio o sul lavoro, una ragione di vita. Visto che non tutti possono essere i primi, hanno ovviamente il tasso di suicidi più elevato al mondo e questo è un record che proprio faticano a mandare giù... pur non facendo molto per evitarlo.
Chicca imperdibile di questa pellicola è la presenza del grande Takeshi Kitano nel ruolo del cinico insegnante della classe prescelta per il gioco: la sua interpretazione spietata e l'immancabile espressione granitica a servizio di un personaggio così controverso danno vita ad alcune delle scene più stranianti del film e, forse, della sua carriera. Piccola ma intensa è anche l'interpretazione di Chiaki Kuriyama che, a vedere come muore sistematicamente in ogni film, probabilmente dev'essere parente del povero Sean Bean ;). Per essere una nata come poco più che una idol poco vestita: brava!
Con una regia asciutta, sapientemente orchestrata e di grande impatto visivo e con una fotografia volutamente scarna ma attenta al dettaglio, questo film è ritmato sui toni della crudeltà e del realismo non fini a sé stessi ma rivolti alla critica, forse dai toni eccessivi ma comunque lucida e meditata, di un sistema che non considera più l'individuo come uomo ma come un mezzo di produzione, un mero numero senza identità. Fukasaku stesso, intervistato da Première , ha dichiarato che "La morale del film è che, per sopravvivere in questo mondo folle e senza direzione, bisogna correre". Ma correre verso dove, se ad aspettarci c'è solo il ghigno sardonico e beffardo di "Beat" Takeshi? XD




Piccola nota tecnica: questa è la "Special version", realizzata quasi un anno dopo la prima. È scorretto definirla una "director's cut" perché non si tratta di un rimontaggio del film voluto dal regista quanto piuttosto una versione "potenziata" mediante l'uso di nuovi effetti speciali e di scene aggiuntive. Significativo in tal senso è il fatto che le aggiunte non siano delle scene tagliate nel precedente montaggio ma delle sequenze inedite girate proprio per questa occasione. Purtroppo le sequenze inedite NON sono state doppiate (non preoccupatevi, non sono poi così tante, anche se significative) e per questo ho lasciato i sottotitoli direttamente nel contenitore mkv invece che separati come al mio solito. Questo mi ha permesso di mettere come default l'avvio dei sottotitoli forced, indispensabili (per i comuni mortali) per capire quei passaggi. ;)

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