sabato 23 maggio 2020

Epic - Il mondo segreto


Titolo originale: Epic
Nazione: USA
Anno: 2013
Genere: Animazione, Fantasy, Avventura
Durata: 86'
Regia: Chris Wedge

Trama:
Mary Katherine, diciassettenne, torna alla casa d'infanzia per ricucire i legami con un padre da sempre perso nell'ossessione del minuscolo popolo. Dapprima scettica nei confronti delle teorie paterne, la risoluta ragazza si dovrà ricredere quando, per un magico incontro...

Commenti e recensione:
Epic ha una trama classica; per quanto raccolga nuclei tematici importanti, non risulta avere nulla di originale. Né ha necessità di farlo, approfittando invece di presentare un amalgama di storie già viste, come è giusto che sia per una bella favola. L’umano catapultato in una civiltà in miniatura come in Arthur e il popolo dei Minimei di Besson, l’esaltazione di una natura pigmentata in Avatar di Cameron, il tema dell’ecologia in Ferngully di Kroyer, per non parlare dei mille altri rimandi che vanno da La Storia Infinita ad Alice a Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi (quest’ultimo citato, esplicitamente, nella scena del gatto gigantesco che rincorre la sua preda umana, disorientata dalle mutate proporzioni ma, per i puristi, anche Radiazioni BX: distruzione uomo di Jack Arnold ^_^) non sono solo citazioni (o peggio: plagi) quanto l'utilizzo di stereotipi e topoi della favolistica. Epic è il ritorno alla vecchia e cara fiaba d'avventura, ambientata non in mondi paralleli o spazi intertemporali ma in luoghi semplici, quotidiani e vicini, come i nostri giardini o gli alberi di una foresta incontaminata.
Epic, come ci avvisa il titolo, punta anche al grandioso e lo fa con una spettacolarità ricercata soprattutto dal punto di vista tecnico. Wedge cura ogni dettaglio (e lo amplifica attraverso un ambizioso, ma non per forza necessario, uso del 3D) creando ambientazioni sorprendenti in immensi scenari dai colori vivi e luci espressive. Un lavoro davvero titanico, considerando che ogni scena è ricca di personaggi ed infiniti particolari. L’aspetto artistico del film è davvero impeccabile e dimostra che la Blue Sky sa osare ed osa! È infatti nelle parti prettamente action, dall’incipit tra gli alberi (che ricorda il Tarzan disneyano) alle evoluzioni coi rapidissini colibrì, quasi un omaggio alla celebre sequenza dell’inseguimento con gli speeder de Il ritorno dello Jedi, che il film da il suo massimo.
La sceneggiatura è, come ho detto, limitata all'essenziale ma decisamente non da buttare via, con una struttura narrativa sicura e collaudata in cui si inseriscono (superficialmente) temi come l'armonia familiare, la capacità di sognare, la voglia di ribellione e la necessità della crescita e dell'assunzione di responsabilità. D'altronde, alle spalle c'è quel gigante di William Joyce (quello vivo, non l'altro XD), autore di splendidi romanzi per l'infanzia ed ottimo disegnatore. L’epica lotta tra le forze del bene e del male, per conquistare il dominio di mondi fatati, è un tema ricorrente del genere fantasy e Joyce l'ha sapientemente condito, senza esagerare, degli elementi tipici del romanzo di formazione, fiabesco e d’avventura, passando dal comico al drammatico al favoloso con grande fluidità. E poi ci sono le splendide musiche di Danny Elfman, perfetto commento sonoro ad eventi e sentimenti messi in scena.
Epic è stato molto sottovalutato, soprattutto da chi si aspettava da Chris Wedge qualcosa di paragonabile all'Era Glaciale, invece è un film perfetto per il suo target: i bambini. Se ne avete, o se siete "diversamente giovani" voi stessi, preparatevi a godere di un'ora e mezza di spettacolo davvero ben fatto, professionale ed affascinante! :D

sabato 16 maggio 2020

Ipotesi di complotto


Titolo originale: Conspiracy Theory
Nazione: USA
Anno: 1997
Genere: Giallo, Commedia, Drammatico, Azione
Durata: 134'
Regia: Richard Donner
Cast: Mel Gibson, Julia Roberts, Patrick Stewart

Trama:
Un tassista paranoico con manie di persecuzione, che ogni giorno attraversa le strade di New York subissando i suoi passeggeri di teorie cospirative da lui stesso elaborate spulciando i quotidiani, denuncia un complotto ai suoi danni da parte della CIA. Alice Sutton, procuratore al Ministero di Giustizia, finisce per ascoltarlo e...

Commenti e recensione:
Richard Donner è (quasi) sempre una garanzia e lo dimostra anche in questo film "minore" e sicuramente migliore di come lo descrivono le critiche. Fondamentalmente Ipotesi di complotto viene accusato di essere solo un "film di star", con Roberts e Gibson, idoli dell'anno, lasciati liberi di pascolare come preferiscono. Trovo questa interpretazione davvero limitatata perché, benché la Roberts sia sempre bellissima e Gibson, che fa il verso a De Niro in Taxi Driver, crei un personalissimo eroe metropolitano, patetico ma indistruttibile, la sceneggiatura di Brian Helgeland (L.A. Confidential), anche se parecchio arzigogolata non è assolutamente da scartare. Cogliendo tutta quella paranoia che in America è quasi una psicosi collettiva, con i suoi riti ed i suoi officianti (oggi via Internet), Donner sviluppa un film che d'azione robusto e divertente che spesso, e malgrado torture e morti, scivola volutamente nella commedia, approfittando anche dell'evidente intesa che c'è tra i protagonisti.
Piccolo aneddoto sul delizioso finale: venne sostituito come ripiego dopo i rapporti del test audience ma, una volta tanto, questo non ci ha condannati a subire le mielosità hollywoodiane toccate a Blade Runner; evidentemente il navigato Donner era più sveglio del giovane Scott!
Mel Gibson è, in assoluto, il mattatore di questo film. Benché creato sulla falsa riga del Rigs di Arma Letale, il paranoico protagonista sa essere, allo stesso tempo, tormentato, innamorato, autoironico e mentalmente instabile e, anche nei momenti più tragici, costringe la pellicola a stemperarsi in un’ironia involontaria (quella voluta c’è, ma altrove). Donner lo dirigge egregiamente, creando una confezione davvero professionale ed efficace per ricchezza di tensione, ritmo, spettacolarità e pathos, e, rispetto agli standard hollywoodiani di quegli anni, è anche insolitamente feroce, soprattutto psicologicamente.
Ipotesi di complotto non è forse al livello di Arma Letale (o dei Goonies o di LadyHawke, tra l'altro autocitato nel film) ma è ricco di idee, di recitazione e tecnica. È uno spettacolo da godere che, pur senza lasciare una profonda traccia di sé, fa passare molto bene una serata, rendendola piacevole ed intrigante. Da vedere! :D

domenica 10 maggio 2020

La città delle donne


Titolo originale: La città delle donne
Nazione: ITA
Anno: 1980
Genere: Commedia
Durata: 134'
Regia: Federico Fellini
Cast: Marcello Mastroianni, Ettore Manni, Anna Prucnal, Bernice Stegers, Donatella Damiani

Trama:
Il cinquantenne donnaiolo Snaporaz abborda, in treno, una bella sconosciuta. La segue fino ad un congresso femminista, dove viene aggredito e dileggiato. Costretto a rifugiarsi in casa del mischilista Katzone, Snaporaz rivive, come in un incubo, i suoi rapporti con l'altro sesso e...

Commenti e recensione:
Nel 1980 Fellini è un regista più che maturo, ormai considerato in tutto il mondo uno dei maestri del cinema contemporaneo; questo gli permette di poter girare ogni tipo di film e, grazie ad essi, togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa. In La città delle donne, col suo autobiografismo al parossismo, infila il dito nella "piaga" che è diventata rappresentativa del suo cinema: la visione del femminino. 1980 è solo una data, in realtà stiamo parlando, sia per tempi di stesura che produzione, degli anni '70 e degli sconvolgimenti socioculturali che stravolsero la mentalità degli italiani. Fellini racconta questi cambiamenti come una favola, un sogno con tutto il suo catalogo di emozioni, ora grottesche ora di alta poesia, pescando a piene mani nella magia di Méliès e ripercorrendo, intenzionalmente, tutte le tappe del suo cinema, come a volersi giustificare o, e questo lo deciderà lo spettatore, redimersi e cambiare con i tempi. Come fosse in un paese delle meraviglie dalla sessualità, il povero Snaporaz in qualche modo ripercorre le tappe e gli episodi dell’eroina di Carroll e, come Alice, emerge dall'onirico magari non più saggio ma, almeno, più conscio di sé. Oppure sarà meglio riaddormentarsi, rituffarsi nell'irrealtà del tunnel oscuro? Proprio questa possibilità di scelta libera il film da ogni angoscia buñuelliana e fa librare alto lo spettatore, ormai perfettamente immedesimato nel protagonista. Tutto questo, Fellini lo racconta con la sua grandissima arte, la sua profonda (o almeno, apparentemente tale) cultura psicanalitica, la sua incredibile creatività e, ammettiamolo, anche tantissimi soldi.
Violentemente contrastato dall'elite intellettuale dell'epoca, che vi vide "solo" una critica ridicolizzante del femminismo e l'elogio (ma dove?) di un machismo veterofascista al tramonto, oggi, con il giusto distacco datoci dal tempo, possiamo finalmente capire il messaggio felliniano: il povero Snaporaz, costantemente in bilico tra idealizzazione e cruda realtà, siamo noi, uomini e donne alla costante ricerca di nuovi equilibri morali e fisici, talvolta salvati dal sogno e talaltra persici dentro ma, come lui, disposti ad andare avanti, in qualche modo.
Da rivedere, con occhi nuovi e più maturi, rivalutare e... rivedere ancora! :D

venerdì 1 maggio 2020

La pazza storia del mondo


Titolo originale: History of the World - Part I
Nazione: USA
Anno: 1981
Genere: Comico
Durata: 92'
Regia: Mel Brooks
Cast: Madeline Kahn, Mel Brooks, Dom DeLuise, Sid Caesar, Gregory Hines

Trama:
Dall'età della pietra alla rivoluzione francese (con il trailer del "prossimamente la seconda parte", di cui non è mai stata prevista una realizzione), la storia del mondo rivisitata, in chiave demenziale e surreale, da Mel Brooks.

Commenti e recensione:
Mel Brooks conferma che non c'è nulla di sacro per lui e ci porta in un viaggio, zeppo di risate, alla scoperta di quello che è successo "veramente" nei secoli.
Forse non è uno dei suoi film migliori: il potenziale c’era tutto ma, magari, non è stato sfruttato al meglio dal re della parodia. Molte idee sono persino geniali (soprattutto in inglese, benché tradotte molto bene) e le ambientazioni sono stupefacenti ma si è criticata la vena di grossolano umorismo, a volte al limite (molto al limite! ^_^) del volgare. È un tratto che Brooks ha sempre avuto anche se qui, forse, si è lasciato un po' andare ed i puritani non gliel'hanno perdonato. In realtà non gli hanno perdonato soprattutto la sua vis comica blasfema (che, invece, a me è piaciuta molto) ma si sa, negli USA puoi scherzare su ben poco senza offendere mortalmente qualcuno. Non è un caso se, nel successivo Essere o non essere dirà «senza battute su ebrei, froci e zingari, non esiste teatro!»; si rferiva al nazzizmo, ovviamente, ma parlava all'America che gli aveva bocciato questo film. Pare che, con il pezzo musical dell'inquisizione di Torquemada, abbia scatenato ire da tutte le parti! Sarò strano io, cresciuto a pane e Monty Python, ma l'ho trovato fantastico.
Forse La pazza storia del mondo (parte I nell'originale perché sfruttare il titolo per una gag è un classico di Mel) non è per tutti, tuttavia è un prodotto che, con lo spirito giusto, riesce davvero a divertire ed intrattenere con trovate, come quella dei comandamenti o dell’ultima cena, davvero esilaranti e destinate a rimanere nella storia del cinema.
Non sarà Frankenstein Junior ma è pur sempre Mel Brooks! :D

sabato 25 aprile 2020

La collina dei conigli


Titolo originale: Watership Down
Nazione: UK
Anno: 1978
Genere: Animazione, Drammatico
Durata: 92'
Regia: Martin Rosen

Trama:
Quintilio, un coniglio che ha il dono di presagire i pericoli incombenti, induce alla fugga dalla colonia natia un drappello di simili che gli credono. Mentre il gruppo viaggia verso la collina della libertà, soccorre il giovane e petulante gabbiano Kehaar che diventerà un loro efficiente alleato, soprattutto quando verranno minacciati da una colonia lager, e...

Commenti e recensione:
Splendidamente tratto dal libro di Rchard Adams (che trovate nella cartella) questo film di Martin Rose è, giustamente, considerato il capolavoro dell'animazione britannica. È bene notare, tuttavia, che la principale differenza fra la scuola americana e quella inglese è che la prima vuole venderti giocattoli, la seconda psicofarmaci.
Ci ho messo anni anche solo per osar rivedere questo titolo che, da bambino, traumatizzo me, mio fratello ed i miei genitori. Poverini questi ultimi, incautamente abbindolati dal grazioso gruppo di teneri coniglietti, i delicati disegni ad acquarello ed il fatto che fosse un cartone (cartone animato = roba per bambini, garanzia totale!); credevano di mostrarci un filmetto adatto ai più piccoli ed hanno passato anni temendo che diventassimo serial killers. Accidenti, c'era pure la colonna sonora di Grafunkel, cosa poteva andare storto?
Dopo nemmeno sette minuti, il minimo necessario per farti abbassare la guardia, Quintilio ha la visione di una collina che gronda sangue. Da qui segue una coniglietta del gruppo che viene portata via da un rapace in un secondo, così. Un attimo prima c’è, quello dopo è rimasto solo un ciuffo di peli. Non parliamo della scena dei conigli gassati, dopo la quale ogni film sull’Olocausto è tutta discesa. Moltissime sono le tematiche in comune con il successivo (e sempre britannico) Le avventure del bosco piccolo che, forse, alcuni di voi ricorderanno... fosse solo per il prestigioso record di morti/minuto, detenuto fino all’arrivo del Trono di Spade. Anche ne La collina dei conigli la caducità della vita di questi poveri animali dinanzi al pericolo è uno dei temi portanti ma, colpo di scena, qui c'è sangue vero e la sofferenza degli animaletti è fin troppo realistica per un film per bambini. Il trucco? NON È UN FILM PER BAMBINI! Perché se è vero che tutta la favolistica è piena di queste tematiche, racconti estremamente truculenti pieni di cannibalismo, avvelenamenti, omicidi su commissione e genitori orribili, La Collina dei Conigli ne enfatizza ogni dettaglio.
È solo una volta capito che questo film è destinato ESCLUSIVAMENTE agli adulti che se ne coglie la vera bellezza. Ne La collina dei conigli c’è davvero molto più della violenza e della dura legge del più forte che vige in natura perché, alla fine, emerge il senso di speranza: l’idea che anche la più piccola, e proverbialmente timorosa, creatura del regno animale possa attuare grandi imprese di coraggio ed astuzia fino ad essere capace di cambiare il proprio destino. La pelle che si piega sotto l’artiglio prima di cedere, la bocca sbavante, il fianco squarciato, le fauci piene di sangue del cane, l’occhio allucinato del coniglio che sta morendo soffocato non sono un "gore" per infanti ma gli strumenti necessari per mostrare la società sbagliata, crudele ed egoista che l'autore, in felice compagnia di Bradbury, Orwell, Dick e tutto quel filone artistico del distopico, temeva stessimo per scegliere. Adams optò per la natura, nel bene e nel male, da contrapporre all'invasione - che qui vediamo anche passiva, con le trappole nei campi ed i cani da guardia - del genere umano. Rosen accoglie le sue tesi (e lo rifarà con I cani della peste nell'82) e le avvolge nella spettacolare bellezza dei fondali, nel dettaglio quasi scientifico della gran varietà di piante dell’ambientazione (paiono uscite da un almanacco di illustrazioni botaniche) e nella caratterizzazione espressiva dei suoi personaggi. Il risultato è un film crudo e violento ma anche, sempre che si sia abbastanza adulti, bellissimo e profondissimo, ricco di richiami e citazioni (tutta la prima parte è palesemente ripresa dalla Bibbia) e di una, stavo per dire umanità ma Adams avrebbe preferito "animalità", che davvero di rado si ha l'opportunità di ammirare.
Mandate a letti i bambini, preparatevi ad un film forte e godetevi questo assoluto capolavoro del Cinema! :D

 ATTENZIONE!!! ASSOLUTAMENTE NON E' UN FILM PER BAMBINI!



Dedicato a francofatati
per il suo ottimo gusto e tutta la sua pazienza.
(dopotutto ha aspettato solo da gennaio 2016)
^__^

domenica 19 aprile 2020

The Ring


Titolo originale: Ringu (リング)
Nazione: JAP
Anno: 1998
Genere: Horror, Thriller
Durata: 96'
Regia: Hideo Nakata
Cast: Nanako Matsushima, Miki Nakatani, Hiroyuki Sanada, Yuko Takeuchi

Trama:
Una misteriosa videocassetta, che mostra una serie di immagini inquietanti e surreali, provoca la morte di chi la guarda dopo sette giorni. La giornalista Reiko Asakawa è scettica ma...

Commenti e recensione:
Nel '98 il nome di Hideo Nakata era sconosciuto anche ai cinefili orientalisti più accaniti come me ma, con la creazione di Sadako, divenne il famosissimo padre del nuovo j-horror. In realtà Ringu è più un thriller metafisico che, pur ponendo nuove basi e reinterpretando i canoni classici dell'antico e radicato folklore nipponico, lascia poco spazio ai sobbalzi ed alle urla di incontaminato terrore. È più Gore Verbinski ad aver spinto verso una forma "violenta" ma dobbiamo ringraziarlo perché, grazie al suo discutibile remake, abbiamo potuto davvero apprezzare questa versione, decisamente più spirituale. Qui la paura non è per ciò che appare allo schermo, a terrorizzare è quello che non si vede e, soprattutto, che non viene spiegato e Nakata è abilissimo nel tenere il ritmo costante senza cedere mai allo splatter od alla faciloneria spettrale. A differenza dei remake, Nakata gioca sull'attesa e sul timore dell'ignoto; questo può lasciare alcuni, privi di cultura cinematografica orientale, un po' perplessi ma è frutto anche dell'ottima lezione (malgrado il regista non l'abbia mai ammesso) di Hitchcock. Il finale del film, "aperto" e di grande impatto visivo ed emozionale, non si dimentica facilmente; solo allora si comprende davvero il senso del titolo, con tutta la sua ambiguità. Un finale pensato per un prevedibile sequel (che l'anno dopo, puntualmente, apparve nelle sale giapponesi) ma che, preso a sé, si fissa comunque indelebilmente nella memoria dello spettatore, lasciandovi una terribile incertezza ed implicazioni etiche e morali di non poco conto.
La trovata iniziale, peraltro identica a quella del libro best-seller di Kôji Suzuki da cui è tratta, basta da sola a reggere l’intera storia perché in un mondo come il nostro, ormai dipendente dall’elettronica, l’idea che una maledizione si possa trasmettere attraverso una videocassetta (benché oggi sarebbe più via Torrent) e che possa propagarsi con le copie della stessa è innovativa e geniale. Unisce i più classici topoi dell’orrore ai nuovi incubi digitali. È proprio l’era moderna a trionfare nel fantasma di Nakata che si muove a scatti, come i fotogrammi di una pellicola, che può apparire ovunque ed in qualunque momento, uscire dal televisore, uccidere. Eppure, l’ultima apparizione di Sadako, benché modernissima, è degna di essere annoverata tra le scene più belle della Storia del Cinema al fianco di quelle dei maestri espressionisti del muto!
Purtroppo, a tanti anni di distanza, dopo seguiti (Ring 2, Ring 0), remake (The Ring, The Ring 2) e cloni a quintali (un esempio tra i tanti, The Call), la carica espressiva di Ringu risulta forse appannata ma, se non vi siete "rovinati la bocca" con quei titoli, vedrete che questo film, riuscito in ogni sua parte, merita tutta la fama che si è guadagnata. Non è certo una colpa se il suo unico difetto sia di essere il capostipite di un genere che ha sfornato solo prodotti assai inferiori, nessuno dei quali è mai riuscito, giustamente, a bissarne il successo.
Da vedere (di giorno ed in compagnia o non si riuscirà a dormire!) assolutamente! :D

domenica 12 aprile 2020

Bolero Extasy


Titolo originale: Bolero
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Commedia, Erotico
Durata: 96'
Regia: John Derek
Cast: Bo Derek, George Kennedy, Andrea Occhipinti, Ana Obregón, Olivia d'Abo, Greg Bensen

Trama:
Una perversa clausola testamentaria obbliga Ayre a restare illibata fino al conseguimento della laurea. Raggiunto lo scopo, e innamorata del grande Valentino, cerca d'offrirsi ad uno sceicco ma...

Commenti e recensione:
Difficile parlar bene di quello che credo sia tra i film erotici più cretini di sempre. La trama è risibile nelle sue toccate melodrammatiche e nei tentativi di rispolverare classici come Lo sceicco o Sangue e arena. Le scene hot sono molto soft e gli attori lasciano davvero il tempo che trovano, nonostante l'innegabile sex appeal della Derek e dell'imbranatissimo Occhipinti. John Derek, marito di Bo, prova anche a rievocare l'evanescenza di David Hamilton (la fotografia, nell'insieme, non è davvero da buttar via) ma invece di raggiungere la poesia di Bilitis tende a degenerare sul livello di Felicity del '79 (i puristi capiranno XD). Trovo sia d'obbligo stendere un velo pietoso sull'amplesso finale dove, in bella mostra sul fianco di Bo, compare la scritta Extasy, rossa al neon, in un trash patinato ed inutilmente estetizzante... ma pur sempre trash. Bolero non detiene il primato di premi Razzie (ad oggi resta imbattuto Jack and Jill del 2011, con 10 premi su 10) ma ne ha comunque racimolati ben 6: peggior film, peggiore attrice, peggior regista, peggiore sceneggiatura, peggiore colonna sonora e peggior esordiente (la povera Olivia d'Abo che rivedremo in Conan il distruttore). Va bene che è in ottima compagnia, alcuni film hanno "vinto" questi premi e sono diventati, comunque, dei cult ma di solito non è successo e, ancor oggi, Rotten Tomatoes gli da un punteggio pari a 0. Vi invito, inoltre, a leggere il commento che dà nonciclopedia, delle capacità di Bo Derek perché io, lo ammetto, non saprei scrivere meglio. XD
Vi chiederete: perché allora vi propongo questo film? Perché, volendo essere preso sul serio, in modo assolutamente involontario (e per questo, ancora più divertente!) Bolero Extasy risulta assolutamente comico!
Se non siete capaci di apprezzare il farsesco della situazione, potete godere della ricchezza delle immagini (è pur sempre un film "pieno di contenuti umani" ^_^) ma se vi sforzate, anche solo un'attimo, e lo gustate con lo spirito giusto, pronti a cogliere ogni accidentale e fortuito guizzo di esilarante "serietà" (ed il film, credetemi, ne è stracolmo!), alle spalle del povero Derek e dei suoi patetici sforzi riderete fino a non poterne più! :D


 
BUONA PASQUA A TUTTI
GLI AMICI DEL BLOG!

sabato 4 aprile 2020

Thelma & Louise


Titolo originale: Thelma & Louise
Nazione: USA
Anno: 1991
Genere: Drammatico
Durata: 128'
Regia: Ridley Scott
Cast: Susan Sarandon, Geena Davis, Harvey Keitel, Michael Madsen, Brad Pitt, Christopher McDonald

Trama:
Thelma e Louise sono molto amiche ma hanno due situazioni familiari tristi e senza sbocchi. Decidono di andarsene ma si trovano a commettere una serie di azioni criminose che le costringono ad una disperata fuga per la sopravvivenza e...

Commenti e recensione:
Thelma & Louise è un buddy-movie tutto al femminile, un lungo canto alla libertà, all’emancipazione femminile, all’affrancamento da ogni convenzione sociale. Eppure sarebbe riduttivo definire quest'opera una mera operazione simbolica perché questo vero e proprio cult degli anni '90, citato in ogni dove ed ormai nell'immaginario collettivo cinefilo e televisivo, possiede una carica grintosa ed amara che lo rende un'avventura trascinante ed appassionante che travalica ogni confine.
Scott fotografa la chiusura di un'epoca, la fine dell'edonismo e del superomismo degli Ottanta con un significativo ribaltamento di prospettiva di quello che, fino ad allora, era stato uno dei generi cinematografici maschili per antonomasia, creando il road movie alla Easy Riders in rosa... ed approfittando dell'occasione per infarcirlo di sequenze indimenticabili che trovano nell'epicamente amaro epilogo la miglior conclusione possibile. Nella sua tragica disperazione, il salto della Thunderbird è la metafora, esaltata da un contesto ed un sottofondo dei più suggestivi, della ricerca di riscatto contro il sistema. Attenzione però: il famoso volo e l’inquadratura ravvicinata dei due visi sorridenti, scena così memorabile da meritare, da sola, il titolo di Capolavoro, non termina; potete rivedere il film quante volte vorrete ma finirà sempre lì, in quel singolo fotogramma sospeso, l'esempio più puro di libertà di tutta la Storia del Cinema, come solo un gigante della regia poteva raccontarci!
Con la magnifica fotografia di Adrian Biddle, con cui aveva già firmato I duellanti ed Alien, Ridley Scott coglie al meglio l'immenso fascino dei paesaggi americani (veri co-protagonisti della vicenda) dei luoghi e delle loro comunità, così da rendere la fuga verso un'ideale di libertà una folle corsa che ha il sapore del Mito, raccontandoci lo sbocciare dei lati inespressi e sorprendenti delle protagoniste. Una trasformazione, o meglio un vero e proprio risveglio, che traspare perfettamente dalle straordinarie performance delle tanto belle quanto brave Geena Davis e Susan Sarandon (e pensare che erano solo "seconde scelte", dopo i rifiuti eccellenti di Goldie Hawn, Michelle Pfeiffer e Meryl Streep!), punte di diamante di un cast da grandi occasioni che include Harvey Keitel, Michael Madsen ed un giovanissimo (ed allora semisconosciuto) Brad Pitt. Se la spettacolare colonna sonora di Hans Zimmer (e B.B. Kink) accompagna perfettamente le nostre eroine, è la sceneggiatura intelligente, curata e dettagliata di Callie Khouri (che, per essere sicura che il film rispecchiasse il suo messaggio, ne curò personalmente il montaggio) a meritare, giustamente, l'Oscar. Thelma & Louise avrebbe dovuto vincere anche di più ma è il tempo che l'ha consacrato il capolavoro che è e, nel 2016, venne scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso negli Stati Uniti.
Ridley Scott ha sempre avuto quella straordinaria capacità narrativa di far provare, in prima persona, le emozioni e qui si è persino superato, scaraventando lo spettatore in una vera Odissea di senzazioni e firmando quello che è, ormai, un classico senza tempo da vedere assolutamente! :D


mercoledì 1 aprile 2020

Buon viaggio MuadDib. Grazie!

http://muaddib-sci-fi.blogspot.com/


Forse voi non seguite lo splendido blog
"L'Univers Etrange et Merveilleux du Fantastique et de la Science-Fiction"
ma io l'ho postato nell'elenco degli amici, qui a sinistra, da almeno dieci anni.
Purtroppo il bravissimo MuadDib ci ha lasciati; 
il suo lavoro continuerà, come succedeva ormai da qualche mese e su sua esplicita richiesta, sotto il controllo di Patri©k e Polo.
Un abbraccio a tutta la famiglia e buona fortuna ai nuovi moderatori.

sabato 28 marzo 2020

Il bacio della pantera


Titolo originale: Cat People
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Fantastico, Horror
Durata: 73'
Regia: Paul Schrader
Cast: Nastassja Kinski, John Heard, Malcolm McDowell, Annette O'Toole, Ruby Dee, Ed Begley Jr.

Trama:
Irena si trasferisce a New Orleans dal fratello Paul, che quasi non conosce. Irena e Paul non sono comuni mortali, dopo un rapporto sessuale si trasformano in letali felini e devono uccidere per poter tornare umani ma Oliver, curatore dello zoo locale, ignora il terribile segreto e...

Commenti e recensione:
Il bacio della pantera nasce da un binomio veramente atipico, puro frutto anni '80: Schrader-Bruckheimer. Il film è un remake del bellissimo Cat People del 1942 di Jacques Tourneur che la Universal voleva riaddattare per il pubblico moderno e, ovviamente, ripeterne gli exploit di botteghino; un progetto esclusivamente economico, quindi. In questo contesto, la scelta di affidare la produzione a Jerry Bruckheimer risulta assolutamente scontata ma chiamare Paul Schrader, un regista puramente autoriale, con le sue ossessioni meta-porno-cinematografiche? Va bene che American Gigolò, col suo faux-romantisme noir di alta classe, era stato il simbolo stesso del successo cinematografico di quegli anni ma... come conciliare due mondi creativi così diversi? Misteriosamente, la coppia funzionò benissimo!
A Schrader, almeno stando alle sue dichiarazioni, la natura di remake interessava ben poco eppure il confronto con Turner ritorna, implacabilmente, in tutte le scene chiave del film. E dove il bianco e nero, con i suoi giochi di luci e ombre, non è più applicabile, lui si scatena sui colori, sfruttando al massimo i cormatismi della nuova location di New Orleans, con pennellate improvvise di verdi e rossi densi di significati. Shrader è anche un grandissimo sceneggiatore (non dimentichiamo che firmò Taxi Driver) ed il suo tocco si esprime anche in dettagli secondarissimi eppure strepitosi come il libro di Mishima sul comodino di Oliver o le rime di Dante recitate in radio. Bruckheimer ha invece il merito di aver saputo coinvolgere Giorgio Moroder e David Bowie (Tarantino ruberà la sua canzone per una delle scene più memorabili di Bastardi senza gloria), Malcolm McDowell, così inquietante dieci anni dopo Arancia Meccanica, nonché John Bailey alla splendida fotografia. Ad entrambi, infine, va dato il merito di aver esaltato al meglio il glamour sexy del corpo acerbo e generosamente esposto della Kinski che, in quelle paludi infide e pericolose alle porte di New Orleans, è più pantera che mai.
Malgrado si possano rimarcare piccole inconcludenze nella trama e gli effetti speciali siano un po' datati, tutto è abbondantemente riscattato dalle sequenze memorabili di cui è colmo, a partire dal prologo che colpisce per le incantevoli soluzioni visive, e dalla bellezza dell'esotico viaggio onirico che racconta ed in cui lo spettatore finisce, inevitabilmente, per perdersi. Il bacio della pantera rimane un cult del cinema dell’orrore carnale ed è, tremando ad ogni ruggito, ancor oggi da vedere e rivedere! :D


lunedì 23 marzo 2020

Fitzcarraldo


Titolo originale: Fitzcarraldo
Nazione: Germania
Anno: 1981
Genere: Avventura, Drammatico
Durata: 158'
Regia: Werner Herzog
Cast: Klaus Kinski, Claudia Cardinale, José Lewgoy, Peter Berling, Salvador Godínez

Trama:
Brian Sweene Fitzgerald, noto come Fitzcarraldo nella foresta amazzonica dove vive, vuole costruire a Iquitos, proprio al centro dell'Amazzonia, il più grande teatro d'opera mai esistito e vuole Caruso ad inaugurarlo. Per farlo, è disposto a tutto: dal cercare fortuna nel commercio del caucciù fino a trascinare un battello a vapore lungo una montagna e...

Commenti e recensione:
Fitzcarraldo è uno dei film più folli mai realizzati!
Folle in primo luogo perchè ha richiesto per la sua realizzazione uno sforzo immane, esattamente come quello narrato nella storia: due morti, un numero imprecisato di feriti, quattro milioni di euro bruciati nella produzione, tre anni di lavorazione massacrante in mezzo alla giungla senza effetti speciali o CGI. In secondo luogo folle perchè a causa (o forse per merito) della sregolatezza di Kinski e di una sceneggiatura malamente abbozzata, risulta un film disunito e disomogeneo ma, proprio per la perfetta identificazione fra regista e protagonista, linguaggio cinematografico e metacinematografico, è magicamente affascinante. È grazie a questo che lo spettatore si sente partecipe dei rischi e degli sforzi che accompagnarono il personaggio e le riprese, una sensazione che si trasforma in meraviglia quando Herzog inframezza la narrazione con lunghe panoramiche su quella terra dove Dio, secondo gli indios, "deve ancora finire la sua creazione". Quando il battello scivola in mezzo alle rapide, o quando la chiglia inizia a muoversi lungo la montagna, a coinvolgere lo spettatore non è solo l’impresa di Kinski ma anche, e soprattutto, quella di Herzog che, per portarla in scena, la ripeté a sua volta in uno sforzo non meno titanico e visionario. Fitzcarraldo viene schernito, nel film, come "Il conquistatore dell'inutile" ma è Werner Herzog il destinatario della battuta; un folle che, a quarant'anni, assieme a qualche centinaio di indios trascinò per davvero un battello a vapore da un fiume all’altro, correndo rischi di ogni tipo. Ridiamo degli ideali di Fitzcarraldo e di come, nel loro assolutismo, ci dimostrano che la follia dell'uomo precedette, di gran lunga, l'inizio del viaggio ma che dire allora di Herzog, che addirittura li progettò? Il regista ammise di non essere nemmeno certo di sopravvivere agli incidenti, talora gravissimi, a cui ci fa assistere. È questa ricerca dell’autenticità che fa di Fitzcarraldo un film visionario e dell’immagine di Klaus Kinski, che solca la giungla peruviana in piedi sul ponte di un battello a vapore mentre dal grammofono canta Caruso, una scena che brilla nella nostra mente anche dopo tutti questi anni. E continuerà a lungo, perché follia e poesia sono davvero sorelle!
Tralascio volutamente un'analisi sulla splendida regia (che, tra l'altro, vinse la Palma a Cannes) perché sull'arte di Herzog si è scritto davvero di tutto; mi limito ad aggiungere, e mi perdonino i paladini di Aguirre, che qui ha raggiunto vette mai più toccate.
Fitzcarraldo è un'opera epica, sia come realizzazione cinematografica che per il suo immenso valore poetico; da vedere assolutamente! :D


domenica 15 marzo 2020

Donne amazzoni sulla luna


Titolo originale: Amazon Women on the Moon
Nazione: USA
Anno: 1987
Genere: Commedia, Comico, Grottesco
Durata: 82'
Regia: Joe Dante, Carl Gottlieb, Peter Horton, Robert K. Weiss, John Landis
Cast: Rosanna Arquette, Steve Guttenberg, Ralph Bellamy, Arsenio Hall, Sybil Danning, Griffin Dunne, Steve Forrest, Lou Jacobi, Michelle Pfeiffer, Henry Silva, B.B. King

Trama:
Venti episodi, alcuni dei quali di pochi minuti, per una parodia a raffica di tutto ciò che fa spettacolo con tendenza trash: B-movie, pubblicità, porno e così via. Mentre un anziano marito in mutande finisce dentro il televisore e si trova continuamente sbalzato da un programma all'altro, un giovanotto viene maltrattato dai suoi elettrodomestici ed una puerpera e suo marito stentano a farsi consegnare il loro bambino da uno strambo medico...

Commenti e recensione:
Girato nell'85 (ma distribuito solo nell'88 e pesantemente osteggiato dalla censura) questo film comico demenziale chiude, idealmente, il ciclo cominciato con Sherlock e proseguito con Ridere per ridere del '77. Certo qui, data la grande libertà lasciata ai registi (che useranno per sguazzare in ogni genere del cinema), ci troviamo in ambito più sperimentale. Prendendo a pretesto la programmazione fittizia di un improbabile film cult della SciFi anni cinquanta (Queen of Outer Space 1958 di Edward Bernds con Zsa Zsa Gabor, che poi rimanda al nostro titolo), il gioco è di interromperne continuamente la trama con spot pubblicitari, sedicenti cantanti soul e problemi tecnici vari, generando una ricchissima carrellata di sketch. In un periodo ancora intriso di perbenismo e bigotteria il risultato fu ovviamente un bagno di sangue epocale al botteghino, tuttavia Donne amazzoni sulla luna ha presto ottenuto la statura di cult imprescindibile presso le platee giovanili sulle due sponde dell'oceano proprio per la sua carica folle, anarchica e dissacrante, figlia delle comicità "National Lampoon's" di Landis e Harold Ramis. Numerose, ovviamente, le citazioni cinematografiche che vanno a colpire il materiale classico della Universal, casa di produzione di tutta quanta l'operazione, sia con l'episodio Il figlio dell'uomo invisibile di Carl Gottlieb che con mille altri che non elecherò per non rovinare la sorpresa. L’umorismo oscilla dalla goliardia al non sense in perfetto stile Monty Pythons, l’erotismo è proposto con quel gusto anni ’80 che non ammette timidezze e le sorprese nostalgiche abbondano (come i cammei di Henry Silva e Russ Mayer). Insomma, l’opera ripesca e ripropone in chiave pop e smaliziata, tutto quell’immaginario che gli amanti del bizzarro ben conoscono ed amano senza riserve. ^_^
Donne amazzoni purtroppo chiude anche un'epoca perché, da lì a poco, il geniale trio Zucker-Abrahams-Zucker tirerà fuori dal cilindro Una Pallottola Spuntata che, nel bene o nel male, influenzerà tutto il cinema demenziale degli anni novanta, imponendo di fatto il Leslie Nielsen-Movie e tutta una serie di epigoni che poi troveranno nuova linfa vitale con la serie Scary Movie dei Fratelli Wayans.
Attenzione, non si tratta di un vero e proprio film quanto, piuttosto, di uno scherzo cinematografico, un capriccio creativo; per goderne a pieno, bisogna stare al gioco ma, credetemi, ne vale la pena! :D


sabato 7 marzo 2020

La maschera di Zorro


Titolo originale: The Mask of Zorro
Nazione: USA
Anno: 1998
Genere: Avventura
Durata: 136'
Regia: Martin Campbell
Cast: Anthony Hopkins, Antonio Banderas, Catherine Zeta-Jones, Stuart Wilson, Maury Chaykin

Trama:
Sono trascorsi venti anni da quando Diego de la Vega combatteva a fianco del popolo contro l'oppressione spagnola. Ora, dopo una lunga prigionia e la fatica dell'età avanzata, Zorro capisce che è arrivato il momento di scegliere un successore in grado di fermare don Rafael Montero, il potente ex governatore che gli ha ucciso la moglie Esperanza, portato via la figlia Elena e...

Commenti e recensione:
Zorro, iconico personaggio creato nel 1919 da Johnston McCulley, con le sue oltre cinquanta incursioni su piccolo e grande schermo è entrato da quasi un secolo nell'immaginario collettivo e la sua maschera domina, ancora oggi, ogni festa di carnevale. Soprattutto la serie TV interpretata da Guy Williams (insieme ad Henry Calvin, fantastico sergente García) ha mantenuto vivo l'unico vero eroe spadaccino americano. Guy rimarrà per sempre nei nostri cuori (molto più del belloccio Alain Delon del '75) ma, dopo decenni, era davvero giunto il momento di aggiornarne il mito.
Impresa non facile ma Steven Spielberg, vero amante dell'Avventura con la maiuscola, decise di dare ad una nuova generazione quelle emozioni che mancavano da troppo tempo... approfittando anche del fatto che, nel frattempo, il cinema (ed i suoi finanziamenti!) era enormemente cambiato. Ne affida la regia al "bondiano" Martin Campbell (GoldenEye, Casino Royale) e, per rompere in parte con gli schemi passati e svecchiare la formula, Zorro è, per la prima volta, interpretato da uno spagnolo, nella fattispecie un sex-symbol come Antonio Banderas, a cui vengono affiancate altre star hollywoodiane quali Sir Anthony Hopkins e un'ancora poco conosciuta Catherine Zeta-Jones che, grazie al ruolo di Elena, si è guadagnata fama internazionale.
Martin Campbell sa il fatto suo e, grazie alle sue precedenti esperienze, realizza una perfetta macchina spettacolare che ibrida le più moderne soluzioni cinematografiche al gusto retrò dei gloriosi film di cappa e spada della Hollywood che fu. Dimostra anche un sincero amore per il personaggio e non ha remore a pescare, con ispirata ironia adatta sia ai grandi che ai piccini, citazioni che vanno dalla saga di 007 al mondo dei (cine)fumetti (la "tana" del primo Zorro è un chiaro omaggio alla bat-caverna) ed ancora ai romanzi immortali (Il conte di Montecristo) ed alle pellicole con Errol Flynn. Campbell trasforma addirittura Anthony Hopkins in una sorta di Obi-Wan Kenobi ed omaggia le dinamiche discepolo/allievo che hanno fatto la storia del cinema d’intrattenimento, da Guerre Stellari sino al percorso di crescita a base di arti marziali, filosofia orientale e riscatto di Karate Kid.
La sceneggiatura, che modifica in buona parte sia la genesi ma soprattutto l'ambientazione geo-politica della vicenda, sfrutta l'essenza del romanzo d'appendice mixandola coi blockbuster allora contemporanei e dà vita ad una commistione divertita e briosa che si regge saldamente sull'ottima componente tecnica e sull'eccezionale professionalità dei coreografi e delle controfigure che rendono le scene d'azione veramente avvincenti ed originali. Il tutto condito da uno spirito umoristico che dà al film quella marcia in più che ad altre pellicole (ma non alla serie di Guy Williams) è davvero mancata. Al resto ci pensa il cast: la bravura di Hopkins non è certo una sorpresa ma il magnetismo abilmente autoironico di Banderas e la fresca bellezza della Zeta-Jones, nonché la presenza di un paio di villain davvero azzeccati, fanno de La maschera di Zorro un vero gioiello del suo genere. Insomma: avventura ed ironia in un cappa e spada che miscela classico e moderno con perfetto equilibrio fino al suo fantastico finale al fulmicotone, pirotecnico mix di duelli all'arma bianca ed esplosioni.
La maschera di Zorro trascina inarrestabile lo spettatore per oltre due ore e se il senso dello spettacolo emerge prepotente nella sua ispirata regia, non si può negare che Martin Campbell sia stato anche sfacciatamente baciato dalla fortuna nella gestione di un trio di protagonisti chiaramente nati per i rispettivi ruoli.
Da vedere! :D


venerdì 21 febbraio 2020

In nome del Papa Re


Titolo originale: In nome del Papa Re
Nazione: ITA
Anno: 1977
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 105'
Regia: Luigi Magni
Cast: Nino Manfredi, Carmen Scarpitta, Carlo Bagno, Danilo Mattei, Rosalino Cellamare, Giovannella Grifeo, Salvo Randone

Trama:
Fra tre anni, a Roma entreranno i bersaglieri da Porta Pia. Donna Flaminia, madre del rivoluzionario Cesare, pur di salvare il figlio dal boia rivela a monsignor Colombo, giudice della Sacra Consulta, che è padre del ragazzo e...

Commenti e recensione:
Secondo capitolo della trilogia dedicata al potere temporale della Chiesa di Roma, In nome del Papa Re è, a mio modesto avviso, il grande capolavoro di Magni. Ispirandosi liberamente (ma con molta attenzione ai particolari) al romanzo ottocentesco "I misteri del processo Monti e Tognetti" di G. Sanvittore, Magni stesso scrisse una sceneggiatura raffinata, intelligente e fluida, da degno allievo di Age & Scarpelli. Poteva essere il classico "filmetto", rigurgito sessantottino e risorgimentale al tempo stesso con cui mammaRai ci riempie da anni le serate e, invece, è venuto un gioiello dalla vicenda drammatica ed avvincente, racchiusa in una cornice di sagace ironia, critica intelligente ed umorismo, magnificamente alternati sia nell'eccezionale interpretazione, sia nei ritmi perfettamente calibrati della narrazione. Preso come raccordo tra situazioni che si ripetono a distanza di un secolo (collegamento non abusivo come lettura in quanto le allusioni sono molteplici), il film sul piano politico magari forza un po' le analogie, forse non rendendosi conto di abbracciare posizioni assai pericolose (come quella delle rivoluzioni portate avanti con le bombe, per cui fu ferocemente criticato) ma, nell'insieme, è coerente con l'ideologia del regista e lo spirito dei tempi e, a decenni di distanza, ritengo ne possiamo apprezzare molto meglio il valore.
Questo film ha rischiato tantissimo a causa del suo personaggio principale, un bellissimo monsignor Colombo che, con la sua ricchezza, poteva facilmente egemonizzare la pellicola. Nino Manfredi è così bravo e perfettamente convincente nel ruolo di clerico dalla fede genuina e pieno di buon senso, nonché membro della Sacra Consulta, da sembrare, se non ne conoscessimo la storia personale e lavorativa, nato proprio per questa parte! È così eccezionale da mettere persino in ombra la bravura, peraltro davvero notevole, di Bagno, il fantastico perpetuo Serafino, a metà fra grillo parlante e coscienza dell'umanità semplice, che qui dimostra di essere molto di più del caratterista che credavamo. Se Magni non avesse saputo gestire al meglio la sua arte, oggi parleremo di un One-Man-Show ma, per nostra grande fortuna, con l'aiuto di Trovajoli alle musiche, un uso fantastico dei tempi e con inquadrature talvolta degne di Sergio Leone, è riuscito ad adattarsi all'eccezionale livello involontariamente imposto dal suo primo attore, con gran beneficio di tutta l'opera.
Poco importa che In nome del Papa Re abbia vinto solo qualche David e Nastro d'argento invece dei prestigiosi premi internazioniali che meritava, perché un'opera di valore si distingue a prescindere dai riconoscimenti "ufficiali".
Da rivedere assolutamente! :D


venerdì 14 febbraio 2020

Kate & Leopold


Titolo originale: Kate & Leopold
Nazione: USA
Anno: 2001
Genere: Commedia, Sentimentale
Durata: 121'
Regia: James Mangold
Cast: Hugh Jackman, Meg Ryan, Natasha Lyonne, Breckin Meyer, Liev Schreiber, Bradley Whitford

Trama:
Un esperimento scientifico mal riuscito trasporta nel presente il duca Leopold direttamente dal XIX secolo. Kate, fidanzata di uno degli scienziati, viene incaricata di occuparsi di lui mentre il team degli studiosi cerca di trovare come riportarlo indietro nel tempo; un giro turistico di New York sarà galeotto per la coppia di amanti fuori dal tempo e...

Commenti e recensione:
Kate & Leopold è una "commedia rosa" che più rosa non si può, una di quelle pellicole che fanno venire gli occhi a cuoricino, emozionare e, già che c'è, rivalutare gli uomini e le donne che ci circondano nella vita reale.
La trama, benché non nuovissima, funziona grazie all’alta dose di gag che ruota attorno al Leopold ottocentesco nella New York moderna. Certo, il trucco era semplice: una storia a dir poco improbabile e decisamente leggera ma, mettendoci attori di alto livello e con un grande appeal ad interpretare personaggi davvero ben caratterizzati, più quel minimo di romanticismo necessario ma non tanto da rendere la storia melensa, ecco che ci troviamo di fronte ad una pellicola simpatica, scandita da un buon ritmo, che ci regala più di una scena in cui si ride e che, il resto del tempo, fa sorridere. In fin dei conti, una volta ogni tanto ci si può far del bene all’animo, no?
Le battute, gli stereotipi ed i vari cliché sono perfetti, divertono quando c’è da divertire, emozionano quando c’è da emozionare, commuovono quando c’è da commuovere. Fin dal principio si fa il tifo per l'inusuale coppia creata da un diplomatico e sognatore Hugh ed una psicopatica ed intelligente Meg e se tutto funziona è proprio perché il cast non sbaglia nemmeno una volta, reggendo la scena, per ben due ore di fila, senza mai scadere nel banale o nell’ovvietà. Anche se alcuni critici hanno definito Hugh Jackman (che nessuno sapeva capace di sorridere) un "Rupert Everett di risulta", a me pare invece molto convincente, rassicurante e, purché privo di artigli d'acciaio, potenzialmente un marito perfetto. Meg Ryan torna ad essere quella quella graziosissima "fidanzata d'America" che tutti abbiamo amato e poi c’è Liev Schreiber, simpaticissimo testimone (in)volontario di una storia tanto strana quanto incredibilmente romantica. Il tutto nella splendida location del Ponte di Brooklin (che a noi italiani fa sempre venire in mente il cevingum ma tant'è...) ed avvolto in una colonna sonora giustamente premiata con il Golden Globe per Until di Sting. Insomma, James Mangold ha davvero ben realizzato, in puro stile "newyorkese", una storia coinvolgente che incolla lo spettatore allo schermo, giocando con i vari luoghi comuni sull'amore che insieme divertono ed emozionano.
È una commedia da guardare e riguardare perché non stufa mai ed è, a mio modesto parere, uno dei film più romantici di sempre.
Felice San Valentino! :D


giovedì 6 febbraio 2020

Ethel & Ernest


Titolo originale: Ethel & Ernest
Nazione: UK
Anno: 2016
Genere: Drammatico, Animazione, Slice of life
Durata: 94'
Regia: Roger Mainwood
Soggetto: Raymond Briggs

Trama:
Ethel è una cameriera che aspira a migliorare la sua condizione quando si innamora del lattaio Ernest e lo sposa, mettendo poi alla luce il piccolo Raymond. I tre vivono nella Londra degli anni Quaranta nel periodo in cui i bombardamenti tedeschi seminano il terrore in città. Mentre Raymond viene mandato al sicuro in campagna, Ethel ed Ernest cercano nella vita di tutti i giorni di fare fronte alla guerra e...

Commenti e recensione:
Ethel & Ernest è un film definito "drammatico" ma questo è vero solo nel senso più antico del termine, quando stava ad indicare genericamente "storia" (ed infatti, i tre generi classici -tragedia, commedia e satira- erano tutti sottogruppi del drama). Non c'è "drammaticità" in senso moderno (e sicuramente non c'è "tragedia"!) in questo splendido capolavoro, solo le piccole e grandi cose della vita; ed è proprio per sottolineare questo concetto che preferisco usare il più nuovo termine Slice of life, magari già presente fin dall'Ottocento ma noto, alla nostra generazione, per l'uso raffinato e spesso poetico che ne hanno fatto gli autori giapponesi, con le loro tenui storie di normalità. Storie di vita quotidiana, come ce ne sono a milioni. (Stra)ordinarie.
Raymond Briggs ha confezionato un’opera intima e preziosa che ha giustamente scalato tutti i vertici editoriali britannici e, grazie alla bravura di Roger Mainwood che l'ha traslata su pellicola, ne ha fatto un film strabiliante che tocca nel profondo per la sua purezza, sincerità e dolcezza solo narrando di due persone meravigliosamente ordinarie, i suoi genitori. Londra è guardata dalla finestra di una casa in periferia, l’occhio non si sposta mai per un secondo dal microcosmo familiare, l’affiatamento ed il legame sono illustrati e narrati con emozione ed è molto toccante osservare come la vita sociale e politica di una generazione che ha vissuto tutto il novecento venga assorbita e commentata da una coppia che, dopo anni di matrimonio e amore, sa ancora stupirsi ed apprezzare ogni piccolo gesto. Di Raymond Briggs, e della sua deliziosa grafica dal tratto eloquente ed i colori che rendono perfettamente i toni agrodolci della narrazione, ricorderete forse il bellissimo Quando soffia il vento, animato da Murakami nell'86. Come quello, anche Ethel & Ernest è per un pubblico adulto ma è sempre toccante e straordinario al contempo. Le piccole e grandi preoccupazioni e gioie sbocciano su un fertile supporto di linee e colori, di suggestioni che scaturiscono da un tratto sfocato, da un contorno appena abbozzato. Della rispettosa messa in scena dell’opera di Briggs (uno sforzo artistico ed economico che lascerà un segno nella storia dell’animazione inglese) resteranno senza dubbio i fondali accurati e minuziosi, i colori pastello, questa sorta di solare e vivace realismo da illustratore/paesaggista, ma anche i tratti tremolanti che catturano la vecchiaia malandata di Ethel e di Ernest, quella velata, pudica e pietosa trasparenza che suggerisce il dolore e la morte senza enfatiche sottolineature, in un contrasto grafico/estetico commovente, straziante ed illuminante. Ancora una volta, l’animazione di qualità si dimostra uno straordinario strumento di rappresentazione, idealmente privo di limiti e confini.
Ethel & Ernest è un inno alla tenerezza, arte viva, pura e, senza ombra di dubbio, una vera magia per gli occhi ed il cuore; da vedere assolutamente! :D

giovedì 30 gennaio 2020

Edipo re


Titolo originale: Edipo re
Nazione: ITA
Anno: 1967
Genere: Drammatico, Tragedia
Durata: 104'
Regia: Pier Paolo Pasolini
Cast: Franco Citti, Alida Valli, Carmelo Bene, Julian Beck, Silvana Mangano

Trama:
Edipo è stato allevato dal re di Corinto come un figlio ma non sa di essere un trovatello. Quando viene a conoscenza di una terribile predizione, secondo la quale egli ucciderà il proprio padre e sposerà la propria madre, fugge dalla città e arriva a Tebe ma...

Commenti e recensione:
Trovo francamente troppo forzata l'interpretazione puramente autobiografica che, in tanti, hanno voluto dare a questo film. Ovviamente c'è anche questa sfaccettatura (impossibile non riconoscere in Laio, nella sua uniforme militare, il padre dell'autore) ma è, nelle intenzioni di Pasolini, un messaggio secondario. Lo stesso rapporto madre/figlio, che avrebbe potuto sviluppare con accenti boccacceschi e dal facile ritorno di botteghino, è appena accennato e velato dall'intangibilità diafana della Mangano.
Più profonda, invece, è la lettura dell'importanza della psicanalisi nell'idea che PPP ha del mondo. Se Il Vangelo Secondo Matteo consisteva nell'analisi del binomio religione/marxismo, qui afferma esplicitamente il valore del pensiero freudiano. Dirà lui stesso, in una successiva intervista, che "le teorie di Marx e di Freud sono i due cardini su cui si muove tutta la nostra cultura occidentale moderna". Dove la filosofia marxista è, però, uno strumento attivo volto a cambiare il mondo materiale, la teoria freudiana è esclusivamente conoscitiva: essa non risolve i conflitti dell’anima, aiuta al massimo a comprenderli facendoli emergere dal pantano indistinto dell’inconscio. E qui spicca la vera grandezza artistica di Pasolini perché per primo capisce che, proprio per questa sua manifesta incolcludenza, la psicanalisi permette all'individuo di permanere nella condizione leopardiana della stasi esistenziale e del dolore, situazione ingrata ma di privilegiata superiorità e di poesia senza limiti. È il dolore di Edipo, ignaro ma pur sempre colpevole, la catarsi del mito ma è la raffinatissima eternizzazione di questo dolore, sia fisico che morale, nell'apparente immortalità del sovrano costrettoa vagare, come l'ebreo errante o il vecchio marinaio di Coleridge, fino ai giorni nostri, fino all'odierna piazza di Bologna, a declamarne il valore tragico e poetico insieme.
Da questo grande pensiero, che gli frulla per la testa già dai tempi di Accattone, è nata quella che è probabilmente la più bella intrepretazione delle tragedie di Sofocle, riuscendo come nessuno, prima di lui, a trasmettere il fascino psicanalitico, inquietante e moderno della storia di tutte le famiglie, con il figlio destinato a prendere il posto del padre e, quindi, a distruggerlo. Già questo avrebbe reso il film un capolavoro ma a Pasolini non basta perché, sottotraccia, ha perfettamente colto il vero messaggio dell'opera: riversare il concetto dell'innocente colpevolezza di Edipo sullo spettatore, non più l'antico greco ma quello moderno borghese che è inconsapevole, in termini marxisti, della natura criminale della propria condizione agiata. E se all'epoca questo venne letto come un semplice "rigurgito sessantottino", oggi, a distanza di cinquant'anni e con la giusta prospettiva, possiamo ammirarne l'intelligente filo logico che portò alle atrocità di Salò.
Questa è un'opera complessa, di altissimo valore concettuale e che richiede una notevole capacità di astrazione per poterne apprezzare appieno tutte le sfumature teoriche, ma ha un fascino innegabile che la pone tra le più alte creazioni artistiche del secolo scorso! :D

martedì 21 gennaio 2020

Hancock


Titolo originale: Hancock
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Azione, Commedia, Fantastico
Durata: 92'
Regia: Peter Berg
Cast: Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman, Jae Head, Eddie Marsan, David Mattey

Trama:
Ci sono eroi, ci sono supereroi e poi c'è lui, Hancock. È alcolizzato, impopolare, scorbutico, incurante del giudizio degli altri e provoca ingenti danni ogni volta che interviene contro il crimine. Solo Ray prova a credere in lui e...

Commenti e recensione:
"Supereroi con superproblemi" è il diktat Stan Lee ma John Hancock, supereroe del grande schermo inventato ex novo per l'occasione e cucito su misura sul divo Will Smith (bravissimo, non mi stancherò mai di dirlo!), più che ai personaggi comuni ed "indifesi" della Marvel pare avvicinarsi alla sensibilità del Superman della concorrente DC. Perché Hancock non è altro che un Superman "di colore" con la non indifferente differenza che, al contrario del suo elegante cugino dal mantello rosso, beve e si ubriaca dal mattino alla sera, insulta i ragazzini, e, goffamente, durante le sue gesta eroiche provoca più danni che benefici. Con l'opinione pubblica contro, che fare? Nel mondo d'oggi, affidarsi ad un consulente d'immagine, ovviamente!
Lo spunto da cui parte il film diretto da Peter Berg è interessante e non banale (Bob Parr de Gli Incredibili era pur sempre un piccolo borghese bianco) anche se, in effetti, ha perso qualche occasione per elaborare meglio, forse perché passa continuamente dal comico all'azione al dramma sentimentale (e tocchi talvolta anche temi molto profondi della vicenda umana). Pazienza, il risultato è comunque un film assolutamente godibile e divertente. In rete troverete mille recensioni che, unanimamente, bocciano Hancock in modo totale (c'è persino chi ha voluto leggerci un manifesto propagandistico di Scientology) ma, te guarda i casi della vita, il pubbico non è assolutamente d'accordo. ^__^
Pur ammettendo di non essere di fronte ad un capolavoro del cinema, è comunque un bel action minestrone dove la bravura di Smith, il fracasso delle esplosioni ed il contorno della vicenda (incarnato da Charlize Theron) meritano di essere apprezzati in un'ora e mezza tutte da godere, senza pretendere troppo ma lasciandosi stupire dai pregevoli effetti speciali di forte impatto visivo (dei grandi guru John Frazier e Jim Schwalm) che scandiscono il ritmo dell’azione e dai guizzi di vera intelligenza sparsi qua e là. Con lo spirito giusto, da vedere e rivalutare. :D

martedì 14 gennaio 2020

Enrico V


Titolo originale: Henry V
Nazione: UK
Anno: 1989
Genere: Drammatico, Guerra, Storico
Durata: 138'
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Kenneth Branagh, Paul Scofield, Ian Holm, Brian Blessed, Derek Jacobi, Emma Thompson

Trama:
Salito sul trono d'Inghilterra nel 1413, dopo una giovinezza trascorsa insieme ad amici scapestrati, Enrico V si dimostra subito un re saggio e moralmente rigoroso. Due anni dopo la sua ascesa al trono dichiara guerra a Carlo VI re di Francia e...

Commenti e recensione:
Nell'89 un praticamente sconosciuto ventottene mise in scena, al suo esordio e con un budget risibile, uno dei più celebri drammi storici del Bardo, cavallo di battaglia dei più acclamati attori e registi shakespeariani. Spocchia? Alla resa dei conti no, stavamo solo assistendo alla nascita di Kenneth Branagh che, con questo film, si è meritato tutti gli onori possibili.
È un'opera prima, e si vede, perché è un adattamento grezzo, sporco, talvolta incosciente e discontinuo ma, al contempo temerario, audace, disinvolto e devoto al personaggio di Enrico, trattato in tutta la sua complessità e stratificazioni, un'opera gloriosamente imprecisa, che della sua anomalia fa mirabile forma e sostanza. L'interpretazione di Branagh, ruvida, collerica, ardimentosa, completamente antitetica rispetto alla posatezza di quella di Olivier (che mi stupisco di non avervi ancora postato), si incastra con una direzione scenica degna di Welles, virtuosa e spettacolare; tale connubio rende il film una delle trasposizioni shakespeariane più originali e riuscite di sempre. Certo, poter contare su un cast di primissimo livello e grandissima professionalità (anche se la giovane Emma Thompson era, all'epoca, sua moglie), un direttore della fotografia così sensibile e Patrick Doyle a curare la colonna sonora ha senz'altro aiutato ma, per tutti, questo è e rimarrà l'Enrico di Branagh. Avrebbe avuto più successo con un budged adeguato? Magari sarebbe riuscito a salvare quel coro che, purtroppo, ha dovuto tagliare (sostituendolo però con un bravissimo Derek Jacobi nel ruolo di narratore esterno; colpo di genio registico, poi copiato nel Riccardo III di Al Pacino... che mi srupisco di non avervi ancora postato) e, forse, avrebbe potuto dedicare maggiore impegno nello "sradicare il teatro dalla pellicola" ma, nell'insieme, il suo Enrico cupo, sporco e, a tratti, ironico ma sempre intenso e vibrante l'ha portato su quell'Olimpo da cui non è (quasi) mai più ricaduto. È un film acerbo eppure, già così, è davvero ricco di momenti di grande cinema, anzi, di cinema che sostituisce il teatro: dall’irrinunciabile monologo di San Crispino alla bellissima panoramica che succede al mesto conteggio delle vittime sulle note del Non nobis, Domine; dall'impressionante e verosimile rappresentazione della guerra (fango, pioggia, stanchezza, massacro) descritta con cattiva lucidità, alla profonda introspezione del condottiero nella nebbia...
Pur con un successo di critica e di pubblico incredibili, l'Enrico V vinse "solo" l'Oscar ai costumi ma non dimentichiamo che a Branagh spettò una doppia nomina allo stesso premio, sia come miglior attore che come miglior regista. Al suo primo film! :O
Da vedere? Sicuramente. Da rivedere ed ammirare? Senza alcun dubbio! :D


mercoledì 1 gennaio 2020

Avatar - la leggenda di Aang




Titolo originale: Avatar: The Last Airbender
Nazione: USA
Anno: 2005
Genere: Animazione, Avventura, Fantastico
Durata: 24' x 61 episodi
Regia: Giancarlo Volpe, Lauren MacMullan, Dave Filoni
Sceneggiatura: Aaron Ehasz, Michael Dante DiMartino, John O'Bryan, Bryan Konietzko

Trama:
Aria, Acqua, Terra e Fuoco sono quattro nazioni legate dal destino ma l'esercito del fuoco ha brutalmente invaso gli altri e, dopo un secolo, quasi non vi è speranza di vedere cambiare il corso di questa distruzione. Solo l'Avatar, dominatore di tutti e quattro gli elementi, è in grado di riportare l'ordine ma il giovanissimo Aang dovrà imparare tanto per meritare questo titolo e...

Commenti e recensione:
Nel 2005 la Nickelodeon distribuì il risultato del mastodontico lavoro di Dante DiMartino e Konietzko e lasciò il mondo senza fiato! Era mai possibile creare una serie animata, ufficialmente "per ragazzi" ma da subito apprezzata da un pubblico vastissimo, così riuscita da essere, ancora oggi, ai primissimi posti in tutte le classifiche? E non sto parlando solo di animazione, intendo davvero "tutte" le serie TV, comprese quelle blockbuster di questi ultimi anni? Sì, perché la fantastica coppia, rapidamente coadiuvata da Aaron Ehasz, ha capito che, per fare davvero un'opera valida, era indispensabile costruire un intero mondo, esattamente come fece Tolkien.
Avatar attinge intensamente dall’arte e dalla mitologia asiatica per creare il proprio universo immaginario. Escludendo lo stile grafico del cartone, che si ispira esplicitamente alle opere di Miyazaki e della Gainax (scatenando così l'interminabile disputa sul fatto che questo sia un cartoon o un anime), la serie agglomera filosofie, religioni, miti, costumi, tradizioni e arti marziali asiatiche. Tutte le sue influenze culturali più esplicite (a parte qualche azzeccatissima strizzatina d'occhio al XX secolo occidentale) riguardano l’arte e la storia dell'oriente, dall’Induismo al Taoismo al Buddhismo ed allo Yoga in una miscela potenzialmente insostenibile ma che dà vita ad un universo coerente e vitale, grazie anche ad una bellissima e mai invasiva colonna sonora.
Ognuna delle nazioni (e qui il termine è molto preciso perché parliamo di popoli rigidamente separati) del mondo di Avatar contiene al suo interno elementi culturali di Stati asiatici diversi e specifici: la Nazione del Fuoco rispecchia maggiormente i giapponesi, il Regno della Terra (vasto e più variegato al suo interno) i cinesi della dinastia Qing, i Nomadi dell’Aria sono chiaramente tibetani mentre le Tribù dell’Acqua si rifanno al popolo Inuit. Anche gli stili di combattimento, le tecniche e le armi di lotta sono diversificate e basate sulle antiche arti marziali e ad ognuno dei domini corrisponde un determinato stile del mondo reale: il Tai Chi per il Dominio dell’acqua, lo stile Hung Gar per il Dominio della terra, lo stile Shaolin della Cina settentrionale per il Dominio del fuoco e lo stile Ba Gua Zhang per quello dell’aria. Per alcuni soggetti principali, addirittura, sono state individuate tecniche più specifiche, che meglio si adattavano alle caratteristiche del personaggio, come lo stile Chu Gar della Mantide Religiosa del Sud, che utilizza un particolare movimento dei piedi e viene utilizzato da Toph Bei Fong per compensare la sua cecità e la contraddistingue con un Dominio della Terra unico, mentre lo stile Shequan (o "pugilato del serpente") è proprio dalla principessa Azula. Questa cura per i particolari marziali ha generato alcuni tra i più bei combattimenti della storia del cinema, anche qui non solo di animazione!
Già queste prime righe basterebbero a giustificare l'importanza de La Leggenda di Aang ma il vero valore dell'opera è nella precisione con cui vengono delineati tutti i personaggi, dai più importanti, ovviamente, fino alle comparse. Di ognuno scopriamo la storia e, soprattutto per i principali, vediamo lo sviluppo e la maturazione di episodio in episodio. Più del semplice spostamento fisico da una località all'altra, quello del viaggio, inteso soprattutto come crescita interiore, è uno dei temi portanti del cartoon. La maggior parte dei personaggi è costituita da adolescenti, con un'età compresa tra i dodici ed i sedici anni e questo comporta una tempesta emotiva che la serie riesce a rappresentare con grande cura, presentandoci un campionario di sentimenti estremamente vario e realistico: ci sono coraggio, timore, senso di inadeguatezza, egoismo, amore, amicizia, orgoglio, la dicotomia tra un'inaspettata maturità e la prevedibile puerilità, tutte sensazioni che coinvolgono sia i protagonisti che gli antagonisti, non meno complessi ed affascinanti. Sì, indubbiamente i personaggi sono il punto di forza di Avatar: ognuno di essi possiede personalità e motivazioni uniche e ben costruite, talmente convincenti ed accattivanti da rendere impossibile odiare anche solo uno di essi, fosse pure il più crudele e spietato dei villain. Gli stereotipi comportamentali, per quanto presenti, sono utilizzati con criterio, in contesti che li rendono plausibili e sopportabili, senza che questo comporti il rinunciare ad una buona dose di originalità. Nel corso dei sessantuno episodi il gruppo di eroi entrerà a contatto con numerose figure molto eterogenee, traendone preziosi insegnamenti o fungendo essi stessi da ispirazione per gli altri, realizzando una continua e reciproca maturazione psicologica. Anche i rapporti che instaurano mutuamente sono brillanti e profondi.
Insomma, La Leggenda di Aang è un capolavoro sotto ogni aspetto ed è davvero un'opera di rara bellezza. Sebbene concettualmente la storia sia semplice, la sceneggiatura è realizzata così magistralmente che ogni episodio aumenta il pathos narrativo facendo sì che non ve ne sia nemmeno uno inutile, dalla prima puntata fino all'ultima scena della terza serie. Con la sua purezza di trama, world building, temi e la complessità dei suoi personaggi è una storia che parla tanto agli adulti quanto ai bambini.
Questa non è una serie "normale", non va solo guardata ma, per apprezzarne appieno la sua ricchezza, rivista più volte e, sempre, ammirata! :D






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