venerdì 18 agosto 2017

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato


Titolo originale: Willy Wonka and the Chocolate Factory
Nazione: GB
Anno: 1971
Genere: Fantastico, Musicale
Durata: 98'
Regia: Mel Stuart
Cast: Gene Wilder, Jack Albertson, Dodo Denney, Peter Ostrum, Roy Kinnear

Trama:
A Willy Wonka, proprietario di una fabbrica dolciaria, sono stati sistematicamente rubati dai concorrenti gli ingegnosi brevetti e, per un eccesso di sicurezza, da anni non permette a nessun estraneo di varcare la soglia della sua fabbrica. Un giorno viene annunciato il lancio di un concorso internazionale: le cinque persone che troveranno all'interno di una tavoletta di cioccolato "Wonka" un talloncino d'oro, saranno ammesse alla visita della fabbrica e potranno attingere gratuitamente, e per sempre, ai suoi prodotti. Tra essi c'è il piccolo, poverissimo e onesto Charlie, e...

Commenti:
A più di quarant'anni dalla sua uscita, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato rimane ancora oggi un film irresistibile, vero e proprio divertissement colorato e fantastico in cui una trama, che pur gioca sui luoghi comuni e sul classico lieto fine, riesce a regalare continue sorprese ed invenzioni visive nei cento minuti di visione. Anche senza sacrificanre l'intero costrutto alla parte musicale, le canzoni fanno da sfondo ad alcune delle scene più originali e frizzanti, particolarmente quando vedono per protagonisti i bizzarri Umpa Lumpa. Le splendide musiche di Leslie Bricusse e Anthony Newley riescono a portare in scena uno spettacolo per l’udito che, andando di pari passo con la costruzione di universi dai colori sgargianti, riesce a dare allo spettatore la sensazione di un paradiso dei sensi.
Willy Wonka è soprattutto un romanzo di formazione, che pone al centro della sua narrazione due personaggi diversi ma speculari. Da una parte il bambino povero ma dal cuore grande che, proprio a causa della situazione disagiata, è costretto a crescere prima del previsto. Dall’altra, l'industriale, un ingegnere della cioccolata che sotto i ricci candidi e il cappotto ormai iconografico, nasconde la fragilità di chi vede il proprio lavoro sgretolarsi per via dell’espansione economica e dell'illegale competitività. Entrambi, tuttavia, non rinunciano alla propria infanzia e anzi la insuguono, chi con la fantasia (o pia illusione!), chi producendo dolci e spuntini che sfidano qualsiasi legge fisica.
Mel Stuart, di cui questo film rimane l'opera più famosa di una carriera misconosciuta, adotta inventive soluzioni visive nel rappresentare i vari piani e settori in cui Willy Wonka conduce i "fortunati" visitatori, popolando le ambientazioni di avveniristici macchinari atti a creare dolciumi di impareggiabile bontà. E non si fa mancare neanche un piacevole sussulto "horror" quando la barca compie un viaggio nell'ignoto a velocità supersonica, apice massimo di un istinto psichedelico che, seppur sottotraccia, permea l'intera operazione. Operazione in cui Gene Wilder, pur non ingaggiato come prima scelta, si muove con folle e deliziosa simpatia dando vita ad uno dei personaggi simbolo della sua mai troppo lodata filmografia. Da rivedere? Senza alcun dubbio! :D


Come piccolo extra da parte mia, nella cartella troverete anche il racconto di Roald Dahl (che ha partecipato attivamente alla stesura della sceneggiatura di questo film) in formato ebook e pdf. ^__^


venerdì 11 agosto 2017

Sostiene Pereira


Titolo originale: Sostiene Pereira
Nazione: ITA
Anno: 1995
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia: Roberto Faenza
Cast: Marcello Mastroianni, Stefano Dionisi, Daniel Auteuil, Nicoletta Braschi

Trama:
Pereira è un modesto redattore della pagina culturale di un piccolo giornale di Lisbona ai tempi di Salazar. Vedovo e solo, il suo unico conforto è parlare con il ritratto della moglie; per il resto se ne sta rinchiuso tutto il giorno in una stanzetta del suo giornale, sordo a quanto gli accade intorno – la dittatura in casa, la guerra civile in Spagna – e unicamente dedito alla sua attività di traduttore. Un giorno, però, si imbatte in un giovane rivoluzionario, con un’amica anche più rivoluzionaria di lui e...

Commenti:
Il romanzo di Antonio Tabucchi (che ha collaborato alla stesura dei dialoghi) ha costituito la base del lavoro di Faenza ma le difficoltà da superare erano molte. Bisognava innanzitutto tenere conto della particolare struttura del testo letterario (con il ritorno della frase "sostiene Pereira" che segna la narrazione rinviandola a un'ipotetica dichiarazione che non esclude il verbale di polizia) e bisognava trovare il protagonista "giusto". Per il ruolo del redattore della pagina culturale del "Lisboa" nel Portogallo che si avviava quasi insensibilmente al lungo periodo buio della dittatura salazarista, era necessario un attore dall'acuta sensibilità. Non preoccupandosi delle pressioni produttive (qualcuno suggeriva il nome di Abatantuono >_<) Faenza ha trovato l'adesione di Mastroianni imponendolo in una situazione come quella italiana in cui viene ritenuto un nome che non porta più soldi al botteghino. Il grande Marcello lo ha ricompensato trovando l’ispirazione, il tono e la grazia per darci una delle più travolgenti e autobiografiche interpretazioni della sua lunga carriera! Mastroianni fa crescere sotto i nostri occhi il più bell’antieroe borghese della storia del cinema e lo trasforma, un passo alla volta, in un vero Eroe, un uomo che ha ritrovato se stesso e perfino un modello da imitare. Manco a dirlo, Mastroianni incarna alla perfezione il personaggio: rimesso, mite, imbranato, introverso, ma deciso, fermo e coraggioso quando le circostanze lo richiedono. Il lungometraggio fu anche il terzultimo del grandissimo attore, che in questo film già mostra cenni di stanchezza, alla vigilia della malattia che un paio di anni dopo ce lo porterà via per sempre. Forse i caratteri attorno, per necessità molto riassunti rispetto a quelli del romanzo, risultano spesso un po' sfocati ma li riscattano le cure con cui la regia, sorretta da tecniche sapienti (la fotografia di Blasco Giurato, le scenografie di Giantito Burchiellaro, le musiche travolgenti di Ennio Morricone), è riuscita a ricrearvi attorno non solo una splendida Lisbona anni Trenta ma tutto il sapore di un'epoca divisa fra una gioia sonnacchiosa e un'ansia segreta per i sommovimenti politici che si preparano. Esempi di cinema così puro ed elevato sono sempre più rari e a Sostiene Pereira valse un meritatissimo David di Donatello per Marcello Mastroianni come migliore attore del 1995.
Da vedere assolutamente! :D

Come piccolo extra da parte mia, nella cartella troverete anche il racconto di Tabucchi in formato ebook e pdf. ^__^


dedico questo post al carissimo
http://uppercaso.blogspot.it/
 che è riuscito a farmi avere questo
rarissimo ed introvabile DVD.

GRAZIE!!!

mercoledì 26 luglio 2017

Lassù qualcuno è impazzito 1+2


Titolo originale: The Gods Must be Crazy II
Nazione: USA
Anno: 1989
Genere: Commedia, Avventura, Comico
Durata: 100'
Regia: Jamie Uys
Cast: Nixau (N!Xau), Lena Farugia, Hans Strydom, Erick Bowen, Treasure Tshabalala, Lourens Swanepoel

Trama:
Tre storie parallele, nella lussureggiante savana africana del Kalahari, si sfiorano. Un boscimano insegue a piedi il camion degli "inavvertitamente rapitori" dei suoi due figli; la bella avvocatessa Ann Taylor, in gita aerea con un ecologo imbranato, precipita; Mateo, milite cubano, e Timi, guerrigliero dell'Unita, si catturano l'un l'altro a turno. Tre storie che si moltiplicano finché s’intrecciano indissolubilmente e...

Commenti:
Il sudafricano Jamie Uys ha firmato due tra i film più divertenti e originali di tutto il Novecento: The Gods must be crazy e questo suo bellissimo seguito. In un'ipotetica classifica si meritano entrambi sicuramente dei posti di primissimo rilievo. I due film hanno trame e storie diverse, ma sono molto simili; personalmente preferisco questo secondo episodio, forse per via dei due bambini (due fratellini) che sono irresistibili. Per entrambi, è una "folle giornata" quasi mozartiana ma ambientata in Sudafrica e in grandi spazi aperti. Jamie Uys sembra un Herzog di buon umore e in vena di scherzi, uno strano incrocio tra Walt Disney e Fitzcarraldo. Ci si diverte, tanto!, ma c’è spazio per un discorso tutt’altro che banale sul rapporto fra l’uomo e la natura, sulla guerra e sul terrorismo, e sulla follia del cemento e della fretta nelle grandi città. Al loro uscire i due film ebbero molti premi e riconoscimenti, perché fanno ridere e sanno anche essere profondi e mai banali, qualità rare.
Lassù qualcuno è impazzito, a distanza di così tanti anni, è ancora perfetto: i protagonisti principali sono probabilmente i boscimani (due fratellini spettacolari e il loro meraviglioso papà), e con loro interagiscono trafficanti, etologi e naturalisti, un soldato angolano e uno cubano, una manager d'assalto, un simpatico avventuriero e tanti altri personaggi. Uys è bravissimo a far recitare i bambini, bravo almeno, se non più, di De Sica e Comencini. In più riesce nell'impresa di far recitare persino una iena (per tacere di lucertole e scorpioni, qualche leone ed elefante ^__^). Miracoloso il montaggio, che non stanca mai pur essendo molto movimentato e ottima la sceneggiatura, con le sue inedite e sempre divertenti gags.
Piace, e molto, a tutti quelli che l’hanno visto... però mi accorgo che sono davvero pochi e che purtroppo è inutile sperare in una replica tv. Purtroppo questo film è, nella migliore delle ipotesi, classificato ed etichettato come "cult" e perciò (se va bene) lo si può trovare sui canali tematici di nicchia, magari a pagamento. Inoltre per i giorni nostri c'è troppa pelle nuda (addirittura di bambini!) e non importa se loro sono "vestiti" così da migliaia di anni: nell'ipocrisia di oggi non si può più. È un peccato, perché si tratta di film per tutti ma ormai le cose vanno così. Potete vedere una volta al mese Rambo e i film di Steven Seagal, o l'ennesima replica di Friends e di Lost, ma alcune cose sono perdute per sempre, Chaplin e Fellini compresi.
Non riuscendo in alcun modo a trovare il primo (e non fatevi ingannare dal doppio DVD della Sony: è solo in inglese (e ungherese!) con sottotitoli in italiano >_<), vi propongo questo secondo con grandissimo piacere, sperando che chiunque di voi lo veda si illumini di gioia quanto è successo a me! :D

*EDIT 07/08/2017: È con immenso piacere vi informo che N3MO è riuscito a trovare il primo episodio Ma che siamo tutti matti? e l'ha condiviso! Bravo N3MO, questo è proprio il vero spirito del filesharing! :D

DEDICO QUESTO POST A N3MO 
che ci ha fornito l'introvabile primo episodio 
Ma che siamo tutti matti?
e che, per merito suo, trovate qui sotto.
GRAZIE!!!

martedì 18 luglio 2017

The Elephant Man


Titolo originale: The Elephant Man
Nazione: GB
Anno: 1980
Genere: Drammatico
Durata: 125'
Regia: David Lynch
Cast: Anne Bancroft, John Hurt, Anthony Hopkins, John Gielgud

Trama:
A causa di una malattia molto rara che gli ha dato sembianze mostruose, il giovane John Merrick viene esposto come "uomo elefante" nel baraccone di Bytes, un alcolizzato che campa sfruttando la sua mostruosità e lo tratta come una bestia. È qui che Merrick viene scoperto dal dottor Frederick Treves, un chirurgo del London Hospital che convince Bytes a cederglielo per qualche tempo in modo da poterlo studiare e curare. Portato in ospedale e presentato a un congresso di scienziati, John si rivela ben presto agli occhi di Treves come un uomo di intelligenza superiore e di animo raffinato e sensibile ma...

Commenti:
Dopo l’esordio con il visionario Eraserhead, divenuto in breve tempo un cult del circuito underground, David Lynch sforna nel 1980 The Elephant Man, probabilmente la sua opera più riuscita e toccante, che riesce a mettere d’accordo anche i detrattori più accaniti del regista. Le sequenze oniriche e inquietanti sulle quali baserà gran parte delle sue opere successive sono qui ridotte ai minimi termini, lasciando spazio al commovente e poetico racconto della vera storia di Joseph Merrick, un uomo inglese vissuto durante l’era vittoriana e affetto dalla Sindrome di Proteo. Il ruolo del protagonista fu affidato a John Hurt, reduce dal successo di Alien, che appena un anno prima lo vide protagonista delle celeberrima sequenza del “parto” dell’alieno. Per interpretare la parte di Joseph Merrick, certamente la più importante della sua memorabile carriera, l’attore britannico fu costretto a subire estenuanti sedute di diverse ore per l’applicazione e la rimozione del trucco, al punto da essere costretto a lavorare solo a giorni alterni per preservare la propria salute. Ad affiancare John Hurt nei ruoli più importanti furono chiamati Anthony Hopkins, ancora agli inizi della propria carriera, e Anne Bancroft, in precedenza già premio Oscar per Anna dei miracoli e soprattutto indimenticabile Mrs. Robinson ne Il laureato. La triste e malinconica parabola di The Elephant Man commuove e ci fa riflettere su quanto sia potente la minaccia portata dai pregiudizi e dall’ignoranza. “Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono“, disse lo stesso Merrick più di un secolo fa, ma ancora oggi ci troviamo ogni giorno di fronte a soprusi, cattiverie e violenze scaturite da caratteristiche fisiche o caratteriali che alcune persone misere non riescono ad accettare. The Elephant Man è quindi un film che mantiene inalterata la propria forza e che potrebbe tranquillamente essere ambientato e prodotto ai giorni nostri senza vedere minimamente intaccata la propria credibilità. David Lynch non indora la pillola, mostrando tutta la crudeltà e l’ipocrisia a cui possono arrivare le persone verso ciò che è diverso dal loro piccolo e ottuso mondo. Dal punto di vista tecnico, Lynch si affida a un bianco e nero che ha la duplice funzione di trasportarci idealmente in piena età vittoriana e di farci assaporare tutta la mestizia che traspare in ogni momento della pellicola. Cast perfetto in ogni sua componente, dal tormentato John Hurt al combattivo e addolorato Anthony Hopkins, passando per una Anne Bancroft più dolce che mai. Trucchi, scenografie e costumi sono curati alla perfezione, dando modo al regista di sfruttare tutta la sua maestria dietro alla macchina da presa. La toccante colonna sonora di John Morris completa un capolavoro senza tempo, davanti al quale anche per i più duri è difficile non sciogliersi in lacrime almeno una volta. Candidato a otto premi Oscar, questa pellicola scandalosamente non ne vinse nessuno, mentre Gente comune di Robert Redford ne portò a casa ben sei; mah. A mio avviso, quando si incontra un capolavoro, bisogna definirlo tale. Poi possiamo giocare a fare i critici algidi che cercano di demolire tutto affinché dalla distruzione si possa vivere un egocentrico momento di celebrità. Oppure si può essere onesti e dire serenamente, convintamente, che The Elephant Man è uno dei capolavori della cinematografia mondiale! :D


venerdì 7 luglio 2017

Brancaleone alle crociate


Titolo originale: Brancaleone alle crociate
Nazione: Italia
Anno: 1970
Genere: Commedia
Durata: 117'
Regia: Mario Monicelli
Cast: Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Stefania Sandrelli, Beba Loncar

Trama:
In viaggio con una torma di straccioni alla conquista del Santo Sepolcro, Brancaleone da Norcia perde, in una battaglia, tutti i suoi compagni, per cui, disperato, invoca la "Morte", salvo, alla sua presenza, spaventarsi e chiedere una proroga, che gli viene concessa. Salvata la vita a un neonato, figlio di un re normanno, si rimette in cammino - con una nuova, cenciosa armata - per riportarlo al padre, partito per le Crociate e...

Commenti:
Come sempre il sequel di un successo è un grosso rischio e questo poteva facilmente scadere nella farsa gratuita, però... Sì, perché quando il "però" è grosso come un Mario Monicelli si può stare tranquilli! Certo, manca la novità della gag ma c'è una consapevolezza maggiore delle potenzialità del mondo di Brancaleone e la natura picaresca dell'avventura si avverte forte e chiara. La composizione della nuova armata, la proposizione ironica di viltà di potenti e prodezze volenterose ma disgraziate di eroi miserrandi è, in sostanza, una visione più umana dell'epica conosciuta, quasi dedita all'indulgenza verso una Storia portata avanti dai poveracci e irridente invece a chi detiene il Potere. Fuor di metafora, una commedia avventurosa in cui Vittorio Gassman ha occasione di istrioneggiare magnificamente! Anche questa volta il cast è eccellente: da citare, tanto per fare due nomi, Stefania Sandrelli strega passionale e Adolfo Celi re quasi da fumetto. Per non parlare della splendida fotografia di Alfio Contini, i cui colori creano una cornice splendida che arricchisce questo quadro d'umanità, ridicola e toccante insieme, avviata a fare i conti con la Morte che li aspetta qua e là. Rivisti nuovamente i due mitici Brancaleone, trovo sia sempre questo (sottovalutatissimo) del 1970 l'autentico capolavoro nonostante, come ho scritto prima, sconti il gap dello spunto non originale. Questo perché non mancano innesti geniali come la sequenza dell'albero degli impiccati di François Villon, i dialoghi con la morte, la strage dei seguaci del santone a zampe in su o tutta la strepitosa parte recitata in rima nell'accampamento cristiano, mirabilmente ispirata al teatro dei pupi siciliani. Apporti che vanno ad aggiungersi ad una maggior profondità del testo e dei suoi rimandi filmici da un lato (con ironiche ed efficaci citazioni di topoi bergmaniani e bunueliani) all'intensità drammaturgica dall'altro. Gode inoltre di un'infallibile precisione di tempi e ritmi (il primo capitolo soffre in tal senso di alcune cadute "o pause") e, ovviamente dell'inconfondibile e straordinario mix dei toni tragicomici, dote in cui Monicelli fu maestro insuperabile. Diciamocelo: forse anche un terzo capitolo ci sarebbe potuto stare! :D


giovedì 29 giugno 2017

L'armata Brancaleone


Titolo originale: L'armata Brancaleone
Nazione: Italia
Anno: 1966
Genere: Commedia
Durata: 120'
Regia: Mario Monicelli
Cast: Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Maria Grazia Buccella

Trama:
In sella ad un ronzino giallastro, Brancaleone da Norcia, cavaliere fanfarone e dai pochi meriti, guida un'improbabile compagnia di miserabili alla conquista del feudo di Aurocastro nelle Puglie. Sulla strada vivranno mille peripezie, tra una vedova impaziente e una verginella preda dei briganti; si uniranno alla combriccola anche l'ambiguo Teofilatto e un fabbro aspirante suicida. Una volta raggiunta la meta, dopo essere stati quasi impalati dai pirati saraceni, Brancaleone & CO si vedranno condannati al rogo come usurpatori dal vero signore del feudo ma...

Commenti:
Fortunatissima immersione della commedia all'italiana in un Medioevo cencioso ed irresistibile, L'armata Brancaleone vale come splendido compendio della poetica, delle tematiche e dello spirito più vero di Mario Monicelli. Insieme ai fidati Age & Scarpelli alla sceneggiatura, il regista firma il suo capolavoro, un'avventura di salda presa comica in cui l'invenzione farsesca si mescola alla citazione colta (si va da Cervantes al Pulci fino a Italo Calvino). All'amalgama perfetta di questi elementi, all'omogeneità dei contenuti, corrisponde una linea di racconto volutamente tortuosa, fatta di piccoli episodi, deviazioni, disequilibri e bruschi cambiamenti, in grado di restituire l'andamento di un poema cavalleresco salvo da ogni retorica o, ancora meglio, di uno spettacolo di burattini, così com'è sottolineato dai titoli di testa nelle animazioni di Emanuele Luzzati (accompagnati dall'inconfondibile musica di Carlo Rustichelli, il cui motivetto principale diventerà un vero e proprio tormentone!). Anche a livello strettamente visivo, le scenografie e i costumi di Piero Gherardi rientrano in un'organizzazione dello spazio in cui i paesaggi naturali sembrano assomigliare alle quinte di un teatrino, ad una percezione bidimensionale e stilizzata. Ugualmente irreali sono le voci di questi personaggi-pupi, mascherate, tronfie o stridule, comunque sempre falsate, veicoli di una lingua a metà tra il volgare e il latino maccheronico, in breve, diventata di culto.
È senza ombra di dubbio di fortissima risonanza la geniale interpretazione di Vittorio Gassman, che si è calato perfettamente nei panni del protagonista ma non dimentichiamo gli splendidi ruoli di Gian Maria Volonté nella parte di Teofilatto e quella di Carlo Pisacane in Abacuc.
Personaggi crudeli, saraceni che impalano i prigionieri di guerra, eserciti cristiani non migliori e che mettono al rogo i pescatori di frodo (per non parlare degli eretici!): al di sopra di tutto questo marasma fatto di sangue e morte si erge la quasi-suo-malgrado simpatica figura di Brancaleone, il quale riesce ad ottenere una forte attrattiva e tanta reminescenza... anche dopo più di 50 anni! :D


sabato 10 giugno 2017

Sogni


Titolo originale: Yume (夢)
Nazione: JAP
Anno: 1990
Genere: Fantastico
Durata: 120'
Regia: Akira Kurosawa
Cast: Akira Terao, Martin Scorsese, Mitsuko Baisho, Hisashi Igawa, Toshie Negishi

Trama:
In otto episodi un uomo ripercorre nei propri sogni, travisandoli, i momenti più salienti della sua vita e della Vita stessa. Otto brevi racconti fantastici, a metà strada tra il sogno e l’incubo: nei primi due altrettanti bambini assistono l’uno al matrimonio delle volpi, l’altro alla fioritura d’un pescheto ormai distrutto; quattro scalatori si addormentano durante una tormenta; un soldato si trova di fronte i suoi compagni morti in guerra. Protagonista degli ultimi quattro (e forse anche dei precedenti) è un uomo che si ritrova nei quadri di Van Gogh, poi alle pendici del Fujiama durante l’esplosione di una centrale nucleare, in una terra distrutta dalla radioattività delle bombe H e, infine, in un villaggio che al progresso ha preferito la tranquillità della comunione tra uomo e natura.

Commenti:
Penso sia difficile immaginare qualcosa di più giapponese di Sogni eppure pare risulti più accessibile a noi occidentali che non ai suoi conterranei; forse è perché il nostro Fellini ci ha preparati a questo genere di narrazione o perché da un secolo mangiamo pane e Freud a colazione.
L’opera sembra essere, a prima vista, una buona favola pro ecologia e contro la guerra e questa società in generale e, per alcuni tratti, è davvero molto vicina allo stile di Miyazaki (vedi “Il Demone che piange” o “Il villaggio dei mulini”, anche se per quest’ultimo si vede forte anche l'influenza di Ozu). Eppure Sogni è molto più di questo: è anche uno splendido film onirico e non può quindi essere interpretato in modo univoco come ha fatto erroneamente parte della stampa conservatrice e ideologica degli anni '90. Freud stesso faceva giustamente notare la pluralità di significato del mondo onirico e di come i sogni assumano spesso un significato molto dissimile da ciò che si svolge in modo parallelo nella vita vigile. In realtà si potrebbe dire che più che desideri di interpretazione univoca (oggi così di moda!) Yume si ingegni a suscitare emozioni legate allo stupore e al meraviglioso. C'è sì la lettura puramente "etica" e moralistica (e in quest'ottica miope, anche un po' retorica), come c'è quella dell'enigma del mondo e della cultura nipponica, una realtà davvero molto diversa dalla nostra, un mondo ricco di miti e credenze che interrogano e coinvolgono l'occidente spesso più per il piacere della differenza culturale che che per l'insolita via dei suoi misteri. Tutto vero ma c'è soprattutto, alla fin fine, il messaggio che nei sogni i meccanismi onirici di comunicazione ci accomunano appassionatamente, indipendentemente dalla matrice culturale, così come la musica e la poesia.
Questo è veramente Sogni: poesia visiva e acustica realizzata con l'arte più raffinata ed elegante di un artista ottantenne che si immedesima (con pieno diritto!) in Van Gogh. Kurosawa, nel suo tipico stile, semplice ma estremamente spettacolare e con la sua capacità di alternare toni lievi e grotteschi ad altri gravi e tragici, in un tripudio di luci e colori di cui era maestro ci trascina oltre le barriere del reale e ci lascia, a fine film, con quella dolce malinconia tipica dei risvegli dopo un bel yume. Pur non essendo realmente il suo ultimo film, questo è sicuramente il suo testamento artistico e, ammettiamolo, nessuno ha ne mai lasciato uno così bello e riuscito! :D


giovedì 25 maggio 2017

Howard e il destino del mondo


Titolo originale: Howard the Duck
Nazione: USA
Anno: 1986
Genere: Fantascienza, Avventura
Durata: 111'
Regia: Willard Huyck
Cast: Ed Gale, Tim Robbins, Lea Thompson, Jeffrey Jones, Chip Zien

Trama:
Per un imprevedibile malfunzionamento, il potentissimo spettroscopio a raggi laser del dottor Jenning rapisce al pianeta dei Paperi il papero umanoide Howard, risucchiandolo nello spazio per poi scaricarlo in un quartiere di Cleveland nell'Ohio. Per ritornare a casa, a Howard basterebbe reindirizzare il raggio della macchina ma la cosa non è così semplice perché l'esperimento ha trasformato il professore in un mostro, risvegliato le forze del male che popolano l'universo, la Terra rischia di essere invasa da una moltitudine di creature ostili e...

Commenti:
Il 1° agosto del 1986 usciva nelle sale americane "Howard e il destino del mondo", uno dei flop più clamorosi della Lucasfilm che collezionò ben sette candidature ai Razzie Awards, "vincendone" quattro! (Peggior attore esordiente -gli otto ragazzi e ragazze in costume d'anatra-, Peggiori effetti visivi, Peggior sceneggiatura e Peggior film, insieme a Under the Cherry Moon di Prince). Per dirla tutta, ancora oggi è considerato dai più uno dei peggiori film mai realizzati, eppure...
Eppure il film nel corso degli anni, e nonostante il massacro da parte della critica, si è guadagnato un seguito come pellicola di culto ed uno zoccolo duro di fan (che include anche il sottoscritto ^__^) per tanti e vari motivi.
In realtà, definire "Howard" uno dei peggiori film mai realizzati mi sembra un tantino eccessivo, soprattutto perché di film veramente brutti ce ne sono davvero a bizzeffe; il suo problema è solo che è stato venduto al pubblico sbagliato. Quello che ha stonato all'interno di un "fumettoso scenario fantastico", fino ad allora principalmente utilizzato nei film per famiglie, sono stati gli ammiccamenti ad un immaginario prettamente "adulto" (vedi la papera nuda nella vasca da bagno nell'incipit del film, il flirt tra Howard e Beverly e diverse "volgarità" ammorbidite dal doppiaggio italiano) tali da aver fatto storcere il naso a molti. Tutti elementi che invece richiamavano l'irriverenza del fumetto originale, in cui Beverly Switzler era addirittura un modella pornografica! Evidentemente alla Marvel avevano più fegato di quanto si pensi normalmente se pubblicarono questo prodotto della sottocultura americana al fianco dei vari Thor e Capitan America. La serie a fumetti alla fine pagò pegno per questa sua stravaganza in netto anticipo sui tempi con la chiusura della testata all'inizio degli anni '80.
Il film è diretto da Willard Huyck, sceneggiatore con la moglie Gloria Katz di American Graffiti e Indiana Jones e il tempio maledetto, qui alla sua quarta regia e secondo flop consecutivo dopo la commedia La miglior difesa è la fuga. Anche se, a parte alcuni elementi di base, non si tratta di una trasposizione fedele del materiale originale, deve gran parte del suo fascino alla miscela di nostalgia anni '80 e il bizzarro tentativo di raccontare le avventure di un papero alieno dall'aspetto decisamente posticcio e improbabile all'interno di uno scenario realistico. Per quanto possa sembrare disarmonico, l'effetto "Alf" prende il sopravvento e ci si ritrova a tifare per un logorroico e scorbutico "pupazzo" e amare la sua avventura che ne farà un eroe per caso. Interpretato da ben otto nani (uno più di Biancaneve!), questo papero dalle abitudini maschili (beve birra, suona il piano, piace alle donne) è ovviamente il mattatore del film ma una parola a parte va spesa per la giovane Lea Thompson, la cantante del complesso femminile Cherry Bomb. Già nota al pubblico per la sua interpretazione in Ritorno al futuro, la Thompson mostrava già allora di avere numerose frecce al suo arco (ai suoi archi? XD).
Non possono essere dimenticati gli "effetti collaterali" che ha generato questo film e che hanno un grosso peso ancora oggi. Ad esempio: quando il film si è rivelato un tale flop, Lukas è stato costretto a vendere alcuni beni di sua proprietà per rimanere a galla. Il suo amico Steve Jobs, amministratore delegato di tale "Apple Computer", offrì il suo aiuto proponendo di acquistare la divisione di animazione in CG di Lucasfilm per un prezzo ben al di sopra del valore di mercato e il Nostro, in condizioni disperate e grato per l'assistenza, accettò l'offerta. Quella divisione è diventata la Pixar Animation Studios. :O
Oltre a fare outing dichiarando tutto il mio amore per questo film così particolare, che pure richiede allo spettatore uno sforzo d'immaginazione che va ben oltre la cosiddetta "sospensione dell'incredulità" ma che solletica sia quanto c'è di adulto che quanto rimane di adolescente in noi, tengo a sottolineare che si tratta del PRIMO lungometraggio nato da un personaggio Marvel! Anche senza tutti i suoi tanti altri notevoli pregi, già questo sarebbe un ottimo motivo per rivederlo. :D

venerdì 19 maggio 2017

Come d'incanto


Titolo originale: Enchanted
Nazione: USA
Anno: 2007
Genere: Commedia
Durata: 107'
Regia: Kevin Lima
Cast: Amy Adams, Patrick Dempsey, James Marsden, Timothy Spall, Susan Sarandon, Idina Menzel

Trama:
Giselle è una principessa che viene scacciata dal magico mondo delle fiabe da una regina cattiva e finisce così proiettata nell'odierna New York. Qui sarà costretta a confrontarsi con una realtà del tutto differente che cambierà lei stessa e molti dei suoi punti di vista, compreso -soprattutto- quello sull'amore, e...

Commenti:
All'inizio, una sequenza cartoonistica a base di fiocchetti, uccellini, principe e principessa che-si-amano-cospargendo-di-melassa-lo-schermo, fa venire il dubbio di stare assistendo ad una pellicola certamente ben fatta ma adatta solo all'asilo nido. Fortunatamente lo straniamento fa parte di questa commedia e la storiellina iper-stereotipata sull'"amore e la felicità per tutta la vita" si rivela solo il prologo autoironico di un film che è sì romantico e sentimentale ma anche molto, molto divertente.
Probabilmente solo la Disney può parodiare in maniera così efficace se stessa (almeno, senza finire in tribunale! XD) ed il mondo delle fiabe da cui ha attinto a piene mani nel corso di più di sessant’anni e lo fa con un autoironia ed un eleganza davvero encomiabili, sfornando un intrigante e spassoso live-action. L'insistita autoreferenzialità non rimanda a un semplice citazionismo: Kevin Lima ripercorre, adatta e ri-contestualizza i topoi della Disney e delle favole tradizionali (l'amore impossibile, l'amicizia, l'apprendistato umano, la solidarietà animale, l'antropoformizzazione) alla luce delle nuove esigenze socio-culturali. L'effetto comico deriva così dal rovesciamento tematico dell'originale e quindi il Principe delle fiabe diventa il bersaglio principale del film per la sua fraseologia arcaica, i cliché linguistici e le parole fuori luogo, almeno a New York, che inducono la principessa alla fuga invece che al bacio. La Giselle di Amy Adams al contrario impara ad affrontare la realtà, affrancandosi dai favolismi e scoprendo la propria femminilità.
Amy Adams è davvero irresistibile, gioca davvero a fare la principessa delle fiabe esibendosi in coinvolgenti numeri musicali e sfoggiando una serie di mossettine ed una aria svanita che non può non conquistare. Accanto a lei un perfetto Patrick Dempsey che sfrutta abilmente il rodato fascino del suo dr. Shepherd di Grey’s Anatomy. Un plauso anche a Susan Sarandon che, come la Glenn Close della Carica dei 101, si mette in gioco parodiando, in un effervescente e luciferino mix, tutte le streghe/matrigne/regine del mondo delle fiabe creando una fascinosa e teatrale villain in gonnella da manuale. In ultimo, davvero ottimo il comparto sonoro, con azzeccatissimi numeri musicali (su tutti notevole la sequenza nel parco) e non ci si poteva aspettare di meno dalla bravura del mago dei musical made in Disney Alan Menken, autore, tra gli altri, de "La bella e la bestia", "Aladin" e "La sirenetta".
Qualcosa è davvero cambiato nella fabbrica di magia per eccellenza: le principesse si arrabbiano, accettando sorprese la propria sfera istintiva ed il proprio desiderio represso, senza magia e senza incantesimi. La salvezza della principessa disneyana non deriva più dagli strumenti offerti (la promessa di matrimonio) dal principio maschile (il principe) ma passa attraverso l'istituzione di un nuovo equilibrio col sesso "azzurro". E qualcosa è cambiato anche nel mondo reale se questo film ha letteralmente sbancato i botteghini, quadruplicando in poche settimane il (copioso!) budget investito! Da vedere o, per chi l'avesse scartato a priori a causa di una campagna italiana davvero sbagliata, da scoprire assolutamente! :D

venerdì 12 maggio 2017

Una poltrona per due


Titolo originale: Trading Places
Nazione: USA
Anno: 1983
Genere: Commedia
Durata: 106'
Regia: John Landis
Cast: Dan Aykroyd, Eddie Murphy, Jamie Lee Curtis, Ralph Bellamy, Don Ameche

Trama:
Due avari fratelli finanzieri, per dimostrare che è l'ambiente a fare l'uomo e non viceversa, mettono al posto di un giovane manager un mariuolo nero. Questi si abitua subito alla ricchezza e ha grande successo come uomo d'affari, mentre l'altro si degrada sempre più nei bassifondi. I fratelli hanno vinto ma i due giovani, accortisi di essere stati usati, si vendicheranno alla grande e...

Commenti:
Con le dovute proporzioni, John Landis firma il suo personale "La vita è meravigliosa" e, se lo stile è assai distante nella messa in scena da quello di Frank Capra, gli intenti non sono poi così dissimili (un uomo che perde tutto alla vigilia del Natale si trova a riconsiderare la propria esistenza) in un contesto che però ha molto altro da dire, tenendo sempre bene a mente i fattori cardine della commedia contemporanea. Il discorso sociale insito nel racconto è, seppur totalmente privo di enfasi retorica, fondamentale ai fini della visione con lo scambio delle parti dell'eterno conflitto tra "Il principe e il povero". Con queste premesse, Landis sforna quella che diventerà negli anni la comedy natalizia per antonomasia, senza strafare con le suggestioni da abete ma utilizzando il Natale come ideale cornice per ua fiaba tutt’altro che accomodante, nonostante l’inevitabile happy end. Un simile successo, anche di botteghino, non è certo il frutto di un caso: Landis parte da lontano! Questa commedia sui generis si discosta sia dalla demenzialità spinta di "Animal House" sia dall'irresistibile deriva musicale di "The Blues Brothers" che del videoclip Thriller (per non parlare del "Lupo mannaro americano a Londra") ma è un congegno a orologeria infallibile oliato fin nei minimi particolari (e forse anche oltre le intenzioni dello stesso autore): dall'ambientazione urbana ai perfetti tempi comici della sceneggiatura, dalle musiche di Elmer Bernstein (candidate all'Oscar) alle interpretazioni dei tre protagonisti in stato di grazia. Eddie murphy e Dan Aykroyd danno il meglio, più contenuto del solito il primo, davvero in forma il secondo, entrambi sfoggiano una recitazione efficace aiutati da uno script che dosa con dovizia contenuto e intrattenimento e che tratta con intelligenza un tema che nel periodo natalizio viene messo sotto i riflettori per poi dimenticarsene una volta smantellati albero, adobbi e buoni propositi. E come non riconoscere il doveroso plauso a Jamie Lee Curtis che si dimostra ancora una volta attrice dotata di un’innata vis comica, nonostante il fulgido passato da reginetta dell’horror e Scream queen anni ’80? Vederla, vestita o meno , assicura un colpo di fulmine immediato! ^__^
Pur inserito appieno nel più puro contesto anni '80, "Una poltrona per due" conserva ancora indistruttibile la propria leggerezza e freschezza e se grazie alla sua cornice natalizia, al buonismo di fondo e alla riflessione sul riscatto sociale è divenuto negli anni il classico dei classici del palinsesto televisivo italiano invernale, in realtà merita di essere rivisto in qualsiasi stagione. Anche più volte! :D

venerdì 5 maggio 2017

La notte dei generali


Titolo originale: The Night of the Generals
Nazione: UK
Anno: 1967
Genere: Giallo
Durata: 148'
Regia: Anatole Litvak
Cast: Peter O'Toole, Omar Sharif, Tom Courtenay, Philippe Noiret, Joanna Pettet, Donald Pleasence

Trama:
La sera in cui il generale Tanz arriva a Varsavia, in città viene barbaramente uccisa una prostituta; la donna era un'informatrice dei tedeschi e per questo motivo viene incaricato delle indagini il maggiore Grau. Una breve indagine presso l'autoparco del comando della Wehrmacht rivela al maggiore che la sera prima solo tre generali avevano usato l'auto per motivi non di servizio e senza dare notizie su dove avessero passato la notte: tra essi dovrebbe trovarsi l'omicida ma...

Commenti:
Tratta dall'omonimo romanzo di Hans Hellmut Kirst, "La notte dei generali" è una super produzione europea ad alto budget di quelle che non si fanno più e si discosta, coraggiosamente e in maniera significativa, dai tanti film bellici di routine sfornati negli anni '60. Ben articolato nella complessa costruzione narrativa, capace di abbracciare un ampio arco temporale, si configura come un war movie da camera in cui le scene di azione sul campo sono subordinate alla sottile analisi psicologica dei personaggi, tutti ambigui e a loro modo diabolici. Il contesto storico scorre sullo sfondo, senza preoccuparsi troppo di essere verosimile: un limite che viene giustificato dall'artificiosità di una vicenda votata alla tensione e al mystery, totalmente incentrata sulla finzione cinematografica. La presenza morbosa e ossessiva dello spettro del nazismo vive sullo schermo grazie alla magnetica presenza di Peter O'Toole (premiato con il David di Donatello), pupillo di Hitler capace di subire la Sindrome di Stendhal di fronte alla maestosità dell'arte. La mimica facciale è perfetta. Pur non scomponendosi, O'Toole ci spalanca le porte del mondo malato del generale attraverso dettagli e dissemina il film di piccoli tic nervosi che diventano avvertimenti palesi. Come se sotto sotto gridasse: "Statemi alla larga" e lo facesse chiudendo brutalmente l'occhio in un momento inadeguato, piegando di poco la bocca e serrandola, irrigidendosi. Il linguaggio del corpo dipinge splendidamente le turbe psicologiche dell'uomo in maniera onesta e spietata. Durante tutto il film serpeggia il sospetto che non stia davvero recitando! È solo in confronto a lui che Omar Sharif e Philippe Noiret risultano più scoloriti ma i "buoni", si sa, sono sempre meno affascinanti dei "cattivi". A parte la storia davvero singolare, salta all'occhio proprio perché, da bravo film di una volta, si regge praticamente sul carisma degli attori principali che vanno solo osservati con sguardo adorante perché non c'è nulla da aggiungere. La regia di Litvak non è delle più svelte e alcune divagazioni sono poco pregnanti ma nel complesso (e considerato che il film dura 2 ore e 20!) ci si può ritenere veramente soddisfatti. Memorabile l'imprevedibile ultima parte, degna d'un giallo argentiano. Da rivedere assolutamente! :D

venerdì 28 aprile 2017

1941 Allarme a Hollywood


Titolo originale: 1941
Nazione: USA
Anno: 1979
Genere: Comico, Commedia
Durata: 117'
Regia: Steven Spielberg
Cast: Dan Aykroyd, John Belushi, Ned Beatty, Christopher Lee, Toshiro Mifune

Trama:
È passata soltanto una settimana dall'attacco di Pearl Harbor e gli abitanti della California sono prossimi all'isteria. E un sottomarino giapponese infatti c'è! Comandato da un ammiraglio incapace e con la bussola impazzita, ha il compito di colpire Hollywood, scelta come simbolo della civiltà americana. Los Angeles si abbandona a ogni genere di follia mentre il sottomarino giapponese "affonda" una carroamato e...

Commenti:
Forse il film più insolito di Spielberg ma non per questo meno riuscito, anzi! Una spassosa sarabanda di vignette e personaggi (memorabile, oltre a Belushi, il generale Stack che si commuove vedendo "Dumbo" al cinema) che fila alla velocità di un Concorde in un crescendo frenetico e forsennato per poi culminare in un finale pirotecnico e catasrofico. Oltre a parodizzare l'incontenibile paranoia americana da post-Pearl Harbor (e post-qualsiasicosa), Spielberg si diverte a distruggere (letteralmente) la Hollywood patriottica ed eroica con uno stile che da lui non ci si sarebbe aspettato e che ricorda il John Landis di "The Blues Brothers". Certo oggi un po' di forza l'ha inevitabilmente persa ma è grazie ad opere così se esiste il cinema cosiddetto "demenziale". Splendide le mille citazioni e le autocitazioni (o meglio, autoparodie!) come quella iniziale di "Lo Squalo", con tanto di musica di sottofondo, o una scena poi citata dal regista ne "I predatori dell'arca perduta" (Belushi che fa il saluto militare salendo sul sottomarino). Da notare poi l'apparizione di un finto T-Rex che spaventa Loomis e Dana, quasi profetica pensando a "Jurassic Park". La verità è che si sente fortissima la mano, nella sceneggiatura, dell'accoppiata Robert Zemeckis e John Milius (che figura anche tra i produttori). Nel ricco cast hanno piccole parti anche i registi John Landis e Sam Fuller (rispettivamente il soldato impolverato cui Belushi ruba la moto e il comandante con l'immancabile sigaro), Lionel Stander (il vicino di Ward) e il ventitreenne Mickey Rourke, qui al suo debutto, nel ruolo di uno dei soldati nel carro armato che finisce in mare. Il pubblico americano dell'epoca non gradì affatto e il film si rifece solo grazie al meritato successo ottenuto in Europa. È un film, mi dicono, da amare o odiare senza mezzi termini; forse è solo che non per tutti i gusti ed è sempre un po' troppo sopra le righe (anche se dopo Tim Burton come possiamo parlare?) ma ha una sua logica delirante che merita tutto il nostro rispetto. Da rivedere... magari anche più volte all'anno! :D

giovedì 20 aprile 2017

The Boy and the Beast


Titolo originale: Bakemono no ko (バケモノの子)
Nazione: JAP
Anno: 2015
Genere: Animazione, Fantastico, Avventura
Durata: 119'
Regia: Mamoru Hosoda

Trama:
Di fronte alla prospettiva di essere affidato agli odiati zii dopo la morte della madre, Ren fugge per le strade di Shibuya finché non attira l'attenzione di un animale bipede, misterioso e parlante. Il suo nome è Kumatetsu ed è una delle Bestie (bakemono) più potenti di Jutenkai, un mondo parallelo a Shibuya e popolato solo da animali antropomorfi. Senza rimpianti per il mondo degli uomini, Ren sceglie di crescere tra quelle creature, imparando da Kumatetsu l'arte della lotta e della convivenza e...

Commenti:
Il nuovo lungometraggio di Mamoru Hosoda è il successore spirituale di Wolf Children: di quella storia riprende la metafora della bestialità contrapposta all’umanità e continua a raccontare come si cresca, come si cambi e quanto il momento della formazione possa rivoluzionare una persona. Si fa sentire un po' la scomparsa nei credits di Satoko Okudera e della sua capacità di affidarsi al non detto mentre qui, se proprio vogliamo trovarci un difetto, ogni cosa viene enunciata. Personalmente, a parte i primi due miniuti, non ne sono stato per nulla distrubato ma è stata la critica comune a tutti i censori e come tale ve la giro. Detto questo, però, Bakemono no ko da guardare è un vero piacere! Hosoda conferma di avere un occhio incredibile per l’azione e per le gag fisiche: quando muove i personaggi riesce sempre ad impressionare, colpire o far ridere lo spettatore. Spettacolari i combattimenti tra mostri, che fanno veramente percepire la potenza di queste creature, così come sono meravigliose le catastrofiche sequenze finali ambientate nell’umana Tokyo. Che dire poi dei reparti artistici? Siamo di fronte a una delle più belle animazioni di sempre e di scenografie tali da meritare l'esposizione in musei; questo è miele per gli occhi! Grazie alla strepitosa regia che, facendo uso di soggettive e seguendo da vicino i protagonisti, riesce a catapultarci nel pieno della vicenda facendoci immedesimare con lo stesso Kyuta, The Boy and the Beast è un’avventura emozionante e coinvolgente e, con la sua strana coppia di protagonisti, riesce sia a divertire che a commuovere. Impossibile non rimanere affascinati dalla storia (leggenda?) in cui si viene immersi e, alla fine del film, si gode sempre quella meravigliosa sensazione come di risveglio da un bel sogno. Da vedere assolutamente! :D

domenica 9 aprile 2017

L'âge d'or


Titolo originale: L'âge d'or
Nazione: Francia
Anno: 1930
Genere: Fantastico
Durata: 65'
Regia: Luis Buñuel
Cast: Gaston Modot, Lya Lys, Max Ernest, Pierre Prévert, José Llorens Artigas, Germaine Noizet

Trama:
Data l'assenza di continuità narrativa, indivituare una trama in L'Age d'or è, volutamente!, impossibile. Eppure è più articolato del "Chien andolou": si possono individuare un prologo, un epilogo e un filo conduttore (l'amore folle tra due amanti separati dalle convenzioni) e tanto deve bastarci. ^__^

Commenti:
In realtà, malgrado quanto ho scritto nella trama, L'âge d'or presenta molti episodi apparentemente slegati ma probabilmente meno di quanto sembri in un primo momento. Il prologo e l’epilogo hanno un legame interno abbastanza chiaro mentre, nonostante le incongruenze di tempo e di luogo, tipiche del cinema surrealista che fa del delirio paranoico la cifra dell’indagine (sic! Definizione di Dalì), il corpo del film è intriso dei temi che il regista successivamente svilupperà per tutta la sua produzione. Forse è proprio per questa mancanza di assoluta cripticità, tipica del Chien andalou, che L'età dell'oro è meno famoso del suo illustre predecessore. A torto, perché L'âge d'or ha rappresentato in pratica l'inizio e la fine del cinema surrealista. Nessuno provò a continuare sulla strada indicata da Buñuel, visto che la società dell'epoca non era pronta a recepire un messaggio così forte e rivoluzionario. Fu proiettato per soli sei giorni allo Studio 28 di Parigi e infine fu bersaglio di un'incursione di squadristi di destra che lo devastarono. Lo stesso Visconte di Noailles, finanziatore del film, rischiò la scomunica. Pochi giorni dopo l'assalto il prefetto Chiappe ne vietò la proiezione e lo si potè rivedere soltanto nel 1950 a New York e nel 1951 a Parigi. Buñuel pagò cara questa sua scelta, restando fuori dal grande cinema fino agli anni '60. Non si pentì però mai e seguitò, con una certa modestia e molta coerenza, la sua missione etica di mostrare le verità scomode e nascoste dell'animo e del mondo umano.
L’Età dell’Oro del titolo è forse la vera innovazione rispetto a Un chien andalou. Strano a dirsi, ed ancora più complesso da spiegare, l’Età in questione è apparentemente inesistente nell’ambito del film. Tutte le epoche, le età evocate e messe in scena sono segnate da ambiguità e negatività. Lo sviluppo, il progresso dell’intero mondo occidentale appare profondamente influenzato da questa insensata negatività. Atraverso il salto logico del sarcasmo surrealista, il contrappunto del titolo diventa l'elemento unificatore di una logica ribaltata in cui l’Età dell’Oro, o quella che dovrebbe essere considerata tale, è una Belle Epoque agli sgoccioli, fatta di dialoghi crudelmente insensati (“Oh, che gioia, che gioia aver assassinato i nostri figli”) e soprattutto di una ancor più crudele carica eversiva nei confronti dell’ordine sociale. Violenza ed Eros sembrano essere, per Buñuel e Dalì, non solo alla base dello sviluppo del pensiero e della società occidentale ma anche, ironicamente, gli elementi che legano tra di loro la Storia e l’evoluzione umana, come se fossero frammenti e spezzoni di un film allucinato. L’irrisione e il rovesciamento dei valori diffusi pervade ogni singola inquadratura e culmina nello sberleffo finale alla religione. Il Duca di Blangis, protagonista di De Sasde celebre per le sue orge e la sua misoginia, ha qui le inconfondibili fattezze di un Cristo depravato e lussurioso che, invece di salvare i bisognosi, sferra loro il colpo di grazia come il più feroce degli scorpioni.
Questo è un capolavoro da non perdere assolutamente! :D



Oggi abbiamo doppiato la boa dei
quattro milioni di visualizzazioni.
Sembra incredibile!
I
o ho fatto la mia parte ma è merito vostro se, insieme,
abbiamo raggiunto questo risultato.

 

GRAZIE!!!



lunedì 3 aprile 2017

Krull


Titolo originale: Krull
Nazione: USA
Anno: 1983
Genere: Avventura, Fantasy
Durata: 117'
Regia: Peter Yates
Cast: Ken Marshall, Lysette Anthony, Freddie Jones, Francesca Annis, Alun Armstrong, Dicken Ashworth, Liam Neeson
Trama:
La principessa viene rapita alla vigilia delle nozze dai feroci Massacratori ma il quasi sposo, l'intrepido principe Collwyn, non sopporta l'affronto e si mette alla ricerca, a capo di un piccolo gruppo di mercenari e falliti. La ritrova prigioniera di un mostro in un castello infernale e...

Commenti:
La sfortuna di questo film, al tempo in cui uscì nelle sale, fu quella di doversi confrontare con l'attesissimo "Il ritorno dello Jedi" che ovviamente stravinse al botteghino la gara degli incassi. Eppure Peter Yates è un regista capace di creare film coinvolgenti e, a parte qualche passo falso, "Krull" è una bella incursione nel fantasy che si vede con molto piacere, ricco com'è di belle trovate e di una storia debitrice delle favole classiche come "La bella addormentata nel bosco"e film di fantascenza come "Guerre Stellari". A pensarci, dopotutto anche "La Cosa" di Carpenter fu un floppone quindi non è poi così grave (almeno per noi spettatori ^__^).
Krull è una gran bella pellicola in ogni sua componente: dall'ambientazione magica agli effetti speciali (di certo non eccelsi oggi ma più che dignitosi per l'epoca), ai personaggi molto azzeccati e di cui durante il lungo ed impervio viaggio lo spettatore non può far altro che affezzionarcisi. La trama è intensa e coinvolgente, a tratti onirica e, nonostante sia a volte molto ingenua, quasi "naif", alla fin fine è perfettamente adatta al contesto del film. Che bello che era quel cinema fantasy anni '80 di cui questo è un ottimo esempio!
Krull è anche uno strana commistione di generi: il Mostro è chiaramente una creatura aliena, le armi "laser", le allusioni fatte da alcuni personaggi e la Fortezza Nera stessa (che pur essendo chiaramene magica e dall'aspetto di una montagna è, a tutti i fini pratici, un'astronave) fanno chiaramente intendere che si sia ben consapevoli dell'esistenza di altri pianeti abitati e di vita extraterrestre. Nell'Universo di Krull sembrano pacificamente coesistere, in un raffinato mix, magia e fantascienza, un po' come in He-Man sebbene in quest'ultimo sia molto esplicito mentre in Krull viene più che altro suggerito. Ammirevole il mitico Glaive, tipica "arma salvatutto" che, occasione più unica che rara, non è la classica classica spada o qualcosa di altrettanto convenzionale (anche se ci si può tagliare un dito se lo si impugna male XD). Una menzione particolare va fatta alle scenografie degli interni della Fortezza Nera, con il suo design alieno e molto organico ma allo stesso tempo artificiale. Questo e come il Mostro sia in grado di modificarne la struttura a piacimento lascia lo spettatore nel gustoso dubbio: si tratta solo di bizzarra architettura oppure per tutto il tempo non si è sempre vagato all'interno di parte del Mostro stesso?
Il ritmo del film è buono e raramente ha tempi morti perché, quando l'azione cala, viene sempre rivelato qualche interessante dettaglio sulla storia di questo o di quel personaggio, sul Mostro oppure su Krull stesso. I combattimenti riescono ad intrattenere, non sono niente di speciale ma godibilissimi, e la musica di James Horner è davvero ottima. Nell'insieme si tratta di un film da rivedere con lo spirito giusto e, sicuramente, da rivalutare! :D

martedì 28 marzo 2017

Le fate ignoranti


Titolo originale: Le fate ignoranti
Nazione: Italia
Anno: 2001
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia: Ferzan Özpetek
Cast: Margherita Buy, Stefano Accorsi, Andrea Renzi, Gabriel Garko, Filippo Nigro

Trama:
Antonia e Massimo sono sposati da più di dieci anni, vivono in una bella villetta nella periferia residenziale di Roma e sono una coppia felice. Massimo muore all'improvviso in un incidente di macchina. Antonia sprofonda in un lutto totale, assistita dalla madre Veronica e dalla domestica filippina Nora. Antonia non riesce a riprendersi, non va a lavoro, trascura le amiche e le colleghe, si chiude nel suo dolore. Finchè non scopre per caso che Massimo aveva da sette anni un'amante. Le indagini per scoprire chi fosse costringono Antonia ad uscire dal suo guscio di dolore. Tramite l'unica traccia di un cognome e di un indirizzo, Antonia riesce ad arrivare a casa dell'amante di suo marito, che vive in un quartiere popolare della città e scopre che non è un'altra donna...

Commenti:
Tra tutte le opere di Ferzan Özpetek, "Le fate ignoranti" è sicuramente quella che meglio sintetizza la poliedrica poetica del cineasta turco naturalizzato italiano. Da sempre votato all’esplorazione degli aspetti più reconditi dei sentimenti umani, Özpetek è riuscito a racchiudere nei 105 minuti di questa magica pellicola tutto ciò che si può nascondere dietro alla parola amore, un concetto libero da qualunque vincolo legato all’orientamento sessuale. Tante le domande alle quali il regista si accosta, suggerendo con sublime delicatezza alcune delle possibili risposte: conosciamo davvero la persona che ci sta accanto? Perché amiamo l’uomo o la donna che abbiamo scelto? E, soprattutto, è possibile abbandonare le invisibili quanto rigide sovrastrutture che la società impone e abbandonarsi davvero al sentimento, qualunque forma esso assuma?
In un perfetto gioco di specchi ed incastri ecco il potere del riverbero della freccia di cupido, capace di rimbalzare e trafiggere i cuori nel più sorprendente ed autentico dei modi: attraverso l’affinità elettiva, una forza pari a quella di un gigantesco magnete ma le cui possibili implicazioni finiscono spesso per sommergere il vero amore sotto la coltre inconscia ed inclemente del Super-Io, severissimo custode del codice morale. E ci è voluta tutta una grandissima Margherita Buy per mostrarcene ogni sua sfaccettatura!
"Le fate ignoranti" non è perfetto, sospeso in equilibrio delicato tra la commedia di tutti i giorni e la sofferenza sottile che si nasconde dietro i sorrisi e le battute amare. Anche imperfetto, però, con toni che a volte sfiorano l'abisso soap nel quale è sprofondato il cinema italiano, è un film vivo. Vivo del suo vero amore per i suoi personaggi, della voglia non di giustificarli ma di capirli, delle sfumature dell'anima alle quali arriva. È anche un film coraggioso. Non tanto per il coraggio di mettere al centro della scena i "diversi" ma soprattutto quello di prendersi i suoi tempi: i tempi delle pause addolorate e silenziose, degli sguardi della Buy persi nel vuoto, nel fiume e nel ricordo, i tempi necessari a una profuga per passare dal buonsenso casalingo alla malinconia, quelli capaci di trasformare una terrazza in un "luogo" narrativo e di rendere plausibili maturazioni e cambiamenti. È un film assolutamente da rivedere! :D

martedì 14 marzo 2017

Always - Per sempre


Titolo originale: Always
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Commedia, Fantastico
Durata: 121'
Regia: Steven Spielberg
Cast: Richard Dreyfuss, Holly Hunter, Brad Johnson, John Goodman, Audrey Hepburn

Trama:
Pete è un pilota addetto allo spegnimento degli incendi nelle foreste. Nel corso di una missione muore per un incidente, lasciando nella disperazione la fidanzata Dorinda. Una volta in cielo, accetta di fare da angelo custode all'amico Ted, non solo per trasmettergli la sua esperienza ma anche per aiutarlo a conquistare Dorinda.

Commenti:
Tra commedia e melodramma, Spielberg firma uno dei suoi film più accorati: una storia d'amore che va oltre i limiti terreni imposti dalla morte. Pur essendo il remake di un film del '43 ("Joe e il pilota" con un indimenticato Spencer Tracy) e mantenendo sostanzialmente inalterata la prevedibilissima trama, Spielberg riesce a personalizzarlo giusto quanto basta per realizzare un gioiellino senza tempo. Dai suoi detrattori è stato definito "stupido" e probabilmente è vero ma, a mio avviso, nell'accezione più affettuosa, come si dà dello stupido a qualcuno che si ama. Dopo sui primi quaranta minuti assolutamente strepitosi, sia tecnicamente che attorialmente (i battibecchi amorosi tra quel sornione di Dreyfuss e la bravissima -fin troppo!- Holly Hunter; la colorita caratterizzazione dei personaggi di contorno; l'efficacia delle riprese aeree e degli effetti speciali nel sorvolo a bassa quota dei boschi in fiamme; qualche momento magico nell'uso della luce e del colore...), il ritmo cala leggermente e diventa più profondo. Forse è per questo che il pubblico di allora rimase spiazzato e, alla fine, ne decretò il flop di botteghino. Sarò troppo superficiale o forse i tempi, anche cinematografici, sono cambiati ma rivedendo "Always" mi sono commosso come per il miglior Frank Capra e questo è un complimento raro.
A proposito: è anche l'ultima apparizione sullo schermo di Audrey Hepburn, quindi è ancora più imperdibile! :D

domenica 5 marzo 2017

Cotton Club


Titolo originale: The Cotton Club
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Commedia, Drammatico, Musicale
Durata: 127'
Regia: Francis Ford Coppola
Cast: Richard Gere, Diane Lane, Gregory Hines, Nicolas Cage, Bob Hoskins

Trama:
Dixie Dwyer, un cornettista jazz, salva la vita a Dutch Schultz, boss degli anni ruggenti di New York e per questo motivo diventa il suo pupillo. Il potente olandese fa quindi assumere il giovane musicista presso un famoso locale notturno, il "Cotton Club" gestito da un altro capo mafia, Owney Madden. Dutch ha anche un'amante, la bella Vera. Presto Dixie emigra sulla West Coast, diventa famoso a Hollywood e torna ricco e famoso. Tra lui e Vera accade l'inevitabile. Tutto ruota intorno a un locale leggendario: il "Cotton Club".

Commenti:
Scritto da Mario Puzo e diretto all'ultimo minuto da Francis Ford Coppola, che inizialmente doveva occuparsi solo della sceneggiatura, Cotton Club è un lussuoso ed elegante omaggio alla grande epoca dello swing-jazz, ricostruita in chiave volutamente sfarzosa ed estetizzante. I balletti di Gregory Hines, gli assoli di cornetta del protagonista (eseguiti davvero da Richard Gere, tanto per dimostrare quanto vengono preparati bene gli attori USA!) e gli show musicali basati sulle note dei grandi artisti che fecero la storia del locale (Duke Ellington, Cab Calloway, Louis Armstrong) rappresentano la vera anima pulsante del film. Impossibile non lasciarsi andare come di fronte a un entusiasmante concerto jazz. Sceneggiatura, soggetto (non certo nuovo) e attori, anche se meritevoli, rimangono in un ruolo ancillare rispetto alla componente musicale, vera protagonista del film. Il cantante Tom Waits interpreta un piccolo cameo nella parte di Irving Stark. È proprio grazie a questo film che il jazz, dopo gli anni della contestazione e del "rifiuto del vecchio", torna a pieno titolo nella settima arte.
Eppure, in tutto questo, meritano un plauso speciale anche le scenografie e i costumi: le ricostruzioni d’abbigliamento e d’ambiente sono di strepitoso livello e ogni personaggio è meravigliosamente caratterizzato prim’ancora che dalle azioni, dai suoi vestiti. Flop al botteghino (il film costò 58 milioni di dollari e ne guadagnò poco meno di 30), fu tuttavia giustamente, per una volta, apprezzato dalla critica e merita davvero di essere rivalutato! :D

venerdì 24 febbraio 2017

Il fiuto di Sherlock Holmes


Titolo originale: Meitantei Holmes (名探偵ホームズ)
Nazione: Giappone, Italia
Anno: 1984
Genere: Animazione, Azione, Mistero, Poliziesco
Durata: 25' a episodio - 26 episodi
Regia: Hayao Miyazak, Kyōsuke Mikuriya

Trama:
Il segugio Sherlock Holmes, con la sua immancabile pipa e berretto caratteristico, con l’aiuto del fidato amico, il dottor Watson, risolve casi di cronaca che mettono in crisi la stessa Scotland Yard. Deve inoltre confrontarsi con il professor Moriarty, ladro e farabutto che, con l’aiuto dei suoi due scagnozzi, riesce a mettere sempre in scacco l’ispettore Lestrade... Ma non il fiuto del grande Holmes!

Commenti:
Ci fu un periodo in cui l'animazione in Italia era di altissimo livello, sia creativo che imprenditoriale. Da quell'età dell'oro nacque una delle rarissime, e più riuscite, cooproduzioni occidentali con il Giappone e, nello specifico, tra la Rai e Tokyo Movie Shinsha. Sì, in quei tempi remoti MammaRai era persino capace di tanto!
All'inizio dell'81 nella Rever (l'ex Pagot Film, storica casa di animazione dei fratelli Nino e Toni Pagot e creatrice di Calimero, Jo Condor, Grisù e tanto altro) Marco Pagot immagina un personaggio tutto nuovo di Sherlock Homles e per realizzarlo mette gli occhi su un "giovane e promettente regista giapponese" di cui aveva ammirato, pochi anni prima, la serie televisiva "Conan ragazzo del futuro" e il lungometraggio "Lupin III: il Castello di Cagliostro": l'allora poco noto, soprattutto da noi, Hayao Miyazaki. La Tokyo Movie Shinsha era conosciuta, in Italia, solo per Lupin III ma aveva già al suo attivo produzioni che, nel giro di qualche anno, sarebbero diventati veri e propri cult, uno per tutti "Lady Oscar". Stimolata da una così prestigiosa partnership, la Rever si tuffa nella preproduzione, incaricandosi di realizzare il design dei personaggi. Nel frattempo a Tokyo comincia l’elaborazione dello storyboard, naturalmente affidato a Miyazaki.
Miyazaki doveva essere un discreto precisino (leggi: rompiscatole ^_^) già all'epoca perché, pur mantenendo in buona sostanza le idee di Marco, le stravolge su alcuni punti non secondari, come il personaggio di Mrs Hudson, più simile alle ragazze forti che caratterizzano tutta la sua opera che non alla vecchina in grembiule prevista nella prima stesura. Impone inoltre un numero esorbitante di lucidi (e quindi aumento di costi) che è tipico di tutta la sua produzione maniacale e che ha fatto la fama di tutte le sue opere.
I primi quattro episodi, e buona parte dei due successici, è pronta quando sul progetto si abbatte lo Stop da parte degli eredi inglesi di Conan Doyle. E tutto si ferma.
Due anni dopo, un già affermato Miyazaki porta nelle sale il suo primo capolavoro, Nausicaä. Al film si accompagna un mediometraggio in due episodi dal titolo "Meitantei Hoomuzu", una piacevole storia per bambini popolata da simpatici cani umanizzati, con protagonista l’investigatore Holmes ed con un curioso avviso nei titoli di testa: "questo film non ha nulla a che fare con lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle". L'indomita principessa della Valle del Vento fa letteralmente da traino al nostro arguto cane detective e, colmo della fortuna, contemporaneamente si risolve la vertenza con gli eredi di Doyle.
È il momento di cavalcare l’onda! L’entusiasmo convince la TMS a riaprire il cantiere sull’opera incompiuta. Certo, Miyazaki si è messo in proprio, non fa più parte dello staff, ma restano i suoi lavori preparatori; così le due puntate interrotte nel 1982 vengono completate e, in poco più di sette mesi sotto la regia di Kyōsuke Mikuriya, se ne aggiungono altre 20 realizzate partendo dagli storyboard originali. Col titolo definitivo di Meitantei Hoomuzu ("il grande investigatore Holmes", semplicemente Sherlock Holmes in Italia), nel novembre del 1984 la serie in 26 episodi esordisce sui teleschermi, trasmessa in contemporanea dalla TV Asahi in Giappone e da Rai Uno in Italia.
Da questo momento in poi, il destino assegna alla serie due parabole separate: mentre in Giappone si conferma tutto l’interesse già manifestato al cinema e poi rinnovato per anni, in Italia viene accolta molto distrattamente perché MammaRai aveva dei bei difetti anche allora: dopo tanto sforzo, si inventa infatti una disastrosa collocazione in palinsesto dove ogni episodio viene "spezzato" in quattro parti da 5 minuti ciascuna, tanto che sono necessari 4 giorni per vedere la fine di ogni puntata! Per chi, come il sottoscritto, ha vissuto quell'esperienza, più che un trauma fu un Tavor!
Ci sono voluti decenni, e la potenza dell'Home Video, perché si riscoprisse questo gioiello, se ne apprezzassero le qualità tecniche e narrative e lo strepitoso doppiaggio che lo rende ancora migliore dell'originale (che purtroppo non potrete sentire perché i DVD di Yamato non hanno la traccia giapponese >_<). Il doppiaggio italiano merita una nota ed un tributo a parte e, in particolare, il Moriarty di Mauro Bosco. Tutti i personaggi parlano in un italiano impeccabile ma lui no; lui non solo parla in un piemontese stretto da far invidia a certi filmati di Paperissima ma pare proprio essere torinese: di Torino centro, tant’é che se ne esce di continuo con il famoso intercalare "né?" e con discorsi sulla menta, apparentemente tanto cara ai Piemontesi (come non citare il ricorrente "Porca Ménta"?), sulla Polenta o su altro materiale non prettamente inglese. Ascoltare l'originale senza la sua voce è come vedere Stanlio in inglese: vale meno della metà! Proprio a Moriarty e ai suoi due incapaci aiutanti, Todd il tarchiato e Smiley lo smilzo, sono affidati i siparietti comici: avete presente il Trio Drombo? Uguale! XD
Dal punto di vista tecnico, Sherlock Holmes è una serie di gran lunga superiore agli standard dell’epoca (i passaggi cinematografici lo testimoniao), tanto da reggere tranquillamente il confronto con i prodotti odierni. L’animazione è molto fluida e supporta egregiamente i ritmi spesso serrati. Le ambientazioni sono sontuose, i fondali curati, il design dei personaggi è gradevole e delicato, e quello meccanico rispetta certe linee "protoindustriali" che gli estimatori di Miyazaki ben conoscono, qui perfettamente inserite nel contesto storico Edoardiano (un poco più recente rispetto ai racconti di Doyle). Il Maestro è sempre stato affascinato dalle prime macchine, dalle suggestioni pionieristiche, gli stili, i design che caratterizzarono gli albori della tecnologia, in special modo per ciò che riguarda l’aviazione e il tema è ricorrente anche qui, dove certe scene possono considerarsi una sorta di preludio a Porco Rosso. In conclusione (ma solo perché ho già scritto troppo!), Sherlock Holmes è un cartone molto curato, dai toni leggeri, spettacolare ma composto, divertente ed educato. Niente violenza se si eccettua qualche scazzottata qua e là e comunque all’insegna della comicità più docile; i buoni vincono sempre e i cattivi non muoiono mai, anche perché, in fin dei conti, si tratta di cattivi simpatici. Puro Miyazaki ma made in Italy! :D

venerdì 3 febbraio 2017

Un chien andalou


Titolo originale: Un chien andalou
Nazione: FRA
Anno: 1929
Genere: Cortometraggio, Fantastico
Durata: 16'
Regia: Luis Buñuel
Cast: Simone Mareuil, Pierre Batcheff, Luis Buñuel, Salvador Dalí, Robert Hommet

Trama:
No, non ci provo neanche! ^__^
Non c'è una "trama" ma solo insinuazioni, associazioni mentali, allusioni; non c'è una logica, tranne quella dell'inconscio, del sogno e del desiderio.

Commenti:
Su questo film, tra i più celebri, misteriosi e impressionanti della storia del cinema, la cui brevità contribuisce ad accrescerne l'indecifrabilità, sono state azzardate interpretazioni e spiegazioni di ogni tipo, la maggior parte delle quali assolutamente insufficienti. Questo perché, sebbene l'opera nasca come un intento di liberazione dal controllo razionale, è impossibile non porsi delle domande davanti a questa pellicola e tentare di trovarvi un significato. Si è detto che si tratta di un film "surrealista", come se questo spiegasse tutto; che è basato su un sogno; che mescola idee di Buñuel e di Salvador Dalí; che è stato "costruito" in fase di montaggio. Simili spiegazioni possono anche essere utili ma non esauriscono il film né tantomeno incrinano la sua ambiguità essenziale.
"Un chien andalou" si apre proprio con il sogno di Buñuel: una nuvola lunga e sottile taglia la luna e l'occhio che la guarda. Da molti critici questa sequenza, una delle più celebri della storia del cinema, è stata interpretata come l'invito allo spettatore a guardare ciò che seguirà in maniera del tutto diversa rispetto alle consuete abitudini. Personalmente, invece, vedo in questa scena la rappresentazione surreale e onirica delle due azioni fondamentali per un regista: guardare e tagliare. Oltre al desiderio di sconvolgere ogni possibile spettatore, come ordinato dal profeta Breton.
In realtà, ogni sequenza si presta, proprio perché difficile da comprendere, ad innumerevoli interpretazioni ma nei sedici minuti in cui si dipana la pellicola è tuttavia possibile rintracciare tutti i perni tematici della filmografia di Buñuel: l'anticlericalismo, le pulsioni sessuali de "l'amour fou" e la critica alla classe borghese. Evidenti, inoltre, sono gli omaggi al regista americano Buster Keaton ed al pittore Renè Magritte. Cioé, "evidenti" se si ha la giusta cultura. ^__^
Come per tutto il surrealismo, si può fare riferimento all'approccio freudiano per analizzare il film come si fa con i sogni, visto che proprio di sogni si stratta. Eppure questo non permette neppure di spiegare il titolo dell'opera, figuriamoci la sua interezza! Già, perché "Un chien andalou"? In tutto il film non è presente nemmeno un cane, ci sono degli asini ma nessun cane, men che meno uno andaluso! Surrealismo al quadrato: riconoscendosi nel titolo Garcia Lorca lo considerò un insulto personale e tolse il saluto a Buñuel. In effetti ci sono (o possono essere?) diversi riferimenti alle sue poesie ma quella reazione è comprensibile solo nel contesto del primo gruppo surrealista di Parigi. Io ho sempre trovato il risentimento di Lorca infantile e, nella sua naïveté, commuovente.
L'enorme mole di richiami, riferimenti e citazioni presenti nel film, a prescindere dalla chiave di lettura che si vuole utilizzare per interpretarlo, pone inevitabilmente un quesito: Dalì e Buñuel, affermando che la sceneggiatura sia priva di riferimenti di tipo razionale ci prendono volutamente in giro? Perché se così non fosse, se i due artisti l'hanno effettivamente scritta affidandosi esclusivamente alla scrittura automatica, è lecito chiedersi se razionale e irrazionale siano così lontani e se il confine che li separa, se c'è, sia realmente distinguibile...
La verità è che è difficile accettare in un film ciò che si è disposti ad ammettere in un componimento musicale, in un quadro astratto o in una poesia. Ciò che irrita lo "spettatore rigido" di "Un chien andalou" è proprio che sembra fatto apposta per ostacolare o smentire qualsiasi tentativo di spiegazione causale, logica o razionale. E se non è difficile attraversarne la vertiginosa visione, benché i meccanismi di sorpresa e attrazione messi in atto provochino comunque una tensione nello spettatore, è invece impossibile ripensare al film ‒ per la sua frammentarietà, le sue variazioni di tono, l'incertezza dominante e gli improvvisi cambiamenti di direzione ‒ senza che l'esperienza continui a risultare profondamente disturbante. Ancora oggi, a quasi cent'anni di distanza!
Alla prima al cinematografo delle "Ursulines" mancava proprio il primo attore, Pierre Batcheff che, sistematicamente drogato di vapori di etere, si era suicidato poco dopo la fine delle riprese. Erano presenti invece: André Breton, Man Ray, Aragon, Max Ernst, Paul Eluard, Tristan Tzara, René Char, Pierre Unik, Tanguy, Jean Arp, Maxime Alexandre, Magritte, Picasso, Le Corbusier, Cocteau... Non sono tanti i titoli che possono vantare un simile pubblico al debutto! ^____^


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Cari amici,
anche questa volta in ritardissimo (più di un anno!) ecco finalmente il tanto atteso 600° rip!
Siete sempre troppi per citarvi uno ad uno (però lo sto facendo nella mia mente!) ma dedico a tutti voi questo risultato con grandissimo affetto: non sarei arrivato mai così lontano senza il vostro sostegno.
Nel corso degli anni ho dedicato a queste "occasioni speciali" film che mi hanno marchiato profondamente; non cambierò abitutine proprio ora e vi propongo uno dei capolavori più alti della storia del cinema e dell'Arte "tout court".
Buon Divertimento!
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