sabato 19 gennaio 2019

Le avventure di Peter Pan


Titolo originale: Peter Pan
Nazione: USA
Anno: 1953
Genere: Animazione, Fantastico, Avventura
Durata: 76'
Regia: Clyde Geronimi, Wilfred Jackson, Hamilton Luske

Trama:
Peter Pan, bambino che non vuole crescere, mentre cerca la propria ombra s'imbatte in Wendy ed i suoi fratelli. Con la magica polverina della fata Trlli li trasporta sull'Isola Che Non C'è, dove vivranno ogni genere d'avventura e...

Commenti e recensione:
“Tutti i bambini, tranne uno, crescono”. Quel bambino un po’ cresciuto era Walt Disney e, ovviamente, non poteva che essere molto legato a Peter Pan ed a tutto l’universo fantastico ideato da Barrie agli inizi del Novecento. Nel 1953, dopo molti ritardi e slittamenti (sarebbe dovuto essere il secondo lungometraggio, dopo Cenerentola, e invece uscì 14°), finalmente questo sogno nel cassetto prese vita. In maniera persino più accentuata rispetto ad Alice, l’adattamento Disney fa sbiadire il significato profondo e le allegorie del romanzo d’origine, per consegnare tutto ad una dimensione più avventurosa, più immediata, più a misura di pubblico... che infatti gradì, rendendo il film un incredibile successo commerciale.
L'ottima sceneggiatura mescola egregiamente dosi di umorismo e comicità, pizzichi di romanticismo e dramma, riuscendo a non scendere mai nel melodrammatico e facendo di Peter un allegro briccone che si diverte a fare dispetti agli adulti annoiati e melensi. D'altra parte, il temibile Capitan Uncino, che spesso viene interpretato dallo stesso attore che ha il ruolo di papà Darling, non è qui un villain vero e proprio: è piuttosto un uomo stanco e negligente che passa le sue giornate cercando il modo migliore per catturare il suo acerrimo nemico. Ognuna delle sue azioni finisce sempre per ritorcerglisi contro e suscita l'agrodolce sorriso del pubblico. Da un punto di vista tecnico non è possibile non ammirare la recitazione di Trilli (modellata sull'attrice Margaret Kerry) o la genialità espressiva di Uncino con i suoi fantastici siparietti insieme a Spugna ma è nella bellezza dei fondali, spesso animati, che si vede tutta la grandezza della Disney di allora. L'isola stessa (e tutta la scena delle sirene!) sembra uscita dallo stesso pennello che creò il Monte Olimpo in Fantasia mentre il coccodrillo lo ritroveremo, qualche anno più tardi, in Bianca e Bernie: quanto si nota la presenza di tre registi, otto sceneggiatori ed un Grande Capo come Walt a governarli!
Le avventure di Peter Pan è, per antonomasia, un inno alla magia dei sogni, elogiati come conduttore necessario per riscoprire la bellezza degli affetti e delle piccole cose quotidiane (anche se poi, per volare davvero, è necessaria un po' di "polvere di fata" che nemmeno Pollon... ^__^). È una favola dedicata a tutti gli inguaribili sognatori, ai ragazzini che vogliono restare bambini per sempre ed agli adulti che non hanno scordato il bambino che è nascosto nel loro cuore... quindi è da rivedere ed il più spesso possibile! :D

sabato 12 gennaio 2019

Il fantasma del pirata Barbanera


Titolo originale: Blackbeard's Ghost
Nazione: USA
Anno: 1968
Genere: Commedia, Fantastico, Sportivo
Durata: 107'
Regia: Robert Stevenson
Cast: Peter Ustinov, Dean Jones, Suzanne Pleshette, Elsa Lanchester, Joby Baker, Elliott Reid

Trama:
Il fantasma del pirata Barbanera, evocato quasi per caso da un giovane insegnante, decide di compiere una buona azione perché solo così potrà riposare in pace. Grazie a lui, un gangster senza scrupoli non riuscirà a mettere le mani su un alberghetto ipotecato, la squadra locale di atletica potrà battere quelle avversarie e...

Commenti e recensione:
Il fantasma del pirata Barbanera fu, di fatto, l'ultimo film "dal vivo" prodotto con la benedizione del vecchio Walt, che morì durante le riprese. E fu proprio sua l'idea di rimettere insieme, dopo il successo di 4 bassotti per 1 danese, la fantastica coppia Jones&Pleshette che divenne la colonna portante della Casa del Topo per quasi dieci anni.
Sarebbe però ingiusto, e assai riduttivo, costringere il Barbanera nel ruolo scomodo di lapide commemorativa di uno dei più grandi geni della storia del cinema. Basta anche solo l’incipit del film, con il riassunto dell’epoca gloriosa e terribile della pirateria e quelle onde che si infrangono sugli scogli, per immergersi in un’alba livida e piena di brume ma che lascia già intravedere un sole lucente. Uno stile che ben si addice a Robert Stevenson, che prima di diventare regista tra i migliori dell’intera scuderia Disney (Un professore fra le nuvole, Mary Poppins, F.B.I. Operazione gatto, Un maggiolino tutto matto, Pomi d’ottone e manici di scopa) aveva diretto il livido noir politico anticomunista Lo schiavo della violenza, il poliziesco Disonorata e soprattutto l’algida versione di Jane Eyre racchiusa ne La porta proibita, con Orson Welles e Joan Fontaine. Il fantasma del pirata Barbanera è, infatti, un gran film di regia, che gioca tutte le sue carte sul mélange piuttosto ardito – e spesso troppo poco considerato – che unisce il fantastico alla commedia, il film sportivo al gangster-movie (con tanto di scazzottate alla Bud Spencer) e persino parti in costume seicentesco. Solo un vero maestro sarebbe riuscito a gestire un simile pastiche!
Stevenson sembra guardare ad un cinema (ed un mondo) oramai evanescente, evaporato dagli schemi produttivi hollywoodiani: affida ad uno straordinario Peter Ustinov uno dei più riusciti ruoli della sua vita e dedica un tenerissimo omaggio a tre eroine dello spettacolo statunitense del tempo che fu mettendo, tra le “figlie dei bucanieri” a rischio sfratto, Elsie Baker, Betty Bronson e soprattutto Elsa Lanchester, colei che fu la moglie di Frankenstein. Vederla, nel fianle, così altera eppur pronta alla commozione, vale da solo la visione del film.
Il fantasma del pirata Barbanera è un'avventura tra mystery e noir che spiazza, diverte e, perché no, avvince alla sedia ma è soprattutto un film che, a cavallo tra due ere, mira ad educare una generazione che si ribella, cercando di salvare i valori migliori, e forse dimenticati, dei loro padri: una visione tipicamente disneyana degli anni '60. ^__^
Da (ri)vedere! :D

sabato 5 gennaio 2019

Quintet




Titolo originale: Quintet
Nazione: USA
Anno: 1978
Genere: Fantascienza, Drammatico
Durata: 119'
Regia: Robert Altman
Cast: Paul Newman, Fernando Rey, Vittorio Gassman, Bibi Andersson, Brigitte Fossey

Trama:
La terra si trova nel mezzo di una nuova glaciazione e l'umanità è allo stremo. Tra coloro che hanno ancora energie a disposizione va molto di moda un gioco chiamato Quintet che ha, come posta in palio, la vita dei perdenti. Essex è un cacciatore che accetta di giocare per capire quale sia il senso di quest'esperienza e...

Commenti e recensione:
Quintet è un film profetico; non tanto per quanto riguarda il suo compimento reale nel futuro quanto per il gioco di metaforizzazioni che richiamano, o meglio ancora, identificano!, realtà ben configurabili nel presente sociale e istituzionale di ogni giorno.
L'ambientazione è molto sinistra ma suggestiva (gli animali sono rari, la popolazione risulta sterile e crede di appartenere all'ultima generazione, quella che non avrà più un seguito di vita) e l'aspetto estetico e di costume della città-rifugio e della sua popolazione si avvale di riuscite raffigurazioni cinquecentesche e moderniste che conferiscono al film effetti di forte impatto emozionale, tanto da risultare un "altrove" in cui lo spettatore si inserisce facilmente. Per attivare ulteriormente quest'immedesimazione, il regista ha spalmato abbondantemente i bordi delle lenti di spessi strati di vasellina, così le riprese sono tutte volutamente sfumate ed oniriche, perché: "nel sogno le assurdità diventano accettabili e la mente non solo non le rifiuta a priori ma è anche disposta ad analizzarle". Quanta maestria in un uomo che non ha mai ammesso di essere surrealista!
E poi c'è Il Gioco: quel Quintet, lontano parente de Il gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse, che sembra essere l'unica ragione di vita... perlomeno per la casta che detiene il potere sulla città! Ecco i circenses di una struttura coatta di relazioni sociali; una vera e propria passione che consente una vita che altrimenti si degraderebbe gerarchicamente, andando incontro al caos sociale. È ciò che alla borghesia dominante occorre per mantenere il potere, al di là delle già garantite soddisfazioni dei bisogni primari, il panem che non procura più piacere ma solo inedie e vuoti psichici mortali.
Altman è un regista che non ama divertire a tutti i costi né lavorare con l'ovvietà della morale sulle coscienze. No, lui evidenzia quelle oggettività di comportamento, spesso create da pulsioni di provenienza inconscia e dalle sembianze misteriose e che sono irrefrenabili. Giocando con le nostre percezioni -tanto è solo fantascienza-, Altman le rende visibili, ne da la giusta forma, ne evidenzia la forza subdola, insinuante, che si impossessa delle coscienze e della "normalissima" quotidianità. Altro che "futuro", quello che ci mostra è il presente che vorremmo tanto credere distopico. :O
Per tutti questi motivi, e malgrado il suo cast stellare, Quintet è un film per soli "palati fini" perché Altman è, qui, al suo massimo di intellettualità (che poi è la ragione del suo totale disastro commerciale!). Chi è capace di apprezzarlo, chi non ha paura di lascarsi trascinare nel cerebralismo filosofico del regista, vedrà l'eccezionale oggettività che può raggiungere il Grande Cinema, quello che mostra, senza falsi pudori, i demoni del desiderio perverso e criminoso più profondi e la cui presenza, per timidità e furbizia esistenziale, in ogni tempo e luogo non si è mai osato del tutto confessare. A mio, modestissimo, avviso: da vedere assolutamente! :D

lunedì 31 dicembre 2018

Lupin III di Miyazaki




Titolo originale: Lupin the 3Rd (ルパン三世 Rupan Sansei)
Nazione: JAP
Anno: 1971 - 1980
Genere: Animazione, Poliziesco, Giallo, Avventura
Durata: 16x24'
Regia: Hayao Miyazaki

Trama:
Ricercato da tutte le polizie del mondo, soprattutto dall’ispettore Zenigata dell’Interpol, Arsenio Lupin III è il nipote dell'omonimo ladro gentiluomo francese. Degno erede del nonno, Lupin ha due validissimi soci: Daisuke Jigen, infallibile con la sua amata Smith & Wesson 19 ed il fedele, riflessivo e leale samurai Goemon Ishikawa XIII. Ai tre si unisce spesso la bella ed astuta Fujiko Mine, non sempre affidabile e pronta a farsi gioco di un Lupin evidentemente innamorato di lei e...

Commenti e recensione:
Pochi personaggi dell'animazione giapponese possono vantare una longevità nei cuori del pubblico come Lupin III, che da più di quarant'anni (in Italia è comunque giunto nel 1981) diverte e appassiona padri e figli. Alla base del mito c'è la versione a fumetti, creata nel 1967 da Monkey Punch e caratterizzata da quella "scorrettezza politica" che quasi contemporaneamente investiva anche l'Italia con il fenomeno dei fumetti "neri" alla Diabolik. L’idea iniziale, nel 1971, era quella di adattare il manga di Lupin in un film animato ma il primo risultato fu considerato inadatto ad un’uscita nelle sale a causa delle troppe scene di violenza e sesso. Si optò dunque per un anime a episodi, affidato inizialmente a Masaaki Ōsumi, tutt'oggi considerato il padre del "Dark Lupin". Bastarono due soli episodi, però, perché i produttori si lamentassero ancora dei toni troppo noir e lo rimpiazzarono con l'accoppiata Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Che colpo!
Il "trattamento Miyazaki" fu evidente e contribuì a costruire il personaggio di Lupin come molti di noi lo conoscono oggi: non solo furono arrotondati tutti gli spigoli del character design ma furono anche tolti gli aspetti troppo violenti. Lupin stesso divenne un personaggio più sbruffone e bonario, il mastino Zenigata venne riletto in chiave umoristica e pasticciona e l’anime in generale divenne più adatto alle famiglie nelle storie e nel linguaggio. Miyazaki, da buon marxista, impose un taglio più proletario affidando al protagonista una Fiat 500 (la stessa che guidava lui) e fece di Lupin un eroe maggiormente positivo, vagamente simile ad un Robin Hood giapponese, gentiluomo e romantico (e sfortunato) con le donne. Il carattere unico della prima serie, oscillante fra toni molto cupi ed il dinamismo tipico dello stile di Miyazaki, con personaggi agililissimi ed un ritmo incalzante, la rende ancora oggi la più amata dai fans. Peccato che fu un fiasco commerciale!
Sì, perché il grande successo venne solo molto dopo, con le repliche. Ci vollero ben sei anni perché si pensasse ad una seconda serie ma ormai il terreno era pronto perché fu di ben 155 episodi (contro i 23 della prima). Ormai il carattere dei personaggi era perfettamente definito, ben lontano da quello di Monkey Punch e dichiaratamente miyazakiano; da allora, i registi che si cimentarono nell'opera seguirono diligentemente la nuova rotta tracciata.
Nel '79 il Maestro venne richiamato per diriggere il suo primo lungometraggio, Lupin III - Il castello di Cagliostro, che lo consacra definitivamente (tra le altre cose) come "Padre di Lupin" e, quasi ad ossequio, gli vengono commissionati due episodi della nuova serie, il 145 e l'ultimo, il 155. Qui crea quelle che sono comunemente riconosciute come le puntate più belle della storia del Ladro Gentiluomo: Albatros, le ali della morte e I ladri amano la pace.
La parte più difficile, per un cultore di Miyazaki, è vedere questi episodi senza lasciarsi distrarre da tutti i riferimenti ai futuri film del Maestro: gli aerei, i loro duelli, le città, i robot e tutto quel mondo che, evidentemente, era già vivissimo nella sua mente ma che i suoi contemporanei non avevano ancora mai visto.
Questi episodi di Lupin, tutti con doppio audio e sottotitoli (non tutti in italiano perché, purtroppo, non esistono) vanno quasi a completare la mia filmografia di Miyazaki... ovviamente in attesa dell'uscita dell'ultimo lavoro promesso dal Maestro per i prossimi anni. Speriamo che questo 2019 lo aiuti a completarlo! :D


Auguro a tutti un
FELICISSIMO ANNO NUOVO!!!
Anche questo è passato, che il 2019 sia migliore per tutti. ^__^



 

lunedì 24 dicembre 2018

Il giardino segreto




Titolo originale: The Secret Garden
Nazione: UK-USA
Anno: 1993
Genere: Drammatico
Durata: 102'
Regia: Agnieszka Holland
Cast: Kate Maberly, Maggie Smith, Heydon Prowse, Andrew Knott, John Lynch, Irène Jacob

Trama:
Dopo la morte dei genitori in India, Mary viene ospitata nel maniero di uno zio, una sinistra villa gotica nella brughiera inglese spazzata da vento, che custodisce oscuri segreti ma anche uno splendido giardino dove possono fiorire amore ed amicizia ed in cui fugare le sofferenze del corpo e della mente. Diventerà il rifugio e la culla di una preziosa amicizia tra tre ragazzini solitari e...

Commenti e recensione:
Questo ennesimo adattamento dell'omonimo romanzo di Frances Hodgson Burnett (il più famoso aveva come protagonista Shirley Temple) è di gran lunga il migliore ed è una delle gemme nascoste del cinema moderno: nascosto perché è passato quasi del tutto inosservato al di fuori dalla Gran Bretagna, gemma perché è un film sentito, ben realizzato e splendidamente interpretato.
A cavallo tra l'otto e il novecento, la Hodgson Burnett scrisse molteplici romanzi, probabilmente autobiografici e quasi tutti uguali: storie di bambini o bambine rimasti soli e costretti a fronteggiare la vita (Madeline, La piccola principessa, Il piccolo lord e così via) tutti diventati piccoli culti della letteratura per l’infanzia, di generazione in generazione. In questo Il giardino segreto le cose non cambiano, anche se i risvolti drammatici sono più carichi che altrove. Inutile insistere: se siete stati così sfortunati da non leggerlo da bambini, potete redimervi con la copia che troverete nella cartella. ;)
La Holland interpreta la storia con maestria narrativa, passione e professionalità, dandole un taglio molto forte in alcuni passaggi (ma senza essere banale o inutilmente lacrimevole) e stupendo e commuovendo in altri. Riesce così ad intrattenere ed emozionare anche un pubblico più adulto di quello a cui era rivolto inizialmente il libro. Ne nasce una favola dalle atmosfere quasi gotiche nella prima parte (non pochi i debiti verso classici come Jane Eyre di Charlotte Brontë e Il giro di vite di Henry James) per poi rifiorire ed aprirsi alla luce, come il giardino del titolo, via via che l'opera salvifica della sua protagonista avanza. Il grigio del cielo, il verde spento della brughiera, le decorazioni decadenti e deprimenti del maniero contrastano infatti a meraviglia con i fiori colorati, l’erba rigogliosa e gli uccelli cinguettanti del giardino rimesso a nuovo. Due realtà distinte a confronto che vengono inevitabilmente a collidere in un finale scontato ma davvero ben eseguito. Se vogliamo, tutto il film sa di già visto ed è ripetitivo (la bambina "triste e solitaria che non piange mai finisce per cambiare e "portare il sorriso" sulla bocca di tutti" ricorda immediatamente Pollyanna!) ma è il modo in cui la storia viene raccontata dalla Holland a distinguerlo dalla massa.
Un film del genere avrebbe funzionato anche con interpreti scadenti ma questi sono di livello: la piccola Kate Maberly, in seguito attrice sfortunata ma nuotatrice olimpionica, è stata selezionata su oltre mille aspiranti e splende per talento e naturalezza. L’accompagnano altri lodevoli giovani attori e due performance straordinarie di John Lynch e soprattutto di Maggie Smith in quello che è, secondo me, uno dei ruoli migliori della sua carriera: perfetto per i lineamenti spigolosi eppure fascinosamente espressivi del suo volto segnato. Una colonna sonora tra le più belle degli anni novanta, composta dal maestro polacco Zbigniew Preisner (quello dei Tre colori di Kieszlowski, per intenderci) e la splendida fotografia di Roger Deakins condiscono questo piccolo gioiello del cinema britannico (ma cooprodotto da Francis Ford Coppola!) assolutamente da vedere ed apprezzare per la sua disarmante semplicità! :D

BUON NATALE A TUTTI!!! :D
e un grosso abbraccio dal vostro 
ranmafan

venerdì 21 dicembre 2018

Cool Runnings - Quattro sottozero




Titolo originale: Cool Runnings
Nazione: USA
Anno: 1993
Genere: Avventura, Sportivo, Commedia
Durata: 97'
Regia: Jon Turteltaub
Cast: John Candy, Doug. E. Doug, Malik Yoba, Rawle D. Lewis, Raymond J. Barry, Leon Robinson

Trama:
Quattro atleti giamaicani sfidano la sorte presentandosi alle Olimpiadi di Calgary come bobbisti. Con risorse esigue e con nessuna esperienza, questi ragazzi dei tropici si assicurano la cooperazione di un ex campione americano, caduto in disgrazia, che cede alla tentazione di allenare un team di "semi-disperati" e...

Commenti e recensione:
Questo delizioso film, pur essendo un classico prodotto Disney, è basato su una storia vera.
Trent'anni fa, nel febbraio '88, alle Olimpiadi invernali di Calgary si presentò, per la prima volta nel bob, la nazionale Giamaica. Una cosa apparentemente impensabile per una terra che certo non offrirva spazi per allenarsi sulla neve. Un'avventura, senza dubbio, ma che non nasce dal caso: in quel paese l'atletica, che è quanto più richiesto da questa disciplina, non è certo uno scherzo!
La Disney ha saputo cogliere lo spirito di quest'avventura che, già di suo, sembra davvero il soggetto ideale di un film fantastico. C'è tutto quello che il Topo cerca(va) di trasmettere: i valori positivi del sogno americano, la fiducia in sè stessi, la lealtà, l'amicizia che deve prevalere sulla diffidenza, sono naturalmente dominanti. Belle e ben realizzate tutte le sequenze di bob, sport di estremo rischio e difficoltà e, soprattutto, riuscitissima l'interpretazione di John Candy, un attore dalla forte carica di simpatia e umanità.
Chissà Candy cosa pensa, di lassù, del suo ultimo personaggio. Per me è la summa delle tante figure che hanno arricchito le commedie americane di fine anni Ottanta, uomini all’apparenza un po’ cialtroni e un po’ meschini, forse solo sconfitti dalla vita ed ai quali non è stata ancora data una seconda possibilità per amare ed essere amati. E Cool Runnings, in fondo, parla proprio di questo: delle seconde possibilità della vita. Non succede spesso che il marchio Disney legato ad un film non pregiudichi l’autenticità dell’opera ma, questa volta, è straordinariamente coerente. Jon Turteltaub ha realizzati un prodotto esemplare, rivolto ai ragazzi ed ai più piccoli, che però sa dosare comicità e risate, dramma e commozione. È un film che si guarda con piacere, perfetto per la famiglia, leggero e divertente, ma anche toccante nel finale, soprattutto per chi crede che, nello sport come nella vita, valga la pena non arrendersi mai. Offre, indistintamente ad adulti e bambini, una lezione coinvolgente e per nulla pedante sugli ideali dello sport, pur sfiorando temi sociali come l’intolleranza, il razzismo ed il pregiudizio.
Non bisogna farsi trarre in inganno dall'età della pellicola perché questo è uno di quei casi in cui il cinema sa cristallizzare le emozioni di un momento per lasciarli in dono alle generazioni future. Altro che film per ragazzi: poche storie, nel suo piccolo questo è un grande momento di cinema! :D

sabato 15 dicembre 2018

Le ricette della signora Toku




Titolo originale: An (あん lett. "Pasta di fagioli dolce")
Nazione: JAP
Anno: 2015
Genere: Drammatico
Durata: 113'
Regia: Naomi Kawase
Cast: Kirin Kiki, Masatoshi Nagase, Kyara Uchida, Miyoko Asada, Etsuko Ichihara

Trama:
Sentaro gestisce una piccola panetteria in cui serve dorayaki, dei dolci ripieni di "an", una pasta dolce di fagioli rossi. Quando la vecchia signora Toku si offre di dare un aiuto in cucina, lui accetta a malincuore ma lei dimostra di avere la magia nelle mani quando si tratta di fare gli "an". Grazie alla sua ricetta segreta, il piccolo negozio fiorisce presto e...

Commenti e recensione:
Naomi Kawase, ben assistita dal direttore della fotografia Shigeki Akiyama, dimostra ancora una volta la sua grande maestria e sensibilità nello scrutare i volti dei suoi interpreti attraverso lo scorrere delle stagioni. Anche se gli spettatori saranno probabilmente più conquistati dalle lunghe sequenze di preparazione dei prelibati manicaretti, per la regista la ricerca del bello consiste anche nel riprendere alberi in fiore o scorci di periferia al tramonto. Un cinema dell'essenzialità che si basa su suggestioni, sia visive che sonore, probabilmente godibile addirittura anche senza i dialoghi! I "puristi niponici" e gli appassionati del suo particolarissimo cinema sono rimasti spiazzati (siamo ben lontani da The Mourning Forest!) ma la semplicità, quasi zen, dello sviluppo dalle linee più che convenzionali della trama rende questo gioiellino, dalla colonna sonora curatissima, un film godibile da quasi tutto il resto del mondo.
Perché la Kawase è intrisa di cultura cinematografica giapponese, e si vede bene da come guarda agli insegnamenti di Ozu, e ha sì realizzato una commovente riflessione sulla vecchiaia e l’avvicinamento alla morte, come hanno fatto i suoi maestri, ma ci aggiunge un gusto ed una dolcezza tali da rendere originale una storia che pure è antica come il mondo. E anche se il soggetto dovrebbe riguardare, in buona parte, un tema ostico quanto "il progresso civile e sociale ed il suo rapporto direttamente proporzionale al regresso umano", la Kawase preferisce sottolineare piuttosto la vicinanza spirituale tra noi ed i suoi personaggi, ampliando il messaggio fino a renderlo empatia: prima con le materie prime, quelle necessarie alla preparazione della pasta di fagioli rossi che dà il titolo al film, e poi con la natura stessa. Grazie a questo ammirevole trucco, Le ricette della signora Toku (presentato nella categoria Un certain regard del festival di Cannes) gioca con la nostra compassione e la nostra concezione di “esistenza” senza avere la presunzione di dare risposte di alcun genere, soltanto ricordandoci che non siamo soli e che, se lo fossimo, sarebbe tutto molto più difficile. Per farcelo capire, più che alla razionalità la Kawase, per bocca della signora Toku, parla al cuore con una semplicità disarmante che non può non conquistare e lascia lo spettatore con un sorriso sulle labbra e l'animo un po’ più leggero. E questo, anche per i non avvezzi al cinema del Sol Levante, di certo non fa rimpiangere la visione. :D

mercoledì 12 dicembre 2018

Full Monty - Squattrinati organizzati




Titolo originale: The Full Monty
Nazione: UK
Anno: 1997
Genere: Commedia
Durata: 91'
Regia: Peter Cattaneo
Cast: Robert Carlyle, Tom Wilkinson, Mark Addy, Steve Huison, Paul Barber, Hugo Speer

Trama:
A Sheffield, maggior centro siderurgico britannico, sono finiti i bei tempi degli anni '60. Acciaierie e fabbriche hanno chiuso i battenti, il lavoro si è automatizzato e molti operai sono stati licenziati. Tra questi c'è Gaz, separato dalla moglie alla quale è stato affidato anche il figlio adolescente che però, nonostante tutto, è disposto a dare ancora fiducia al padre. Intorno a Gaz si muove un gruppo di amici, tutti disoccupati ed in cerca di una soluzione e...

Commenti e recensione:
Gli inglesi, proprio perché con una popolazione di ceto mediobasso più abbondante degli altri paesi occidentali, capirono, prima di chiunque altro, il vero significato di quel cancro che il thatcherismo e la reaganomics stavano spandendo nelle loro vite. È quello stesso male che porta, proprio in questi giorni e con un ritardo di quasi trent'anni, migliaia di persone in gilet gialli nelle strade di Francia ed è alla base del tentativo di rivoluzione (tardiva!) a cui stiamo assistendo un po' ovunque. Gli anni '90 furono, soprattutto per le zone subrurali e minerarie, sinonimo della grande crisi economica inglese, con la chiusura forzata delle industrie legate all'estrazione e lavorazione del carbone e con la terribile disoccupazione che seguì.
Molto prima di arrivare ai referenda degli ultimi anni, con spirito assolutamente british e, ammettiamolo, senza peli sulla lingua, tutta una generazione di registi inglesi indicò con estrema precisione quel periodo come "la grande svolta sbagliata del nostro secolo" e crearono gioielli del calibro di Billy Elliot, Grazie signora Thatcher e questo splendido Full Monty. In altri tempi, ed altri luoghi, sarebbero state pellicole neorealiste ma, grazie alla loro capacità di "travestirsi" da commedia, sono tutti titoli che hanno resistito al passare dei decenni senza perdere nulla del loro valore, della loro attualità e, per fortuna, della loro godibilità. Provate a rivedere oggi Ladri di biciclette e capirete subito cosa significa "invecchiare male"; Daldry, Herman e Cattaneo non realizzarono film per piangersi addosso e scansarono quel pericolo!
Dei vari, Full Monty è sicuramente una delle commedie più divertenti e divenne immediatamente un piccolo cult ed un campione di incassi, anche in Italia. È l'ennesimo esempio di come l'intelligenza possa supplire ai grandi budget ed il cinema inglese, figliastro della BBC, ha davvero insegnanto molto in questo senso.
Da un punto di vista tecnico, per Peter Cattaneo si trattava del primo lungometraggio ma ci mise tantissimo impegno e si vede. Gli attori, primo tra tutti un grandissimo Carlyle!, sono davvero molto professionali e la colonna sonora è così azzeccata da meritarsi l'Oscar. Avrebbe dovuto vincerne anche altri ma si scontrò con il Titanic che, storicamente, ha sempre portato molta sfortuna alla perfida Albione.
Full Mouty è globalmente divertentissimo ma sa lasciare spazio anche alle situazioni relativamente drammatiche, elegantemente descritte con tatto non comune e, in qualche evento, anche con poesia. Le note su cui riflettere, ben celate dal fulcro del soggetto, spaziano dalla malinconia alla omosessualità, dalla morte alla depressione, dalla voglia di riscatto alla monotonia senile ma Cattaneo ci fa capire che è possibile ricavare il lato luminoso degli eventi negativi, quello che può spingere il demotivato ad andare oltre. In questo film si ride, e tanto, ma si comprende anche che la vita, ad ogni modo, va avanti e fermarsi è solo un grave errore. "Quando il sistema ti mette in mutande, non ti resta che toglierti pure quelle per fare un po' di soldi"!
È certamente un film stravisto, anche se è un po' sparito dalla rete, ma merita sicuramente una nuova visione, soprattutto alla luce di quanto sta succedendo. :D

PS:
Attenzione: mettetevi a dieta ed imparate a ballare, magari è profetico! XD



sabato 8 dicembre 2018

Le avventure acquatiche di Steve Zissou




Titolo originale: The life aquatic with Steve Zissou
Nazione: USA
Anno: 2004
Genere: Commedia, Avventura
Durata: 118'
Regia: Wes Anderson
Cast: Bill Murray, Owen Wilson, Cate Blanchett, Anjelica Huston, Willem Dafoe, Jeff Goldblum

Trama:
Dopo la morte del suo collaboratore ed amico fraterno Esteban - divorato da un pescecane enorme e di razza sconosciuta - Steve Zissou, celebre oceanografo e documentarista ormai in declino, decide di giocare il tutto per tutto partendo alla ricerca di quello che ha battezzato "squalo giaguaro". Con lui parte l'intero "Team Zissou", un'accozzaglia di personaggi eccentrici ed eterogenei che, a bordo della Belafonte, vivranno le più incredibili avventure e...

Commenti e recensione:
Accolto sia dalla critica che dal pubblico nell'ormai classico (per i film di Anderson) "modo altalenante", Le avventure acqutiche di Steve Zissou è l'ennesima prova della magistrale abilità del regista, un genio capace di mescolare con perfetto equilibrio il tenero ed il comico, spruzzando il tutto con un lieve ed azzeccatissimo retrogusto di drammatico.
Anderson cesella il film con così tanti dettagli, citazioni, immagini e suoni da dare al lavoro un'atmosfera a tratti fiabesca e leggera, complici anche i colori che sembrano essere stesi a pastello tanto sono luminosi, chiari e spensierati. L'invenzione di un bestiario marino, di una fauna brillante dai nomi stravaganti (pesci fragolini, cavallucci marini iridati, delfini albini, meduse Vietcong) e la geniale collocazione comica nello spazio di corpi e volti (brillantemente evidenziati grazie alla difficilissima tecnica de "l'attore giusto al momento giusto"), oltre che un cast di tutto rispetto ed in piena forma, fanno di Zissou un autentico gioiellino.
E che dire delle splendide scelte musicali, affidate ancora una volta a Mark Mothersbaugh, cantante e tastierista negli anni ’70 dei Devo, che è da sempre collaboratore del regista? Si intrecciano – in maniera esilarante e nostalgica – i brani storici di David Bowie... ma adattati in portoghese ed interpretati dall’attore/cantante brasiliano Seu Jorge!
Il risultato di tanto lavoro è un magnifico ed anomalo tuffo in un cinema che, forse, credevamo non esistesse più. Realizzato sulle coste del litorale italiano e negli studi di Cinecittà, Zissou ha il notevole pregio, rimescolando i canoni del “film d’avventura” senza snaturarli gratuitamente, di saper fondere ironia e mestizia con gradevole naturalezza.
E siccome è impossibile non fare paragoni col Moby Dick di Melville, di cui altro non è che la versione post-moderna, pop-art (con tanto di Yellow Submarine ^_^), retrofuturistica e stralunata, questo film è da vedere assolutamente! :D




Questo post è invece dedicato al carissimo Tres che
ha riaperto il suo bellissimo




 Tieni duro Tres, abbiamo tutti imparato da te e la rete, senza il tuo contributo, non sarebbe più la stessa.
IN BOCCA AL LUPO!

:D

sabato 1 dicembre 2018

Lezioni di piano


Titolo originale: The Piano
Nazione: Australia
Anno: 1993
Genere: Drammatico
Durata: 121'
Regia: Jane Campion
Cast: Holly Hunter, Anna Paquin, Geneviève Lemon, Harvey Keitel, Ian Mune, Kerry Walker

Trama:
Ada, muta dall'infanzia e vedova con una figlia, per convenienza familiare deve sposare uno sconosciuto per procura. Si trasferisce con lui in un'isola sperduta della Nuova Zelanda dove non le è concesso di suonare il piano, sua unica consolazione. Con l'aiuto di un uomo, all'apparenza rozzo ma in realtà molto sensibile, i sui desideri saranno esauditi e...

Commenti e recensione:
Lezioni di piano è al tempo stesso un'opera viscerale e delicata, profondamente umana, brutale eppure poetica. Lo è anche quando tocca le vette dell’erotismo, in quanto la vicenda tratta di passioni: quella che Ada nutre per la musica e quella che può nascere come un’alchimia tra un uomo ed una donna, a dispetto di doveri e differenze culturali.
La Campion ci ha regalato una grande lezione di alta e raffinata sapienza cinematografica, creando molte sequenze assolutamente memorabili – una per tutte, il pianoforte suonato in riva all’oceano – ed un'infinità di inquadrature che sono pura poesia.
L’impeccabile lavoro svolto da Jane Campion alla regia è suggellato in una pellicola acclamata e premiata sin dal Festival di Cannes con la Palma d’Oro (prima donna ad ottenerla) anche grazie all’interpretazione femminile della sua straordinaria protagonista, Holly Hunter. Più che con la gestualità, l’attrice è in grado di comunicare con i suoi occhi caldi e le espressioni del viso, mostrandosi perfettamente all’altezza del ruolo di pianista. Tra l'altro, è davvero lei a suonare in modo trascinante ed ipnotico le vibranti note del piano. La sua interpretazione conquista tutti, aggiudicandosi diversi riconoscimenti tra cui l’Oscar come migliore attrice protagonista.
Premio storico anche per Anna Paquin, che vince l’Oscar di migliore attrice non protagonista ad appena dieci anni. La piccola si cala perfettamente nei panni di una bambina contraddittoria, benevola ma pronta a mostrarsi vendicativa quando i suoi desideri non vengono assecondati. E se Sam Neill ci offe un esatto ritratto del marito geloso ed insensibile, memorabile è l’interpretazione di Harvey Keitel, che siamo abituati a vedere nei panni di uomini duri e brutali ma che in Lezioni di Piano si misura con un ruolo inedito ed oltremodo passionale, regalandoci un misto di ardore e fragilità ammalianti.
Spesso si ha l’impressione che il film sia la trasposizione visiva di un classico ottocentesco della letteratura inglese, mentre è tutto frutto della penna e della toccante genialità della regista stessa. Una genialità che non poteva deludere nel finale, vero colpo di scena, sorprendente quanto spiazzante (non per mera spettacolarità alla quale è superiore) ma per la finezza di pensiero che ha permesso alla Campion di concepire una conclusione che è un vero e proprio inno alla vita.
Insomma, un grande capolavoro; forse non adatto ai bambini (ci sono state critiche in tal senso) ma da vedere e rivedere assolutamente! :D


Piccolo bonus per palati fini: nella cartella troverete anche la magnifica colonna sonora di Michael Nyman, compositore che io amo immensamente e che ha saputo dare ai più bei film di Greenaway quello spessore che (forse) mancava! :)




Dedico questo post al carissimo Sergius che
ha riaperto il suo bellissimo blog col nuovo nome



 Tantissimi auguri Sergius e
BUONA FORTUNA!

:D

sabato 17 novembre 2018

27 baci perduti


Titolo originale: Summer or 27 Missing Kisses (Германия Франция Грузия)
Nazione: Georgia, GER
Anno: 2000
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Nana Dzhordzhadze
Cast: Nino Kukhanidze, Shalva Iashvili, Yevgeni Sidikhin, Pierre Richard, Amaliya Mordvinova

Trama:
La quattordicenne Sybilla arriva nell'assonnata piccola città di Krasnyie Utki (che significa "Belle anatre") per passarvi le vacanze con la zia Martha. Il primo giorno si innamora in modo travolgente del quarantunenne astronomo che lavora nell'osservatorio locale e il quattordicenne figlio di questo s'infatua di lei. È come se Sybilla avesse elettrizzato la città e...

Commenti e recensione:
Ecco un gradevole Amarcord d'"oltre cortina", una favola gioiosa ed assurda che gioca in modo piacevolmente originale sull'argomento frivolo ma universale della sessualità, esorcizzandone il demone con l'allegria contagiosa dei ricordi adolescenziali. Se sanno realizzare gioiellini così, è un vero peccato che siano così poche le pellicole che ci giungono da quella fetta d'Europa.
Ovviamente non stiamo parlando di un capolavoro con la c maiuscola ma la regia della Dzhordzhadze è spigliata, gli attori molto a loro agio nei rispettivi ruoli e la giovane protagonista è un concentrato di sensualità e tenerezza.
Anche sotto il punto di vista tecnico la pellicola è ineccepibile, anzi possiede qualche cosa in più rispetto alla media dei film di questo tipo di produzione: quel qualcosa sono certamente la bella fotografia e, soprattutto, le magnifiche musiche di Goran Bregovich. In pratica, una commedia molto femminile davvero ben diretta e recitata; forse talvolta confusa (magari perché non conosciamo il frasario culturale) ma veramente poetica, godibile da vedersi e che lascia un retrogusto dolcissimo.
Da scoprire! :D

martedì 6 novembre 2018

Taron e la pentola magica


Titolo originale: The Black Cauldron
Nazione: USA
Anno: 1985
Genere: Animazione, Fantasy
Durata: 80'
Regia: Richard Rich, Ted Berman

Trama:
Il giovane guardiano di porci Taron deve custodire, per conto del vecchio saggio Dalven, la maialina Ewy. Ewy è un animale molto speciale perché, grazie alle sue doti, è in grado di individuare la Pentola Magica, un antico manufatto che può dotare chi lo possiede di un enorme potere. Il crudele re Cornelius farà di tutto per rapire Ewy, trovare la pentola e...

Commenti e recensione:
Com'è difficile scrivere la recensione di un film immensamente amato e, ammettiamolo, temuto per anni.
I 115mila fotogrammi che compongono questo gioiello hanno subito ognuno 33 passaggi successivi al disegno originario e sono il frutto di quasi quindici anni di faticoso (e costosissimo!) lavoro. Ad un investimento enorme non corrispose, però, un egual guadagno e Taron e la Pentola Magica fu un fiasco colossale. Sull'azienda aleggiò cupissima la nube della bancarotta e mai la Diseny conobbe un momento così buio se non con Fantasia nel 1940 e con La Bella Addormentata nel bosco nel 1959. Anzi, il crollo delle azioni in borsa favorì gli speculatori ed il sogno di Walt parve essere giunto al capolinea. Se al flop di Fantasia e de La Bella Addormentata hanno però fatto seguito una rivalutazione totale ed un enorme successo nel tempo, Taron resta ancora sconosciuto ai più ed è, tutt'oggi, lo scheletro nell'armadio del Topo. Pensateci: Eilonwy è l'unica "principessa" che non compare nelle adunate Disney e, a più di trent'anni di distanza, non è ancora riabilitata. Non è presente nemmeno nell'ultimo team-up in Ralph spacca Internet (e sì che le altre ci sono davvero tutte!).
È facile dire che fantasy ed animazione, perlomeno in occidente, siano sempre un'accoppiata perdente (il povero Bakshi dovette addirittura lasciare a metà il suo capolavoro ç_ç) ma il vero problema è che Taron spaventava i bambini, cioè faceva fuggire dalle sale il pubblico al quale la Disney era più strettamente legato. Con questa premessa non avrebbe potuto fare un po' di cassa nemmeno con l'home-video o il merchandising! In realtà non si trattò di un errore: era il frutto di una lunga sperimentazione, anche di marketing, che la nuova generazione di artisti stava cercando di sviluppare (ricordate The Black Hole?). Se gestita in maniera corretta, forse oggi avremmo una Disney molto diversa ma l'esperimento venne violentemente stroncato con l'arrivo di Jeffrey Katzenberg che, dopo l'ammutinamento di Don Bluth (la cui impronta è comunque ancora fortissima in questo film) e di tutto il suo team, decise che il target Disney doveva restare tassativamente quello infantile.
Taron però era già praticamente finito e, malgrado le potenti sforbiciate fatte dallo stesso Katzenberg (quasi un quarto d'ora di scene cruente come quella dell'uomo liquefatto), durante la proiezione test i suoi bambini di riferimento rimasero (giustamente!) traumatizzati. Il risultato è che questo è il primo film Disney con un rating di censura PG (Parental Guidance suggested), proprio quello che non ci vuole in un film per bambini! XD
Il mondo non funziona con i "e se" ma non posso non pensare a cosa sarebbe successo se avessero osato andare fino in fondo ed avessero mirato correttamente il target tra i 13 ed i 17 anni, quello degli innumerevoli appassionati di Dungeons and Dragons. Perché Taron e la pentola magica non voleva essere un folle suicidio commerciale, anzi, ce la mette tutta per piacere. È stato il primo film d’animazione a utilizzare la Cgi (ed infatti i primitivi effetti di computer grafica presenti nel lungometraggio sono ancora oggi affascinanti) ed ha provato a creare un nuovo immaginario adolescenziale così valido che non stupisce che tra gli art director ci sia un giovanissimo Tim Burton che, su quel tipo di atmosfere, ci ha costruito un’intera carriera. Proprio perché NON è destinato ai bambini, questi rivoluzionari creativi osarono un'altra innovazione inconcepibile per un cartone Disney: la totale assenza di canzoni! Scelsero invece la meravigliosa colonna sonora di Elmer Bernstein (I magnifici sette, Ghostbusters ed una marea di altri successi) che, da sola, vale tutto il film! I tagli di Katzenberg forse rendono Taron narrativamente imperfetto ma quei fondali pazzeschi, quei draghi e quel castello sono, anche dopo così tanti anni, ancora assolutamente strepitosi. Tutti i soldi spesi, dove si vedono, si vedono eccome.
Pur con tutti i suoi difetti (un porcello come animale sacro??? Una pentolaccia invece di un'invincibile spada???), Taron resta comunque una pietra miliare dell'animazione, un cult da vedere con occhi assolutamente NON infantili ed una gioia per tutti coloro che sono cresciuti leggendo i libri dell'Editrice Nord e sperando in un bel Fantasy capace di far rivivere quelle emozioni. Per la mancanza di intraprendenza della Diseny abbiamo dovuto aspettare i Maestri giapponesi per sognare qualcosa di simile ma Taron ce l'aveva quasi fatta ed è da apprezzare anche solo per questo. Da rivedere e rivalutare sicuramente! :D

sabato 27 ottobre 2018

Il serpente e l'arcobaleno


Titolo originale: The Serpent and the Rainbow
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Horror, Fantastico
Durata: 98'
Regia: Wes Craven
Cast: Bill Pullman, Paul Winfield, Cathy Tyson, Zakes Mokae

Trama:
Un antropologo di Harvard va ad Haiti per studiare il fenomeno degli zombi con la psichiatra Marielle Celine che, pur legata alle superstizioni ed i riti del voodoo della sua gente, è disposta ad aiutarlo. Inevitabilmente s'imbatte nel Gran Sacerdote del culto che è anche il capo della polizia locale, i famigerati Ton-Ton Macoutes del dittatore Duvalier e...

Commenti e recensione:
Proprio perché ispirato all’omonimo libro di Wade Davis, che racconta la storia di uno dei casi più famosi mai documentati di presunta trasformazione in zombie, Il Serpente e l’Arcobaleno di Wes Craven, che pure è stato un maestro del genere, non è un horror. Sì, alcune scene erano, almeno per l'epoca, un po' forti ma la vera funzione di questo film è nella sua chiave di lettura antropologica e politica. Craven sembra capire quanto proprio quest'ultima, nelle sue vesti più cupe e dittatoriali, sia molto più terrorizzante di un povero non-morto!
Nonostante la scarsezza di mezzi a disposizione, con pochissimo Craven ha saputo creare un mondo da incubo, allucinato e terrorizzante; una vera discesa agli inferi accompagnata da una scenografia, una fotografia ed un trucco che sbalordiscono. Il tutto raccontato con la lucidità dell'indagine scentifica, ben giustificata nell'incipit del film. La lunga ombra di quest'opera si sente ancora nelle pagine ispirate di Eco nel suo Pendolo di Foucault (benché lì si parli piuttosto di candomblé brasiliani), in un'intera generazione di antropologi e, ammettiamolo, in non pochi fumetti bonelliani.
Il Serpente e l’Arcobaleno riesce ad essere anche un affezionato tributo alla prima fase del cinema “zombesco” di Bela Lugosi (una ventata d’aria fresca in quegli anni di infezioni di morti viventi e killer assetati di sangue) ed uno spaccato (pur non presentandosi come film storico) dell’Haiti degli anni ’80, dalla politica alla cultura etnica.
Nonostante Wes Craven sia conosciuto per opere ben più affermate, come Nightmare, La casa nera e Scream, con questa pellicola atipica il regista ha toccato il suo vertice producendo quello che per molti è il suo film migliore, il più valido, il più maturo, il più vero. In pratica, questo è un cult assolutamente da non perdere, non tanto per gli appassionati di horror quanto, piuttosto, per tutti coloro che non hanno paura di guardare dentro e oltre le ombre. :D

venerdì 5 ottobre 2018

Funeral Party


Titolo originale: Death At a Funeral
Nazione: GB
Anno: 2007
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Frank Oz
Cast: Matthew MacFadyen, Rupert Graves, Peter Dinklage, Daisy Donovan, Alan Tudyk

Trama:
Una sconclusionata famiglia inglese si riunisce al funerale del patriarca nella grande casa natale. Le tensioni familiari crescono e vecchi conflitti mai sopiti tornano a galla ma la situazione esplode quando un uomo misterioso si presenta al funerale, ricatta i figli minacciando di rivelare l’oscuro segreto del defunto e...

Commenti e recensione:
Oz è (quasi) sempre un grande e qui, in questa commedia demenziale e sopra le righe, lo ritroviamo nella sua più bella forma, capace di rendere leggero un tema solitamente triste anche a costo di andare incontro a polemiche più o meno velate. Non manca qualche sottile, mai davvero velenoso, riferimento alla religione ma vi è soprattutto spazio per molte trovate, che siano intrighi, rivalità familiari o vecchi amori non corrisposti. Oz scompiglia le regole cerimoniali che normalmente vincolano i comportamenti ad un funerale, inserendo tutta una serie di elementi destabilizzanti che creano le situazioni comiche.
Avendo un cast famoso solo in patria (ovviamente siamo molto prima di GoT) e con un budget assolutamente limitato, Oz ha deciso di non focalizzarsi su di un unico protagonista optando invece per un'opera corale, nella quale far sfidare in una gara di bravura tutti gli interpreti in un susseguirsi di botta e risposta di gag senza fine. Oz non è avaro neanche di temi a lui più cari in passato, come ad esempio l'omosessualità che compare in maniera macabra ed alquanto insolita ma che procura alcune delle scene più divertenti del film. A tratti si abbandonano i lidi della dark comedy e si scade in una sorta di vera e propria farsa, il che permette di godersi nel migliore dei modi la surreale astrazione comica che fa più volte capolino. D'altronde non ci troviamo davanti né ad una classica commedia romantica di stile francese, né alle più volgari produzioni americane (niente in contrario, sia ben chiaro; a volte ci vogliono anche quelle ^__^). Pur essendo a tratti volutamente stupida, la pellicola non raggiunge però mai quei livelli e riesce sempre a proporre un'idiozia ragionata, di classe, che se a tratti può apparire stereotipata e già vista, soprattutto nei suoi eccessi verbali, altrove regala momenti di puro e schizzato divertimento. Qui si percorrono i passi della risata più genuina, non avendo nessuna ambizione di sorta se non quella di far ridere, con garbo e raffinatezza e senza eccedere nello snobismo di quelle produzioni che aspirano a tanto e che difficilmente centrano il bersaglio. Senza pretendere di essere un capolavoro quindi, Funeral Party è giustamente diventato un classico dell'humour inglese e della farsa più esasperata che coglie in pieno il suo semplice e diretto obiettivo: divertire! :D

sabato 29 settembre 2018

Una giornata particolare


Titolo originale: Una giornata particolare
Nazione: ITA
Anno: 1977
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia: Ettore Scola
Cast: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, John Vernon, Françoise Berd

Trama:
È il giorno della visita di Hitler a Roma. Nella quiete di un caseggiato popolare le vite di Antonietta, moglie disfatta da sei maternità e dall'incrollabile fede fascista del marito, e Gabriele, ex annunciatore radiofonico cacciato dal servizio con l'accusa di essere un "sovversivo" ma, in realtà, perché omosessuale, si incrociano e...

Commenti e recensione:
Questo è probabilmente il più bel film di Scola e, in realtà, è anche la più bella interpretazione sia della Loren che di Mastroianni. Già questa, come recensione, dovrebbe bastare; tuttavia è giusto, a più di quarant'anni dall'uscita, rivedere questo capolavoro ed ammirarne l'incredibile attualità. Perché se è vero che la storia si svolge in un contesto storico molto preciso (al punto da indicarne persino la data!) il soggetto è assolutamente senza tempo: il fugace incontro tra due emarginati. Una giornata particolare è lo struggente racconto di due solitudini, separate per carattere, cultura ed estrazione sociale ma accomunate dallo stesso triste destino che li relega ai margini di una società, qui irregimentata, autoritaria e muscolare ma potrebbe anche esserne una edonista, capitalista e bigotta che la trama non ne risentirebbe. E Scola è sempre stato bravissimo a raccontare questi "incontri inattesi", causati dal fato.
C'è davvero molta arte in questo film e, pur di non rovinarla, il fantastico trio ha dovuto reinventarsi: Scola tiene a freno il suo proverbiale sarcasmo per realizzare un capolavoro amaro e malinconico che, al di là della lampante critica al fascismo ed ai suoi eventuali rigurgiti, punta severamente il dito contro qualsiasi forma di oppressione ed uniformazione, ricordandoci che è anche dai piccoli gesti e nei momenti più semplici che possiamo trovare la forza di reagire alla rassegnazione, alle umiliazioni ed all’emarginazione. Mette da parte se stesso, e perfino la sua tecnica, pur di concedere spazio ai due formidabili interpreti.
Sophia Loren accantona, per una volta, la sua prorompente sensualità ed il suo fascino senza tempo presentandosi struccata, spettinata e scarsamente curata per rendere al meglio il servilismo e la remissività del suo personaggio. Mastroianni, infine, abbandona a sua volta le movenze da latin lover per compiere un vero e proprio capolavoro di controllo e di recitazione, in perenne bilico fra rassegnazione e silenzioso dolore. Il doveroso plauso per la fotografia, volutamente sbiadita, di Pasqualino De Santis e per le musiche di Armando Trovajoli è solo la cigliegina sulla torta di quest'opera d'arte.
Da vedere? Senza dubbio. Da rivedere? Soprattutto in questa versione splendidamente restaurata, assolutamente sì!! :D

giovedì 20 settembre 2018

Spiderwick - Le cronache


Titolo originale: The Spiderwick Chronicles
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Fantastico, Fantasy, Avventura
Durata: 96'
Regia: Mark Waters
Cast: Freddie Highmore, Mary-Louise Parker, Nick Nolte, Joan Plowright, David Strathairn

Trama:
I gemelli Jared e Simon e la sorella maggiore Mallory si trasferiscono con la madre in un magione nei boschi del New England, eredità di una vecchia zia. La casa ed il luogo nascondono un segreto che ben presto coinvolgerà l’intera famiglia in un mondo di magia e...

Commenti e recensione:
Tratto dalla bella saga di Holly Black, il film di Waters è un fantasy atipico che si ritaglia uno stile tutto suo, recuperando le atmosfere da fiaba gotica dei film "di fantasia" dei primi anni '90. Chi è stato bambino in quel periodo (anche solo interiormente) non potrà non sentire gli echi de La Storia Infinita o Fantaghirò. E non è assolutamente un male! E poi c'è molto di Burton (e non solo perché Highmore ha recitato nella sua Fabbrica di cioccolato), soprattutto per le sfumature dark, al limite dello splatter, e anche molto Besson (e non solo perché Highmore recitava proprio in quel periodo Arthur e il popolo dei Minimei); insomma, c'è il meglio del fantasy mondiale e della professionalità di Hollywood&Dintorni!
Protagonista assoluto del film è ovviamente il piccolo Freddie Highmore che, in questa nuova avventura, interpreta non uno ma ben due personaggi contemporaneamente: i fratelli gemelli, identici ma dal carattere diversissimo; complimenti! In realtà, però, è tutto il cast che si dimostra davvero all'altezza. E poi, ammettiamolo, Mark Waters alla regia è sempre una discreta garanzia di soluzioni azzeccate (qui è molto interessante l'idea di rendere invisibili le creature magiche, costringendo gli attori ad un bel lavoro di immaginazione che sicuramente ha giovato alla riuscita del film) ed è riccamente "aiutato" dai perfetti effetti speciali della Industrial Light & Magic di Lucas. Anche il design delle creature e la messa in scena sottolineano come, più che il respiro del fantasy moderno, Waters abbia cercato un ritorno alla fiaba più propriamente intesa: i mostri sono brutti ma non spaventosi e, tendenzialmente, sono anche abbastanza stupidi, suscitando un misto di tenerezza e compassione. La fotografia, dal canto suo, gioca tutto su colori molto, molto accesi dalle tonalità pastello, conferendo al film un'aura eterea ed irreale che ben riesce a staccare la vicenda da un tempo ed uno spazio chiaramente definiti. Un lieve ma ben utilizzato Chroma key nelle scene più "bucoliche" è la cigliegina sulla torta del reparto tecnico.
Questo recupero del fiabesco, o del fantastico "anni ‘80-'90", ha però anche dei riflessi che, per alcuni, possono essere negativi: se i bambini si divertiranno a seguire le peripezie di Jared fra folletti, goblin e fate, i meno capaci di sognare storceranno il naso davanti ad un film che non cerca assolutamente di essere più di una semplice favola. Non ci sono sottotrame, non ci sono profondi significati simbolici e non c'è nemmeno grande tensione. Anche il finale si conferma come il più classico degli Happy Ending, lasciando lo spettatore completamente soddisfatto e senza inutili aperture per eventuali sequel. Personalmente ho molto ammirato la scelta coraggiosa di buttarsi senza remore nel fiabesco più caramelloso senza mai scadere nel banale o nel melenso. Nel complesso, Spiderwick si lascia guardare con vero piacere, diverte, emoziona, racconta una bella storia ed è interamente dedicato a chi ama le fiabe, cioè a tutti quelli che, nel buio di una sala o comodamente sprofondati nella poltrona, riescono ancora a volare con la fantasia. ^___^

HD4ME non è più accessibile? Risolto!

AVVISO!

Molti di noi hanno sperimentato, negli ultimi giorni (credo dopo l'aggiornamento di Firefox >_<) 
grosse difficoltà a connettersi a vari siti dei miei amici. 
Penso in particolar modo a HD4ME, Ipersphera e galmuchet

Il carissimo G R A Z I E ha già risolto il problema nel modo più elegante possibile:


Basta scrivere nell'apposito spazio il link che volete visitare e, magicamente ^_^, 
aggirerete le protezioni di zona in modo veloce e gratuito!

:D

venerdì 7 settembre 2018

Rogue One: A Star Wars Story


Titolo originale: Rogue One: A Star Wars Story
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Fantascienza, Avventura, Azione
Durata: 133'
Regia: Gareth Edwards
Cast: Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Mads Mikkelsen, Riz Ahmed, Forest Whitaker

Trama:
In una galassia lontana lontana, un improbabile gruppo di eroi intraprende una missione per sottrarre i piani della più potente arma di distruzione di massa mai ideata dall’Impero, la Morte Nera. Questo evento spingerà delle persone ordinarie ad unirsi per realizzare imprese straordinarie, diventando parte di qualcosa di più grande e...

Commenti e recensione:
Nel box office mondiale ha superato la soglia del miliardo di dollari di incasso, i fan sono rimasti entusiasti, pubblico e critica lo hanno promosso; alla fine si può proprio dirlo: Rogue One: A Star Wars Story, il primo tanto atteso (e anche temuto) spin-off di Star Wars, è stato un'operazione pienamente riuscita, tanto da conquistare un posto nell'universo Jedi e nel cuore degli spettatori.
Per gli appassionati della saga è come colmare visivamente vicende fino ad ora solo immaginate. Chi conosce bene gli episodi di Guerre stellari (questo si inserisce tra il III e il IV) non potrà che arricchire di particolari le già note vicende, allietato nel cuore da piccoli rimandi a personaggi o ambientazioni che già ama, sapientemente posizionati qua e là dai realizzatori del film. Per i neofiti (sempre che ne esistano!) immagino sia un chiassoso e divertente action movie sicuramente da gustare. Se valutiamo Rogue One come film a sè, dimenticandoci di tutto il mondo di Lucas che gli sta attorno, possiamo infatti dire che si tratta di un buon lavoro d’avventura, cupo e realistico quanto basta, senza mai scadere nella "favoletta con canzoncina annessa" che si poteva temere dalla nuova proprietà del topo. Il cast è davvero bene assortito e vi spicca una bravissima Felicity Jones, che presta il volto a Jyn Erso, eroina senza macchia e senza paura come se ne trovano raramente. Tecnicamente, gli effetti speciali sono esaltanti, le inquadrature, luci e montaggio risultano di altissimo livello e le riprese effettuate sull'atollo Laamu alle Maldive sono davvero incredibili. :O
In sintesi, malgrado temessi che la Disney snaturasse il carattere della saga, Rogue One: a Star Wars Story è probabilmente uno dei migliori film dell'intero ciclo, quindi da vedere sicuramente! E poi, diciamocelo: Star Wars è sempre Star Wars e anche delle briciole, persino senza raggiungere i livelli di questo gioiellino, rinfrancano l’anima assetata di noi fan! :D

venerdì 31 agosto 2018

Le relazioni pericolose


Titolo originale: Dangerous Liaisons
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Drammatico, Sentimentale, Storico
Durata: 120'
Regia: Stephen Frears
Cast: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer, Uma Thurman, Keanu Reeves, Mildred Natwick

Trama:
La bella marchesa di Mertreuil spinge verso altre donne (da lei accortamente individuate) il suo ex-amante, il Visconte di Valmont, per vendicarsi della sua fuga. È una sfida per tenere saldamente in pugno l'uomo che essa, pur dedita ad amori occasionali, ama ancora. Nelle reti del seduttore cadono, alternandosi, sia la quindicenne Cecile de Volanges, già promessa in matrimonio ad un gentiluomo che ha vent'anni più di lei, sia la graziosa Madame de Tourvel. Ma proprio le reazioni della nobildonna, sedotta e abbandonata, inducono il libertino a riflettere sulla sua esistenza e...

Commenti e recensione:
Tratto dallo splendido libro epistolare di Choderlos de Laclos del 1782, con Le relazioni pericolose Frears ci conduce nei boudoir e nei salotti, grondanti di eleganza e crudeltà, della facoltosa aristocrazia dell'Ancien Régime per farne un graffiante affresco (la critica era già insita nel romanzo) sulla lussuria, il tradimento ed i sensi di colpa. Cinematograficamente parlando, la sua è la migliore riduzione per lo schermo fra le tante disponibili; penso soprattutto a quel Valmont di Forman che, forse per colpa di attori di minore impatto spettacolare, non ebbe la notorietà di quest’opera la quale, invece, vanta un cast perfetto. A dominare la scena è soprattutto Glen Close, magnifica nelle vesti di marchesa acida, viziosa e vendicativa, il cui più grande divertimento, in una vita annoiata e priva di stimoli, è quello di cospirare con l'altrettanto cinico John Malkovich, così superlativo, seducente e viscido da rendere "quasi" sprecate le eccellenti interptretazioni della Pfeiffer e di Uma Thurman.
Nel bellissimo libro, pensato per l’epoca dell’illuminismo razionale all'alba della rivoluzione, il volgere drammatico della trama appare come una sconfitta di una aristocrazia che raffinatamente, e in purissimo stile rococò, sembra rifuggire da ogni sentimento per badare al ben più corposo profilo sensuale dell’amore. Impossibile non sentire l'eco del delle memorie di Casanova, scritte pochi anni dopo ma riferite proprio a quei giorni o dell'immortale Don Giovanni, entrambe critiche nemmeno troppo velate di quel mondo. De Laclos costruisce una trama perfetta ed utilizza il genere epistolare proprio per evitare ogni attribuzione psicologica ai personaggi, perché si svelino da soli. Può una trama così essere ancora attuale? Certamente! Frears, fortemente critico verso i modelli thatcheriani e reaganiani dell’epoca, raccoglie la sfida e genera un film che dalle diaboliche geometrie seduttive ci conduce a quelle più misurate dei sentimenti (che non perché più silenti mietano meno vittime) e centra quello che, pur avendo all'attivo altri titoli di assoluto rispetto, è senza alcun dubbio il suo capolavoro. Dopo più di trent'anni, e con un clima culturale (apparentemente) del tutto diverso, questo film mantiene perfettamente intatto il suo splendore, segno che il soggetto è ben al di sopra del trascorrere del tempo, dimostrandosi di eterna attualità.
Assolutamente da vedere e da rifletterci a lungo! :D


Visto che non rientra nei normali programmi scolastici nostrani (e aggiungerei "per fortuna" perché questa è normalmente la morte di un'opera), mi sono permesso di aggiungere nella cartella ben due versioni del romanzo, sia in italiano che nello splendido originale francese. Questo è l'esempio più puro di livre de chevet (che si potrebbe tradurre come "libro da capezzale", cioè da tenere sempre sul comodino, a portata di mano). Fosse solo per vedere come si scrive davvero un libro che, a più di due secoli di distanza, è ancora freschissimo, vi consiglio davvero di approfittarne. ;)

sabato 25 agosto 2018

La cosa


Titolo originale: The Thing
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Fantascienza, Horror, Thriller
Durata: 109'
Regia: John Carpenter
Cast: Kurt Russell, Wilford Brimley, T.K. Carter, David Clennon, Keith David, Richard Dysart, Charles Hallahan, Donald Moffat

Trama:
Gli scienziati di una base di ricerche in Alaska raccolgono un cane lupo che i loro colleghi norvegesi hanno tentato di abbattere. Lo mettono nel canile mentre due di essi si recano nella base norvegese che trovano abbandonata e piena di cadaveri. Trovano anche i resti di quello che sembra un disco volante. La comparsa di una terribile creatura scatena il panico nella base e...

Commenti e recensione:
Nell'82, mentre Spielberg incantava e commuoveva il pubblico con il suo E.T., sdoganando definitivamente la figura dell’alieno tenerone, quasi in contemporanea John Carpenter centrava con La cosa il suo capolavoro del cinema di fantascienza e dell’orrore. Non un simpatico gnometto ma una ben più sinistra creatura aliena che evidenzia pessimisticamente i limiti ed i difetti del genere umano. Il risultato, pressoché inevitabile, di questo scontro è stato per La cosa un freddo riscontro al botteghino, accompagnato da un giudizio perlopiù negativo anche da parte della critica colta, incapace di coglierne la portata artistica e sociale. È servito tempo, molto tempo!, perché a questa meraviglia venisse fortunatamente conferito il giusto e doveroso riconoscimento. Meritatamente, oggi è considerato un punto di assoluto riferimento per il cinema di genere ed una gemma di tutta la Settima Arte.
Pochi altri film nella storia hanno saputo far convolare a nozze in maniera così riuscita la fantascienza e l'horror, due generi fatti quasi apposta per stare assieme (sposati dall'Ignoto) ma che raramente producono figliolanze riuscite.
La cosa arriva a punte di shock visivo che solo L'Esorcista, probabilmente, raggiunse in quegli anni. Nelle trasformazioni non c'è solo banale splatter ma una sofferenza interiore, un'umanità lacerata, una specie che urla il proprio dolore. Le paragonerei alla grandiosa trasformazione de Un Lupo Mannaro americano a Londra per efficacia e dolore. Guardando le scene di trasformazione si ha quasi più empatia per l'invaso dalla "cosa" che non per chi rischia di esserne ucciso. È proprio questa antropomorfizzazione del mostro a renderlo fastidioso, inquietante e disturbante. È anche ciò che lo rende così diverso da Alien, al quale è stato ingiustamente ma ripetutamente paragonato. Con le sue poche ma efficaci apparizioni (e grazie agli effetti speciali, artigianali ma estremamente realistici, di Rob Bottin) il mostro rende realmente terrorizzanti gli istanti in cui è protagonista e, insieme alla celeberrima sequenza dell’analisi del sangue, porta la tensione ed il senso di claustrofobia all’apice. Impossibile inoltre non citare il folgorante ed enigmatico finale nel quale, come da tradizione per il cinema di Carpenter, alle risposte si affiancano nuove ed inquietanti domande, che lasciano presagire che l’incubo sia solo cominciato. Il mostro non c'è ma la sua eco domina incontrastata!
Le musiche di Ennio Morricone sono un altro elemento determinante per la bellezza de La cosa; un Morricone molto carpenteriano, apparentemente spersonalizzato data la diversità di stile rispetto ad altre pellicole. La sua colonna sonora, con quel ritmo martellante ed ossessivo, carica ulteriormente di suggestioni angosciose il senso di ansia e di morte che permea il film. Il cast, infine, è stellare! Russell, forte anche di una sceneggiatura che lo rende il personaggio più completo e complesso, spadroneggia ma, trattandosi quasi di una pièce teatrale, non opprime gli altri bravissimi attori e tutti, in uno o più momenti, hanno l'opportunità di mostrare le proprie splendide capacità. Se questa non è grande regia, non so cos'altro serva.
La cosa è uno strepitoso esempio di cinema di genere e d’autore allo stesso tempo, capace di intrattenere, colpire e spaventare, ma anche far riflettere sulle miserie e lo squallore della società. Attraverso l’orrore e la paura, Carpenter ci mostra in modo cupo e tagliente l’incapacità insita nel genere umano di fronteggiare unitariamente le difficoltà e le minacce, ricordandoci che probabilmente, in fondo, i veri mostri siamo noi. Qui il pessimismo di Carpenter raggiunge il suo culmine: la ventata, che parte dalla New York in disfacimento tratteggiata in 1997 e che arriva fino alle terre desolate del Polo Sud, spazza in un solo colpo tutto l'idealismo della fantascienza anni '50, pure così tanto amata dal regista e la cui eco si sente ancora nello sdolcinato E.T. di Spielberg. Qui Carpenter non mette nemmeno un grammo di retorica, il film è asciutto, essenziale, freddo. Perfetto.
La cosa non è un film da giardare ma un capolavoro da ammirare e rivedere, rivedere, rivedere! :D


Dedicato a Giuseppe
per il suo ottimo gusto e tutta la sua pazienza.
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