venerdì 28 aprile 2017

1941 Allarme a Hollywood


Titolo originale: 1941
Nazione: USA
Anno: 1979
Genere: Comico, Commedia
Durata: 117'
Regia: Steven Spielberg
Cast: Dan Aykroyd, John Belushi, Ned Beatty, Christopher Lee, Toshiro Mifune

Trama:
È passata soltanto una settimana dall'attacco di Pearl Harbor e gli abitanti della California sono prossimi all'isteria. E un sottomarino giapponese infatti c'è! Comandato da un ammiraglio incapace e con la bussola impazzita, ha il compito di colpire Hollywood, scelta come simbolo della civiltà americana. Los Angeles si abbandona a ogni genere di follia mentre il sottomarino giapponese "affonda" una carroamato e...

Commenti:
Forse il film più insolito di Spielberg ma non per questo meno riuscito, anzi! Una spassosa sarabanda di vignette e personaggi (memorabile, oltre a Belushi, il generale Stack che si commuove vedendo "Dumbo" al cinema) che fila alla velocità di un Concorde in un crescendo frenetico e forsennato per poi culminare in un finale pirotecnico e catasrofico. Oltre a parodizzare l'incontenibile paranoia americana da post-Pearl Harbor (e post-qualsiasicosa), Spielberg si diverte a distruggere (letteralmente) la Hollywood patriottica ed eroica con uno stile che da lui non ci si sarebbe aspettato e che ricorda il John Landis di "The Blues Brothers". Certo oggi un po' di forza l'ha inevitabilmente persa ma è grazie ad opere così se esiste il cinema cosiddetto "demenziale". Splendide le mille citazioni e le autocitazioni (o meglio, autoparodie!) come quella iniziale di "Lo Squalo", con tanto di musica di sottofondo, o una scena poi citata dal regista ne "I predatori dell'arca perduta" (Belushi che fa il saluto militare salendo sul sottomarino). Da notare poi l'apparizione di un finto T-Rex che spaventa Loomis e Dana, quasi profetica pensando a "Jurassic Park". La verità è che si sente fortissima la mano, nella sceneggiatura, dell'accoppiata Robert Zemeckis e John Milius (che figura anche tra i produttori). Nel ricco cast hanno piccole parti anche i registi John Landis e Sam Fuller (rispettivamente il soldato impolverato cui Belushi ruba la moto e il comandante con l'immancabile sigaro), Lionel Stander (il vicino di Ward) e il ventitreenne Mickey Rourke, qui al suo debutto, nel ruolo di uno dei soldati nel carro armato che finisce in mare. Il pubblico americano dell'epoca non gradì affatto e il film si rifece solo grazie al meritato successo ottenuto in Europa. È un film, mi dicono, da amare o odiare senza mezzi termini; forse è solo che non per tutti i gusti ed è sempre un po' troppo sopra le righe (anche se dopo Tim Burton come possiamo parlare?) ma ha una sua logica delirante che merita tutto il nostro rispetto. Da rivedere... magari anche più volte all'anno! :D

giovedì 20 aprile 2017

The Boy and the Beast


Titolo originale: Bakemono no ko (バケモノの子)
Nazione: JAP
Anno: 2015
Genere: Animazione, Fantastico, Avventura
Durata: 119'
Regia: Mamoru Hosoda

Trama:
Di fronte alla prospettiva di essere affidato agli odiati zii dopo la morte della madre, Ren fugge per le strade di Shibuya finché non attira l'attenzione di un animale bipede, misterioso e parlante. Il suo nome è Kumatetsu ed è una delle Bestie (bakemono) più potenti di Jutenkai, un mondo parallelo a Shibuya e popolato solo da animali antropomorfi. Senza rimpianti per il mondo degli uomini, Ren sceglie di crescere tra quelle creature, imparando da Kumatetsu l'arte della lotta e della convivenza e...

Commenti:
Il nuovo lungometraggio di Mamoru Hosoda è il successore spirituale di Wolf Children: di quella storia riprende la metafora della bestialità contrapposta all’umanità e continua a raccontare come si cresca, come si cambi e quanto il momento della formazione possa rivoluzionare una persona. Si fa sentire un po' la scomparsa nei credits di Satoko Okudera e della sua capacità di affidarsi al non detto mentre qui, se proprio vogliamo trovarci un difetto, ogni cosa viene enunciata. Personalmente, a parte i primi due miniuti, non ne sono stato per nulla distrubato ma è stata la critica comune a tutti i censori e come tale ve la giro. Detto questo, però, Bakemono no ko da guardare è un vero piacere! Hosoda conferma di avere un occhio incredibile per l’azione e per le gag fisiche: quando muove i personaggi riesce sempre ad impressionare, colpire o far ridere lo spettatore. Spettacolari i combattimenti tra mostri, che fanno veramente percepire la potenza di queste creature, così come sono meravigliose le catastrofiche sequenze finali ambientate nell’umana Tokyo. Che dire poi dei reparti artistici? Siamo di fronte a una delle più belle animazioni di sempre e di scenografie tali da meritare l'esposizione in musei; questo è miele per gli occhi! Grazie alla strepitosa regia che, facendo uso di soggettive e seguendo da vicino i protagonisti, riesce a catapultarci nel pieno della vicenda facendoci immedesimare con lo stesso Kyuta, The Boy and the Beast è un’avventura emozionante e coinvolgente e, con la sua strana coppia di protagonisti, riesce sia a divertire che a commuovere. Impossibile non rimanere affascinati dalla storia (leggenda?) in cui si viene immersi e, alla fine del film, si gode sempre quella meravigliosa sensazione come di risveglio da un bel sogno. Da vedere assolutamente! :D

domenica 9 aprile 2017

L'âge d'or


Titolo originale: L'âge d'or
Nazione: Francia
Anno: 1930
Genere: Fantastico
Durata: 65'
Regia: Luis Buñuel
Cast: Gaston Modot, Lya Lys, Max Ernest, Pierre Prévert, José Llorens Artigas, Germaine Noizet

Trama:
Data l'assenza di continuità narrativa, indivituare una trama in L'Age d'or è, volutamente!, impossibile. Eppure è più articolato del "Chien andolou": si possono individuare un prologo, un epilogo e un filo conduttore (l'amore folle tra due amanti separati dalle convenzioni) e tanto deve bastarci. ^__^

Commenti:
In realtà, malgrado quanto ho scritto nella trama, L'âge d'or presenta molti episodi apparentemente slegati ma probabilmente meno di quanto sembri in un primo momento. Il prologo e l’epilogo hanno un legame interno abbastanza chiaro mentre, nonostante le incongruenze di tempo e di luogo, tipiche del cinema surrealista che fa del delirio paranoico la cifra dell’indagine (sic! Definizione di Dalì), il corpo del film è intriso dei temi che il regista successivamente svilupperà per tutta la sua produzione. Forse è proprio per questa mancanza di assoluta cripticità, tipica del Chien andalou, che L'età dell'oro è meno famoso del suo illustre predecessore. A torto, perché L'âge d'or ha rappresentato in pratica l'inizio e la fine del cinema surrealista. Nessuno provò a continuare sulla strada indicata da Buñuel, visto che la società dell'epoca non era pronta a recepire un messaggio così forte e rivoluzionario. Fu proiettato per soli sei giorni allo Studio 28 di Parigi e infine fu bersaglio di un'incursione di squadristi di destra che lo devastarono. Lo stesso Visconte di Noailles, finanziatore del film, rischiò la scomunica. Pochi giorni dopo l'assalto il prefetto Chiappe ne vietò la proiezione e lo si potè rivedere soltanto nel 1950 a New York e nel 1951 a Parigi. Buñuel pagò cara questa sua scelta, restando fuori dal grande cinema fino agli anni '60. Non si pentì però mai e seguitò, con una certa modestia e molta coerenza, la sua missione etica di mostrare le verità scomode e nascoste dell'animo e del mondo umano.
L’Età dell’Oro del titolo è forse la vera innovazione rispetto a Un chien andalou. Strano a dirsi, ed ancora più complesso da spiegare, l’Età in questione è apparentemente inesistente nell’ambito del film. Tutte le epoche, le età evocate e messe in scena sono segnate da ambiguità e negatività. Lo sviluppo, il progresso dell’intero mondo occidentale appare profondamente influenzato da questa insensata negatività. Atraverso il salto logico del sarcasmo surrealista, il contrappunto del titolo diventa l'elemento unificatore di una logica ribaltata in cui l’Età dell’Oro, o quella che dovrebbe essere considerata tale, è una Belle Epoque agli sgoccioli, fatta di dialoghi crudelmente insensati (“Oh, che gioia, che gioia aver assassinato i nostri figli”) e soprattutto di una ancor più crudele carica eversiva nei confronti dell’ordine sociale. Violenza ed Eros sembrano essere, per Buñuel e Dalì, non solo alla base dello sviluppo del pensiero e della società occidentale ma anche, ironicamente, gli elementi che legano tra di loro la Storia e l’evoluzione umana, come se fossero frammenti e spezzoni di un film allucinato. L’irrisione e il rovesciamento dei valori diffusi pervade ogni singola inquadratura e culmina nello sberleffo finale alla religione. Il Duca di Blangis, protagonista di De Sasde celebre per le sue orge e la sua misoginia, ha qui le inconfondibili fattezze di un Cristo depravato e lussurioso che, invece di salvare i bisognosi, sferra loro il colpo di grazia come il più feroce degli scorpioni.
Questo è un capolavoro da non perdere assolutamente! :D



Oggi abbiamo doppiato la boa dei
quattro milioni di visualizzazioni.
Sembra incredibile!
I
o ho fatto la mia parte ma è merito vostro se, insieme,
abbiamo raggiunto questo risultato.

 

GRAZIE!!!



lunedì 3 aprile 2017

Krull


Titolo originale: Krull
Nazione: USA
Anno: 1983
Genere: Avventura, Fantasy
Durata: 117'
Regia: Peter Yates
Cast: Ken Marshall, Lysette Anthony, Freddie Jones, Francesca Annis, Alun Armstrong, Dicken Ashworth, Liam Neeson
Trama:
La principessa viene rapita alla vigilia delle nozze dai feroci Massacratori ma il quasi sposo, l'intrepido principe Collwyn, non sopporta l'affronto e si mette alla ricerca, a capo di un piccolo gruppo di mercenari e falliti. La ritrova prigioniera di un mostro in un castello infernale e...

Commenti:
La sfortuna di questo film, al tempo in cui uscì nelle sale, fu quella di doversi confrontare con l'attesissimo "Il ritorno dello Jedi" che ovviamente stravinse al botteghino la gara degli incassi. Eppure Peter Yates è un regista capace di creare film coinvolgenti e, a parte qualche passo falso, "Krull" è una bella incursione nel fantasy che si vede con molto piacere, ricco com'è di belle trovate e di una storia debitrice delle favole classiche come "La bella addormentata nel bosco"e film di fantascenza come "Guerre Stellari". A pensarci, dopotutto anche "La Cosa" di Carpenter fu un floppone quindi non è poi così grave (almeno per noi spettatori ^__^).
Krull è una gran bella pellicola in ogni sua componente: dall'ambientazione magica agli effetti speciali (di certo non eccelsi oggi ma più che dignitosi per l'epoca), ai personaggi molto azzeccati e di cui durante il lungo ed impervio viaggio lo spettatore non può far altro che affezzionarcisi. La trama è intensa e coinvolgente, a tratti onirica e, nonostante sia a volte molto ingenua, quasi "naif", alla fin fine è perfettamente adatta al contesto del film. Che bello che era quel cinema fantasy anni '80 di cui questo è un ottimo esempio!
Krull è anche uno strana commistione di generi: il Mostro è chiaramente una creatura aliena, le armi "laser", le allusioni fatte da alcuni personaggi e la Fortezza Nera stessa (che pur essendo chiaramene magica e dall'aspetto di una montagna è, a tutti i fini pratici, un'astronave) fanno chiaramente intendere che si sia ben consapevoli dell'esistenza di altri pianeti abitati e di vita extraterrestre. Nell'Universo di Krull sembrano pacificamente coesistere, in un raffinato mix, magia e fantascienza, un po' come in He-Man sebbene in quest'ultimo sia molto esplicito mentre in Krull viene più che altro suggerito. Ammirevole il mitico Glaive, tipica "arma salvatutto" che, occasione più unica che rara, non è la classica classica spada o qualcosa di altrettanto convenzionale (anche se ci si può tagliare un dito se lo si impugna male XD). Una menzione particolare va fatta alle scenografie degli interni della Fortezza Nera, con il suo design alieno e molto organico ma allo stesso tempo artificiale. Questo e come il Mostro sia in grado di modificarne la struttura a piacimento lascia lo spettatore nel gustoso dubbio: si tratta solo di bizzarra architettura oppure per tutto il tempo non si è sempre vagato all'interno di parte del Mostro stesso?
Il ritmo del film è buono e raramente ha tempi morti perché, quando l'azione cala, viene sempre rivelato qualche interessante dettaglio sulla storia di questo o di quel personaggio, sul Mostro oppure su Krull stesso. I combattimenti riescono ad intrattenere, non sono niente di speciale ma godibilissimi, e la musica di James Horner è davvero ottima. Nell'insieme si tratta di un film da rivedere con lo spirito giusto e, sicuramente, da rivalutare! :D

martedì 28 marzo 2017

Le fate ignoranti


Titolo originale: Le fate ignoranti
Nazione: Italia
Anno: 2001
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia: Ferzan Özpetek
Cast: Margherita Buy, Stefano Accorsi, Andrea Renzi, Gabriel Garko, Filippo Nigro

Trama:
Antonia e Massimo sono sposati da più di dieci anni, vivono in una bella villetta nella periferia residenziale di Roma e sono una coppia felice. Massimo muore all'improvviso in un incidente di macchina. Antonia sprofonda in un lutto totale, assistita dalla madre Veronica e dalla domestica filippina Nora. Antonia non riesce a riprendersi, non va a lavoro, trascura le amiche e le colleghe, si chiude nel suo dolore. Finchè non scopre per caso che Massimo aveva da sette anni un'amante. Le indagini per scoprire chi fosse costringono Antonia ad uscire dal suo guscio di dolore. Tramite l'unica traccia di un cognome e di un indirizzo, Antonia riesce ad arrivare a casa dell'amante di suo marito, che vive in un quartiere popolare della città e scopre che non è un'altra donna...

Commenti:
Tra tutte le opere di Ferzan Özpetek, "Le fate ignoranti" è sicuramente quella che meglio sintetizza la poliedrica poetica del cineasta turco naturalizzato italiano. Da sempre votato all’esplorazione degli aspetti più reconditi dei sentimenti umani, Özpetek è riuscito a racchiudere nei 105 minuti di questa magica pellicola tutto ciò che si può nascondere dietro alla parola amore, un concetto libero da qualunque vincolo legato all’orientamento sessuale. Tante le domande alle quali il regista si accosta, suggerendo con sublime delicatezza alcune delle possibili risposte: conosciamo davvero la persona che ci sta accanto? Perché amiamo l’uomo o la donna che abbiamo scelto? E, soprattutto, è possibile abbandonare le invisibili quanto rigide sovrastrutture che la società impone e abbandonarsi davvero al sentimento, qualunque forma esso assuma?
In un perfetto gioco di specchi ed incastri ecco il potere del riverbero della freccia di cupido, capace di rimbalzare e trafiggere i cuori nel più sorprendente ed autentico dei modi: attraverso l’affinità elettiva, una forza pari a quella di un gigantesco magnete ma le cui possibili implicazioni finiscono spesso per sommergere il vero amore sotto la coltre inconscia ed inclemente del Super-Io, severissimo custode del codice morale. E ci è voluta tutta una grandissima Margherita Buy per mostrarcene ogni sua sfaccettatura!
"Le fate ignoranti" non è perfetto, sospeso in equilibrio delicato tra la commedia di tutti i giorni e la sofferenza sottile che si nasconde dietro i sorrisi e le battute amare. Anche imperfetto, però, con toni che a volte sfiorano l'abisso soap nel quale è sprofondato il cinema italiano, è un film vivo. Vivo del suo vero amore per i suoi personaggi, della voglia non di giustificarli ma di capirli, delle sfumature dell'anima alle quali arriva. È anche un film coraggioso. Non tanto per il coraggio di mettere al centro della scena i "diversi" ma soprattutto quello di prendersi i suoi tempi: i tempi delle pause addolorate e silenziose, degli sguardi della Buy persi nel vuoto, nel fiume e nel ricordo, i tempi necessari a una profuga per passare dal buonsenso casalingo alla malinconia, quelli capaci di trasformare una terrazza in un "luogo" narrativo e di rendere plausibili maturazioni e cambiamenti. È un film assolutamente da rivedere! :D

martedì 14 marzo 2017

Always - Per sempre


Titolo originale: Always
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Commedia, Fantastico
Durata: 121'
Regia: Steven Spielberg
Cast: Richard Dreyfuss, Holly Hunter, Brad Johnson, John Goodman, Audrey Hepburn

Trama:
Pete è un pilota addetto allo spegnimento degli incendi nelle foreste. Nel corso di una missione muore per un incidente, lasciando nella disperazione la fidanzata Dorinda. Una volta in cielo, accetta di fare da angelo custode all'amico Ted, non solo per trasmettergli la sua esperienza ma anche per aiutarlo a conquistare Dorinda.

Commenti:
Tra commedia e melodramma, Spielberg firma uno dei suoi film più accorati: una storia d'amore che va oltre i limiti terreni imposti dalla morte. Pur essendo il remake di un film del '43 ("Joe e il pilota" con un indimenticato Spencer Tracy) e mantenendo sostanzialmente inalterata la prevedibilissima trama, Spielberg riesce a personalizzarlo giusto quanto basta per realizzare un gioiellino senza tempo. Dai suoi detrattori è stato definito "stupido" e probabilmente è vero ma, a mio avviso, nell'accezione più affettuosa, come si dà dello stupido a qualcuno che si ama. Dopo sui primi quaranta minuti assolutamente strepitosi, sia tecnicamente che attorialmente (i battibecchi amorosi tra quel sornione di Dreyfuss e la bravissima -fin troppo!- Holly Hunter; la colorita caratterizzazione dei personaggi di contorno; l'efficacia delle riprese aeree e degli effetti speciali nel sorvolo a bassa quota dei boschi in fiamme; qualche momento magico nell'uso della luce e del colore...), il ritmo cala leggermente e diventa più profondo. Forse è per questo che il pubblico di allora rimase spiazzato e, alla fine, ne decretò il flop di botteghino. Sarò troppo superficiale o forse i tempi, anche cinematografici, sono cambiati ma rivedendo "Always" mi sono commosso come per il miglior Frank Capra e questo è un complimento raro.
A proposito: è anche l'ultima apparizione sullo schermo di Audrey Hepburn, quindi è ancora più imperdibile! :D

domenica 5 marzo 2017

Cotton Club


Titolo originale: The Cotton Club
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Commedia, Drammatico, Musicale
Durata: 127'
Regia: Francis Ford Coppola
Cast: Richard Gere, Diane Lane, Gregory Hines, Nicolas Cage, Bob Hoskins

Trama:
Dixie Dwyer, un cornettista jazz, salva la vita a Dutch Schultz, boss degli anni ruggenti di New York e per questo motivo diventa il suo pupillo. Il potente olandese fa quindi assumere il giovane musicista presso un famoso locale notturno, il "Cotton Club" gestito da un altro capo mafia, Owney Madden. Dutch ha anche un'amante, la bella Vera. Presto Dixie emigra sulla West Coast, diventa famoso a Hollywood e torna ricco e famoso. Tra lui e Vera accade l'inevitabile. Tutto ruota intorno a un locale leggendario: il "Cotton Club".

Commenti:
Scritto da Mario Puzo e diretto all'ultimo minuto da Francis Ford Coppola, che inizialmente doveva occuparsi solo della sceneggiatura, Cotton Club è un lussuoso ed elegante omaggio alla grande epoca dello swing-jazz, ricostruita in chiave volutamente sfarzosa ed estetizzante. I balletti di Gregory Hines, gli assoli di cornetta del protagonista (eseguiti davvero da Richard Gere, tanto per dimostrare quanto vengono preparati bene gli attori USA!) e gli show musicali basati sulle note dei grandi artisti che fecero la storia del locale (Duke Ellington, Cab Calloway, Louis Armstrong) rappresentano la vera anima pulsante del film. Impossibile non lasciarsi andare come di fronte a un entusiasmante concerto jazz. Sceneggiatura, soggetto (non certo nuovo) e attori, anche se meritevoli, rimangono in un ruolo ancillare rispetto alla componente musicale, vera protagonista del film. Il cantante Tom Waits interpreta un piccolo cameo nella parte di Irving Stark. È proprio grazie a questo film che il jazz, dopo gli anni della contestazione e del "rifiuto del vecchio", torna a pieno titolo nella settima arte.
Eppure, in tutto questo, meritano un plauso speciale anche le scenografie e i costumi: le ricostruzioni d’abbigliamento e d’ambiente sono di strepitoso livello e ogni personaggio è meravigliosamente caratterizzato prim’ancora che dalle azioni, dai suoi vestiti. Flop al botteghino (il film costò 58 milioni di dollari e ne guadagnò poco meno di 30), fu tuttavia giustamente, per una volta, apprezzato dalla critica e merita davvero di essere rivalutato! :D

venerdì 24 febbraio 2017

Il fiuto di Sherlock Holmes


Titolo originale: Meitantei Holmes (名探偵ホームズ)
Nazione: Giappone, Italia
Anno: 1984
Genere: Animazione, Azione, Mistero, Poliziesco
Durata: 25' a episodio - 26 episodi
Regia: Hayao Miyazak, Kyōsuke Mikuriya

Trama:
Il segugio Sherlock Holmes, con la sua immancabile pipa e berretto caratteristico, con l’aiuto del fidato amico, il dottor Watson, risolve casi di cronaca che mettono in crisi la stessa Scotland Yard. Deve inoltre confrontarsi con il professor Moriarty, ladro e farabutto che, con l’aiuto dei suoi due scagnozzi, riesce a mettere sempre in scacco l’ispettore Lestrade... Ma non il fiuto del grande Holmes!

Commenti:
Ci fu un periodo in cui l'animazione in Italia era di altissimo livello, sia creativo che imprenditoriale. Da quell'età dell'oro nacque una delle rarissime, e più riuscite, cooproduzioni occidentali con il Giappone e, nello specifico, tra la Rai e Tokyo Movie Shinsha. Sì, in quei tempi remoti MammaRai era persino capace di tanto!
All'inizio dell'81 nella Rever (l'ex Pagot Film, storica casa di animazione dei fratelli Nino e Toni Pagot e creatrice di Calimero, Jo Condor, Grisù e tanto altro) Marco Pagot immagina un personaggio tutto nuovo di Sherlock Homles e per realizzarlo mette gli occhi su un "giovane e promettente regista giapponese" di cui aveva ammirato, pochi anni prima, la serie televisiva "Conan ragazzo del futuro" e il lungometraggio "Lupin III: il Castello di Cagliostro": l'allora poco noto, soprattutto da noi, Hayao Miyazaki. La Tokyo Movie Shinsha era conosciuta, in Italia, solo per Lupin III ma aveva già al suo attivo produzioni che, nel giro di qualche anno, sarebbero diventati veri e propri cult, uno per tutti "Lady Oscar". Stimolata da una così prestigiosa partnership, la Rever si tuffa nella preproduzione, incaricandosi di realizzare il design dei personaggi. Nel frattempo a Tokyo comincia l’elaborazione dello storyboard, naturalmente affidato a Miyazaki.
Miyazaki doveva essere un discreto precisino (leggi: rompiscatole ^_^) già all'epoca perché, pur mantenendo in buona sostanza le idee di Marco, le stravolge su alcuni punti non secondari, come il personaggio di Mrs Hudson, più simile alle ragazze forti che caratterizzano tutta la sua opera che non alla vecchina in grembiule prevista nella prima stesura. Impone inoltre un numero esorbitante di lucidi (e quindi aumento di costi) che è tipico di tutta la sua produzione maniacale e che ha fatto la fama di tutte le sue opere.
I primi quattro episodi, e buona parte dei due successici, è pronta quando sul progetto si abbatte lo Stop da parte degli eredi inglesi di Conan Doyle. E tutto si ferma.
Due anni dopo, un già affermato Miyazaki porta nelle sale il suo primo capolavoro, Nausicaä. Al film si accompagna un mediometraggio in due episodi dal titolo "Meitantei Hoomuzu", una piacevole storia per bambini popolata da simpatici cani umanizzati, con protagonista l’investigatore Holmes ed con un curioso avviso nei titoli di testa: "questo film non ha nulla a che fare con lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle". L'indomita principessa della Valle del Vento fa letteralmente da traino al nostro arguto cane detective e, colmo della fortuna, contemporaneamente si risolve la vertenza con gli eredi di Doyle.
È il momento di cavalcare l’onda! L’entusiasmo convince la TMS a riaprire il cantiere sull’opera incompiuta. Certo, Miyazaki si è messo in proprio, non fa più parte dello staff, ma restano i suoi lavori preparatori; così le due puntate interrotte nel 1982 vengono completate e, in poco più di sette mesi sotto la regia di Kyōsuke Mikuriya, se ne aggiungono altre 20 realizzate partendo dagli storyboard originali. Col titolo definitivo di Meitantei Hoomuzu ("il grande investigatore Holmes", semplicemente Sherlock Holmes in Italia), nel novembre del 1984 la serie in 26 episodi esordisce sui teleschermi, trasmessa in contemporanea dalla TV Asahi in Giappone e da Rai Uno in Italia.
Da questo momento in poi, il destino assegna alla serie due parabole separate: mentre in Giappone si conferma tutto l’interesse già manifestato al cinema e poi rinnovato per anni, in Italia viene accolta molto distrattamente perché MammaRai aveva dei bei difetti anche allora: dopo tanto sforzo, si inventa infatti una disastrosa collocazione in palinsesto dove ogni episodio viene "spezzato" in quattro parti da 5 minuti ciascuna, tanto che sono necessari 4 giorni per vedere la fine di ogni puntata! Per chi, come il sottoscritto, ha vissuto quell'esperienza, più che un trauma fu un Tavor!
Ci sono voluti decenni, e la potenza dell'Home Video, perché si riscoprisse questo gioiello, se ne apprezzassero le qualità tecniche e narrative e lo strepitoso doppiaggio che lo rende ancora migliore dell'originale (che purtroppo non potrete sentire perché i DVD di Yamato non hanno la traccia giapponese >_<). Il doppiaggio italiano merita una nota ed un tributo a parte e, in particolare, il Moriarty di Mauro Bosco. Tutti i personaggi parlano in un italiano impeccabile ma lui no; lui non solo parla in un piemontese stretto da far invidia a certi filmati di Paperissima ma pare proprio essere torinese: di Torino centro, tant’é che se ne esce di continuo con il famoso intercalare "né?" e con discorsi sulla menta, apparentemente tanto cara ai Piemontesi (come non citare il ricorrente "Porca Ménta"?), sulla Polenta o su altro materiale non prettamente inglese. Ascoltare l'originale senza la sua voce è come vedere Stanlio in inglese: vale meno della metà! Proprio a Moriarty e ai suoi due incapaci aiutanti, Todd il tarchiato e Smiley lo smilzo, sono affidati i siparietti comici: avete presente il Trio Drombo? Uguale! XD
Dal punto di vista tecnico, Sherlock Holmes è una serie di gran lunga superiore agli standard dell’epoca (i passaggi cinematografici lo testimoniao), tanto da reggere tranquillamente il confronto con i prodotti odierni. L’animazione è molto fluida e supporta egregiamente i ritmi spesso serrati. Le ambientazioni sono sontuose, i fondali curati, il design dei personaggi è gradevole e delicato, e quello meccanico rispetta certe linee "protoindustriali" che gli estimatori di Miyazaki ben conoscono, qui perfettamente inserite nel contesto storico Edoardiano (un poco più recente rispetto ai racconti di Doyle). Il Maestro è sempre stato affascinato dalle prime macchine, dalle suggestioni pionieristiche, gli stili, i design che caratterizzarono gli albori della tecnologia, in special modo per ciò che riguarda l’aviazione e il tema è ricorrente anche qui, dove certe scene possono considerarsi una sorta di preludio a Porco Rosso. In conclusione (ma solo perché ho già scritto troppo!), Sherlock Holmes è un cartone molto curato, dai toni leggeri, spettacolare ma composto, divertente ed educato. Niente violenza se si eccettua qualche scazzottata qua e là e comunque all’insegna della comicità più docile; i buoni vincono sempre e i cattivi non muoiono mai, anche perché, in fin dei conti, si tratta di cattivi simpatici. Puro Miyazaki ma made in Italy! :D

venerdì 3 febbraio 2017

Un chien andalou


Titolo originale: Un chien andalou
Nazione: FRA
Anno: 1929
Genere: Cortometraggio, Fantastico
Durata: 16'
Regia: Luis Buñuel
Cast: Simone Mareuil, Pierre Batcheff, Luis Buñuel, Salvador Dalí, Robert Hommet

Trama:
No, non ci provo neanche! ^__^
Non c'è una "trama" ma solo insinuazioni, associazioni mentali, allusioni; non c'è una logica, tranne quella dell'inconscio, del sogno e del desiderio.

Commenti:
Su questo film, tra i più celebri, misteriosi e impressionanti della storia del cinema, la cui brevità contribuisce ad accrescerne l'indecifrabilità, sono state azzardate interpretazioni e spiegazioni di ogni tipo, la maggior parte delle quali assolutamente insufficienti. Questo perché, sebbene l'opera nasca come un intento di liberazione dal controllo razionale, è impossibile non porsi delle domande davanti a questa pellicola e tentare di trovarvi un significato. Si è detto che si tratta di un film "surrealista", come se questo spiegasse tutto; che è basato su un sogno; che mescola idee di Buñuel e di Salvador Dalí; che è stato "costruito" in fase di montaggio. Simili spiegazioni possono anche essere utili ma non esauriscono il film né tantomeno incrinano la sua ambiguità essenziale.
"Un chien andalou" si apre proprio con il sogno di Buñuel: una nuvola lunga e sottile taglia la luna e l'occhio che la guarda. Da molti critici questa sequenza, una delle più celebri della storia del cinema, è stata interpretata come l'invito allo spettatore a guardare ciò che seguirà in maniera del tutto diversa rispetto alle consuete abitudini. Personalmente, invece, vedo in questa scena la rappresentazione surreale e onirica delle due azioni fondamentali per un regista: guardare e tagliare. Oltre al desiderio di sconvolgere ogni possibile spettatore, come ordinato dal profeta Breton.
In realtà, ogni sequenza si presta, proprio perché difficile da comprendere, ad innumerevoli interpretazioni ma nei sedici minuti in cui si dipana la pellicola è tuttavia possibile rintracciare tutti i perni tematici della filmografia di Buñuel: l'anticlericalismo, le pulsioni sessuali de "l'amour fou" e la critica alla classe borghese. Evidenti, inoltre, sono gli omaggi al regista americano Buster Keaton ed al pittore Renè Magritte. Cioé, "evidenti" se si ha la giusta cultura. ^__^
Come per tutto il surrealismo, si può fare riferimento all'approccio freudiano per analizzare il film come si fa con i sogni, visto che proprio di sogni si stratta. Eppure questo non permette neppure di spiegare il titolo dell'opera, figuriamoci la sua interezza! Già, perché "Un chien andalou"? In tutto il film non è presente nemmeno un cane, ci sono degli asini ma nessun cane, men che meno uno andaluso! Surrealismo al quadrato: riconoscendosi nel titolo Garcia Lorca lo considerò un insulto personale e tolse il saluto a Buñuel. In effetti ci sono (o possono essere?) diversi riferimenti alle sue poesie ma quella reazione è comprensibile solo nel contesto del primo gruppo surrealista di Parigi. Io ho sempre trovato il risentimento di Lorca infantile e, nella sua naïveté, commuovente.
L'enorme mole di richiami, riferimenti e citazioni presenti nel film, a prescindere dalla chiave di lettura che si vuole utilizzare per interpretarlo, pone inevitabilmente un quesito: Dalì e Buñuel, affermando che la sceneggiatura sia priva di riferimenti di tipo razionale ci prendono volutamente in giro? Perché se così non fosse, se i due artisti l'hanno effettivamente scritta affidandosi esclusivamente alla scrittura automatica, è lecito chiedersi se razionale e irrazionale siano così lontani e se il confine che li separa, se c'è, sia realmente distinguibile...
La verità è che è difficile accettare in un film ciò che si è disposti ad ammettere in un componimento musicale, in un quadro astratto o in una poesia. Ciò che irrita lo "spettatore rigido" di "Un chien andalou" è proprio che sembra fatto apposta per ostacolare o smentire qualsiasi tentativo di spiegazione causale, logica o razionale. E se non è difficile attraversarne la vertiginosa visione, benché i meccanismi di sorpresa e attrazione messi in atto provochino comunque una tensione nello spettatore, è invece impossibile ripensare al film ‒ per la sua frammentarietà, le sue variazioni di tono, l'incertezza dominante e gli improvvisi cambiamenti di direzione ‒ senza che l'esperienza continui a risultare profondamente disturbante. Ancora oggi, a quasi cent'anni di distanza!
Alla prima al cinematografo delle "Ursulines" mancava proprio il primo attore, Pierre Batcheff che, sistematicamente drogato di vapori di etere, si era suicidato poco dopo la fine delle riprese. Erano presenti invece: André Breton, Man Ray, Aragon, Max Ernst, Paul Eluard, Tristan Tzara, René Char, Pierre Unik, Tanguy, Jean Arp, Maxime Alexandre, Magritte, Picasso, Le Corbusier, Cocteau... Non sono tanti i titoli che possono vantare un simile pubblico al debutto! ^____^


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Cari amici,
anche questa volta in ritardissimo (più di un anno!) ecco finalmente il tanto atteso 600° rip!
Siete sempre troppi per citarvi uno ad uno (però lo sto facendo nella mia mente!) ma dedico a tutti voi questo risultato con grandissimo affetto: non sarei arrivato mai così lontano senza il vostro sostegno.
Nel corso degli anni ho dedicato a queste "occasioni speciali" film che mi hanno marchiato profondamente; non cambierò abitutine proprio ora e vi propongo uno dei capolavori più alti della storia del cinema e dell'Arte "tout court".
Buon Divertimento!
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sabato 21 gennaio 2017

Zardoz


Titolo originale: Zardoz
Nazione: USA
Anno: 1973
Genere: Fantascienza, Fantastico, Avventura
Durata: 102'
Regia: John Boorman
Cast: Sean Connery, Charlotte Rampling, Sara Kestelman, John Alderton, Sally Anne Newton

Trama:
Terra, anno 2293. La malvagia divinità Zardoz, creata dagli eterni scienziati che vivono nel Vortex, condiziona le menti degli uomini tanto da renderli schiavi e feroci. Zed, capo della tribù degli sterminatori, decide però di scoprire cosa si nasconde dietro il simulacro del terrificante Dio, ignaro del fatto che di lì a breve si troverà coinvolto in una spietata lotta per riacquistare la libertà e...

Commenti:
Delirante quanto affascinante, "Zardoz" è senza dubbio il film simbolo di quella fantascienza politicizzata che vede nella lotta contro il sistema l’unica possibilità di realizzazione umana anni '70. Da un soggetto di Frank Baum ("Zardoz” deriva proprio da "the wiZARD of OZ"), questo film è la summa della fantascienza sociologica, ispirato alla letteratura fantastica, a certe letture pseudomarxiste... nonché esteticamente condizionato dalle atmosfere lisergiche dell’epoca XD. Scherzi a parte, è impossibile vedere questo film senza pensare alle musiche (e alla vita!) di Syd Barrett.
Anche se realizzato con mezzi poverissimi (Sean Connery andava sul set con la sua auto per far risparmiare qualcosa alla produzione) Boorman sa il fatto suo e si vede! Punta su una scenografia ridondante, grottesca e ironizzante della moda dei tempi di allora. Ricordate "UFO" di Gerry Anderson? Per anni ho creduto ci fosse una produzione comune, visto che non solo i costumi sono altrettanto spiritosi e ridicoli ma anche molte location sono identiche. La Rampling è assolutamente magica ma è Sean Connery quello davvero grande; dopo anni di 007, qui ha dimostrato di essere in grado di fare davvero l'attore, riuscendo ad essere credibile anche con un look che avrebbe reso ridicolo chiunque. Senza la sua interpretazione magistrale, probabilmente questo film sarebbe finito nel dimenticatoio insieme a Quintet di Altman e il cinema avrebbe perso davvero tanto.
Preparatevi ad essere mentalmente disponibili ad un viaggio allucinante ricco di concetti che non sempre arrivano limpidamente e che, ad ogni visione, danno risposte ed interpretazioni diverse e ZARDOZ diventerà, anche per voi, un film da non perdere e rivedere ad ogni occasione! :D


mercoledì 11 gennaio 2017

Senti chi parla


Titolo originale: Look Who's Talking
Nazione: USA
Anno: 1989
Genere: Commedia
Durata: 90'
Regia: Amy Heckerling
Cast: John Travolta, Kristie Alley, George Segal, Olympia Dukakis

Trama:
Mollie, giovane consulente fiscale, è incinta ma il padre del bambino, che è sposato, dopo aver fatto mille promesse si fa beccare nelle braccia di un'altra. Lei lo lascia e nasce il bimbo che, fin dal concepimento, commenta in prima persona tutto ciò che gli capita, vede e (più o meno) capisce. Per quanto ancora non possa parlare, almeno a voce alta, ha però già le idee chiare: riuscirà a convincere la madre ad innamorarsi, contraccambiata, di un tassista che da baby-sitter del piccolo potrebbe diventarne il padre ufficiale?

Commenti:
Leggerissima commedia, tutta giocata su un'unica trovata: dare voce adulta ai pensieri di un infante, in originale doppiato da Bruce Willis e nell'edizione italiana dal rauco Paolo Villaggio. Il meccanismo scatena l'istantanea comicità che, grazie al furbo espediente, galvanizza una commediola altrimenti convenzionale: la tipica dimostrazione che la creatività paga! Buona prova del cast: oltre ai due ottimi protagonisti, in grande forma la vivace Olympia Dukakis nei panni della madre di Mollie. Indimenticabili alcune sequenze: dalla genesi di Mickey sotto forma di spermatozoo, al trauma del bambino costretto ad affrontare la nonna armata di borotalco XD. Enorme successo di pubblico che portò a ben due seguiti, non così riusciti, e al rilancio del grande Travolta. Da rivedere sempre con piacere! :D


sabato 31 dicembre 2016

Le fantastiche avventure di Pippi Calzelunghe


Titolo originale: Pippi Långstrump
Nazione: Svezia
Anno: 1969-1970
Genere: Fantastico, Avventura
Durata: 27' a episodio - 21 episodi
Regia: Olle Hellbom
Cast: Inger Nilsson, Maria Persson, Par Sundberg, O. Wellton, F. Ohlsson

Trama:
In città è arrivata una nuova bambina: Pippilotta Viktualia Rullgardina Succiamenta Efraisilla Calzelunghe e vive in una grande villa, Villa Colle, con l'unica compagnia di un cavallo a pois neri chiamato Zietto e una scimmietta di nome Signor Nilsson. Pippi è strana: non va a scuola e ha una forza quasi sovrumana ma per i fratelli Tommy e Annika questi non sono difetti, fanno amicizia con lei e ne condividono le meravigliose avventure. I due poliziotti del paese tentano di portarla all'orfanotrofio ma Pippi non è una bimba comune e...

Commenti:
Esistono serie televisive che nonostante il passare del tempo non ci abbandonano mai, anche quando queste risalgono addirittura a quasi cinquant’anni fa. È proprio il caso di Pippi Calzelunghe, telefilm mirabilmente tratto dal romanzo di Astrid Lindgren ed andato in onda su MammaRai nel 1970, in un contesto storico in cui si iniziava a parlare di rivolta femminile e giovanile (contemporaneamente arrivò in Italia anche Mafalda). Pippi Calzelunghe è la metafora delle potenzialità che i bambini riescono a far emergere anche nei momenti più difficili e della loro capacità di resilienza. Ci insegna a vedere la realtà sotto aspetti nuovi, con uno sguardo laterale che ci permette di cogliere prospettive sconosciute, che ci fa sperare che dal dolore immenso, per esempio dell’abbandono, possano nascere risorse che permettano di riprendere in mano la vita e renderla più bella di prima. Sì, perché al di fuori di quello delle favole c'è un mondo reale che, al momento della pubblicazione del libro, stava appena uscendo da una guerra che aveva reso orfani e poveri migliaia di persone, persino in Svezia. Astrid Lindgren ci fornisce con genuinità e cinismo un ritratto di una bambina talmente anticonformista da rifiutare – già nel 1945 – una società ipocrita ed un’istruzione da lei giudicata futile, istituzionalizzata, a compartimenti stagni, profondamente nozionistica. E allora perché non perpetrare i giochi, lanciarsi in un barile in discesa, sfidare i temuti pirati, indossare scarpe diversi numeri più grandi e fare smorfie alle maestre mentre dettano? In questo, più di qualsiasi altro attore o personaggio animato (anche se quello pensato da Miyazaki, forse...) la piccola Inger Nilsson si è dimostrata perfetta! Ancora oggi è impossibile pensare ad un'altra Pippi, mentre Annika e Tommy, proprio per il loro valore di "spalle" perbenino e piccoloborghesi, anche se bravissimi possono essere sostituiti senza difficoltà. Il meritatissimo successo della prima serie diede seguito a due film TV, "Pippi Calzelunghe e i pirati di Taka-tuka" e "Quella strega di Pippi Calzelunghe", che rapidamente si diffusero in puntate, proseguendo idealmente i primi 13 episodi.
Di questa fiaba rimane l’invito più caldo che si possa fare a un essere umano integro dall’alluce all’ipotalamo: mantenere intatta la ribellione che rinvigorisce lo spirito, che lo diverte e lo rende umano ai propri occhi, di non affogare la Pippi che vive in lui sotto docce fredde di lobotomia da Canzonissima, Hollywood o sfide di rapper così mammoni da essere meno riottosi di Topo Gigio. Abbiate lo slancio di poter concedere, di tanto in un tanto, un sano "Nun me rompe’ er ca" alla Gigi Proietti alle telenovelas da zuccherificio che vorrebbero proporci per tacitare il magma esplosivo di ingiustizia praticata nel sottosuolo. Questo sembra suggerirci Astrid da molto lontano.
Niente da fare, Pippi Calzelunghe andrebbe studiata di più. E amata sinché vivi. :D





Auguro a tutti un
FELICISSIMO ANNO NUOVO!!!
^__^



 

martedì 20 dicembre 2016

Per amore solo per amore




Titolo originale: Per amore solo per amore
Nazione: Italia
Anno: 1993
Genere: Commedia
Durata: 110'
Regia: Giovanni Veronesim
Cast: Diego Abatantuono, Alessandro Haber, Stefania Sandrelli, Penelope Cruz, Valeria Sabel

Trama:
In Palestina, un paio di millenni fa, Giuseppe è un uomo diverso dagli altri, ha in mente di visitare le città del mondo, Atene, Sparta, Damasco, Roma; vuole invecchiare camminando, vuole amare le donne. Si è fatto un'esperienza di vita nelle sue peregrinazioni con l'amico (muto) Socrate e ha deciso che il matrimonio non fa per lui. Non ha fatto i conti con la determinazione della giovane Maria, dal carattere solido, caparbio, sicuro, che si è invaghita di lui e...

Commenti:
Film molto natalizio, venne trasmesso regolarmente sulle reti Mediaset per diversi anni... prima che le feroci critiche teocon riuscissero ad affossarlo definitivamente. Invece "Per amore" va assolutamente rivalutato. Con una regia delicatissima e una storia (da un libro di Festa Campanile) che si srotola fluida, accompagnata, qua e là, dalla splendida voce fuori campo di Haber e dalla musica suadente di Nicola Piovani, è probabilmente il film più equilibrato e maturo di Giovanni Veronesi, che si è fatto assistere in sede di sceneggiatura dall’esperto Ugo Chiti, strizzando l’occhio a Monicelli e a Magni. Forse l'unico punto debole del film è la Sandrelli che, come spesso accade, riesce a recitare solo la parte di se' stessa (e, francamente, non si nota nessuna differenza tra la vedova di Nazareth e la farmacista del Maresciallo Rocca) ma ha un ruolo così marginale da non causare alcun danno. In compenso, se Diego Abatantuono si approccia al personaggio con dignità e rispetto, fornendone un bellissimo ritratto sfaccettato e completo, è Alessandro Haber, spalla memorabile, a fare di questo film un gioiello! Le ultime scene, di "Re Giuseppe" omaggiato da Socrates, con Maria e Gesù lontani e sfocati sullo sfondo, e la morte di Giuseppe con una corona di legno, meno dolorosa, ma solo fisicamente, di quella destinata a venire, meritano a mio (apparentemente isolato) avviso, un posto nell'album delle scene memorabili del cinema italiano. :D









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Dedico questo post alla nuova avventura di
che abbiamo seguito con grande interesse ai tempi del suo blog di ebook.
Buona fortuna, amico mio!!! :D

mercoledì 14 dicembre 2016

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo




Titolo originale: The Imaginarium of Doctor Parnassus
Nazione: Francia, Canada
Anno: 2009
Genere: Fantastico
Durata: 122'
Regia: Terry Gilliam
Cast: Christopher Plummer, Tom Waits, Heath Ledger, Johnny Depp, Colin Farrell, Jude Law

Trama:
Una compagnia teatrale itinerante, che riscuote successi contrastanti, riesce ad offrire al proprio pubblico spettacoli molto più interessanti di qualsiasi altro mai visto. Il tutto è legato alla figura del Dottor Parnasus, in grado di guidare la fantasia degli altri verso orizzonti inesplorabili della mente umana. Parnassus cela un segreto patto con il diavolo: in cambio della sua immortalità ha promesso di cedere la sua incantevole figlia al compimento dei suoi 16 anni. E sono ormai prossimi! Con l'aiuto di Tony, il fidanzato della figlia, deve trovare un modo per non rispettare gli accordi ma...

Commenti:
Già prima di Parnassus, "immaginifico" era l'aggettivo che più si confaceva a Terry Gilliam che, in più di quarant'anni di carriera, non ha mai mancato di far suo il motto di Marcuse: “l'immaginazione al potere”. Come attore, come creatore di opere di animazione e come regista, insieme ad altri o solo, in lui non è mai mancata la scintilla della creatività, dell'espressione libera di un'idea, di una visione, di un'utopia. Impossibile, in verità, tacere sul fatto che il film sia stato così atteso da pubblico e critica più per il suo iter produttivo che in virtù della verve creativa del regista. Gilliam è per certi versi un regista "maledetto" (celebri le sue disavventure in fase di produzione de Le avventure del Barone di Münchausen e The Man Who Killed Don Quixote) e il fatto che Parnassus sia l'ultimo, incompiuto, lascito del compianto Heath Ledger non fa altro che aumentare l'alone di drammaticità attorno al sipario del carrozzone del Dottor Parnassus. Dover praticamente riscrivere il copione (e cercare validi rimpiazzi per una parte centralissima!) a metà riprese dev'essere l'incubo di ogni regista. Paradossalmente, se non si conoscesse la tragica vicenda si potrebbe pensare che tutto fosse stabilito fin dall'inizio. Considerando come funziona bene la "trasformazione" del protagonista nei tre volti diversi delle star, sembra difficile immaginare un altro modo, peraltro efficacissimo, di mostrare meglio le sfaccettature del personaggio. Ovviamente, l'unico rammarico (oltre logicamente a quello generale sulla fine prematura dell'attore) è quello di non poter vedere come se la sarebbe cavata coi lati più oscuri del suo Tony. Per questo, risulta difficile giudicare un'interpretazione che, per forza di cose, è troncata a metà, anche se di buon livello per quello che si vede in scena. Invece le prove degli amici Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell sono sicuramente notevoli, anche se ovviamente brevi (cosa che non ha certo aiutato la promozione della pellicola >_<). È stato comunque un piacere vedere Jude Law tornare ad alti livelli. Oltre a questi, grandiosa la prestazione di Tom Waits che ha dipinto uno dei migliori diavoli tentatori della storia del cinema! A tratti quasi umano più che diabolico, alcuni personaggi della storia, in certi punti, sembrano (e probabilmente sono) più perfidi e cattivi di lui, che sembra invece semplicemente alla ricerca di un modo per sopravvivere, magari divertendosi, approfittando delle debolezze altrui. Un film come Parnassus è difficilmente categorizzabile. È un trionfo dell'immaginazione e della creatività ma questa, al di là delle apparenze, non è mai fine a sé stessa, per quanto lo stile della pellicola sembri barocco e tracimante di forme, colori, vite presenti, passate e future. Sicuramente risente dell'incompiutezza innata di questo genere di storie ma non è un film che vuole mettere la trama al primo posto, quello spetta a ciò che c'è dietro e oltre la storia stessa: la volontà di raccontare, far pensare e stupire. E in questo riesce in pieno. Da rivedere assolutamente! :D




lunedì 5 dicembre 2016

Breve (?) pausa





Niente di grave, non preoccupatevi!!!
Purtroppo il mio PC ha deciso che la sua ora è definitivamente giunta. Ero quasi pronto a postare un nuovo titolo (loggiuro!^__^) ma mi sa che dovrete aspettare ancora un pochino.
Quanto? Beh, si vedrà da come vanno gli incassi del mese e da cosa riesco a trovare che non costi come tre affitti ed un mutuo in banca! XD

Spero davvero di tornare presto, a costo di installare i vecchi programmi su questo giocattolino (che ha una tastiera con tutti i pulsanti spostati >_<) e postare i film uppati per le emergenze. Nel frattempo, BUON DIVERTIMENTO

...con quello che già avete. :-/

venerdì 18 novembre 2016

Il prefetto di ferro


Titolo originale: Il prefetto di ferro
Nazione: Italia
Anno: 1977
Genere: Drammatico, Storico, Azione, Western
Durata: 110'
Regia: Pasquale Squitieri
Cast: Giuliano Gemma, Claudia Cardinale, Francisco Rabal, Stefano Satta Flores, Enzo Fiermonte

Trama:
Cesare Mori, già noto per la sua inflessibilità nel tutelare lo Stato e la Legge, viene mandato a Palermo verso la fine degli anni '20 quale Prefetto e con eccezionali poteri. Quando una famiglia intera viene sterminata per atterrirlo, reagisce affrontando personalmente e uccidendo il boss Antonio Capecelatro. Raccolti numerosi indizi, ma impossibilitato ad agire legalmente per la mancanza di prove o di testimonianze, il Prefetto decide di spaventare i mafiosi e nello stesso tempo di ridare al popolo fiducia nello Stato ma...

Commenti:
Tratto dall’omonimo romanzo di Arrigo Petacco e sceneggiato dallo stesso Petacco in collaborazione con il regista Squitieri sulla base di un soggetto cui ha collaborato anche Ugo Pirro, “Il prefetto di ferro” è totalmente incentrato sulla figura del prefetto Cesare Mori (ottimamente interpretato da un intenso Giuliano Gemma in stato di grazia). Figura difficilissima da gestire, soprattutto alla fine dei '70, in pieni "anni di piombo". Squitieri subì il duplice ostracismo della sinistra, che lo ha accusato di fare apologia del fascismo, e della destra, per opposti motivi. Erano anni così. Eppure sia il personaggio, tutt'altro che senza macchia, che il film hanno uno spessore che merita di essere ristudiato. Il fuoco si combatte col fuoco o con la legge? Difficile rispondere, sia allora che oggi. Difficile farlo, soprattutto, in balia delle etichette politiche, sempre pronte ad appiccicarsi inesorablimente! È proprio per questo che Squitieri scelse un'impostazione da puro film western per raccontare una storia "senza tempo" che è diventata, soprattutto all'estero, un vero cult. Adattissime quindi le musiche di Ennio Morricone, sempre magistrali e incisive, e il famoso tema principale “La ballata del prefetto Mori” (musicata da Morricone con testo di Ignazio Buttitta) e interpretata da Rosa Balistreri, una delle voci popolari siciliane più affascinanti. Alla fine possiamo tranquillamente affermare che con questa sua opera Pasquale Squitieri si conferma uno dei registi più sottovalutati del panorama italiano. Guai a perdersela. :D

domenica 13 novembre 2016

Brisby e il segreto di NIHM


Titolo originale: The Secret of Nimh
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Animazione, Avventura, Fantastico
Durata: 82'
Regia: Don Bluth

Trama:
La signora Brisby, una topolina di campagna rimasta vedova, vive con i suoi quattro figli all'interno di un vecchio mattone nel campo del contadino Fitzgibbon. Brisby si sta preparando a traslocare, in quanto si sta avvicinando il periodo in cui Fitzgibbon ara il campo con un trattore, ma è impossibilitata a farlo dato che il figlio Timothy è gravemente malato. Pur di salvare la sua famiglia chiede aiuto all'inquietante Grande Gufo che la reindirizzerà verso la colonia di ratti stanziata sotto il cespuglio di rose. Brisby scoprirà che i ratti del rovo sono in possesso di una tecnologia pari se non superiore a quella degli esseri umani, frutto di un'intelligenza fuori dal comune conseguita dopo i misteriosi esperimenti subiti all'Istituto Nazionale di Igene Mentale (il NIMH del titolo), nei quali fu coinvolto anche il suo defunto marito e...

Commenti:
Talento ribelle della scuderia Disney, Bluth è subito stato soprannominato l’anti-Disney che, in questo caso, è l’understatement del secolo! Fin da questo suo primo lungometraggio rivela la sua inclinazione verso quella parte più cupa del mondo delle favole: Grimm piuttosto che Perrault. Cosa c’è di più spaventoso per un bambino che il tema della vivisezione? L’idea che i crudeli "Adulti in Camice Bianco" prendano animaletti graziosi e indifesi per torturarli a piacimento è giustamente una prospettiva aberrante e spaventosa, specie se condita di sequenze allucinate, scene di dolori atroci, musica drammatica, il tutto senza andare tanto per il sottile. Poi siamo cresciuti e ci rendiamo conto che il messaggio è molto più profondo! I ratti scoprono di avere una coscienza, di sapere improvvisamente pensare, leggere, comunicare: hanno mangiato il frutto dell’albero della conoscenza e sono caduti dalla condizione edenica di beata ignoranza confrontandosi, per la prima volta, con i dilemmi etici delle creature più complesse. L’intelligenza, dice giustamente Bluth ai piccoli spettatori (e ancor di più ai loro genitori), è difficile da gestire e porta inevitabilmente sia conseguenze positive (la gratitudine e l’equanimità di Nicodemus; la lealtà del suo scudiero Giustino) sia negative (la demagogia e la sete di potere di Cornelius). Cartone per bambini in virtù del suo lieto fine? No davvero! Ma per noi, che siamo sì "diversamente infanti" ma con una bella scorza di esperienza intorno, si tratta di vero capolavoro, sia dell'animazione che di messaggio. Da rivedere, e probabilmente rivalutare, assolutamente! :D

venerdì 4 novembre 2016

Picnic ad Hanging Rock


Titolo originale: Picnic at Hanging Rock
Nazione: Australia
Anno: 1975
Genere: Drammatico, Fantastico
Durata: 115'
Regia: Peter Weir
Cast: Rachel Roberts, Dominic Guard, Helen Morse, Jacki Weaver, Vivean Gray

Trama:
Il 14 febbraio 1900, festa di S. Valentino, le allieve dell'aristocratico collegio Appleyard si recano in scampagnata ai piedi del gruppo roccioso di Hanging Rock, geologicamente interessante e dalla fisionomia onirica. Tre delle fanciulle scompaiono misteriosamente e a nulla valgono le ricerche cui partecipano tutti gli abitanti del paese. Dopo una settimana viene ritrovata una delle scomparse ma...

Commenti:
Picnic ad Hanging Rock è un film che può apparire, allo spettatore desideroso di una trama nitida e dal compiuto culmine catartico, come un mero esercizio di stile dal contenuto discontinuo e poco comprensibile. In realtà l'apparente disinteresse del regista nei confronti della coerenza del disegno globale della trama risponde alla volontà di non limitare il senso di mistero al solo contenuto. Il film di Weir appartiene al cinema fantastico in senso lato, nella misura in cui il sovrannaturale viene coinvolto attraverso la forma con la quale viene raccontato un evento che potrebbe benissimo essere un comune fatto di cronaca. In realtà non fornisce indizi precisi su una lettura esoterica della vicenda e, per averne la certezza, bisogna rivolgersi al fantomatico diciottesimo capitolo, pubblicato successivamente alla pellicola da Joan Lindsay, autrice del romanzo. Ma questa è appunto una pubblicazione successiva al film, la cui grandezza è tale in quanto opera a se stante nella quale ognuno può trovare la chiave di lettura che ritiene più opportuna. È proprio questa mancanza di certezza che ci spinge ad ammirare il capolavoro di Weir nel tentativo di afferrare il senso di quella ascensione che le giovani compiono, vera e propria Trasfigurazione pagana di sapore raffaellesco che per un momento ci permette uno sguardo oltre quella soglia di roccia e luce dove risiede una rivelazione idealistica da cui la nostra civilizzazione ci ha esclusi. Da vedere assolutamente! :D

giovedì 27 ottobre 2016

High Spirits - Fantasmi da legare


Titolo originale: High Spirits
Nazione: USA, UK
Anno: 1988
Genere: Commedia, Fantastico
Durata: 97'
Regia: Neil Jordan
Cast: Peter O'Toole, Steve Guttenberg, Daryl Hannah, Liam Neeson, Mary Gallagher

Trama:
In una favolosa e suggestiva Irlanda, Peter Plunkett, proprietario di un castello trasformato in hotel per difficoltà finanziarie, pur di attirare turisti decide di spacciare il maniero come luogo massicciamente infestato dagli spiriti. L'alternativa è venderlo ad un americano che vuole smantellarlo per ricostruirlo pezzo per pezzo in un parco stile Disneyland negli USA. I fantasmi che abitano le antiche mura, però, non sono affatto d'accordo e si mettono a rendere la vita difficile a tutti i malcapitati ospiti.

Commenti:
Jordan prepara un bel calderone e mischia tutto insieme, facendo magari un po’ di confusione, ma a salvare l'intruglio, condito con una buona dose di paranormale, ci pensano ironia, gag a ripetione e soprattutto la grande interpretazione di Peter O’Toole, uomo disilluso e sempre pronto a mettersi il cappio al collo, nella finzione come nella realtà.
O’Toole da solo regge tutto il film e, con mestiere, riesce a creare dei momenti di grande recitazione con ironia e leggerezza tipicamente british (pardon, irish, siamo pur sempre in Irlanda!). E irlandese doc è Liam Neeson, nelle insolite (e divertenti) vesti di un seduttore che deve imparare il galateo ma che sa come far sciogliere una donna di ghiaccio mentre Steve Guttemberg per una volta sveste i panni del tipo "cool" reso celebre da Scuola di polizia e crea quel personaggio che Ben Stiller renderà celebre (nel bene e nel male) solo anni dopo. Nell'insieme, High Spirits è un divertente pastiche che, nonostante risenta dei suoi anni, sa ancora intrattenere, divertire con le sue gag e far sorridere con i suoi effet(tacc)i speciali, tra apparizioni e pulmini volanti. Da vedere e adattissimo alla mania Halloween che, in qualche modo, è riuscita ad arrivare sulla nostra sponda dell'Atlantico. ^___^

venerdì 21 ottobre 2016

Invito a cena con delitto


Titolo originale: Murder by Death
Nazione: USA
Anno: 1976
Genere: Giallo, Commedia
Durata: 94'
Regia: Robert Moore
Cast: David Niven, Peter Falk, Eileen Brennan, Peter Sellers, Maggie Smith, Alec Guinness, Truman Capote, James Coco, James Cromwell

Trama:
Il folle miliardario Lionel Twain invita nella sua diroccata magione in mezzo al nulla i cinque migliori detective privati del mondo per sfidarli in una gara d'astuzia. E così Sidney Wang dalle Hawaii, Dick Charleston da New York, Jessica Marbles dall'Inghilterra, Milo Perrier dal Belgio e Sam Diamond da San Francisco dovranno vedersela con la folle genialità di Twain in un duello dove in palio c'è la loro credibilità come detective. Il "solito" giallo? Noooo!

Commenti:
Girato con tutti gli stilemi del giallo più puro, l'aura di serietà crolla appena due minuti dall'inizio del film con l'apparizione del maggiordomo cieco; da qui in poi è un florilegio di battute fulminanti e situazioni esilaranti che vanno a comporre quella che è la più bella parodia di genere della storia del cinema, con la possibile eccezione dei migliori Mel Brooks. A parte un semisconosciuto ma adattissimo Robert Moore alla regia, è difficile immaginare un cast più stellare di questo e le interpretazioni sono assolutamente perfette. Non serve neanche indicarli uno per uno, basta leggere i titoli di testa e sbavare ad ogni cognome. Quanta professionalità in questi giganti che accettano di ridicolizzarsi ma sempre con impeccabile stile! ^__^
Malgrado ciò, il vero genio del film è Neil Simon (La strana coppia, A piedi nudi nel parco) che è riuscito a scrivere una sceneggiatura costantemente condita di grottesca e assurda ironia, spruzzata da un sapientemente dosato humor britannico. BRAVO!!!
Quelli erano gli anni in cui, a volte, anche i traduttori italiani erano fieri del proprio lavoro e qui hanno fatto miracoli. Le tantissime gag verbali, virtualmente intraducibili, sono state mirabilmente adattate alla nostra lingua e, in alcuni casi, sono persino più esilaranti dell’originale.
Fra comicità demenziale e umorismo macabro, doppisensi e giochi di parole, il film scorre gradevole e divertente, con una gag sempre pronta in agguato per far ridere lo spettatore. Già visto? Ovvio ma da rivedere almeno un paio (tre? quattro?) volte l'anno! :D

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