venerdì 17 novembre 2017

Azumi


Titolo originale: Azumi (あずみ)
Nazione: JAP
Anno: 2003
Genere: Azione, Chambara
Durata: 128'
Regia: Ryûhei Kitamura
Cast: Aya Ueto, Shun Oguri, Yuma Ishigaki, Hiroki Narimiya, Kenji Kohashi

Trama:
Dopo la battaglia di Sekigahara, un samurai viene ingaggiato dallo shogun di Tokugawa per allevare un gruppo di ragazzini e farli diventare dei provetti assassini, capaci di uccidere gli alleati di Toyotomi e prevenire un'altra guerra civile. Raccolti dieci giovani orfani, si ritira in montagna dove comincia il loro addestramento, che si protrae per dieci, lunghi anni. Al termine di tale periodo i cinque sopravvissuti sono diventati letali ma, già dopo il primo omicidio, si trovano braccati da sicari intenzionati a prendere le loro teste e...

Commenti e recensione:
Ryuhei Kitamura non è un regista eccezionale ma ha dalla sua una buona tecnica ed un buon senso del ritmo e riesce a mette in scena una trama semplice ma dotata di una bella dose di vendetta e sangue. Un film che parte subito benissimo, trasportando lo spettatore in un mondo dominato dalla guerra, dall'odio e dalla ferocia. L'ultima prova che i prescelti devono affrontare, a pochi minuti dall'inizio, è già di per sé una bella idea ed è messa in scena in modo assolutamente glaciale e non banale.
Spesso i passaggi cross media hanno esiti abbastanza infelici. Si pensi al rapporto controverso tra videogiochi e cinema: se si dovessero citare le pellicole riuscite di questo genere ci si limiterebbe a pochissime unità. Con i fumetti i risultati sono forse mediamente migliori ma ci vorrebbe coraggio ad affermare che i film ispirati a manga meritino tutti indistintamente una visione, dato che spesso si è costretti ad assistere a produzioni la cui qualità si può definire quantomeno dubbia.
Kitamiyura, invece, gira come se fosse in un cartoon: zoom sbilenchi, carrellate laterali velocissime e tantissimo ritmo per un film che non annoia, anzi!, e che rende partecipe anche grazie ad una buona sceneggiatura (ripresa pari pari dall'omonimo manga seinen di Yū Koyama) ed alla discreta prova degli attori. Anche la fotografia, la colonna sonora ed il montaggio sono di livello, facendo sì che la pellicola resti sempre sopra la media di produzioni analoghe. Insomma, nel complesso un film leggero ma messo in scena con perizia e senza pretenziosità varie e che si fa ampiamente perdonare qualche manchevolezza in nome di uno spettacolo rilassante e senza troppi pensieri, ben girato e una volta tanto interpretato in maniera accettabilissima. Davvero un ottimo chambra! :D

venerdì 10 novembre 2017

La storia fantastica


Titolo originale: The princess bride
Nazione: USA/Gran Bretagna
Anno: 1987
Genere: Commedia, Avventura, Fantastico
Durata: 98'
Regia: Rob Reiner
Cast: Cary Elwes, Robin Wright, Mandy Patinkin, Peter Falk, Chris Sarandon

Trama:
Il piccolo Jimmy è malato ed è quindi costretto a letto. Suo nonno decide di leggergli qualcosa, non sopportando il fatto che passi tutto il tempo a giocare coi videogiochi. Riuscirà la bellezza di una fiaba sul magico mondo di Florin, della pricipessa Bottondoro e del malvagio principe Humperdinck a fargli scoprire la bellezza della fantasia?

Commenti e recensione:
Trent'anni fa usciva questo gioiello di Reiner, palesemente destinato ad essere uno Stracult. Perché? Ma è facile: è il non plus ultra dei cappa-e-spada, il massimo esponente del fiabesco avventuroso e non si fa mancare nulla. Una storia in una storia, due protagonisti belli, capaci, forti, intelligenti e tenuti in vita dalla forza straordinaria del Vero Amore; la quintessenza del guerriero vendicativo per eccellenza; scambi di battute arguti in ogni frangente; scenografie fintissime e kitsch che rendono il tutto ancora più gradevole; Peter Falk e soprattutto André the Giant. Grazie alla capacità di Goldman, che adattò magistralmente il suo splendido libro (che trovate allegato), con Reiner sono riusciti a far entrare nel film: pirati, giganti, spadaccini in cerca di vendetta, prìncipi malvagi, roditori giganti, torture, miracoli, vero amore, e il tutto senza creare la benché minima confusione. Fantastici!
La storia è leggera, volutamente ricca di luoghi comuni e prevedibili colpi di scena ma il fatto che questi siano creati di proposito evita che siano scontati e noiosi, offrendo invece uno sguardo divertito sui clichè del genere e gli attori scelti si sono dimostrati perfetti per le parti (anche se praticamente nessuno di loro ha avuto grandi ruoli al di fuori di questo film). E alla fine, quello che conta non è tanto l'ovvio messaggio di fondo (il vero amore supera ogni ostacolo) ma la capacità di attrarre e soddisfare adulti e bambini per motivi diversi. I più piccoli vengono catturati dalle invenzioni fantastiche, dai duelli all’arma bianca e dall’atmosfera avventurosa che si respira in ogni inquadratura, mentre i più grandi e i più smaliziati possono godersi lo spirito disincantato della narrazione e l’ironia in punta di penna dell’autore. Poi, ciò che resta nel cuore sono gli iconici personaggi: Fezzik, il gigante buono e tonto con la passione per le rime, Westley, l’uomo in nero che ogni ragazzino sogna di diventare e Bottondoro (pessimo adattamento italiano dell’inglese Buttercup >_<), un’incantevole Robin Wright al suo debutto sul grande schermo. E naturalmente l’indimenticabile Inigo Montoya, invincibile spadaccino spagnolo tanto devoto alla memoria del padre da aver dedicato tutta la sua esistenza alla ricerca dell’uomo che lo aveva ucciso: "Hola. Mi nombre es Inigo Montoya...". ^__^
Menzione a parte per la colonno sonora, altro fiore all’occhiello del film, che vanta la presenza di musiche curate dal chitarrista dei Dire Straits Mark Knopfler, e non so se mi spiego.
Incredibilmente, complice una campagna pubblicitaria non all’altezza, il film non ebbe alcun successo al botteghino ma ciò non gli ha impedito di ritagliarsi una consistente fetta di appassionati, specialmente dopo l’uscita della versione home video e ora, proprio per il trentennale, esce nuovamente e addirittura restaurato nelle sale USA e UK in un omaggio come a pochi film è mai stato concesso. Do per scontato che l'abbiate già visto tutti, quindi questo è un film di rivedere assolutamente e, per prescrizione medica, dopo cena almeno una volta al mese! :D

venerdì 3 novembre 2017

Il 13° guerriero


Titolo originale: The 13th Warrior
Nazione: USA
Anno: 1999
Genere: Avventura, Fantastico
Durata: 102'
Regia: John McTiernan
Cast: Antonio Banderas, Diane Venora, Vladimir Kulich, Omar Sharif, Bennis Storhoi, Sven Wollter

Trama:
Costretto all'esilio dal suo califfo per aver sedotto la donna di un'altro, Ahmed Ibn Fahdlan è inviato come ambasciatore il più lontano possibile. Obbligato da una profezia a seguire un gruppo Vikinghi, dovrà portare soccorso al villaggio di Rothgar, che viene regolarmente attaccato da un'orda di demoni metà umani metà animali. Nel corso del viaggio verso il nord Europa, Ahmed, che apprende la lingua dei suoi compagni e l'uso delle loro armi, si troverà ad affrontare le sue paure e...

Commenti e recensione:
Malgrado questo sia stato uno dei flop di botteghino più colossali degli anni '90 (andò sotto di più di 30 milioni di dollari >_<) Il 13° guerriero si è comunque giustamente conquistato, col tempo, un'aura di cult e, personalmente, trovo che McTiernan abbia realizzato uno dei suoi lavori migliori. Capace di maneggiare l’action con grande dovizia (vedi i cult Trappola di cristallo e Predator) anche qui è tornato a miscelare i generi e questa volta con uno uno script di grande presa, adattando un romanzo di uno degli scrittori più cinematografici di sempre: Michael Crichton. Crichton è stato addirittura il produttore e questo, per uno come me che "divorava" ogni suo scritto, avrebbe dovuto essere una garanzia. Paradossalmente è proprio la sceneggiatura, ogni tanto anche Omero dormiva, l'unico neo del film ma è abbondantemente riscattato da tutto il resto! Il 13° guerriero funziona perchè non si lascia andare all’effettaccio speciale o alla febbre da CGI e tutto è decisamente realistico, la messinscena ricalca tensione di Predator, con una location selvaggia e inospitale acuita da una minaccia sconosciuta e letale. Davvero riuscita, e anche abbastanza realistica, la rappresentazione del Medioevo: i vichinghi sono rozzi, brutali, sporchi e selvaggi. Non c’è spazio per armature brillanti e armi luccicanti, i combattimenti sono spesso veloci, violenti e si concludo senza vie di mezzo: vittoria o morte. Il tutto è enfatizzato dalla presenza del civilizzatissimo arabo, perché anche questo è Medioevo.
Nel complesso, il mestiere dietro la macchina da presa di McTiernan, la buona alchimia nel il cast (Antonio Banderas, davvero efficace e credibile, lo rivedremo così incisivo anche nel successivo La maschera di Zorro, prossimamente "su questi schermi" ^__^), gli splendidi paesaggi, la maestosa colonna sonora di Goldsmith, qualche strizzatina d'occhio, in una manciata di sequenze, anche all'horror e un senso dell'epica che a tratti straripa prepotente compensano largamente i limiti di scrittura e ci regalano un'Avventura con i fiocchi che si rivela davvero avvincente. Assolutamente da rivedere e, per chi si fosse lasciato fuorviare dalla critica dell'epoca, sicuramente da rivalutare! :D





dedico questo post al carissimo
G R A Z I E
 che non solo mi ha rimediato 
un DVD introvabile (e dovrò faticare parecchio per sdebitarmi ^_^)
ma ha "saltato la barricata" e iniziato una nuova, 
grande avventura aprendo ben due (2!!!) blog!

c'era una volta 404 e c'era una volta 106


COMPLIMENTI 
E BUONA FORTUNA!


venerdì 27 ottobre 2017

East is East


Titolo originale: East is East
Nazione: UK
Anno: 1999
Genere: Commedia
Durata: 96'
Regia: Damien O'Donnell
Cast: Om Puri, Linda Bassett, Jordan Routledge, Archie Panjabi, Jimi Mistry

Trama:
Per George Khan, Gengis per i suoi ragazzi, la vita è una battaglia. Orgoglioso di essere pakistano, proprietario di un avviato negozietto di "fish and chips", l'uomo non ha intenzione di arrendersi alla cultura "free" che si respira nell'Inghilterra degli anni Settanta. Ma la moglie (inglese) e i figli hanno altre idee per la testa e...

Commenti e recensione:
Sembra impossibile ma ci fu un tempo, neanche tanto lontano!, in cui si poteva ancora ridere sull'integrazione culturale; addirittura su quella islamica :O. Oggi, anche solo pubblicare questo titolo mi mette una certa apprensione ma mi auguro che tutti capiscano che questo film sul "melting pot" è un vero capolavoro cinematografico ed una commedia che avrebbe entusiasmato Capra! Meritatissimo sia il successo a Cannes che, pur non avendo nomi di spicco hollywoodiani, di botteghino.
Tratto dalla commedia omonima di Ayub Khan-Din (anche questo un successo al London's Royal Court nel '96), il film dell'esordiente Damien O'Donnell non è, come si è detto spesso, un nuovo The Full Monty ma una "commedia etnica d'epoca" che intreccia variazioni su una storia di integrazione fra immigrati asiatici e britanni puri. Dai muri incombono i manifesti del politico conservatore Enoch Powell (che voleva rimandare gli immigrati a casa loro) e si capisce bene che la pellicola poteva facilmente assumere risvolti drammatici. Invece il regista ha preferito sottolinearne gli aspetti da commedia, un po' alla Monicelli, avvalendosi dell'interpretazione del grande attore indiano Om Puri e dell'eccellente Linda Bassett, molto più che una spalla. Saporito e leggero, il film conquista per una sua grazia insolita ma nel divertire lascia anche la curiosità, già alla sua uscita e ancora di più oggi, su come e quanto sia cambiata la situazione dal 1971.
Da rivedere e riapprezzare! :D


venerdì 20 ottobre 2017

Panda! Go, panda! - Panda! Go, Panda! Il circo sotto la pioggia


Titolo originale: Panda kopanda (パンダコパンダ) - Panda Kopanda amefuri sākasu no maki (パンダコパンダ 雨ふりサーカスの巻)
Nazione: JAP
Anno: 1972-1973
Genere: Animazione, fantastico
Durata: 72' (39'+33')
Regia: Isao Takahata
Soggetto & sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Trama:
La piccola Mimiko, dopo aver accompagnato la nonna a prendere il treno per un viaggio, rimane sola. Tornata alla sua abitazione, l'attende una sorpresa: due panda vi hanno trovato rifugio, un piccolo e il gigantesco padre. Innamoratasi di loro a prima vista, la piccola decide di viverci insieme senza immaginare i guai che ne deriveranno...
Nella seconda avventura, Mimiko e i suoi amici panda stringono amicizia con un tigrotto fuggito da un circo e che si è nascosto nella loro casa, accudendolo fino a quando il cucciolo non è pronto a tornare da sua madre. Successivamente, una forte pioggia crea un'ondata di piena che sommerge l'intero villaggio: i nostri eroi decidono di andare a salvare il loro amico e tutti gli altri animali del circo, in pericolo di annegamento e...

Commenti e recensione:
Takahata e Hayao Miyazaki sono agli albori della loro fortuna e nel 1971 i due autori hanno alle spalle l’insuccesso commerciale del capolavoro La grande avventura di Hols (sì, arriverà... prima o poi! ^_^), oltre al lavoro sulla prima serie di Lupin III. Inizialmente avrebbero voluto realizzare un adattamento animato di Pippi Calzelunghe ma, non avendo la stessa tenacia e fortuna di Walt Disney con l’autrice di Mary Poppins, si sentrono rispondere da Astrid Lindgren un secco NO! Quando il governo cinese regalò allo zoo di Ueno, Tokyo, due esemplari di panda gigante, decisero di cavalcare l’onda della "Pandamania" esplosa in Giappone girando un mediometraggio basandosi proprio sui tanti disegni preparatori che Miyazaki aveva realizzato per Pippi. Alla faccia di chi ha sempre immaginato il Maestro "superiore alle logiche di botteghino". XD
Il passo era semplice perché sia Pippi che Mimiko introducono il tema, caro ad entrambi, degli orfani. Se il mondo della Lindgren era stato traumatizzato dai disastri della Grande Guerra, nella generazione di Miyazaki e Takahata in Giappone è altissima l’incidenza di minori diventati orfani a causa della Seconda e questo è un fatto che ha segnato profondamente l’evoluzione dell’immaginario nipponico, almeno quanto la bomba atomica stessa. Quasi tutti i personaggi del duo, da quelli di Conan a La tomba delle lucciole e Laputa saranno orfani ma forti e determinati (con maggiore o minore fortuna ç_ç) mentre i pochi che hanno una famiglia ne saranno comunque separati.
Ma questo è il futuro! Nel 1971 troviamo Miyazaki che scrive, Takahata che dirige e Panda, Go Panda! che diventa un divertissement di due autori in vena di spensieratezza e desiderosi di realizzare un prodotto per bambini, lontano dalla complessità psicologica di Hols. Solo in filigrana rientrano i temi cari ai due artisti e anche i trascorsi nel seriale: la dinamica d’interazione fra l’indipendente Mimiko e la gente del suo paese (a metà fra il serio e il faceto) che riecheggia il lavoro di Takahata ne Lo specchio magico, mentre il dinamismo delle scene d’azione e la vena caricaturale che accompagna le autorità del posto risentono di Lupin III – e in un divertito ribaltamento dei ruoli troviamo anche Yasuo Yamada, doppiatore originale di Lupin, nella parte di un poliziotto. ^_^
Tecnicamente, i disegni prediligono il tratto chiaro e un certo senso di morbidezza delle figure, impostate all’immediatezza e pronte per essere ridisegnate dal pubblico più giovane, mentre l’animazione oscilla fra momenti più particolareggiati e altri basati più sulla forza espressiva dei sentimenti messi in campo che sulla precisione dei movimenti. La telecamera è quasi sempre ad altezza della bambina, se non più bassa, rendendo ancora più immediata l'immedesimazione dei più piccoli con la protagonista. La vena politica degli autori, all’epoca molto forte, resta in secondo piano ma si estrinseca in una visione al solito alternativa rispetto al modello giapponese tradizionale: la neo-comunità messa in piedi da Mimiko si propone infatti come velata satira della famiglia-tipo, dove domina sì un legame forte tra i componenti ma soprattutto una vena ironica, che trova la sua sublimazione nella divertita distruzione del nido e, successivamente, della città; il tutto affrontato con infantile entusiasmo e un ottimismo ravvisabile nel rapporto con le autorità. In questo modo, Papanda è sì costretto a tornare allo zoo ma in una dinamica da semplice “lavoro d’ufficio” che non gli impedisce la sera di tornare tranquillamente a casa per far baldoria con Pan e Mimiko. Col senno di poi, Panda, Go Panda! colpisce soprattutto per il lavoro d’anticipazione rispetto alle più celebrate opere dei due autori: le figure dei due Panda, infatti, precorrono nettamente le creature de Il mio vicino Totoro, mentre l’inondazione finale prefigura lo scenario di Ponyo sulla scogliera. Allo stesso tempo, il gusto per la caratterizzazione antropomorfa degli animali, in rapporto a una visione satirica della società, fornisce un primo stadio rispetto al lavoro che Takahata porterà avanti in Pom Poko. L’indipendenza di Mimiko – che della storia è la vera anima in grado di dirigere le azioni dei due Panda con la sua incontenibile energia – sebbene possa considerarsi un cascame del comportamento altrettanto giocoso e anticonformista di Pippi Calzelunghe, fornisce a sua volta un modello per i tanti bambini dal carattere forte che i due autori elaboreranno in futuro.
Panda, Go Panda! (e il suo sequel, che io continuo a considerare semplicemente un "secondo tempo") resta un delizioso esperimento d’autore, godibile per il sincero slancio di una visione capace, con semplicità, di portare avanti un’idea di cinema e di estetica. In Italia è rimasto inedito per quattro decenni ma nel 2012 è stato fortunatamente recuperato da Dynit, per la gioia di tutti gli appassionati che ne attendevano la riscoperta.
Il film era ed è destinato a un pubblico di bambini molto piccoli, infatti Miyazaki lo realizzò con l’obiettivo di farlo vedere al figlio appena nato, eppure... Sì, me lo sono goduto tutto. ^__^
Da (ri)vedere? Assolutamente! :D


venerdì 13 ottobre 2017

Il gioiello del Nilo


Titolo originale: The Jewel of the Nile
Nazione: USA
Anno: 1985
Genere: Avventura
Durata: 104'
Regia: Lewis Teague
Cast: Kathleen Turner, Michael Douglas, Danny DeVito, Spiros Focas, Alicia Verdés

Trama:
Jack e Joan, l'intrepido avventuriero e la romantica scrittrice, sono a bordo del loro yacht: lui si gode la vacanza, lei sogna di tornare in città. Durante un party, la donna viene avvicinata da un affascinante sceicco che la convince a scrivere la sua biografia e la porta con sé nel suo regno sul Nilo. Jack, improvvisamente geloso, la segue e si ritrova con lei coinvolto nella caccia a un misterioso "gioiello" e...

Commenti e recensione:
Molto spesso ritornano. ^__^
Dopo l’ottimo successo di All’inseguimento della pietra verde arriva il conseguente, quanto improrogabile, sequel. Eppure non è certo da cestinare e infatti fu molto fortunato al botteghino (incassò poco di meno primo episodio... e quindi comunque tantissimo!) e se dal punto di vista critico il paragone con il precursore si risolve con una netta sconfitta per questo secondo episodio, lo spirito di fondo rimane quello: un’avventura in terre lontane ed affascinanti. Che poi è tutto quello che si può e deve chiedere a un film del genere!
Ovviamente perdere un regista brillante come Zemeckis è senza dubbio un duro colpo e il film può (non) “vantarsi” anche di una sceneggiatura sostanzialmente più claudicante sotto quasi tutti i punti di vista ma rimangono i tre interpreti chiave ed è soprattutto l’alchimia tra Douglas e la Turner che ancora una volta, se non ancor di più (visto appunto quanto scritto pocanzi) è la trave portante di tutta la vicenda. E De VIto? Sempre esilarante. ^_^
Da rivedere? Per una bella serata di assoluto svago e senza pensieri, sicuramente sì! :D


venerdì 6 ottobre 2017

All'inseguimento della pietra verde


Titolo originale: Romancing the Stone
Nazione: USA
Anno: 1984
Genere: Avventura
Durata: 105'
Regia: Robert Zemeckis
Cast: Michael Douglas, Kathleen Turner, Danny DeVito, Zack Norman, Alfonso Arau

Trama:
La scrittrice di romanzi rosa, Joan Wilder, si ritrova costretta a recarsi in Colombia per consegnare la mappa di un ipotetico tesoro ad una banda di malviventi, in cambio del rilascio della sorella, rapita da questi. Giunta nel luogo, la bella scrittrice si caccia immediatamente nei guai ma fortuna vuole che nel suo cammino incontri per caso un avventuriero di nome Jack Colton, in cerca di fortuna. Tra i due, dopo reciproca diffidenze e scaramucce varie, scoppierà l’amore per il più romantico e avventuroso finale rosa?

Commenti e recensione:
Pur sembrando un classico film di avventura a sfondo romantico All'inseguimento della pietra verde rappresenta il primo grande incasso commerciale del regista Robert Zemeckis al quale seguiranno numerosi successi quali Ritorno al futuro, Chi ha incastrato Roger Rabbit? e soprattutto Forrest Gump. Fin dalle prime battute del film appare chiara la fonte di ispirazione di Zemeckis, ovvero quell’Indiana Jones spielberiano che qualche anno prima aveva sbancato i botteghini riscuotendo un enorme successo di pubblico. All’inseguimento della pietra verde ne ricalca il genere e lo spirito, mischiando avventura e forti dosi di humor e aggiungendo, in più rispetto al film di Spielberg, una componente romantica, rappresentata dall’incontro scontro tra i due protagonisti.
Resta indiscutibile, soprattutto, l'elevata abilità nel confezionare il prodotto: script eccellente, originalità totale, stile registico perfetto, cast brillante. Il risultato finale funziona ed avvince, mostrando tutte le potenzialità di un autore in grado di coniugare fantasia, estro e competenza professionale.
Il film forse non è straordinario, sicuramente inferiore rispetto sia al citato Indiana Jones ma anche ai successivi lavori del regista, che spiccano, rispetto a questo, per maggiore originalità e stile. La trama però è coinvolgente al punto giusto, l’ironia emerge rigogliosa e in generale è una pellicola che si lascia guardare senza chiedere troppo allo spettatore e soprattutto senza prendersi troppo sul serio, divertendosi a fare il verso, fin dalle prime scene, al filone romantico-avventuriero. Le ragioni del tanto successo vanno ricercate anche nell’eccezionale affiatamento della coppia di protagonisti, ovvero il duo Douglas-Turner, che si ripeterà con successo qualche anno dopo nel celebre La guerra dei Roses. Da rivedere? Senza alcun dubbio! :D


venerdì 29 settembre 2017

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore


Titolo originale: Moonrise Kingdom
Nazione: USA
Anno: 2012
Genere: Commedia
Durata: 94'
Regia: Wes Anderson
Cast: Jared Gilman, Kara Hayward, Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Frances McDormand, Tilda Swinton

Trama:
Anni Sessanta: per poter vivere liberamente il loro amore, un ragazzo e una ragazza sono costretti a scappare dall'isoletta del New England dove vivono. Di fronte alla loro fuga, i loro concittadini adulti si organizzano in vari gruppi per ritrovarli e riportarli all'ordine ma così facendo sconvolgono l'ordine e la tranquillità cui sono abituati e...

Commenti e recensione:
Benvenuti in un viaggio simpatico, sarcastico, satirico, ironico, tra le pieghe sottili del proibizionismo e della voglia di ribellione, tra i risvolti colorati dell’innocenza e dell’istinto, tra gli stretti corridoi della burocrazia e dell’età adulta. Questo è uno di quei film che sfida ad andare oltre, che divide gli spettatori in due: quelli che lo apprezzano, e quelli che lo amano, ovvero quelli che si fermano in superficie e quelli che scavano a fondo. ^__^
Wes Anderson continua a dimostrarsi uno dei più grandi registi del decennio, capace di creare "piccoli" capolavori del calibro de I Tenenbaum, Il treno per il Darjeeling e ancora Fantastic Mr. Fox e Grand Budapest Hotel, restando sempre sul limitare tra il New York style e il folle. E se, talvolta, questa sua capacità ha creato dissensi, qui è riuscito a mettere tutti d'accorto perché, mentre raggiunge i suoi massimi livelli nell’estetica, nella colonna sonora, così raffinata e curata nella strumentistica, nella fotografia dagli intensi colori pastello, immergendoci in incantevoli piccoli paesaggi della Nuova Inghilterra, racconta un amore tra dodicenni così forte e consapevole, così puro e sensuale da far impallidire tutte le altre storie.
Wes ci propone una sceneggiatura particolare e fuori dalle righe (scritta con Roman Coppola) ed un film interpretato coralmente in ognuna delle sue componenti per tener sempre viva una realtà ribelle, diversa. Tutto sembra essere descritto dal punto di vista un po’ stralunato dei ragazzi: i personaggi, i luoghi, le istituzioni, i dialoghi. Nessun personaggio è davvero normale fino in fondo e forse è proprio questa la sottile satira sollevata nei confronti della società: proprio i più rigorosi e conformisti saranno colpiti ed affondati mentre i sentimenti e le storie più pure e coinvolgenti saranno vissute proprio dai ragazzi, quelli strani, quelli che all’inizio sembrano essere esclusi dal mondo sociale e alla fine, come in ogni film che si rispetti, passano sotto l’arco del cambiamento e conquisteranno tutti.
Regia magistrale, in completa sintonia con ogni singolo elemento; attori, comparse, tutto si muove e si evolve con lo stesso linguaggio. Se del cast non si possono non citare, tra gli altri, un bravissimo Bruce Willis e un eccellente Edward Norton (forse non necessari ma certamente la loro presenza ha richiamato tanti spettatori al box office e dato loro l’opportunità di apprezzare un film dalla premessa non proprio irresistibile), i veri giganti di questo film sono i due assolutamente sconosciuti e non professionisti (spero solo per poco!!!) Jared Gilman e Kara Hayward, novelli “Romeo e Giulietta”, molto meno drammatici e molto più avventurosi, strani, stralunati, straordinari!
Diciamoci la verità, Moonrise Kingdom non è un film mainstream, eppure è riuscito ad incantare critici e spettatori e quindi: lasciatevi trasportare anche voi da un’innocente, disinibita, storia d’amore tra due strani dodicenni in fuga dalla loro realtà fatta di regole e conformismi. :D


sabato 23 settembre 2017

Video Girl Ai


Titolo originale: Video Girl Ai (電影少女, lett. "La ragazza del video")
Nazione: JAP
Anno: 1992
Genere: Commedia, Drammatico, Ecchi, Fantascienza, Sentimentale
Durata: 29' x 6 episodi
Regia: Mizuho Nishikubo, Masakazu Katsura

Trama:
Yota Moteuchi è un sedicenne timido e imbranato. Innamorato ma incapace di dichiararsi, col cuore infranto si imbatte in un misterioso videonoleggio in cui affitta subito quello che sembra un film per adulti. Rincasato, inserisce il nastro nel videoregistratore e, magicamente, la bellissima Ai esce dallo schermo in carne, curve e ossa, irrompendo nella sua vita e...

Commenti e recensione:
Premessa importante: l'anime "Video Girl Ai" nasce come OAV per reclamizzare il manga omonimo, non per aggiungere qualcosa rispetto a quanto già pubblicato nei volumetti. Secondo l'intenzione degli autori, vedendo gli OAV si era invogliati ad acquistare il manga e questo è il percorso consiglio anche a voi: dopo aver visto l'anime, leggete il manga!
Detto questo, anche se limitati gli OAV lasciano scorgere in pieno la storia che viene narrata nei manga e diventano, a tutti gli effetti, un gioiellino del genere shōnen in cui, alla classica situazione degli amori adolescenziali con tutti i turbamenti che si portano con sé (tema iper-inflazionato), si aggiungono alcuni elementi nuovi che assomigliano tanto a un colpo di genio. La ragazza dolce e devota che, improvvisamente, si materializza nella vita di un ragazzo cambiandola per sempre (situazione già vista in Lamù) è apparentemente uno dei desideri nascosti di molti adolescenti timidi: la bambola gonfiabile viva di Pigmalione. Un elemento più innovativo, però, è quello di aver fissato un limite temporale agli eventi: sapere che la vita di Ai è limitata aggiunge intensità agli eventi raccontati. L'ambientazione è pacchianamente e splendidamente anni '80: dalla tecnologia (splendida l'idea del VHS!) ai personaggi che sfoggiano capi firmati di palese derivazione occidentale, dalle tonalità tenui e alla moda, che vivono le loro avventure (e disavventure) sentimentali in una Tokyo dal sapore autunnale, bagnata da vivaci pioggerelline e invasa da migliaia di ombrelli trasparenti, dipinta con fondali in acquarello che evocano un malinconico effetto seppia, perfetto come un ritocco fotografico che richiami ricordi passati. Inoltre, le vicende dei protagonisti sono piacevolmente intricate e rispecchiano con molto gusto la situazione (ipoteticamente!) tipica dei ragazzi che vivono le loro prime storie d'amore. Impossibile non immedesimarsi. :)
Il ritmo è buono, le situazioni comiche sono ben amalgamate con i momenti più sentimentali e riflessivi e, cosa rara, anche la colonna sonora è particolarmente valida, con una menzione speciale per la sigla finale "Ano hi ni": difficile non commuoversi ascoltandola dopo aver visto gli episodi più sentimentali. Non dimentichiamo il motivo davvero vincente di questa serie: le ragazze di Masakazu Katsura sono le più carine del mondo!
Deliziosi e da vedere assolutamente sono gli extra incorporati alla fine di ogni episodio: il "Teatrino catodico" che compare in coda, dopo l'anticipazione della puntata successiva, è paragonabile al materiale aggiuntivo presente nei DVD e Bluray odierni. Tra questi è impossibile non citare quello de secondo episodio, in cui alcuni spezzoni della puntata sono stati ridoppiati in dialetto ed è un vero spasso sentir parlare Yota in siciliano, Ai in veneziano, Moemi in aretino e Takashi in italiano aulico del medioevo.
Proprio perché questa serie doveva essere solo pubblicitaria, gli episodi sono relativamente pochi ma, credetemi, assolutamente sufficienti. Inoltre, proprio come progettato, è impossibile resistere alla tentazione di leggerne, subito dopo, i manga (che naturalmente trovate nella cartella ^__^).
Allora, torniamo tutti adolescenti, in quel modo che forse non siamo mai stati se non nei ricordi, e godiamoci la vitalità di Ai, il sogno erotico predigitale. :D


sabato 9 settembre 2017

Un lupo mannaro americano a Londra


Titolo originale: An American Werewolf in London
Nazione: USA
Anno: 1981
Genere: Horror, Commedia grottesca
Durata: 97'
Regia: John Landis
Cast: Jenny Agutter, Griffin Dunne, David Naughton, Brian Glover, John Woodvine

Trama:
David e Jack, due turisti americani in vacanza in Inghilterra, vengono attaccati da un lupo mannaro in una piovosa notte di luna piena. Jack muore, David viene ricoverato, ferito, in ospedale. Nei giorni successivi guarisce ma comincia a sentirsi un po' strano e...

Commenti e recensione:
John Landis è un autore straordinario, capace di reinventare la commedia americana e, a volte, a sfociare in altri generi. Cosa succede quando il regista di Animal House si cimenta nell’horror? Cosa ne esce? Un cult, of course. Un lupo mannaro americano a Londra non è solo un capolavoro unico nella ventina di film lupeschi di Hollywood ma è anche un fantastico miscuglio tra puro humour, anche nero, e grande horror che guarda al passato. Opera iconica destinata a rimanere nell'immaginario collettivo degli appassionati del cinema horror e non, il film non lesina nel mostrare una sana violenza ma la stempera con un'altrettanto sana e dissacrante ironia (prendendo di mira, sacrilegio!, anche i reali inglesi ^__^). L'intero film diverte e spaventa al contempo, volando sulle ali di un ritmo indiavolato che, tra citazioni (verbali e non a classici e star del passato come Lon Chaney e Bela Lugosi) e intrusioni in terreni parzialmente esterni come nell'iconica sequenza del cinema porno, non lascia un attimo di fiato fino agli ultimi istanti. Puro concentrato di spettacolo avvincente e vagamente malinconico, tutto sempre giocato sulla decostruzione del filone della Nuova (pelosa) Carne.
Il cast che, oltre all'allora promessa David Naughton nei panni del protagonista, vanta la bellezza di Jenny Agutter e la simpatia del Griffin Dunn, futuro one-man-show del Fuori Orario (1985) di Scorsese, si adatta con istintiva semplicità ai rispettivi ruoli, donando la giusta dose di solo apparente disimpegnata duttilità a personaggi più profondi di quanto inizialmente appaia. Ancora oggi, a trentacinque anni di distanza, cattura completamente lo sguardo la tutt'ora terrificante sequenza della trasformazione in lupo mannaro firmata dal guru Rick Baker (meritatissmo Premio Oscar per il trucco), sicuramente il più significativo tra i tanti passaggi geniali dei cento minuti di magnetica visione.
Da rivedere assolutamente! :D


sabato 2 settembre 2017

I racconti della pallida luna d'agosto


Titolo originale: Ugetsu monogatari (雨月物語)
Nazione: JAP
Anno: 1953
Genere: Drammatico, Fantastico
Durata: 96'
Regia: Kenji Mizoguchi
Cast: Machiko Kyô, Masayuki Mori, Tanaka Kinuyo, Sakae Ozawa, Mito Mitsuko

Trama:
Nel Giappone del XVI secolo, il contadino Tôbei e il vasaio Genjurô abbandonano il loro lavoro e le rispettive famiglie per andare incontro alla gloria. Mentre gli eserciti imperiali si scontrano, uno viene sedotto da una malefica e bellissima principessa, l'altro ambisce alla statura eroica del samurai. Quando torneranno a casa, tutte le illusioni cadranno e...

Commenti e recensione:
Siamo nel 1953 e l'Occidente ha da poco iniziato a conoscere ed apprezzare i grandi maestri del cinema orientale, tra cui Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu (Tarda Primavera) e questo grandissimo Kenji Mizoguchi che proprio in quell'anno vince il Leone d'argento a Venezia con quello che è considerato il suo massimo capolavoro: I racconti della luna pallida d'agosto (vinse sei volte consecutive, dal '52 al '56 a Venezia e la palma d'oro a Canne! :O ). Certo è difficile esprimere un giudizio categorico su una filmografia che vanta novantaquattro titoli (la cui conoscenza però si concentra decisamente su quelli dell'ultimo periodo, appunto, degli anni cinquanta) e non si può fare finta di ignorare che un nutrito partito di cinefili preferisce, ad esempio, il precedente "Vita di O'Haru, donna galante", premiato sempre a Venezia nel 1952. Comunque Ugetsu, realizzato lo stesso anno di Viaggio a Tokyo di Ozu (un grande momento per il cinema nipponico, quello), resta sicuramente una delle opere più rappresentative di questo titano del cinema asiatico.
Kaidan (letteralmente "storia misteriosa") è il termine con cui in Giappone sono indicati i racconti di fantasmi, storie a base di spiriti e presenze arcane che da sempre fanno parte della cultura e del folklore nipponico. Il cinema del sol levante naturalmente ha sempre attinto a questo patrimonio letterario e il kaidan-eiga (i film su storie di fantasmi) resta uno dei sottogeneri più caratteristici del fantastico giapponese e per molti studiosi è il progenitore del moderno j-horror, il quale in effetti ne riprende diverse caratteristiche. Mizoguchi, con il suo immancabile sceneggiatore Yoda Yoshikata, si misura con questo tipo di storia, tanto amata dal pubblico, ispirandosi liberamente ai racconti contenuti nella omonima raccolta del 1776 di Ueda Akinari ma, com'è prevedibile, piega il genere a suo piacimento, ricavandone un'opera totalmente in linea con la sua poetica autoriale. Mizoguchi/Yoshikata tolgono gli elementi più smaccatamente spaventosi e le figure spettrali sono più perturbanti che non veramente minacciose. Persino la donna serpente della fantasia di Akinari è diventata una ragazza che torna dall'aldilà perché desidera sapere cosa voglia dire amare ed essere amata. Del resto Mizoguchi, anche nelle sue opere di ambientazione storica ha sempre dimostrato una certa predilezione per il realismo, quindi non può stupire che la componente soprannaturale, seppur presente (ci mancherebbe!), sia tenuta sotto controllo. Ad ogni modo prima di parlare di kaidan-eiga snaturato, bisogna ricordare che il film ha spinto molti critici a parlare di Maupassant, Hoffman e Potocki, segno che il potenziale delle storie non è stato compromesso dall'alleggerimento fatto dal regista. ^__^
Come tipico del cinema di Mizoguchi, a differenza di quello di Kurosawa, è la figura della donna ad aver maggior rilievo in quest film: tutte le figure femminili de I racconti sono in qualche modo vittime della forza distruttrice dell'uomo, che porta caos, guerra e morte, e devono riscattarsi in qualche modo. Se necessario, anche tornando nell'Aldiqua. Sono infatti le donne, Machiko Kyô, Tanaka Kinuyo e Mito Mitsuko le vere colonne del film e, malgrado Masayuki Mori (la cui morte nel '73 deve essere sfuggita a MyMovies, che lo indica come centosettenne e lo confonde con l'ononimo Mori, produttore di Takeshi Kitano!XD) e Sakae Ozawa siano davvero in stato di grazia non riescono a rivaleggiare con la loro potente interpretazione. Tutti comunque sono davvero bravissimi.
Con la sua regia impeccabile e le inquadrature che hanno fatto la Storia del cinema, questo capolavoro indiscusso del cinema orientale (e, a mio modesto parere, mondiale) è un film che va riscoperto, e non solo dai cinefili, perché è un perfetto esempio di film che continua anche dopo i titoli di coda, nella testa dello spettatore che seguiterà a pensarci a lungo. Pochi film sono così potenti da insidiarsi nella mente di chi guarda traendone nuova vita, come un parassita; sì, un parassita ma di cui, una volta tanto, non ci si dovrebbe mai disfare. Da vedere assolutamente! :D


sabato 26 agosto 2017

La fabbrica di cioccolato


Titolo originale: Charlie and the Chocolate Factory
Nazione: USA
Anno: 2005
Genere: Fantastico
Durata: 106'
Regia: Tim Burton
Cast: Johnny Depp, Freddie Highmore, Helena Bonham Carter, David Kelly, Deep Roy

Trama:
Il piccolo Charlie Bucket realizza il suo sogno quando trova uno dei cinque biglietti per una visita guidata nella più grande fabbrica di cioccolato del paese. Ad accompagnare lui e gli altri quattro fortunati vincitori è il proprietario Willy Wonka, un personaggio incredibile. Molte sorprese sono però in agguato...

Commenti:
Dimenticatevi la prima versione di Mel Stuart che, in effetti, peccava parecchio nella regia: questa nuova trasposizione targata Tim Burton è invece un lungometraggio architettato e realizzato con una precisione impressionante. Sotto il punto di vista puramente visivo ci troviamo di fronte ad un vero tripudio di colori e luci, in grado di arrivare ad affascinare lo spettatore. Questa d’altronde non sarebbe certo una novità, vista la capacità di Burton di saper dotare ogni sua opera di una pregnanza estetica di rarissima efficacia. La vera novità di questa pellicola sta nell’aver proposto una visione forse meno “dark” rispetto ad altre sue opere ma, sotto molti punti di vista ancor più complessa. Charlie and the Chocolate Factory poggia su un impianto estetico sfavillante e gelido allo stesso tempo: dalle scene ai costumi, dalla fotografia del grande Rousselot alla direzione dello stesso Burton, tutto si muove verso la creazione di un universo in superficie colorato e giocoso ma dal cuore cupo ed inquietante. In molti momenti del film quest’anima nera viene fuori e lascia un segno indelebile nella psiche di chi guarda.
Se buona parte dei critici accusarono il regista di aver rinunciato alla propria poetica in favore di un cinema più commerciale e meno personale, è solo perché non hanno saputo vedere oltre la superficie (falsata dal ricordo del film del '71!) e non hanno colto quanto tutti gli elementi della produzione burtoniana siano presentissimi, a partire dal protagonista. Willy Wonka è un disadattato, un freak portatore di una diversità non più fisica, ma psichica, dove traumi e limiti impediscono al personaggio di relazionarsi con il mondo esterno. Proprio come Edward Mani di Forbici, a cui era vietato il contatto umano, Willy Wonka non riesce a toccare il mondo e, anzi, ne è intimorito. Ma Wonka è anche uno dei personaggi che, più di altri, raccontano la storia di quel bambino mai cresciuto che ricorre nella maggior parte delle pellicole di Burton: un orfano alla disperata ricerca del consenso paterno che non riesce neanche a pronunciare la parola “parenti”, terrorizzato com’è dai rapporti normali e dalla gente che veicola questa normalità. Reinventando il linguaggio delle favole, Burton dipinge una società moderna responsabile di aver privato i bambini della loro innocenza, trasformandoli in mostri viziati e insopportabili attraverso il ritratto dispotico di creature assolutamente ingestibili. Nonostante situazioni surreali e le brevi sequenze musicali degli Umpa-Lumpa (Deep Roy, moltiplicato elettronicamente), La fabbrica di cioccolato è una pellicola che nasconde la solitudine e il rimpianto sotto strati caramellosi di colori sgargianti e atmosfere da commedia. Eccezion fatta per Charlie, personaggio allegorico, quasi archetipo, che mostra tutta la purezza infantile, i bambini che entrano in contatto con Willy Wonka sono la grottesca copia degli adulti, privi di immaginazione e di sentimenti positivi. Gli stilemi delle fiabe vengono qui recuperati e utilizzati per mettere in scena punizioni quasi stereotipate e proprio in questo risiede la forza del film: nella capacità di usare materiali culturali destinati all’infanzia per parlare agli adulti, anche grazie allo strumento - privilegiato da Burton nella sua filmografia - dell'ironia.
Interrompo per un istante la lettura del film per aprire una piccola parentesi sugli gli attori: inutile dire che Depp è, come sempre, strepitoso e il suo ruolo di mattatore è incontrastato ma è importante spendere due parole anche sugli altri. Primo tra tutti un bravissimo Highmore che, malgrado l'età, ha inanellato una sfilza notevole di pregevolissimi film, da Un'ottima annata a Artur e il popolo dei Minimei, da Neverland a Spiderwich e ancora La bussola d'oro e Astro Boy. Non è tutto merito suo, ovviamente ma dire che "promette bene" è davvero riduttivo! E se Christopher Lee, nel suo ruolo di padre/dentista, è sempre terrificante e Helena Bonham continua a stupirci per la ricchezza della sua recitazione, è David Kelly (nella parte che sarebbe spettata a Gregory Peck ma che è scomparso prima dell'inizio delle riprese) che, con la sua aria da vecchio nonno, merita il mio personalissimo elogio: BRAVISSIMO!
Questa volta, prima tra tutte, Burton sembra non amare il suo protagonista Willy Wonka (e Depp è magnifico nel rendere con sottigliezza questo scarto!) ma intende usarlo come paradigma per raccontare uno spiazzamento esistenziale, uno stridore acidulo che si insinua tra le maglie di questo portentoso spettacolo, per renderlo ancora più affascinante. Come le migliori fiabe, la fabbrica ed il suo grande ideatore rattristano e, in fondo, spaventano anche un po’ ma la storia raccontata si presenta al pubblico come un giocatolo iperbolico e scoppiettante, che contiene in sé un’autentica e sana vena eversiva, capace in alcuni momenti di sfociare nella purezza cinematografica del delirio organizzato. Tim Burton ha costruito una vera “macchina da sogni” che non rinuncia alla contraddizione ed all’inquietudine dell’incubo, pur restando assolutamente godibile per tutti, ed in cui è sempre in primo piano il punto di vista sensibile e sempre ricercato di questo maestro. Da vedere assolutamente! :D


venerdì 18 agosto 2017

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato


Titolo originale: Willy Wonka and the Chocolate Factory
Nazione: GB
Anno: 1971
Genere: Fantastico, Musicale
Durata: 98'
Regia: Mel Stuart
Cast: Gene Wilder, Jack Albertson, Dodo Denney, Peter Ostrum, Roy Kinnear

Trama:
A Willy Wonka, proprietario di una fabbrica dolciaria, sono stati sistematicamente rubati dai concorrenti gli ingegnosi brevetti e, per un eccesso di sicurezza, da anni non permette a nessun estraneo di varcare la soglia della sua fabbrica. Un giorno viene annunciato il lancio di un concorso internazionale: le cinque persone che troveranno all'interno di una tavoletta di cioccolato "Wonka" un talloncino d'oro, saranno ammesse alla visita della fabbrica e potranno attingere gratuitamente, e per sempre, ai suoi prodotti. Tra essi c'è il piccolo, poverissimo e onesto Charlie, e...

Commenti:
A più di quarant'anni dalla sua uscita, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato rimane ancora oggi un film irresistibile, vero e proprio divertissement colorato e fantastico in cui una trama, che pur giocando sui luoghi comuni e sul classico lieto fine, riesce a regalare continue sorprese ed invenzioni visive nei cento minuti di visione. Anche senza sacrificanre l'intero costrutto alla parte musicale, le canzoni fanno da sfondo ad alcune delle scene più originali e frizzanti, particolarmente quando vedono per protagonisti i bizzarri Umpa Lumpa. Le splendide musiche di Leslie Bricusse e Anthony Newley riescono a portare in scena uno spettacolo per l’udito che, andando di pari passo con la costruzione di universi dai colori sgargianti, riesce a dare allo spettatore la sensazione di un paradiso dei sensi.
Willy Wonka è soprattutto un romanzo di formazione, che pone al centro della sua narrazione due personaggi diversi ma speculari. Da una parte il bambino povero ma dal cuore grande che, proprio a causa della situazione disagiata, è costretto a crescere prima del previsto. Dall’altra, l'industriale, un ingegnere della cioccolata che sotto i ricci candidi e il cappotto ormai iconografico, nasconde la fragilità di chi vede il proprio lavoro sgretolarsi per via dell’espansione economica e dell'illegale competitività. Entrambi, tuttavia, non rinunciano alla propria infanzia e anzi la insuguono, chi con la fantasia (o pia illusione!), chi producendo dolci e spuntini che sfidano qualsiasi legge fisica.
Mel Stuart, di cui questo film rimane l'opera più famosa di una carriera misconosciuta, adotta inventive soluzioni visive nel rappresentare i vari piani e settori in cui Willy Wonka conduce i "fortunati" visitatori, popolando le ambientazioni di avveniristici macchinari atti a creare dolciumi di impareggiabile bontà. E non si fa mancare neanche un piacevole sussulto "horror" quando la barca compie un viaggio nell'ignoto a velocità supersonica, apice massimo di un istinto psichedelico che, seppur sottotraccia, permea l'intera operazione. Operazione in cui Gene Wilder, pur non ingaggiato come prima scelta, si muove con folle e deliziosa simpatia dando vita ad uno dei personaggi simbolo della sua mai troppo lodata filmografia. Da rivedere? Senza alcun dubbio! :D


Come piccolo extra da parte mia, nella cartella troverete anche il racconto di Roald Dahl (che ha partecipato attivamente alla stesura della sceneggiatura di questo film) in formato ebook e pdf. ^__^


venerdì 11 agosto 2017

Sostiene Pereira


Titolo originale: Sostiene Pereira
Nazione: ITA
Anno: 1995
Genere: Drammatico
Durata: 105'
Regia: Roberto Faenza
Cast: Marcello Mastroianni, Stefano Dionisi, Daniel Auteuil, Nicoletta Braschi

Trama:
Pereira è un modesto redattore della pagina culturale di un piccolo giornale di Lisbona ai tempi di Salazar. Vedovo e solo, il suo unico conforto è parlare con il ritratto della moglie; per il resto se ne sta rinchiuso tutto il giorno in una stanzetta del suo giornale, sordo a quanto gli accade intorno – la dittatura in casa, la guerra civile in Spagna – e unicamente dedito alla sua attività di traduttore. Un giorno, però, si imbatte in un giovane rivoluzionario, con un’amica anche più rivoluzionaria di lui e...

Commenti:
Il romanzo di Antonio Tabucchi (che ha collaborato alla stesura dei dialoghi) ha costituito la base del lavoro di Faenza ma le difficoltà da superare erano molte. Bisognava innanzitutto tenere conto della particolare struttura del testo letterario (con il ritorno della frase "sostiene Pereira" che segna la narrazione rinviandola a un'ipotetica dichiarazione che non esclude il verbale di polizia) e bisognava trovare il protagonista "giusto". Per il ruolo del redattore della pagina culturale del "Lisboa" nel Portogallo che si avviava quasi insensibilmente al lungo periodo buio della dittatura salazarista, era necessario un attore dall'acuta sensibilità. Non preoccupandosi delle pressioni produttive (qualcuno suggeriva il nome di Abatantuono >_<) Faenza ha trovato l'adesione di Mastroianni imponendolo in una situazione come quella italiana in cui viene ritenuto un nome che non porta più soldi al botteghino. Il grande Marcello lo ha ricompensato trovando l’ispirazione, il tono e la grazia per darci una delle più travolgenti e autobiografiche interpretazioni della sua lunga carriera! Mastroianni fa crescere sotto i nostri occhi il più bell’antieroe borghese della storia del cinema e lo trasforma, un passo alla volta, in un vero Eroe, un uomo che ha ritrovato se stesso e perfino un modello da imitare. Manco a dirlo, Mastroianni incarna alla perfezione il personaggio: rimesso, mite, imbranato, introverso, ma deciso, fermo e coraggioso quando le circostanze lo richiedono. Il lungometraggio fu anche il terzultimo del grandissimo attore, che in questo film già mostra cenni di stanchezza, alla vigilia della malattia che un paio di anni dopo ce lo porterà via per sempre. Forse i caratteri attorno, per necessità molto riassunti rispetto a quelli del romanzo, risultano spesso un po' sfocati ma li riscattano le cure con cui la regia, sorretta da tecniche sapienti (la fotografia di Blasco Giurato, le scenografie di Giantito Burchiellaro, le musiche travolgenti di Ennio Morricone), è riuscita a ricrearvi attorno non solo una splendida Lisbona anni Trenta ma tutto il sapore di un'epoca divisa fra una gioia sonnacchiosa e un'ansia segreta per i sommovimenti politici che si preparano. Esempi di cinema così puro ed elevato sono sempre più rari e a Sostiene Pereira valse un meritatissimo David di Donatello per Marcello Mastroianni come migliore attore del 1995.
Da vedere assolutamente! :D

Come piccolo extra da parte mia, nella cartella troverete anche il racconto di Tabucchi in formato ebook e pdf. ^__^


dedico questo post al carissimo
http://uppercaso.blogspot.it/
 che è riuscito a farmi avere questo
rarissimo ed introvabile DVD.

GRAZIE!!!

mercoledì 26 luglio 2017

Lassù qualcuno è impazzito 1+2


Titolo originale: The Gods Must be Crazy II
Nazione: USA
Anno: 1989
Genere: Commedia, Avventura, Comico
Durata: 100'
Regia: Jamie Uys
Cast: Nixau (N!Xau), Lena Farugia, Hans Strydom, Erick Bowen, Treasure Tshabalala, Lourens Swanepoel

Trama:
Tre storie parallele, nella lussureggiante savana africana del Kalahari, si sfiorano. Un boscimano insegue a piedi il camion degli "inavvertitamente rapitori" dei suoi due figli; la bella avvocatessa Ann Taylor, in gita aerea con un ecologo imbranato, precipita; Mateo, milite cubano, e Timi, guerrigliero dell'Unita, si catturano l'un l'altro a turno. Tre storie che si moltiplicano finché s’intrecciano indissolubilmente e...

Commenti:
Il sudafricano Jamie Uys ha firmato due tra i film più divertenti e originali di tutto il Novecento: The Gods must be crazy e questo suo bellissimo seguito. In un'ipotetica classifica si meritano entrambi sicuramente dei posti di primissimo rilievo. I due film hanno trame e storie diverse, ma sono molto simili; personalmente preferisco questo secondo episodio, forse per via dei due bambini (due fratellini) che sono irresistibili. Per entrambi, è una "folle giornata" quasi mozartiana ma ambientata in Sudafrica e in grandi spazi aperti. Jamie Uys sembra un Herzog di buon umore e in vena di scherzi, uno strano incrocio tra Walt Disney e Fitzcarraldo. Ci si diverte, tanto!, ma c’è spazio per un discorso tutt’altro che banale sul rapporto fra l’uomo e la natura, sulla guerra e sul terrorismo, e sulla follia del cemento e della fretta nelle grandi città. Al loro uscire i due film ebbero molti premi e riconoscimenti, perché fanno ridere e sanno anche essere profondi e mai banali, qualità rare.
Lassù qualcuno è impazzito, a distanza di così tanti anni, è ancora perfetto: i protagonisti principali sono probabilmente i boscimani (due fratellini spettacolari e il loro meraviglioso papà), e con loro interagiscono trafficanti, etologi e naturalisti, un soldato angolano e uno cubano, una manager d'assalto, un simpatico avventuriero e tanti altri personaggi. Uys è bravissimo a far recitare i bambini, bravo almeno, se non più, di De Sica e Comencini. In più riesce nell'impresa di far recitare persino una iena (per tacere di lucertole e scorpioni, qualche leone ed elefante ^__^). Miracoloso il montaggio, che non stanca mai pur essendo molto movimentato e ottima la sceneggiatura, con le sue inedite e sempre divertenti gags.
Piace, e molto, a tutti quelli che l’hanno visto... però mi accorgo che sono davvero pochi e che purtroppo è inutile sperare in una replica tv. Purtroppo questo film è, nella migliore delle ipotesi, classificato ed etichettato come "cult" e perciò (se va bene) lo si può trovare sui canali tematici di nicchia, magari a pagamento. Inoltre per i giorni nostri c'è troppa pelle nuda (addirittura di bambini!) e non importa se loro sono "vestiti" così da migliaia di anni: nell'ipocrisia di oggi non si può più. È un peccato, perché si tratta di film per tutti ma ormai le cose vanno così. Potete vedere una volta al mese Rambo e i film di Steven Seagal, o l'ennesima replica di Friends e di Lost, ma alcune cose sono perdute per sempre, Chaplin e Fellini compresi.
Non riuscendo in alcun modo a trovare il primo (e non fatevi ingannare dal doppio DVD della Sony: è solo in inglese (e ungherese!) con sottotitoli in italiano >_<), vi propongo questo secondo con grandissimo piacere, sperando che chiunque di voi lo veda si illumini di gioia quanto è successo a me! :D

*EDIT 07/08/2017: È con immenso piacere vi informo che N3MO è riuscito a trovare il primo episodio Ma che siamo tutti matti? e l'ha condiviso! Bravo N3MO, questo è proprio il vero spirito del filesharing! :D

DEDICO QUESTO POST A N3MO 
che ci ha fornito l'introvabile primo episodio 
Ma che siamo tutti matti?
e che, per merito suo, trovate qui sotto.
GRAZIE!!!

martedì 18 luglio 2017

The Elephant Man


Titolo originale: The Elephant Man
Nazione: GB
Anno: 1980
Genere: Drammatico
Durata: 125'
Regia: David Lynch
Cast: Anne Bancroft, John Hurt, Anthony Hopkins, John Gielgud

Trama:
A causa di una malattia molto rara che gli ha dato sembianze mostruose, il giovane John Merrick viene esposto come "uomo elefante" nel baraccone di Bytes, un alcolizzato che campa sfruttando la sua mostruosità e lo tratta come una bestia. È qui che Merrick viene scoperto dal dottor Frederick Treves, un chirurgo del London Hospital che convince Bytes a cederglielo per qualche tempo in modo da poterlo studiare e curare. Portato in ospedale e presentato a un congresso di scienziati, John si rivela ben presto agli occhi di Treves come un uomo di intelligenza superiore e di animo raffinato e sensibile ma...

Commenti:
Dopo l’esordio con il visionario Eraserhead, divenuto in breve tempo un cult del circuito underground, David Lynch sforna nel 1980 The Elephant Man, probabilmente la sua opera più riuscita e toccante, che riesce a mettere d’accordo anche i detrattori più accaniti del regista. Le sequenze oniriche e inquietanti sulle quali baserà gran parte delle sue opere successive sono qui ridotte ai minimi termini, lasciando spazio al commovente e poetico racconto della vera storia di Joseph Merrick, un uomo inglese vissuto durante l’era vittoriana e affetto dalla Sindrome di Proteo. Il ruolo del protagonista fu affidato a John Hurt, reduce dal successo di Alien, che appena un anno prima lo vide protagonista delle celeberrima sequenza del “parto” dell’alieno. Per interpretare la parte di Joseph Merrick, certamente la più importante della sua memorabile carriera, l’attore britannico fu costretto a subire estenuanti sedute di diverse ore per l’applicazione e la rimozione del trucco, al punto da essere costretto a lavorare solo a giorni alterni per preservare la propria salute. Ad affiancare John Hurt nei ruoli più importanti furono chiamati Anthony Hopkins, ancora agli inizi della propria carriera, e Anne Bancroft, in precedenza già premio Oscar per Anna dei miracoli e soprattutto indimenticabile Mrs. Robinson ne Il laureato. La triste e malinconica parabola di The Elephant Man commuove e ci fa riflettere su quanto sia potente la minaccia portata dai pregiudizi e dall’ignoranza. “Gli uomini hanno paura di ciò che non capiscono“, disse lo stesso Merrick più di un secolo fa, ma ancora oggi ci troviamo ogni giorno di fronte a soprusi, cattiverie e violenze scaturite da caratteristiche fisiche o caratteriali che alcune persone misere non riescono ad accettare. The Elephant Man è quindi un film che mantiene inalterata la propria forza e che potrebbe tranquillamente essere ambientato e prodotto ai giorni nostri senza vedere minimamente intaccata la propria credibilità. David Lynch non indora la pillola, mostrando tutta la crudeltà e l’ipocrisia a cui possono arrivare le persone verso ciò che è diverso dal loro piccolo e ottuso mondo. Dal punto di vista tecnico, Lynch si affida a un bianco e nero che ha la duplice funzione di trasportarci idealmente in piena età vittoriana e di farci assaporare tutta la mestizia che traspare in ogni momento della pellicola. Cast perfetto in ogni sua componente, dal tormentato John Hurt al combattivo e addolorato Anthony Hopkins, passando per una Anne Bancroft più dolce che mai. Trucchi, scenografie e costumi sono curati alla perfezione, dando modo al regista di sfruttare tutta la sua maestria dietro alla macchina da presa. La toccante colonna sonora di John Morris completa un capolavoro senza tempo, davanti al quale anche per i più duri è difficile non sciogliersi in lacrime almeno una volta. Candidato a otto premi Oscar, questa pellicola scandalosamente non ne vinse nessuno, mentre Gente comune di Robert Redford ne portò a casa ben sei; mah. A mio avviso, quando si incontra un capolavoro, bisogna definirlo tale. Poi possiamo giocare a fare i critici algidi che cercano di demolire tutto affinché dalla distruzione si possa vivere un egocentrico momento di celebrità. Oppure si può essere onesti e dire serenamente, convintamente, che The Elephant Man è uno dei capolavori della cinematografia mondiale! :D


venerdì 7 luglio 2017

Brancaleone alle crociate


Titolo originale: Brancaleone alle crociate
Nazione: Italia
Anno: 1970
Genere: Commedia
Durata: 117'
Regia: Mario Monicelli
Cast: Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Stefania Sandrelli, Beba Loncar

Trama:
In viaggio con una torma di straccioni alla conquista del Santo Sepolcro, Brancaleone da Norcia perde, in una battaglia, tutti i suoi compagni, per cui, disperato, invoca la "Morte", salvo, alla sua presenza, spaventarsi e chiedere una proroga, che gli viene concessa. Salvata la vita a un neonato, figlio di un re normanno, si rimette in cammino - con una nuova, cenciosa armata - per riportarlo al padre, partito per le Crociate e...

Commenti:
Come sempre il sequel di un successo è un grosso rischio e questo poteva facilmente scadere nella farsa gratuita, però... Sì, perché quando il "però" è grosso come un Mario Monicelli si può stare tranquilli! Certo, manca la novità della gag ma c'è una consapevolezza maggiore delle potenzialità del mondo di Brancaleone e la natura picaresca dell'avventura si avverte forte e chiara. La composizione della nuova armata, la proposizione ironica di viltà di potenti e prodezze volenterose ma disgraziate di eroi miserrandi è, in sostanza, una visione più umana dell'epica conosciuta, quasi dedita all'indulgenza verso una Storia portata avanti dai poveracci e irridente invece a chi detiene il Potere. Fuor di metafora, una commedia avventurosa in cui Vittorio Gassman ha occasione di istrioneggiare magnificamente! Anche questa volta il cast è eccellente: da citare, tanto per fare due nomi, Stefania Sandrelli strega passionale e Adolfo Celi re quasi da fumetto. Per non parlare della splendida fotografia di Alfio Contini, i cui colori creano una cornice splendida che arricchisce questo quadro d'umanità, ridicola e toccante insieme, avviata a fare i conti con la Morte che li aspetta qua e là. Rivisti nuovamente i due mitici Brancaleone, trovo sia sempre questo (sottovalutatissimo) del 1970 l'autentico capolavoro nonostante, come ho scritto prima, sconti il gap dello spunto non originale. Questo perché non mancano innesti geniali come la sequenza dell'albero degli impiccati di François Villon, i dialoghi con la morte, la strage dei seguaci del santone a zampe in su o tutta la strepitosa parte recitata in rima nell'accampamento cristiano, mirabilmente ispirata al teatro dei pupi siciliani. Apporti che vanno ad aggiungersi ad una maggior profondità del testo e dei suoi rimandi filmici da un lato (con ironiche ed efficaci citazioni di topoi bergmaniani e bunueliani) all'intensità drammaturgica dall'altro. Gode inoltre di un'infallibile precisione di tempi e ritmi (il primo capitolo soffre in tal senso di alcune cadute "o pause") e, ovviamente dell'inconfondibile e straordinario mix dei toni tragicomici, dote in cui Monicelli fu maestro insuperabile. Diciamocelo: forse anche un terzo capitolo ci sarebbe potuto stare! :D


giovedì 29 giugno 2017

L'armata Brancaleone


Titolo originale: L'armata Brancaleone
Nazione: Italia
Anno: 1966
Genere: Commedia
Durata: 120'
Regia: Mario Monicelli
Cast: Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Maria Grazia Buccella

Trama:
In sella ad un ronzino giallastro, Brancaleone da Norcia, cavaliere fanfarone e dai pochi meriti, guida un'improbabile compagnia di miserabili alla conquista del feudo di Aurocastro nelle Puglie. Sulla strada vivranno mille peripezie, tra una vedova impaziente e una verginella preda dei briganti; si uniranno alla combriccola anche l'ambiguo Teofilatto e un fabbro aspirante suicida. Una volta raggiunta la meta, dopo essere stati quasi impalati dai pirati saraceni, Brancaleone & CO si vedranno condannati al rogo come usurpatori dal vero signore del feudo ma...

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Fortunatissima immersione della commedia all'italiana in un Medioevo cencioso ed irresistibile, L'armata Brancaleone vale come splendido compendio della poetica, delle tematiche e dello spirito più vero di Mario Monicelli. Insieme ai fidati Age & Scarpelli alla sceneggiatura, il regista firma il suo capolavoro, un'avventura di salda presa comica in cui l'invenzione farsesca si mescola alla citazione colta (si va da Cervantes al Pulci fino a Italo Calvino). All'amalgama perfetta di questi elementi, all'omogeneità dei contenuti, corrisponde una linea di racconto volutamente tortuosa, fatta di piccoli episodi, deviazioni, disequilibri e bruschi cambiamenti, in grado di restituire l'andamento di un poema cavalleresco salvo da ogni retorica o, ancora meglio, di uno spettacolo di burattini, così com'è sottolineato dai titoli di testa nelle animazioni di Emanuele Luzzati (accompagnati dall'inconfondibile musica di Carlo Rustichelli, il cui motivetto principale diventerà un vero e proprio tormentone!). Anche a livello strettamente visivo, le scenografie e i costumi di Piero Gherardi rientrano in un'organizzazione dello spazio in cui i paesaggi naturali sembrano assomigliare alle quinte di un teatrino, ad una percezione bidimensionale e stilizzata. Ugualmente irreali sono le voci di questi personaggi-pupi, mascherate, tronfie o stridule, comunque sempre falsate, veicoli di una lingua a metà tra il volgare e il latino maccheronico, in breve, diventata di culto.
È senza ombra di dubbio di fortissima risonanza la geniale interpretazione di Vittorio Gassman, che si è calato perfettamente nei panni del protagonista ma non dimentichiamo gli splendidi ruoli di Gian Maria Volonté nella parte di Teofilatto e quella di Carlo Pisacane in Abacuc.
Personaggi crudeli, saraceni che impalano i prigionieri di guerra, eserciti cristiani non migliori e che mettono al rogo i pescatori di frodo (per non parlare degli eretici!): al di sopra di tutto questo marasma fatto di sangue e morte si erge la quasi-suo-malgrado simpatica figura di Brancaleone, il quale riesce ad ottenere una forte attrattiva e tanta reminescenza... anche dopo più di 50 anni! :D


sabato 10 giugno 2017

Sogni


Titolo originale: Yume (夢)
Nazione: JAP
Anno: 1990
Genere: Fantastico
Durata: 120'
Regia: Akira Kurosawa
Cast: Akira Terao, Martin Scorsese, Mitsuko Baisho, Hisashi Igawa, Toshie Negishi

Trama:
In otto episodi un uomo ripercorre nei propri sogni, travisandoli, i momenti più salienti della sua vita e della Vita stessa. Otto brevi racconti fantastici, a metà strada tra il sogno e l’incubo: nei primi due altrettanti bambini assistono l’uno al matrimonio delle volpi, l’altro alla fioritura d’un pescheto ormai distrutto; quattro scalatori si addormentano durante una tormenta; un soldato si trova di fronte i suoi compagni morti in guerra. Protagonista degli ultimi quattro (e forse anche dei precedenti) è un uomo che si ritrova nei quadri di Van Gogh, poi alle pendici del Fujiama durante l’esplosione di una centrale nucleare, in una terra distrutta dalla radioattività delle bombe H e, infine, in un villaggio che al progresso ha preferito la tranquillità della comunione tra uomo e natura.

Commenti:
Penso sia difficile immaginare qualcosa di più giapponese di Sogni eppure pare risulti più accessibile a noi occidentali che non ai suoi conterranei; forse è perché il nostro Fellini ci ha preparati a questo genere di narrazione o perché da un secolo mangiamo pane e Freud a colazione.
L’opera sembra essere, a prima vista, una buona favola pro ecologia e contro la guerra e questa società in generale e, per alcuni tratti, è davvero molto vicina allo stile di Miyazaki (vedi “Il Demone che piange” o “Il villaggio dei mulini”, anche se per quest’ultimo si vede forte anche l'influenza di Ozu). Eppure Sogni è molto più di questo: è anche uno splendido film onirico e non può quindi essere interpretato in modo univoco come ha fatto erroneamente parte della stampa conservatrice e ideologica degli anni '90. Freud stesso faceva giustamente notare la pluralità di significato del mondo onirico e di come i sogni assumano spesso un significato molto dissimile da ciò che si svolge in modo parallelo nella vita vigile. In realtà si potrebbe dire che più che desideri di interpretazione univoca (oggi così di moda!) Yume si ingegni a suscitare emozioni legate allo stupore e al meraviglioso. C'è sì la lettura puramente "etica" e moralistica (e in quest'ottica miope, anche un po' retorica), come c'è quella dell'enigma del mondo e della cultura nipponica, una realtà davvero molto diversa dalla nostra, un mondo ricco di miti e credenze che interrogano e coinvolgono l'occidente spesso più per il piacere della differenza culturale che che per l'insolita via dei suoi misteri. Tutto vero ma c'è soprattutto, alla fin fine, il messaggio che nei sogni i meccanismi onirici di comunicazione ci accomunano appassionatamente, indipendentemente dalla matrice culturale, così come la musica e la poesia.
Questo è veramente Sogni: poesia visiva e acustica realizzata con l'arte più raffinata ed elegante di un artista ottantenne che si immedesima (con pieno diritto!) in Van Gogh. Kurosawa, nel suo tipico stile, semplice ma estremamente spettacolare e con la sua capacità di alternare toni lievi e grotteschi ad altri gravi e tragici, in un tripudio di luci e colori di cui era maestro ci trascina oltre le barriere del reale e ci lascia, a fine film, con quella dolce malinconia tipica dei risvegli dopo un bel yume. Pur non essendo realmente il suo ultimo film, questo è sicuramente il suo testamento artistico e, ammettiamolo, nessuno ha ne mai lasciato uno così bello e riuscito! :D


giovedì 25 maggio 2017

Howard e il destino del mondo


Titolo originale: Howard the Duck
Nazione: USA
Anno: 1986
Genere: Fantascienza, Avventura
Durata: 111'
Regia: Willard Huyck
Cast: Ed Gale, Tim Robbins, Lea Thompson, Jeffrey Jones, Chip Zien

Trama:
Per un imprevedibile malfunzionamento, il potentissimo spettroscopio a raggi laser del dottor Jenning rapisce al pianeta dei Paperi il papero umanoide Howard, risucchiandolo nello spazio per poi scaricarlo in un quartiere di Cleveland nell'Ohio. Per ritornare a casa, a Howard basterebbe reindirizzare il raggio della macchina ma la cosa non è così semplice perché l'esperimento ha trasformato il professore in un mostro, risvegliato le forze del male che popolano l'universo, la Terra rischia di essere invasa da una moltitudine di creature ostili e...

Commenti:
Il 1° agosto del 1986 usciva nelle sale americane "Howard e il destino del mondo", uno dei flop più clamorosi della Lucasfilm che collezionò ben sette candidature ai Razzie Awards, "vincendone" quattro! (Peggior attore esordiente -gli otto ragazzi e ragazze in costume d'anatra-, Peggiori effetti visivi, Peggior sceneggiatura e Peggior film, insieme a Under the Cherry Moon di Prince). Per dirla tutta, ancora oggi è considerato dai più uno dei peggiori film mai realizzati, eppure...
Eppure il film nel corso degli anni, e nonostante il massacro da parte della critica, si è guadagnato un seguito come pellicola di culto ed uno zoccolo duro di fan (che include anche il sottoscritto ^__^) per tanti e vari motivi.
In realtà, definire "Howard" uno dei peggiori film mai realizzati mi sembra un tantino eccessivo, soprattutto perché di film veramente brutti ce ne sono davvero a bizzeffe; il suo problema è solo che è stato venduto al pubblico sbagliato. Quello che ha stonato all'interno di un "fumettoso scenario fantastico", fino ad allora principalmente utilizzato nei film per famiglie, sono stati gli ammiccamenti ad un immaginario prettamente "adulto" (vedi la papera nuda nella vasca da bagno nell'incipit del film, il flirt tra Howard e Beverly e diverse "volgarità" ammorbidite dal doppiaggio italiano) tali da aver fatto storcere il naso a molti. Tutti elementi che invece richiamavano l'irriverenza del fumetto originale, in cui Beverly Switzler era addirittura un modella pornografica! Evidentemente alla Marvel avevano più fegato di quanto si pensi normalmente se pubblicarono questo prodotto della sottocultura americana al fianco dei vari Thor e Capitan America. La serie a fumetti alla fine pagò pegno per questa sua stravaganza in netto anticipo sui tempi con la chiusura della testata all'inizio degli anni '80.
Il film è diretto da Willard Huyck, sceneggiatore con la moglie Gloria Katz di American Graffiti e Indiana Jones e il tempio maledetto, qui alla sua quarta regia e secondo flop consecutivo dopo la commedia La miglior difesa è la fuga. Anche se, a parte alcuni elementi di base, non si tratta di una trasposizione fedele del materiale originale, deve gran parte del suo fascino alla miscela di nostalgia anni '80 e il bizzarro tentativo di raccontare le avventure di un papero alieno dall'aspetto decisamente posticcio e improbabile all'interno di uno scenario realistico. Per quanto possa sembrare disarmonico, l'effetto "Alf" prende il sopravvento e ci si ritrova a tifare per un logorroico e scorbutico "pupazzo" e amare la sua avventura che ne farà un eroe per caso. Interpretato da ben otto nani (uno più di Biancaneve!), questo papero dalle abitudini maschili (beve birra, suona il piano, piace alle donne) è ovviamente il mattatore del film ma una parola a parte va spesa per la giovane Lea Thompson, la cantante del complesso femminile Cherry Bomb. Già nota al pubblico per la sua interpretazione in Ritorno al futuro, la Thompson mostrava già allora di avere numerose frecce al suo arco (ai suoi archi? XD).
Non possono essere dimenticati gli "effetti collaterali" che ha generato questo film e che hanno un grosso peso ancora oggi. Ad esempio: quando il film si è rivelato un tale flop, Lukas è stato costretto a vendere alcuni beni di sua proprietà per rimanere a galla. Il suo amico Steve Jobs, amministratore delegato di tale "Apple Computer", offrì il suo aiuto proponendo di acquistare la divisione di animazione in CG di Lucasfilm per un prezzo ben al di sopra del valore di mercato e il Nostro, in condizioni disperate e grato per l'assistenza, accettò l'offerta. Quella divisione è diventata la Pixar Animation Studios. :O
Oltre a fare outing dichiarando tutto il mio amore per questo film così particolare, che pure richiede allo spettatore uno sforzo d'immaginazione che va ben oltre la cosiddetta "sospensione dell'incredulità" ma che solletica sia quanto c'è di adulto che quanto rimane di adolescente in noi, tengo a sottolineare che si tratta del PRIMO lungometraggio nato da un personaggio Marvel! Anche senza tutti i suoi tanti altri notevoli pregi, già questo sarebbe un ottimo motivo per rivederlo. :D

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