giovedì 20 settembre 2018

Spiderwick - Le cronache


Titolo originale: The Spiderwick Chronicles
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Fantastico, Fantasy, Avventura
Durata: 96'
Regia: Mark Waters
Cast: Freddie Highmore, Mary-Louise Parker, Nick Nolte, Joan Plowright, David Strathairn

Trama:
I gemelli Jared e Simon e la sorella maggiore Mallory si trasferiscono con la madre in un magione nei boschi del New England, eredità di una vecchia zia. La casa ed il luogo nascondono un segreto che ben presto coinvolgerà l’intera famiglia in un mondo di magia e...

Commenti e recensione:
Tratto dalla bella saga di Holly Black, il film di Waters è un fantasy atipico che si ritaglia uno stile tutto suo, recuperando le atmosfere da fiaba gotica dei film "di fantasia" dei primi anni '90. Chi è stato bambino in quel periodo (anche solo interiormente) non potrà non sentire gli echi de La Storia Infinita o Fantaghirò. E non è assolutamente un male! E poi c'è molto di Burton (e non solo perché Highmore ha recitato nella sua Fabbrica di cioccolato), soprattutto per le sfumature dark, al limite dello splatter, e anche molto Besson (e non solo perché Highmore recitava proprio in quel periodo Arthur e il popolo dei Minimei); insomma, c'è il meglio del fantasy mondiale e della professionalità di Hollywood&Dintorni!
Protagonista assoluto del film è ovviamente il piccolo Freddie Highmore che, in questa nuova avventura, interpreta non uno ma ben due personaggi contemporaneamente: i fratelli gemelli, identici ma dal carattere diversissimo; complimenti! In realtà, però, è tutto il cast che si dimostra davvero all'altezza. E poi, ammettiamolo, Mark Waters alla regia è sempre una discreta garanzia di soluzioni azzeccate (qui è molto interessante l'idea di rendere invisibili le creature magiche, costringendo gli attori ad un bel lavoro di immaginazione che sicuramente ha giovato alla riuscita del film) ed è riccamente "aiutato" dai perfetti effetti speciali della Industrial Light & Magic di Lucas. Anche il design delle creature e la messa in scena sottolineano come, più che il respiro del fantasy moderno, Waters abbia cercato un ritorno alla fiaba più propriamente intesa: i mostri sono brutti ma non spaventosi e, tendenzialmente, sono anche abbastanza stupidi, suscitando un misto di tenerezza e compassione. La fotografia, dal canto suo, gioca tutto su colori molto, molto accesi dalle tonalità pastello, conferendo al film un'aura eterea ed irreale che ben riesce a staccare la vicenda da un tempo ed uno spazio chiaramente definiti. Un lieve ma ben utilizzato Chroma key nelle scene più "bucoliche" è la cigliegina sulla torta del reparto tecnico.
Questo recupero del fiabesco, o del fantastico "anni ‘80-'90", ha però anche dei riflessi che, per alcuni, possono essere negativi: se i bambini si divertiranno a seguire le peripezie di Jared fra folletti, goblin e fate, i meno capaci di sognare storceranno il naso davanti ad un film che non cerca assolutamente di essere più di una semplice favola. Non ci sono sottotrame, non ci sono profondi significati simbolici e non c'è nemmeno grande tensione. Anche il finale si conferma come il più classico degli Happy Ending, lasciando lo spettatore completamente soddisfatto e senza inutili aperture per eventuali sequel. Personalmente ho molto ammirato la scelta coraggiosa di buttarsi senza remore nel fiabesco più caramelloso senza mai scadere nel banale o nel melenso. Nel complesso, Spiderwick si lascia guardare con vero piacere, diverte, emoziona, racconta una bella storia ed è interamente dedicato a chi ama le fiabe, cioè a tutti quelli che, nel buio di una sala o comodamente sprofondati nella poltrona, riescono ancora a volare con la fantasia. ^___^

HD4ME non è più accessibile? Risolto!

AVVISO!

Molti di noi hanno sperimentato, negli ultimi giorni (credo dopo l'aggiornamento di Firefox >_<) 
grosse difficoltà a connettersi a vari siti dei miei amici. 
Penso in particolar modo a HD4ME, Ipersphera e galmuchet

Il carissimo G R A Z I E ha già risolto il problema nel modo più elegante possibile:


Basta scrivere nell'apposito spazio il link che volete visitare e, magicamente ^_^, 
aggirerete le protezioni di zona in modo veloce e gratuito!

:D

venerdì 7 settembre 2018

Rogue One: A Star Wars Story


Titolo originale: Rogue One: A Star Wars Story
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Fantascienza, Avventura, Azione
Durata: 133'
Regia: Gareth Edwards
Cast: Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Mads Mikkelsen, Riz Ahmed, Forest Whitaker

Trama:
In una galassia lontana lontana, un improbabile gruppo di eroi intraprende una missione per sottrarre i piani della più potente arma di distruzione di massa mai ideata dall’Impero, la Morte Nera. Questo evento spingerà delle persone ordinarie ad unirsi per realizzare imprese straordinarie, diventando parte di qualcosa di più grande e...

Commenti e recensione:
Nel box office mondiale ha superato la soglia del miliardo di dollari di incasso, i fan sono rimasti entusiasti, pubblico e critica lo hanno promosso; alla fine si può proprio dirlo: Rogue One: A Star Wars Story, il primo tanto atteso (e anche temuto) spin-off di Star Wars, è stato un'operazione pienamente riuscita, tanto da conquistare un posto nell'universo Jedi e nel cuore degli spettatori.
Per gli appassionati della saga è come colmare visivamente vicende fino ad ora solo immaginate. Chi conosce bene gli episodi di Guerre stellari (questo si inserisce tra il III e il IV) non potrà che arricchire di particolari le già note vicende, allietato nel cuore da piccoli rimandi a personaggi o ambientazioni che già ama, sapientemente posizionati qua e là dai realizzatori del film. Per i neofiti (sempre che ne esistano!) immagino sia un chiassoso e divertente action movie sicuramente da gustare. Se valutiamo Rogue One come film a sè, dimenticandoci di tutto il mondo di Lucas che gli sta attorno, possiamo infatti dire che si tratta di un buon lavoro d’avventura, cupo e realistico quanto basta, senza mai scadere nella "favoletta con canzoncina annessa" che si poteva temere dalla nuova proprietà del topo. Il cast è davvero bene assortito e vi spicca una bravissima Felicity Jones, che presta il volto a Jyn Erso, eroina senza macchia e senza paura come se ne trovano raramente. Tecnicamente, gli effetti speciali sono esaltanti, le inquadrature, luci e montaggio risultano di altissimo livello e le riprese effettuate sull'atollo Laamu alle Maldive sono davvero incredibili. :O
In sintesi, malgrado temessi che la Disney snaturasse il carattere della saga, Rogue One: a Star Wars Story è probabilmente uno dei migliori film dell'intero ciclo, quindi da vedere sicuramente! E poi, diciamocelo: Star Wars è sempre Star Wars e anche delle briciole, persino senza raggiungere i livelli di questo gioiellino, rinfrancano l’anima assetata di noi fan! :D

venerdì 31 agosto 2018

Le relazioni pericolose


Titolo originale: Dangerous Liaisons
Nazione: USA
Anno: 1988
Genere: Drammatico, Sentimentale, Storico
Durata: 120'
Regia: Stephen Frears
Cast: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer, Uma Thurman, Keanu Reeves, Mildred Natwick

Trama:
La bella marchesa di Mertreuil spinge verso altre donne (da lei accortamente individuate) il suo ex-amante, il Visconte di Valmont, per vendicarsi della sua fuga. È una sfida per tenere saldamente in pugno l'uomo che essa, pur dedita ad amori occasionali, ama ancora. Nelle reti del seduttore cadono, alternandosi, sia la quindicenne Cecile de Volanges, già promessa in matrimonio ad un gentiluomo che ha vent'anni più di lei, sia la graziosa Madame de Tourvel. Ma proprio le reazioni della nobildonna, sedotta e abbandonata, inducono il libertino a riflettere sulla sua esistenza e...

Commenti e recensione:
Tratto dallo splendido libro epistolare di Choderlos de Laclos del 1782, con Le relazioni pericolose Frears ci conduce nei boudoir e nei salotti, grondanti di eleganza e crudeltà, della facoltosa aristocrazia dell'Ancien Régime per farne un graffiante affresco (la critica era già insita nel romanzo) sulla lussuria, il tradimento ed i sensi di colpa. Cinematograficamente parlando, la sua è la migliore riduzione per lo schermo fra le tante disponibili; penso soprattutto a quel Valmont di Forman che, forse per colpa di attori di minore impatto spettacolare, non ebbe la notorietà di quest’opera la quale, invece, vanta un cast perfetto. A dominare la scena è soprattutto Glen Close, magnifica nelle vesti di marchesa acida, viziosa e vendicativa, il cui più grande divertimento, in una vita annoiata e priva di stimoli, è quello di cospirare con l'altrettanto cinico John Malkovich, così superlativo, seducente e viscido da rendere "quasi" sprecate le eccellenti interptretazioni della Pfeiffer e di Uma Thurman.
Nel bellissimo libro, pensato per l’epoca dell’illuminismo razionale all'alba della rivoluzione, il volgere drammatico della trama appare come una sconfitta di una aristocrazia che raffinatamente, e in purissimo stile rococò, sembra rifuggire da ogni sentimento per badare al ben più corposo profilo sensuale dell’amore. Impossibile non sentire l'eco del delle memorie di Casanova, scritte pochi anni dopo ma riferite proprio a quei giorni o dell'immortale Don Giovanni, entrambe critiche nemmeno troppo velate di quel mondo. De Laclos costruisce una trama perfetta ed utilizza il genere epistolare proprio per evitare ogni attribuzione psicologica ai personaggi, perché si svelino da soli. Può una trama così essere ancora attuale? Certamente! Frears, fortemente critico verso i modelli thatcheriani e reaganiani dell’epoca, raccoglie la sfida e genera un film che dalle diaboliche geometrie seduttive ci conduce a quelle più misurate dei sentimenti (che non perché più silenti mietano meno vittime) e centra quello che, pur avendo all'attivo altri titoli di assoluto rispetto, è senza alcun dubbio il suo capolavoro. Dopo più di trent'anni, e con un clima culturale (apparentemente) del tutto diverso, questo film mantiene perfettamente intatto il suo splendore, segno che il soggetto è ben al di sopra del trascorrere del tempo, dimostrandosi di eterna attualità.
Assolutamente da vedere e da rifletterci a lungo! :D


Visto che non rientra nei normali programmi scolastici nostrani (e aggiungerei "per fortuna" perché questa è normalmente la morte di un'opera), mi sono permesso di aggiungere nella cartella ben due versioni del romanzo, sia in italiano che nello splendido originale francese. Questo è l'esempio più puro di livre de chevet (che si potrebbe tradurre come "libro da capezzale", cioè da tenere sempre sul comodino, a portata di mano). Fosse solo per vedere come si scrive davvero un libro che, a più di due secoli di distanza, è ancora freschissimo, vi consiglio davvero di approfittarne. ;)

sabato 25 agosto 2018

La cosa


Titolo originale: The Thing
Nazione: USA
Anno: 1982
Genere: Fantascienza, Horror, Thriller
Durata: 109'
Regia: John Carpenter
Cast: Kurt Russell, Wilford Brimley, T.K. Carter, David Clennon, Keith David, Richard Dysart, Charles Hallahan, Donald Moffat

Trama:
Gli scienziati di una base di ricerche in Alaska raccolgono un cane lupo che i loro colleghi norvegesi hanno tentato di abbattere. Lo mettono nel canile mentre due di essi si recano nella base norvegese che trovano abbandonata e piena di cadaveri. Trovano anche i resti di quello che sembra un disco volante. La comparsa di una terribile creatura scatena il panico nella base e...

Commenti e recensione:
Nell'82, mentre Spielberg incantava e commuoveva il pubblico con il suo E.T., sdoganando definitivamente la figura dell’alieno tenerone, quasi in contemporanea John Carpenter centrava con La cosa il suo capolavoro del cinema di fantascienza e dell’orrore. Non un simpatico gnometto ma una ben più sinistra creatura aliena che evidenzia pessimisticamente i limiti ed i difetti del genere umano. Il risultato, pressoché inevitabile, di questo scontro è stato per La cosa un freddo riscontro al botteghino, accompagnato da un giudizio perlopiù negativo anche da parte della critica colta, incapace di coglierne la portata artistica e sociale. È servito tempo, molto tempo!, perché a questa meraviglia venisse fortunatamente conferito il giusto e doveroso riconoscimento. Meritatamente, oggi è considerato un punto di assoluto riferimento per il cinema di genere ed una gemma di tutta la Settima Arte.
Pochi altri film nella storia hanno saputo far convolare a nozze in maniera così riuscita la fantascienza e l'horror, due generi fatti quasi apposta per stare assieme (sposati dall'Ignoto) ma che raramente producono figliolanze riuscite.
La cosa arriva a punte di shock visivo che solo L'Esorcista, probabilmente, raggiunse in quegli anni. Nelle trasformazioni non c'è solo banale splatter ma una sofferenza interiore, un'umanità lacerata, una specie che urla il proprio dolore. Le paragonerei alla grandiosa trasformazione de Un Lupo Mannaro americano a Londra per efficacia e dolore. Guardando le scene di trasformazione si ha quasi più empatia per l'invaso dalla "cosa" che non per chi rischia di esserne ucciso. È proprio questa antropomorfizzazione del mostro a renderlo fastidioso, inquietante e disturbante. È anche ciò che lo rende così diverso da Alien, al quale è stato ingiustamente ma ripetutamente paragonato. Con le sue poche ma efficaci apparizioni (e grazie agli effetti speciali, artigianali ma estremamente realistici, di Rob Bottin) il mostro rende realmente terrorizzanti gli istanti in cui è protagonista e, insieme alla celeberrima sequenza dell’analisi del sangue, porta la tensione ed il senso di claustrofobia all’apice. Impossibile inoltre non citare il folgorante ed enigmatico finale nel quale, come da tradizione per il cinema di Carpenter, alle risposte si affiancano nuove ed inquietanti domande, che lasciano presagire che l’incubo sia solo cominciato. Il mostro non c'è ma la sua eco domina incontrastata!
Le musiche di Ennio Morricone sono un altro elemento determinante per la bellezza de La cosa; un Morricone molto carpenteriano, apparentemente spersonalizzato data la diversità di stile rispetto ad altre pellicole. La sua colonna sonora, con quel ritmo martellante ed ossessivo, carica ulteriormente di suggestioni angosciose il senso di ansia e di morte che permea il film. Il cast, infine, è stellare! Russell, forte anche di una sceneggiatura che lo rende il personaggio più completo e complesso, spadroneggia ma, trattandosi quasi di una pièce teatrale, non opprime gli altri bravissimi attori e tutti, in uno o più momenti, hanno l'opportunità di mostrare le proprie splendide capacità. Se questa non è grande regia, non so cos'altro serva.
La cosa è uno strepitoso esempio di cinema di genere e d’autore allo stesso tempo, capace di intrattenere, colpire e spaventare, ma anche far riflettere sulle miserie e lo squallore della società. Attraverso l’orrore e la paura, Carpenter ci mostra in modo cupo e tagliente l’incapacità insita nel genere umano di fronteggiare unitariamente le difficoltà e le minacce, ricordandoci che probabilmente, in fondo, i veri mostri siamo noi. Qui il pessimismo di Carpenter raggiunge il suo culmine: la ventata, che parte dalla New York in disfacimento tratteggiata in 1997 e che arriva fino alle terre desolate del Polo Sud, spazza in un solo colpo tutto l'idealismo della fantascienza anni '50, pure così tanto amata dal regista e la cui eco si sente ancora nello sdolcinato E.T. di Spielberg. Qui Carpenter non mette nemmeno un grammo di retorica, il film è asciutto, essenziale, freddo. Perfetto.
La cosa non è un film da giardare ma un capolavoro da ammirare e rivedere, rivedere, rivedere! :D


Dedicato a Giuseppe
per il suo ottimo gusto e tutta la sua pazienza.
^__^

venerdì 17 agosto 2018

Bolt - Un eroe a quattro zampe


Titolo originale: Bolt
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: Animazione
Durata: 96'
Regia: Chris Williams, Byron Howard

Trama:
Bolt è il cagnolino protagonista di una serie che lo vede nei panni di un supercane. Poiché però è nato negli studios non è consapevole che tutto quello che riesce a fare sul set è frutto solo dei trucchi cinematografici e dell'aiuto della troupe. Quando un giorno si perde, anche se i primi incidenti dovrebbero dissuaderlo è fermamente convinto di essere davvero un supercane e...

Commenti e recensione:
Gli anni a cavallo del millennio sono stati un (ennesimo!) periodo davvero difficile per la Disney e, malgrado i contratti, c'era non poca paura che l'affiliata Pixar si rubasse tutto il mercato e, non contenta, anche l'Impero del Topo. Ammettimolo: a parte il delizioso Lilo & Stich, tra Mulan e Rapunzel è difficile ricordare un personaggio Disney; negli Studios ne erano assolutamente coscienti ed urgeva correre al riparo.
Tolto l’infelice nome di battesimo del protagonista (in America l’omonimo detersivo non esiste e così non pensarono all'effetto che avrebbe fatto a noi italiani ^_^), Bolt segna senza dubbio un punto di svolta nella Disney perché, finalmente, tentò di trovare un equilibro tra l’esigenza di rivolgesi ad un pubblico giovanissimo (e quindi il bisogno di inserire almeno una canzoncina e tanti buoni sentimenti) e quella di divertire anche l’adulto che l'accompagna; dopotutto è lui che compra il biglietto! Bolt, supervisionato dal due volte premio Oscar John Lasseter, uno degli uomini di punta di Pixar, anche se non raggiunge le vette di un Wall-E è un buon compromesso, pur mantenendo come obbiettivo primario l'intrattenimento Kid Oriented. Questa scelta di puntare ad un target prevalentemente infantile, anche se legittima (forse per certi versi essenziale) a me sembra involontaria e frutto di un'eredità che in Disney hanno paura di scrollarsi di dosso. Ma potrei sbagliare e, supponendo che fosse tutto calcolato, Bolt diventa un film molto ben costruito dove le tematiche classiche vengono rinfrescate con idee nuove ed intuizioni acute. La morale finale, diversa dalle solite, insegna anche qualcosa. :)
Il Design (principalmente quello umano) è il medesimo de Gli Incredibili, uno stile caricaturale ma piacevole che sa riportare espressioni ed azioni all'essenziale, rendendo divertenti molti movimenti che altrimenti sarebbero passati inosservati. Tutta un'altra cura è stata impegnata, invece, per rappresentare gli animali protagonisti. Bolt, Rhino il criceto e Mittens la gatta fanno sì sfoggio del medesimo tratto compositivo donato al resto del cast ma, per loro, è stato riservato un occhio di riguardo davvero pregievole, in particolar modo per l'espressività facciale, incredibilmente ben fatta e legata al carattere di ciascuno. Additittura ammirevoli i piccioni: chi mastica un po' di cultura americana noterà sicuramente le differenti connotazioni caratteriali donate ai volatili nei diversi luoghi: italo-americani, mafiosi e un po' stressati a New York; trendy, sceneggiatori e viziati a Hollywood e nell'Ohio... decisamente sempliciotti. Tutte sottigliezze chiaramente rivolte ad un pubblico adulto. Nella versione italiana merita un encomio particolare il lavoro di Raoul Bova (doppiatore uno strepitoso Travolta!) che fa sfoggio di tutta la sua esperienza USA per donare al cagnolino una voce da "eroe americano" come non si sentiva da tanto!
Per i più superficiali questo sembrerà solo un buon compitino scritto in bella calligrafia ma senza idee notevoli. In effetti, lo sviluppo è decisamente ultraprevedibile, tra ragazzine dal cuore d'oro ed animali che hanno poteri fantastici, anche se non super, tuttavia il mestiere c'è (come dimostra l'ottima scena del "ritrovamento" del cane) e, non a caso, la riconquista del Mondo da parte del Temibile Topo è cominciata proprio da qui. :O
Da vedere e rivalutare sicuramente! :D

mercoledì 1 agosto 2018

Valerian e la città dei mille pianeti


Titolo originale: Valérian and the City of a Thousand Planets
Nazione: FRA
Anno: 2017
Genere: Fantascienza, Azione
Durata: 140'
Regia: Luc Besson
Cast: Dane DeHaan, Cara Delevingne, Clive Owen, Rihanna, Ethan Hawke, Herbie Hancock, Rutger Hauer

Trama:
L'agente spaziotemporale Valerian e la sua compagna Laureline vengono inviati in missione dal Ministro della Difesa nel caotico e intradimensionale Big Market del pianeta Kirian, allo scopo di mettere in salvo l'ultimo convertitore Mül rimasto. I Mül sono un popolo ritenuto estinto ma attorno al loro destino vige un misterioso segreto militare e...

Commenti e recensione:
Fin dai tempi de Il quinto elemento, Besson accarezzava l’idea di portare sul grande schermo uno dei fumetti più belli mai realizzati, quel Valérian e Laureline di Christin e Mézières pubblicato con grande successo dal 1967 al 2010. La creatività senza fine di questi due giganti è stata tale che un numero impressionante di scene di Guerre Stellari sono un plagio sfacciato del loro lavoro (provarono giustamente a fare causa a Lucas ma, anche in quegli anni e pur avendo palesemente ragione, non era facile vincere contro l'altra sponda dell'Atlantico >_<). Se noterete similitudini (prima tra tutte con il Millennium Falcon) tra questo film e mille altri che avete già visto, ricordatevi sempre che è perché sono questi ultimi ad aver copiato il fumetto!
Ma torniamo al film che è stato, in realtà, il più grosso flop commerciale dello scorso anno (e anche di parecchi precedenti). In America è stato stroncato dalla critica (c’è chi sospetta sia tutta una manovra contro i blockbuster non americani) e snobbato dal grande pubblico ma anche in casa, cioè in Francia, dove si prevedeva un incasso di 30 milioni, non ha superato gli 11. Alla fine "sembra" che sia andato in pareggio ma, per un'opera che dovrebbe essere l'inizio di una trilogia, non è proprio un partire col piede giusto. Fortunatamente Besson è quello che è (molto bravo e, ormai, anche parecchio ricco) e Valerian sopravvivrà, proprio perché non è solo un film: è il sogno di bambino che diventa realtà. Peccato solo che sia stato realizzato in un'epoca in cui non può interessare a nessuno (blockbusteristicamente parlando). I ragazzini di oggi sono troppo impegnati a dibattere sulla sequenzialità del Marvel Universe per appassionarsi ad una favola ambientalista ed umanitaria. Hanno visto troppi film di fantascienza per incuriosirsi davanti a dei buffi alieni dalla testa a uovo e gli occhi blu. Hanno le pareti della camera tappezzate di troppi attori-modelli per apprezzare la recitazione tutta in levare del sempre più bravo Dane DeHaan. Eppure, sono film come questi che bisognerebbe salvare: film che non sono (solo) figli di scelte di marketing ma puri atti d’amore. È stata una scelta egoistica, allora? No, perché io e molti altri (quasi tutti miei coetanei) lo abbiamo apprezzato. Forse è stato più un errore di target: Besson ha girato un film che è un regalo al bambino che è stato, e che siamo stati, ma non l’ha dotato della forza necessaria per resistere in questo mondo.
Ha dovuto attendere anni prima di avere budget, idee e tecnologia finalmente accessibili ma ora Luc ci delizia con un’opera maestosa che si apre con una delle sequenze più belle di sempre: l’incontro tra astronauti di varie parti dello spazio nel corso dei secoli che, di stretta di mano in stretta di mano, portano alla nascita di un mondo che ospita migliaia di specie diverse; il tutto accompagnato da Space Oddity di David Bowie! Suonata per intero! Magico! Ed in effetti è proprio sull'estetica che si fonda il vero valore aggiunto della pellicola, curata nei minimi dettagli e sublimata da colori cangianti e sfumature pastello; l'universo non è mai stato così accogliente. Un risultato visivamente incredibile e possibile solo grazie al progresso in campo digitale degli effetti speciali e della computer grafica, qui ai più alti livelli. Besson immerge a tal punto lo spettatore nel "suo" futuro da fargli scordare la realtà esterna, sprodondandolo nella meraviglia ed annullando le barriere dell'incredulità.
I difetti? Ci sono, è inutile negarlo. Nonostante la narrazione sia punteggiata da momenti memorabili (la sequenza danzante di Rihanna) si ha l’impressione che la forma consumi la sostanza. Sovrastimolato dall’abbondanza barocca delle location, tipica dell'opera cartacea, lo spettatore finisce per perdersi tra mercati che esistono in più dimensioni, pianeti che ricordano le spiagge dei Caraibi, quartieri a luci rosse (in realtà multicolori) e profondità marine. Alla fine il racconto, che porta con sé un importante e sempreverde messaggio d’amore e uguaglianza, tende a scomparire tra i glitter e le luci al neon. A complicare ancora di più le cose, l’imbarazzante sottotrama amorosa. DeHanne e Delavingne sono bravi (con questa interpretazione l’ex modella chiude bocca alle schiere di detrattori) ma vengono ridicolizzati da una scrittura che li obbliga a buffe dichiarazioni fuori dal tempo; nessun ragazzo si esprimerebbe oggi in quella maniera, figuriamoci tra migliaia di anni! La bella bionda sexy da impalmare, i protagonisti caucasici ed efficienti, i simpatici alieni primitivi da salvare: forse il problema di Valerian è che affronta certe tematiche e certe fantasie sociali come se dagli anni '80 non fosse cambiato nulla. :/
Da vedere? Solo per chi è amante della fantascienza più “fantasy”, alla Avatar o alla Star Wars, per intenderci; se siete più propensi per la fantascienza “scientifica” (in stile Moon, 2001: Odissea nello spazio o Arrival) scordatevi di apprezzalo. Perché questo è un film fantasy in tutto e per tutto; con un’ambientazione futuristica e spaziale, certo, ma sempre fantasy è! ^___^

lunedì 23 luglio 2018

I Tenenbaum


Titolo originale: The Royal Tenenbaums
Nazione: USA
Anno: 2001
Genere: Commedia
Durata: 109'
Regia: Wes Anderson
Cast: Gene Hackman, Anjelica Huston, Ben Stiller, Gwyneth Paltrow, Luke Wilson, Owen Wilson

Trama:
Famiglia non è un sostantivo, è una condanna.
Tenenbaum e sua moglie Etheline hanno tre figli e sono separati. I tre fratelli, tutti ex bambini prodigio, si ritrovano adulti nella loro casa d'infanzia per un'inattesa riunione di famiglia ma molte cose sono cambiate e...

Commenti e recensione:
I Tenenbaum è il film con cui Anderson ha mostrato al mondo il suo gusto estetico e la sua magnifica capacità di raccontare e che lo ha, meritatamente!, lanciato nell'Olimpo del cinema d'autore di questo inizio di millennio. La pellicola è una gioia di contraddizioni, perché è una commedia che scorre velocissima, quasi senza fiato, eppure parla di persone che, a un certo punto della loro vita, si sono “fermate”. È una commedia ed è impostata per far ridere, eppure alla fine nessuno può celare una forte commozione più vicina al pianto che al riso. È una commedia, raffinata e frastornante, che usa il racconto con la voce fuori campo (per non meno di venti minuti come nemmeno Amelie °O°) ma che poi non ha scrupoli a sfruttare le musiche anni sessanta/settanta (Clash, Beatles, ecc… con un‘esaltante Hey Jude nella lunga introduzione) come un esplosivo emozionale. Eppure, grazie alla sua forza così originale, non diventa mai né parodia di altro, né commedia classica hollywoodiana, né luogo di redenzione, né cinema demenziale né, soprattutto, una scatenata scorribanda alla Fratelli Farrelly. Sarebbe stato facile usare questi mezzucci, e invece Wes ha preferito realizzare un film magnificamente tenero, che gioca sulle debolezze dei personaggi come loro effettivo, unico punto di forza, che mescola le carte sui rapporti, su quegli attimi fuggenti in cui le vite a volte incorrono, e trova in una straordinaria parola, forse mai pronunciata, il suo magnifico senso vitale: perdono.
Come spesso nei lavori di Anderson, il film vanta un cast strepitoso. Assieme ad un grandissimo Gene Hackman, alla sua ultima performance importante, recitano i fratelli Wilson, Bill Murray (a cui il regista non riesce a fare a meno) ed una strepitosa Paltrow, sempre a suo agio nei personaggi un po’ disagiati, belli ma misteriosi. Ovviamente un ruolo fondamentale lo assumono le inquadrature, la scenografia, le simmetrie ed i fermi immagine che, ormai tipiche del regista, qui prendono davvero forma. La fotografia è sempre quella dai colori pastello e dallo stile rétro del fantastico Robert Yeoman, ormai anche lui simbionte di Anderson.
In conclusione, I Tenenbaum è un film davvero ben fatto, soffice e pungente, che può anche dare lezioni di morale sorprendenti (basta saper ascoltare con il “muscolo dei sentimenti” ^__^), potenzialmente catalogabile come Commedia ma dove malinconia e comicità, difficilmente conciliabili, qui risultano perfettamente miscelate.
A mio avviso? Assolutamente da vedere! :D

venerdì 6 luglio 2018

Yado


Titolo originale: Red Sonja
Nazione: USA
Anno: 1985
Genere: Avventura, Fantasy
Durata: 89'
Regia: Richard Fleischer
Cast: Brigitte Nielsen, Arnold Schwarzenegger, Sandahl Bergman, Janet Agren, Francesca Romana Coluzzi

Trama:
Sonja, principessa guerriera e ultima superstiste di una famiglia reale, vuole vendicarsi della perfida regina Gedren, che uccide o sottomette i sovrani rivali per dominare il mondo intero. Aiutata dal muscolosissimo Yado, dal principe-bambino Tar e dallo scudiero Falcon, riuscirà la bella Sonja a sconfiggere le forze del male?

Commenti e recensione:
Nella cinematografia fantasy, le donne sono solite ricoprire ruoli secondari e di irrilevante importanza. Spesso sono una fonte di guai o vengono accostate al protagonista per l’eventuale sveltina messa nel film per ridestare l’attenzione dello spettatore; stavolta no. (Beh, uno stupro c'è ma è necessario alla trama; niente per un "anni '80" ^_^). In realtà, Howard scrisse che a Red Sonja si sarebbe unito il grande Conan e questo film sarebbe dovuto diventare una specie di spin-off dei due titoli precedenti. Alla fine Fleischer, che temeva di oscurare la SUA guerriera, ripiegò sul prode Yado (che nella pellicola è reso DECISAMENTE uguale al barbaro cimmero ma lasciamo perdere). Ovviamente la scelta di dedicare un film all'eroina non deve essere piaciuta più di tanto al nostro censore e, per bieche scelte commerciali, ha cambiato il titolo del film in Yado, facendo sembrare Schearzenegger molto più del semplice comprimario che è. Sempre meglio che in Spagna, dove ebbero El Guerrero Rojo; mi domando come ci saranno rimasti gli spettatori, accorsi a vedere el Schwarzi con los cabelos rojos per poi scoprire che quella coi cabelos rojos aveva forme (e che forme!) ben diverse! XD
Nel solco del filone epico-fantasy dei precedenti Conan, anche questo è un film ipervitaminico fanta-avventuroso e come tale va goduto. Poco importa che la storia di vendetta sia scontata e facilmente prevedibile: qui conta l'avventura. A ovviare alla pochezza della trama c'è l’efficacia delle scene di combattimento e trovo davvero un’ingiustizia che la Nielsen, per questo suo primo film e malgrado i suo sforzi, abbia vinto un Razzie come Worst New Star e sia stata addirittura nominata come Worst Actress. Ma dai! Sicuramente nel 1985 ci sarà stata un’attrice più scarsa di lei che, almeno, era bella da vedere e brava a tirare di spada!
Le scene di combattimento divertono e si denota uno studio coreografico davvero molto accurato, i costumi sono ben fatti e le musiche di Ennio Morricone danno il giusto accento agli eventi, esaltandone la drammaticità. Alla fine, anche vedere qualche testa rotolare via ci sta (vabbè che partono per aria verticalmente come tappi di champagne, però è spassoso ^_^). Insomma: buone scenografie, belle coreografie, bei costumi, buona colonna sonora, un mago che prepara cocktail magici, un sosia di Lino Banfi che tira mazzate con un osso di mammuth, scene epiche girate fra le colline abruzzesi (con pochi soldi ma spesi bene), una Nielsen non ancora rifatta che sprizza gioventù... Richard Fleischer sapeva il fatto suo, cosa volete di più?
Purché tassativamente con lo spirito giusto, anche questo è un film da rivedere e godere! :D

martedì 3 luglio 2018

Arlecchino servo di due padroni


Titolo originale: Arlecchino servo di due padroni
Nazione: ITA
Anno: 1987
Genere: Teatro, Commedia
Durata: 143'
Regia: Giorgio Strehler
Cast: Ferruccio Soleri, Gianfranco Mauri, Narcisa Bonati, Andera Jonasson, Franco Graziosi, Paolo Calabresi, Giorgio Bongiovanni, Giulia Lazzarini

Trama:
In casa di Pantalone sua figlia Clarice e Silvio, figlio del Dottore, celebrano il fidanzamento dopo che la notizia della morte di Federigo Rasponi, uomo d'affari di Torino promesso a Clarice senza che mai lei lo avesse visto, scioglie dall'impegno la giovane. L'arrivo del redivivo Rasponi getta lo scompiglio e...

Commenti e recensione:
L'Arlecchino è sempre uguale e sempre diverso e questa versione, detta "dell'addio", è il frutto più alto di oltre trent'anni di magnifica evoluzione. Dalle prime rappresentazioni, con la loro scenografia rarefatta e quasi idealizzata, recitate al Piccolo ma anche nei borghi e nelle cascine della Bassa, si è arrivati a questa opera matura dove il vuoto è colmato dalla magia, sempre più esaltante, dell'interptetazione. Questo è l'"addio" al grandissimo Soleri (anche se poi non riuscirà a trattenersi dal rimettere la maschera ancora qualche volta ^_^) che ha indossato i panni multicolori dello Zanni per oltre cinquant'anni! Solo pochi mesi fa, alla bella età di 88 anni (e ricco delle 2283 repliche che l'hanno reso il recordman di longevità sul palco con un unico personaggio) ha dichiarato di sentirsi "un po' stanco". E vorrei vedere! Nemmeno nel pieno della mia fanciullezza sarei mai riuscito a fare anche solo una delle mille acrobazie che, instancabilmente, metteva in scena ogni sera. È facile quindi lasciarsi incantare dalla sua fisicità e distrarsi dalla sua eccezionale professionalità di attore! Era invece questa sua competenza, questa sua capacità di entrare in contatto col pubblico, che Strelher aveva riconosciuto e che quasi gli imponeva di replicare e replicare. Ferruccio - diceva - è l'Arlecchino quello che ci chiedono. Non possiamo deludere il pubblico; e via così, con un'altra edizione. ^_^
E quanto è "nuovo" questo Goldoni! Ma è poi esatto, definire "straordinario" il sorpassare gli anni, anche i secoli, per un'opera di teatro? Non è questa, invece, la caratteristica dell'opera d'arte? La vera opera d'arte parla con accenti diversi, con prospettive diverse ma è sempre contemporana alla gente a cui si rivolge. Mutano i suoi interpreti, si cambiano i moduli espressivi o certi ritmi, ma le texte resta. Così questo intramontabile Arlecchino servo di due padroni ha in sé il segno della vita che passa e si rinnova. Diceva Strehler: lo spettacolo è sempre rinato dalle sue ceneri, mai identico, sempre in movimento, sempre alla ricerca di un “modo” di rappresentarsi che non fosse la copia esatta del vecchio ma la traccia per il nuovo, su ciò che di valido c’era stato. Grazie Strehler, grazie Ferruccio: sfondando ripetutamente la quarta parete ci avete fatto riscoprire la Commedia dell'Arte dopo secoli di oblio e capire come il mondo, nel suo profondo, non sia mai davvero cambiato e che sia, malgrado i suoi difetti, davvero un gran bel Mondo! :)
Per chi ha avuto la gioia di vederlo dal vivo, questa è l'occasione rara di provare di nuovo quelle magiche senzazioni; per chi invece se lo fosse perso, è da scoprire assolutamente! :D

sabato 30 giugno 2018

Kubo e la spada magica


Titolo originale: Kubo and the Two Strings
Nazione: USA
Anno: 2016
Genere: Animazione
Durata: 115'
Regia: Travis Knight
Cast: Charlize Theron, Art Parkinson, Ralph Fiennes, George Takei, Cary-Hiroyuki Tagawa

Trama:
Kubo è un giovane cantastorie orbo. Di giorno al villaggio suona e canta le gesta di storie senza un finale, animate davanti al suo pubblico di strada con i suoi magici origami. Di notte, invece, si nasconde da un nemico occulto che lo cerca per privarlo dell'unico occhio che gli rimane: il nonno.

Commenti e recensione:
11 anni appena ed una filmografia fino ad oggi quasi ineccepibile ma, con Kubo e la spada magica, in casa Laika hanno davvero tentato il salto di qualità, toccando vette di pura perfezione estetica e narrativa. Teneramente cupo e dolcemente spaventoso, il film di Knight vola sulle ali della fantasia, sfruttando nel migliore dei modi la mitologia del Giappone feudale, qui rianimata attraverso una favola dai contorni epici ed emotivamente marcati. Knight,non poteva esordire meglio alla regia. Siamo ad un livello di resa visiva prodigioso: la tecnica stop-motion quasi si mimetizza e si nasconde dietro un lavoro degli animatori impressionante nel catturare le smorfie, le sfumature, i colori. Tutto contribuisce all'impresa titanica di ricreazione di un intero mondo, impresa sostenuta non solo dal talento tecnico degli uomini Laika ma anche dalla loro ispirazione narrativa.
Kubo e la spada magica è avventura allo stato puro, concatenazione di eventi straordinari vissuti da personaggi indimenticabili. Lo schema, alla fine, è sempre quello di una solida tradizione di cinema avventuroso: l'evento imprevisto, la fuga che diventa viaggio, che si trasforma in scoperta di sè ma anche in occasione per intrecciare rapporti tra personaggi ed alleati, fino allo scontro finale. Il lungometraggio di Knight è veramente una rispolverata di tante certezze di un cinema classico, rassicurante eppure per nulla scontato. Il lato più toccante della vicenda, tutto incentrato sull'elaborazione del lutto, si mischia ablimente ad una serie adrenalinica di sequenze action, pensate e poi realizzate con un senso del ritmo incredibile, pur nella loro semplicità. Il finale, poi, è degno dei capisaldi proprio di quel cinema d'animazione giapponese cui teneramente Knight ha voluto rendere omaggio.
Ammiro questa piccola casa di produzione che fin da Coraline si impose per il suo ruolo strategico ed indispensabile nel panorama mondiale del cinema d'animazione: la sua tecnica a passo uno, così retrò eppure così moderna, conferma le infinite possibilità che si nascondono oltre lo strapotere del computer, che pure è apprezzato come semplice strumento. E sono sempre loro, i geniacci della Laika, a ribadire che la storia resta il cuore di tutto: senza i personaggi, senza una narrazione solida e costruita a dovere, anche il più gargantuesco degli impianti produttivi rischia di restare animazione arida e inerme; Kubo è di ben altra pasta!
Da vedere, magari non con i bambini più piccoli (ma forse è solo un'opinione mia) e, probabilmente, da rivedere ancora ed ancora, come tutte le favole più belle! :D

mercoledì 27 giugno 2018

La montagna sacra


Titolo originale: The Holy Mountain
Nazione: USA
Anno: 1973
Genere: Fantastico
Durata: 115'
Regia: Alejandro Jodorowsky
Cast: Alejandro Jodorowsky, Horacio Salinas, Ramona Sanders, Valerie Jodorowsky, Ana De Sade

Trama:
In un'ipotetica nazione latinoamericana, repressa e sottosviluppata, un giovane ladro e nove potenti ricorrono ad un alchimista perché li faccia partecipi del segreto dell'immortalità. Devono raggiungere nove saggi che da tremila anni vivono in cima ad una mitica montagna e...

Commenti e recensione:
Prima di cominciare a parlare del film (e che film!) sarà probabilmente il caso di spiegare un po' chi sia questo Alejandro Jodorowsky che, per qualche misterioso motivo, è praticamente sconosciuto in Italia. Ebreo-ucraino del Cile, si trasferì nei primi anni '50 a Parigi e fondò, con Arrbal e Topor, il movimento surrealista Panico, ispirato al dio Pan. È per lungo tempo l'assistente di Marcel Marceau (altro gigante del surrealismo ma noto, qui in Italia, solo per il suo talento di mimo >_<) e ne diventa il più stretto collaboratore. Fortemente influenzato da Buñuel e Artaud, si è dedicato ad un'infinità di progetti artistici tra cui, forse, i più colti ricorderanno alcuni dei più bei fumetti di Moebius o I Borgia disegnati da Manara. L'approdo al fumetto non è frutto di un caso ma dell'ambiziosissimo progetto, tristemente naufragato, di portare sullo schermo Dune di Frank Herbert. Per realilzzarlo cercò di coinvolgere tutti i più grandi artisti del periodo, da Orson Welles a Dalì(!), dai Pink Floyd per le musiche a H.R. Giger, Chriss Foss e, appunto, Moebius per i costumi e le scenografie. Dieci anni dopo Dune venne realizzato da Lynch, in origine anche lui surrealista, che riutilizzò diverse scenografie di Ginger. E ora avviciniamoci a questo strepitoso La montagna sacra.
Dopo El Topo, che è il capostipite dei "midnight movies" (e che avrei tanto voluto condividere con voi ma non ne possiedo una copia doppiata in italiano) il terzo lungometraggio di Jodorowsky è una delle vette artistiche del surrealismo. Prodotto dal manager dei Beatles Allen Klein e finanziato economicamente da John Lennon e Yoko Ono (che avevano già distibuito il film precedente), La montagna sacra rappresenta la summa poetica del regista ed è uno dei film più misteriosi ed affascinanti della storia del cinema. Qui Jodorowsky estremizza le tematiche sociali e metafisiche di El Topo con soluzioni visive e concettuali che colpiscono per fantasia e originalità. Con i suoi continui riferimenti simbolici, legati non solo alla religione (in chiave anticlericale e blasfema), a Andy Warhol, al rock anni '60 ma anche alla Cabala ed ai tarocchi (di cui Jodorowsky è un grande studioso e che, in momenti di difficoltà economica, gli permisero anche di sopravvivere), La montagna è un tour de force di deliri mistici, visioni, eccessi spiritualisti, violenza, sesso, blasfemia e liquidi corporei di ogni sorta. La natura psichedelica de La montagna sacra si ravvisa addirittura in alcune leggende che girano attorno alla realizzazione della pellicola secondo cui Jodorowsky, per prepararsi a girare, si fosse dedicato ad una settimana di continua meditazione privandosi di sonno e cibo, o che somministrasse funghi psilocybe cubensis al cast prima delle riprese (e pare desiderasse anche ipnotizzare gli attori, putroppo senza riuscirci). Insomma, siamo in piena età dei figli dei fiori ma con una marcia in più: Jodorowsky ci aggiunge una grande dose di talento visionario e di provocazioni visive massicce, così che le visioni che gli iniziati subiscono nel film hanno ancora la capacità di impressionarci.
Quasi in contemporanea a La montagna sacra è uscita un'altra pellicola che vi ho già presentato: Zardoz. Formalmente si tratta di un caso (almeno credo) ma la realtà è che l'aria culturale che si respirava in quegli anni era proprio questa; la differenza è che Jodorowsky osa mettere molta più carne al fuoco di Boorman.
Questo film non ha vie di mezzo: può solo essere (molto) amato o (molto) odiato. Io l'ho (molto!) amato! :D

venerdì 22 giugno 2018

L'uomo che fuggì dal futuro


Titolo originale: THX 1138
Nazione: USA
Anno: 1971
Genere:Fantascienza
Durata: 95'
Regia: George Lucas
Cast: Robert Duvall, Donald Pleasence, Maggie McOmie, Dan Natchsheim, Joy Carmichael, David Munson

Trama:
Nel 25° secolo gli uomini vivono sottoterra, sono tutti uguali, non hanno nomi ma sigle, vestono di bianco e non hanno rapporti sessuali. Assumono droghe che li rendono mansueti e le pulsioni sono risolte da macchine ed ologrammi. Malgrado i mille controlli ideati per sopprimere sul nascere sentimenti e germi di pensiero, l'immatricolato THX 1138 e la sua compagna LUH 3417 si riscoprono umani, attratti l'uno verso l'altra. Fulmineo scatta il meccanismo repressivo e...

Commenti e recensione:
Ad anni luce da una galassia lontana lontana (e da American Graffiti che, in Italia, uscì per primo ^_^) THX 1138 è una storia di fantascienza distopica con tratti orwelliani (la tv che controlla ogni mossa del privato), con riferimenti a Metropolis di Lang (la città sotterranea e il mondo di superficie) e pieno zeppo di citazioni di fumetti e romanzi del genere (da Buck Rogers ad Arthur C. Clarke a, ovviamente, Bradbury), con dentro molti dei temi del dibattito degli anni psichedelici come la liberazione sessuale, la cultura delle droghe, l’oppressione del mondo adulto, ecc. Non è certo un caso che proprio George Lucas abbia definito il suo lavoro più politico “non un film sul futuro ma sul 1970”. Più che in debito, però, THX 1138 è in credito con tantissime opere successive tra cui sicuramente The Island o Equilibrium ma anche Matrix o The Truman Show. È stato poi trasposto in un libro, parodiato (magnificamente!) ne Il Dormiglione, citato in decine di giochi come Fallout e film, a partire da diversi episodi di Star Wars fino ai videoclip come Calling All Girls dei Queen. In breve, ha fatto la storia! °O°
La cosa più incredibile è che fu realizzato da un Lucas appena venticinquenne, pur se supportato da uno staff e attori di livello, tra cui un grandissimo Robert Duvall, e da un discreto budget messogli a disposizione nientepopodimeno che da Francis Ford Coppola. Non dimentichiamoci che è solo grazie a quest'ultimo, e alla sua disponibilità a rischiare in prima persona per produzione indipendente, se la sua Zoetrope fu il trampolino di lancio dei migliori registi di quella generazione fantastica che includeva De Palma, Scorsese, Milius, Spielberg e Schrader. In Italia, dare così tanto credito ad un esordiente sarebbe stato, ed è tutt'ora, inconcepibile.
Al botteghino dell’epoca il film non ebbe grande successo e, in effetti, ci sono anche aspetti che possono non piacere. Il film è lento e fortemente intellettuale, a tratti filosofico, e la sperimentazione, sia scenica che di linguaggio, possono renderlo ostico. Anche la storia, in sé, è un po’ confusa e priva di colpi di scena; da questo punto di vista, si tratta certamente di un lavoro acerbo (ma che dire allora del Solaris di Tarkovskij?). Ai più pazienti ed attenti, però, risulterà ben evidente il talento che traspare dalla pellicola, quella brillante scintilla che crescerà fino ad essere una stella indiscussa, nel bene e nel male, della cinematografia contemporanea!
Da vedere assolutamente e, sforzandosi intensamente di dimenticare Woody Allen XD, da rivalutare! :D

sabato 16 giugno 2018

Fuga da Los Angeles


Titolo originale: Escape from L.A.
Nazione: USA
Anno: 1996
Genere: Azione, Avventura, Fantascienza
Durata: 100'
Regia: John Carpenter
Cast: Kurt Russell, A.J. Langer, Steve Buscemi, Georges Corraface, Stacy Keach, Valeria Golino, Peter Fonda, Michelle Forbes

Trama:
Quindici anni dopo la folle impresa nel carcere di massima sicurezza di New York, l'ultimo soldato anarchico degli Stati Uniti, Jena Plissken (di nuovo arrestato dalle forze dell'ordine) viene costretto a un'altra missione: recarsi a L.A. ed intercettare Utopia, la figlia del presidente che flirta con un guerrigliero terzomondista. L'impresa non è facile: la città degli angeli è diventata una terra di nessuno in mezzo al mare e...

Commenti e recensione:
Più un remake che un sequel, Fuga da Los Angeles è forse il film più apertamente nichilista della carriera di Carpenter. Ideato inizialmente come un classico blockbuster (o almeno, questa era l'impressione), il film si è poi rivelato uno specchio deformante per tutto ciò che oggi caratterizza la città di Los Angeles, Hollywood in particolare e il Mondo in generale. Ingiustamente ignorato dal pubblico e massacrato dalla critica come “un sequel mal riuscito” (è la definizione che troverete dovunque... tra le più gentili), questo film è, a mio avviso, quasi un capolavoro. 1997 Fuga da New York era poco più che un fumettone, con pochi effetti speciali ed un approccio alla realtà, sottosotto (magari molto sotto ^_^), quasi bonario ed ottimistico. Qui invece Carpenter ci mostra una Los Angeles che più cupa non si può, degli effetti speciali volutamente assurdi e pacchiani (è già il '96 ed il computer è una cosa ben diversa dai "cervelli elettronici" d'antan) ed un Jena così nero di carattere e di animo da fare davvero paura. Se a New York Plissken aveva dato una speranza al mondo, limitandosi a distruggere l’importante nastro essenziale per la (presunta) pace nucleare, in questo film, dopo aver visto a che punto il degrado umano può arrivare, è tremendamente più drastico e cinico. Normale che non sia stato apprezzato. XD
Kurt Russel è immenso, ancor più che nel primo episodio, nel rappresentare un personaggio negativo, un criminale con una dubbia moralità che è, però, comunque ben superiore a quella dei governanti del mondo. Ed il fatto di essere giustamente invecchiato di 15 anni (tanta è stata l'attesa tra un film e l'altro) lo rende molto più maturo e credibile. Su Carpenter, invece, nemmeno provo a commentare: stupisce sempre e non delude mai ed ha creato un film che, tra passaggi di pura tamarraggine, di trash estremo e colpi di genio unici, non scade mai nel banale. Senza contare la "firma" del regista: un finale che è così incredibile che ti fa vernir voglia di rivedere tutto il film, anche solo per l’ultima scena. :O
Se non l'avete mai visto, non perdetelo; se l'avete visto e non l'avete apprezzato, riguardatevelo e provate a rivalutarlo!
E se, come me (e giuseppe ^__^), l'avete visto ed amato, rigodetevelo perché temo che questa sia un'occasione davvero rara! :D

giovedì 14 giugno 2018

Alexandr Nevsky


Titolo originale: Alexandr Nevsky (Алекса́ндр Не́вский)
Nazione: URSS
Anno: 1938
Genere: Storico
Durata: 151'
Regia: Sergej M. Ejzenstejn
Cast: Cast: Nikolay Cherkasov, Nicolaj Ochlopkov, Andrei Abrikosov, Aleksandr Abrikosov

Trama:
La Russia, dopo aver respinto un'offensiva svedese, è stretta nella morsa dei Mongoli a sud-est e dall'esercito Teutone-Livone che avanza dall'ovest. Le città più importanti cominciano a cadere; prima tra tutte Pskov ed anche la capitale Novgorod rischia la stessa fine. Il popolo decide di affidare il comando dell'esercito al Principe Aleksandr Nevskij, che ben si era distinto sul Neva durante la guerra contro gli svedesi e che, nel frattempo, si era ritirato a vita privata sul lago Plestceevo ma l'aristocrazia è contraria a questa decisione e...

Commenti e recensione:
Film patriottico su ordinazione, d'accordo, ma propaganda da leccarsi le dita! Ciò che importa è che la maestria di Ejnzenstejn, dopo il suo tour di formazione in America, cambia radicalmente registro rispetto alle sue opere precedenti: non più "la massa" di Sciopero o de La corazzata Potëmkin ma "un eroe". Di ritorno in patria, su ordine diretto di Stalin, Ejzenstejn fatica a trovare un suo spazio nella produzione statale, che ha abbandonato la spinta rivoluzionaria e sperimentatrice voluta da Lenin a favore di un realismo socialista che esalti le gesta di contadini e operai. Un’esaltazione che deve però, appunto, abbandonare la massa a favore del singolo, dell’uomo forte, unico possibile argine all’avanzata del fascismo europeo. Via quindi alla propaganda nazionalistica al posto dell'ideologia marxiana: eroe nazionale popolare, attori professionisti, sceneggiatura lineare. E poi la battaglia! Solo per questa (37 minuti) Ejzenstejn s'impegna nelle sue ricerche plastiche e crea geniali ed originali soluzioni di linguaggio audiovisive. Se Mel Gibson ha poutuo girare Braveheart, o Scott Il gladiatore, lo devono solamente grazie all'Aleksandr Nevskij. Guardando le scene di battaglia, le inquadrature, le espressioni, non si può non ammirare come Ejzenstejn abbia fatto scuola insegnando a tutti come si realizza una battaglia in un film, quali inquadrature usare per esaltare al massimo la tensione e come evidenziare le emozioni dei soldati che si preparano a difendere la loro patria. Tutte cose che oggi ci appaiono scontate ma che, nel '38, certamente non lo erano.
E poi: il sonoro. Nonostante arrivi in piena epoca sonora, e faccia della parola la maggiore arma di propaganda, l'Aleksandr Nevskij è edificato come se si trattasse di un film muto. Lo dimostrano in particolare le sequenze di dialogo: i primi piani dei personaggi a cui sono affidate battute sono sempre intervallati facendo ricorso ad un montaggio dialettico. I dialoghi, d’altro canto, sono tutti ripresi in primo piano, mentre per le sequenze che devono trasmettere allo spettatore la dimensione storica (ed epica!) della vicenda narrata, la scelta si sposta in direzione di totali, campi lunghi e a volte lunghissimi. Ogni singolo personaggio occupa il quadro in un modo preciso, atto a restituire al pubblico il valore morale ed il “campo” in cui il personaggio inquadrato combatterà.
Ma il vero anello di congiunzione tra questo film e l’epoca del muto – cui Ejzenstejn diede un contributo che, per quanto riguarda lo sviluppo della grammatica cinematografica, non ha molti pari nella storia del cinema – è nell’utilizzo della strepitosa colonna sonora, firmata da Sergej Prokofev. L’enfasi della composizione di Prokofiev accompagna, con metrica di rara precisione, la progressione narrativa, ma prima ancora emotiva, di tutta la pellicola. Il commento musicale che sovrasta le truci immagini della repressione della popolazione di Pskov da parte dell’armata germanica devasta e raggela anche a distanza di quasi un secolo. Per queste sue qualità fu definito un "oratorio plastico" e paragonato, da Moravia, alle opere religioso-nazionali di Verdi. Al film vennero tributate accoglienze trionfali, grande successo di pubblico, pioggia di onori e Stalin che disse: "Sergej Michailovic, dopo tutto, sei un buon bolscevico", probabilmente salvandogli la vita. Può essere ma, con gli occhi di oggi, questo film è soprattutto il capolavoro di un gigante e della sua eccezionale capacità di sperimentare e scoprire nuovi linguaggi, tutti destinati a diventare di indiscutibile riferimento per la settima arte!
Da rivedere o (se si è stati così sfortunati da essersi lasciati traviare dai superficiali commenti di Fantozzi >_<) da scoprire assolutamente! :D

E per chi volesse "farsi una cultura", anche di questo film (ma non diventi un'abitudine ^_^) vi propongo la meravigliosa colonna sonora! ;)










Incredibile, oggi abbiamo superato i
sei milioni di visualizzazioni

NON POTRÒ MAI RINGRAZIARVI ABBASTANZA!!!
 


venerdì 8 giugno 2018

1997: Fuga da New York


Titolo originale: Escape from New York
Nazione: USA
Anno: 1981
Genere: Avventura, Fantascienza
Durata: 99'
Regia: John Carpenter
Cast: Kurt Russell, Lee Van Cleef, Donald Pleasence, Isaac Hayes, Ernest Borgnine, Harry Dean Stanton

Trama:
Nel 1997 l'intera isola di Manhattan è stata trasformata in un gigantesco penitenziario nel quale i detenuti la fanno da padroni. È in questa sub-città che il Presidente, precipitato con il suo aereo, viene tenuto in ostaggio. Per liberarlo viene inviato il truce Jena Plissken che, in caso di successo, vedrà la sua chilometrica fedina penale ripulita, oppure...

Commenti e recensione:
La Manhattan dipinta da John Carpenter è una realtà oscura e criminale, che ricorda moltissimo l’ambientazione de I Guerrieri della notte di Walter Hill, uscito nella sale appena due anni prima. E non è soltanto il buio, a rimarcare questa assonanza, bensì tutto il contesto noir nonché le diverse bande presenti nei quartieri della città. Siamo agli inizi degli anni ’80 e l’America ha vissuto la recessione, le dimissioni di Nixon sono ancora fresche, permangono le scorie post Vietnam e la decadenza urbana è un tremendo effetto collaterale di tutto questo. Nei titoli di testa è lo stesso Carpenter a porre l’accento sulla questione, scrivendo “1997:now”, come a voler sottolineare da subito la grande metafora che rappresenta, per lui, questa pellicola. Non è un caso se, appena un anno dopo, verrà prodotto Blade Runner.
Alcuni critici l'hanno quindi giudicato un film politico: Fuga da New York è un film politico quanto un porno è un documentario di anatomia. Certo, ci sono le frecciatine all'imperialismo americano, la Statua della Libertà decapitata (solo sui poster, visto che il budget non lo permise ^_^), una visione alquanto pessimistica del futuro e la violenza come unica risposta efficace... ma di quanti titoli potremmo dire cose simili? Ovviamente Carpenter esprime il suo pensiero e lo fa attraverso Jena Plissken: è lui, in fondo, che cambia e matura, passando dallo status di antieroe nichilista a quello di ultimo baluardo di una visione morale – pienamente carpenteriana – che permette allo scherno finale di ergersi quale assoluta forma di resistenza alla deriva del mondo. Il regista newyorkese contrappone l'imperialismo americano e quanto ne consegue - la terza guerra mondiale e il supercarcere di massima sicurezza - all'antieroe Plissken, un mito per i detenuti ma anche e uno strumento nelle mani del potere (poiché ricattato) e Carpenter si schiera dalla sua parte, quindi si mette contro tutti: i politici, i militari, i criminali. Infatti Plissken è solo, sia quando collabora con l'esercito, sia quando si allea con i fuorilegge. Solo e letale, per gli uni e per gli altri, esattamente come un Eastwood in Per un pugno di dollari. Perché è di questo che stiamo parlando: un dopobomba cyberpunk che parla con la voce di Sergio Leone! ;)
La verità è che 1997: Fuga da New York è una pietra miliare del Cinema, un film che fa scuola e che partecipa alla creazione di un filone così ricco di cult e prodotti che attualmente consideriamo fondamentali che senza i quali buona parte della cultura attuale sarebbe monca.
Il glaciale Kurt Russell, il disgustoso Donald Pleasence e la straordinaria regia di John Carpenter fanno di questa pellicola un’opera sempre attuale e sempre strepitosa da vedere! :D


Anche oggi, un extra: la stupefacente colonna sonora originale, scritta da Carpenter stesso! ;)

venerdì 1 giugno 2018

Grease - Brillantina


Titolo originale: Grease
Nazione: USA
Anno: 1978
Genere: Musicale
Durata: 110'
Regia: Randal Kleiser
Cast: John Travolta, Olivia Newton-John, Jeff Conaway, Barry Pearl, Michael Tucci, Kelly Ward

Trama:
Nel corso delle vacanze estive, Danny conosce e passa molto tempo insieme a Sandy, una ragazza che però deve tornare in Australia. Sicuro di averla persa, il ragazzo la ritrova invece all'inizio dell'anno scolastico poiché, trasferitasi da Sidney, si è a sua volta iscritta alla "Rydell" e...

Commenti e recensione:
Inutile dilungarsi troppo sulla trama di Grease che, da qualsiasi punto di vista lo si analizzi, è assolutamente superficiale ma, e nessuno potrà negarlo, il film è un vero e proprio cult della storia del musical. Moltissime le pellicole e le opere teatrali che, seppur labilmente, trovano le proprie basi ispiratrici nel lavoro diretto da Randal Kleiser e debuttato nelle sale nel 1978. Con il suo stile assolutamente patinato, tanto da raggiungere picchi che oggi sarebbero definiti squisitamente kitsch, Grease più che un film è una vera e propria icona, rappresentativa di un modo di vivere, ormai socialmente superato ma sempre di forte impatto. I pantaloni a vita alta e dai colori sgargianti, i foulard infiocchettati attorno al collo, i capelli cotonati o stretti in boccolose code e le volteggianti gonne a ruota che, seppur tipiche della storia del costume degli anni Cinquanta, vengono ancora identificate con questi anni proprio grazie ai costumi del musical che li ha trasformati in simboli distintivi di un'ideologia. Per non parlare della colonna sonora, rimasta per molte settimane in testa alle classifiche di molti paesi e ancora oggi parte integrante della formazione musicale di molti (ex) adolescenti. In Gran Bretagna i duetti "You're The One That I Want" e "Summer Nights" arrivarono entrambi in vetta alle classifiche e sono, ancora oggi, rispettivamente al quinto e al ventisettesimo posto tra le vendite ufficiali di singoli di tutti i tempi. °O°
La pellicola è un fumettoso ed intrigante adattamento di Kleiser (nel curriculum, l’avventuroso-romance Laguna Blu e il fantascientifico per ragazzi Navigator ^__^) dell’omonimo musical di Jim Jacobs e Warren Casey che riporta intatta sullo schermo l’atmosfera easy della controparte teatrale ma a cui aggiunge due fascinosi e talentuosi divi del momento come John Travolta, reduce dal successo de La febbre del sabato sera (credo che Henry Winkle, il Fonzie di Happy Days che rifiutò la parte, si stia ancora mangiando le mani!) e la splendida Olivia Newton-John, al suo secondo ruolo da protagonista dopo il musical inglese del ’70 Tomorrow. Come ho già fatto notare più volte in queste pagine, questi attori venivano preparati davvero benissimo!
Grease è un film da vedere e rivedere, una volta magari anche in lingua originale e con i sottotitoli di supporto per apprezzare la funzione decisamente narrativa dei siparietti musicali. :D

Piccolo extra, penso gradito: la mitica colonna sonora originale! ;)

venerdì 25 maggio 2018

L'uomo dai 7 capestri


Titolo originale: The Life and Times of Judge Roy Bean
Nazione: USA
Anno: 1972
Genere: Western
Durata: 124'
Regia: John Huston
Cast: Paul Newman, Jacqueline Bisset, Anthony Perkins, Tab Hunter, Ava Gardner

Trama:
Alla fine dell'Ottocento, il bandito texano Bean diventa giudice e amministra la giustizia con metodi poco ortodossi e tanta forca. Il magistrato è anche barista e venera l'attrice inglese Lily Langtry, che non ha mai visto. La civiltà arriva anche in quelle lande selvagge e il pittoresco personaggio sparisce, ma tornerà verso il 1920 a difendere, pistola in pugno, la propria figlia dalle prepotenze di un avido capitalista rappresentante della nuova America, ancor più spietata della vecchia e...

Commenti e recensione:
Ispirato alle gesta del realmente esistito “giudice” Roy Bean, L'uomo dai sette capestri è uno dei due soli western realizzati da John Huston. Anomalo, bizzarro, anti-romantico, percorso da un'ironia farsesca e sottilmente crudele: la decostruzione di un genere cinematografico e dell'immaginario della Frontiera, così centrale nel cinema americano, passa anche attraverso questo insolito film che sembra avere non pochi punti in comune con La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah (che abbiamo rivisto con piacere grazie al caro Zio Pietro ^_^). Huston si basa su uno script cruento e amaramente nostalgico di John Milius (che lo "incastra" tra un Il caso Scorpio è tuo e Corvo rosso non avrai il mio scalpo °O°) e condisce quest'elegia sul tramonto del West – soppiantato dall'arrivo della cosiddetta civiltà – con toni da comedy sprezzante (e spiazzante), folli sparatorie, orsi da compagnia, squilibrati killer albini... In realtà Milius contestò il lavoro ("ha rovinato il miglior film che avessi mai scritto" che però, con i suoi $300.000 fu per decenni il più pagato della storia) perché Hudson lo trasformò in, orrore!, commedia. Nel suo testo, Roy Bean era duro, violento e leggendario. Era un relitto, una rarità, un pezzo da museo, un despota illuminato e isolazionista, che guidava una vera e propria polis con mano sicura – e verso un’inevitabile sconfitta, nel momento in cui questa si fosse aperta al resto d’America. È un uomo che, pienamente aderente al canone-Milius, si costruisce da solo la sua realtà, il suo mondo, la sua libertà. Proprio per questo, mentre la civiltà stava sgomitando per arrivare ovunque, la sua è un’epopea da perdente, la parabola di un uomo con una forte fibra morale ed una fiducia incrollabile nella giustizia come lui stesso la interpreta. Bean era testardo, prepotente, onesto e incorruttibile, la ricetta perfetta per venire spazzato via da un treno carico carico di furbizia, sotterfugi e – gasp! – progresso. Ma ci discuti tu con un all star game di gente divertita, famosa e con alle spalle I cinque volti dell'assassino, Lo spaccone, Butch Cassidy... mentre tu la gloria devi ancora meritartela?!? A denti stretti, come si suol dire, abbozzò ma basta una scena a spiegarci quello che avrebbe voluto dire: Bean, reduce da una rapina in banca andata a buon fine, entra in un bordello in mezzo al nulla per bere e scopare: la colazione dei campioni, almeno finché papponi e puttane non gli vedono il luccichìo dell’argento in tasca, lo riempiono di botte, lo legano ad un cavallo e lo spediscono a morire nel deserto. Bean viene salvato da una Victoria Principal, di una bellezza difficilmente spiegabile, che gli dona una pistola e la possibilità di riscattarsi. Il giudice lo fa a modo suo: entra nel bordello urlando come un ossesso e massacra tutti. Nel corso della sparatoria vediamo, tra le altre cose, gente che vola fuori dalla finestra del locale e un tizio che, nel tentativo di estrarre la pistola, si spara in mezzo alle gambe. Tutti ridono. Questa non è "commedia", avrebbe potuto essere Tarantino!
Ma Hutson era di un'altra pasta e, spalleggiato da Newman, ritenne bastasse una mano più leggera per far passare il suo messaggio e, senza alcun dubbio, ci riescì perché creò questo che è, lo stesso, un vero capolavoro. Originale, coerente e godibile, con brevissime apparizioni geniali di mostri sacri come Anthony Perkins, Ava Gardner e dello stesso Huston ma, paradossalmente, è solo Paul Newman il vero mattatore! Fin troppo bello per il ruolo, con una barba finta che a tratti rivela in maniera quasi comica la sua natura posticcia, ci mette il cuore pur con l’aria di uno che si sta divertendo troppo; il carisma è innegabile, lo schermo è sempre pieno di lui e se il suo costante gigioneggiare non sempre funziona, quando lo fa, soprattutto in qualche dialogo brillante e assai moderno, la sindrome di Stendhal è dietro l’angolo.
Aggiungo solo che oltre alla splendida fotografia di Richard Moore, una menzione particolare va data alla colonna sonora di Maurice Jarre (candidata all'Oscar).
Da (ri-)vedere assolutamente! :D


sabato 19 maggio 2018

Un pesce di nome Wanda


Titolo originale: A Fish Called Wanda
Nazione: GB
Anno: 1988
Genere: Commedia
Durata: 108'
Regia: Charles Crichton
Cast: Jamie Lee Curtis, John Cleese, Kevin Kline, Michael Palin, Stephen Fry, Jeremy Child, Roger Hume, Tom Georgeson

Trama:
In trasferta a Londra, un quartetto di lestofanti americani compie un furto di gioielli negli Hatton Gardens, sofisticato centro commerciale delle pietre preziose. Si tratta di Otto West, oriundo italiano, di George, capo banda, del pavido e balbuziente Ken Pile e della sfrontatissima Wanda, che in pubblico spaccia Otto come fratello, ma che in realtà ha dimestichezza con tutti. George però...

Commenti e recensione:
I Monty Python non esistono più dal 1988 ma, per fortuna, ogni tanto hanno ancora lavorato insieme. Un pesce di nome Wanda è stato un trionfale ritorno, se non del sestetto completo, almeno di una sua parte: John Cleese ne scrive la sceneggiatura, lo interpreta e lo dirigge (sebbene non sia accreditato), Michael Palin fa da fondamentale comprimario, mentre a Crichton spetta la regia "ufficiale". Il risultato è una pietra miliare della comicità: costruzione solidissima, perfetta integrazione di humour inglese e action-comedy all’americana, gag irresistibili e feroce ironia bipartisan sul mondo anglosassone. Cleese e Kline vinsero meritatamente gli Oscar per la miglior sceneggiatura originale il primo e attore non protagonista il secondo (con in più una nomination di Crichton come miglior regista) e il film fu un tale trionfo commerciale e di critica che venne acclamato come una delle commedie più riuscite e divertenti della storia del cinema!
Il cast è stellare: oltre ai già elogiati Cleese e Palin, la parte dei leoni la fanno la coppia di amanti Jamie Lee Curtis e Kevin Kline. La prima, sexy, spassosa e che mette in mostra una vis comica innata, è capace di passare in un secondo da criminale esperta ad ingenua studentessa di legge con il solo apporto di un paio di occhiali (altro che Superman!). Il secondo è strepitoso nel dar vita, con il suo Otto West, ad un personaggio indimenticabile che rischiava, nelle mani sbagliate, di trasformarsi in una macchietta e che invece diventa il mattatore di tutto il film, rimanendo saggiamente in bilico tra stupidità, cattiveria e candida ingenuità di un americano ottuso, violento ed eccessivo. Fantastico il pastiche di battute nazionaliste, arti marziali, filosofi rimasticati ed un uso personalissimo dello spagnolo (in originale parla in italiano, godetevelo! ^__^). Tra le due coppie, la stupidità statunitense e la rigidità inglese sono ugualmente prese di mira e bacchettate.
In definitiva, questa è una commedia di truffe, rapine, equivoci e tradimenti in un continuo e repentino susseguirsi di gag azzeccate e dialoghi brillanti, attori in stato di grazia, ritmo sostenuto, classe e risate a vagonate. Assolutamente da non perdere! :D


Piccola curiosità: Un pesce di nome Wanda ha acquistato fama anche per via (e questa non è una gag dei Python, sebbene l'abbiano sicuramente apprezzata) di un certo danese di nome Ole Bentzen, vittima di un fatale attacco cardiaco per le troppe risate durante la visione del film. Siete disposti a correre lo stesso rischio? Io sì! XD


giovedì 10 maggio 2018

Pan - Viaggio sull'isola che non c'è


Titolo originale: Pan
Nazione: USA
Anno: 2015
Genere: Avventura, Fantastico
Durata: 111'
Regia: Joe Wright
Cast: Hugh Jackman, Amanda Seyfried, Rooney Mara, Garrett Hedlund, Nonso Anozie, Levi Miller, Cara Delevingne, Kathy Burke

Trama:
Peter è un dodicenne sveglio con una insopprimibile vena ribelle ma nel triste orfanotrofio di Londra dove ha vissuto tutta la vita queste qualità non sono ben viste. In una notte incredibile Peter viene trascinato dall’orfanotrofio dentro un mondo fantastico, popolato da pirati, guerrieri e fate, chiamato Neverland. Lì si ritrova a vivere straordinarie avventure, combattere battaglie all’ultimo sangue e a tentare di svelare l’identità segreta di sua madre, che lo aveva abbandonato tanto tempo prima e...

Commenti e recensione:
Dopo i suoi splendidi Hanna, Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina, Joe Wright ci presenta una vera e propria favola live-action, di quelle che negli ultimi anni Hollywood, e in particolare la Disney, sta sfornando a ritmo blockbuster-continuo. Non è un remake (tipo Bella e la Bestia, per capirci) quanto un prequel come il riuscitissimo Maleficent. Immagino che la Warners non volesse restare in platea a guardare i successi, soprattutto economici, della concorrenza e, assunto uno dei migliori cast immaginabili (Hugh Jackman, lo stesso Wright alla regia e poi Marianelli alle musiche, la Durran ai costumi, uno staff tecnico per degli effetti 3D da oscar!) e investendo un budget da capogiro ha risposto con questo Pan - Viaggio all'Isola che non c'è. Poi qualcosa non va: dei 150 milioni di dollari investiti ne ha incassati poco più di un quinto, diventando uno dei flop commerciali più pesanti di sempre.
Eppure le premesse per un successo c'erano tutte, compresa una storia sempre avvincente; cosa è andato storto? In primo luogo, la scenggiatura (di Jason Fuchs, che pure ha fatto una bella figura con Wonder Woman) che dopo un primo tempo ottimo, si perde un pochino. Poi, una campagna pubblicitaria che ha mirato, probabilmente, al pubblico sbagliato che è andato a vedere il film con aspettative assolutamente sproporzionate. In realtà, benché Pan non brilli sicuramente per una trama perfetta, per dei dialoghi aulici o per l'interpretazione di Jackman (non peggiore di quella di Dustin Hoffman in Hook, a dire il vero), rimane un film divertente, ricco di avventura e magia, che strizza l’occhio al classico ma buttandoci dentro una storia originale ed innovativa. A mio modesto avviso questo dovrebbe bastare, perché regala comunque una bella serata a chiunque non abbia poi così tanta voglia di crescere (anche se purtroppo non restitusisce i 90 milioni di dollari mancanti alla Warner XD). Dopotutto, cosa c’è di più bello che chiudere gli occhi e viaggiare verso una terra fantastica ricca di magia e divertimento dove crescere è l’ultimo dei problemi?
Da rivedere, con lo spirito giusto!, e rivalutare. ;D



Non posso non dedicare questo postal mio carissimo Gigi che, 
con tigna invidiabile, si cimenta ancora una volta in un bellissimo blog:


Tantissimi auguri Gigi e
BUONA FORTUNA!

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